Cosa vuol dire imparare a convivere con il virus?


Dobbiamo imparare a convivere con il virus

Già da marzo-aprile abbiamo iniziato a sentire e leggere questa frase, ancora oggi ripetuta da parte degli esperti, scienziati, medici, politici, economisti, giornalisti. Lo diciamo spesso anche noi.

Ma cosa significa convivere con il virus, che senso dobbiamo dare a quella frase?

È importante chiedercelo e provare a dare una risposta che sia realistica e accettabile.

Secondo un’interpretazione corrente, convivere con il virus oggi, dopo i mesi primaverili passati in lockdown, significa riprendere a fare una vita più o meno normale, accettando solo qualche limitazione (e a volte nemmeno quella) che sia al massimo un fastidio al quale è facile abituarsi (le mascherine nei luoghi chiusi, ad esempio), ma nulla di più. È un’interpretazione che poggia non su dati scientifici sull’evoluzione dell’epidemia, ma sulla voglia di riscatto di una larghissima fetta di popolazione – compreso chi scrive – che ha visto la propria vita mutare in peggio tra marzo e maggio e che nei mesi successivi di relativa riapertura non ha colmato il gap.

Si dice: non si muore di solo Covid e non possiamo morire di povertà per affrontare solo quel virus che fa meno morti di tante altre cose, quindi ci dobbiamo convivere, magari proteggendo (leggi: isolando il più possibile) i più fragili al suo attacco.

Si rivendica la necessità del ritorno alla normalità. A questo punto interviene il sostegno “scientifico”, che metto tra virgolette perché è un sostegno fasullo. È quello dell’immunità di gregge (o, meglio, di gruppo o di comunità), da raggiungere proprio facendo circolare il virus il più possibile tra le fasce di popolazione che sembrano subirne meno le conseguenze gravi, isolando al contempo gli over 65 (e forse anche gli over 50 che non sono così ‘forti’). È la base della famigerata Great Barrington Declaration, ma è una base fatta col cartone bagnato, non regge il suo stesso peso.

Innanzitutto non si sa se sia possibile raggiungerla né come, non è un fenomeno automatico come in tanti sembrano credere. In secondo luogo comporterebbe un costo in termini di vite umane da sacrificare al dio dell’immunità che è del tutto sproporzionato rispetto all’obiettivo dichiarato di protezione per tutti. Antonio Scalari su Valigia Blu lo ha spiegato molto chiaramente e nel dettaglio e a lui rimando per un approndimento informato.

Allora imparare a convivere con il virus significa altro e significa che dobbiamo fare tutti, come singoli e come società, diversi sforzi e che dobbiamo darci man forte per affrontarli, chiedendo ai decisori che a ogni rinuncia corrisponda una misura di sostegno il più possibile efficace e teso a non lasciare indietro nessuno.

Roberta Villa, che è una giornalista scientifica bravissima, tra i pochi fari informativi in questa pandemia, ci dà questa spiegazione:

Io aggiungo qualche considerazione.

Convivenza significa compromesso. Il virus non è sparito quest’estate, non sparirà magicamente a breve e i suoi effetti sono purtroppo deleteri, perché corrompono il funzionamento di molti aspetti fondamentali della nostra vita sociale: troppo carico negli ospedali significa arrivare all’impossibilità di gestire quell’ “altro” che uccide più della Covid-19 e, a catena, significa dover fermare – banalmente anche solo per le quarantene e gli isolamenti – larghe fette di attività e servizi. Questo già senza prevedere misure di contenimento drastiche.

Convivere con il virus non è dunque un ritorno alla normalità, ma con un’influenza in più. È una vita fatta di nuovi compromessi a tempo indeterminato, speriamo breve. L’esempio dei molti stati occidentali che oggi si ritrovano ad affrontare con variegati lockdown o coprifuoco le conseguenze di una seconda o terza ondata dimostra non che “mal comune, mezzo gaudio”, ma che c’è un’emergenza in corso ovunque, anche dove ora è più sotto controllo.

In questo contesto ai mantra falsamente liberatori del “basta limiti” e del “non si muore di sola Covid” dobbiamo sostituire altri tipi di pretesa: che siano limiti ragionevoli a fronte delle nuove conoscenze e dell’esistenza di misure alternative meno pesanti e che di dimostrino parimenti o più efficaci; che la loro imposizione arrivi sempre con una spiegazione trasparente dei perché e una simultanea presa in carico da parte del sistema statale-sociale-economico; che ci sia tempestività degli interventi in modo da ridurre il più possibile quelli drastici e generalizzati; che non vi siano false promesse che quando non si avvereranno distruggeranno un rapporto di fiducia cittadini-istituzioni già fragile.

Dobbiamo infine pretendere che gli esperti ci restituiscano pubblicamente delle valutazioni che riguardano il loro campo di conoscenza. Non è un suggerimento per eliminare il diritto di ciascuno di esprimere la propria opinione e visione del mondo, ma è il richiamo alla necessità che il mondo culturale – umanistico e scientifico per chi ama la doppia cultura – si responsabilizzi, perché i maggiori danni in questi mesi d’emergenza li hanno fatti loro, prima ancora dei politici, dei giornalisti o dei cittadini irresponsabili, perché ne sono stati la copertura scientifica.

Si può e si deve essere critici, ma quando si riveste un ruolo pubblico importante in forza del proprio essere esperti, è a quell’esperienza che bisogna rifarsi e con elevato rigore.

È certamente, la mia, una posizione naive, ma vorrei indicare nel mio piccolo quali dovrebbero essere le direttici del loro discorso pubblico. Non abbiamo bisogno di virologi che ci spiegano gli effetti economici, né di economisti che discettano di epidemie ed evoluzioni del virus. Non abbiamo bisogno nemmeno di giornalisti e conduttori televisivi che vadano a caccia del titolo ‘eretico’ solo per il gusto di spaccare i contatori auditel o delle condivisioni sui social.

Dobbiamo rifuggire da chi ci racconta che il rischio non c’è o quasi e poi si avventura in mille difese e invenzioni retoriche quando puntualmente viene sotterrato dagli avvenimenti, dai numeri, dalle persone in terapia intensiva e dai morti. Ci raccontano forse qualcosa più accoglibile dalle nostre orecchie stremate dalle brutte notizie quotidiane, ma che è un inganno, un’allucinazione, l’indicazione per un’oasi che è un miraggio.

Non ci servono false speranze o un ottimismo peloso. Abbiamo bisogno di un racconto veritiero, realistico, pezzo per pezzo, per poterci adeguare al meglio a un momento della vita globale complesso e difficile e affrontare ogni passo con il massimo grado di consapevolezza possibile, per agire in maniera positiva.


Autore: Daniele Oppo

Laureato in giurisprudenza, Master in giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza, scrivo per Estense.com. In questo spazio mi occupo di scienza e società.

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