Il coronavirus e le nostre libertà

In un momento come questo, con l’emergenza coronavirus Covid-19 in pieno corso in Italia, ha forse più senso che mai discutere del rapporto tra le nostre libertà e responsabilità individuali. Lo è perché troppo spesso – anche, se non soprattutto, in questa situazione – tendiamo a non vederle in maniera unitaria, con grave rischio per tutti.

A mio avviso ci sono due argomenti per comprendere quanto siano in gioco – e debbano esserlo – in questa situazione. Provo a illustrali, conscio di non essere in grado di essere pienamente esauriente.

Il primo è che una non banale parte dell’eventuale successo delle misure per evitare il contagio è nelle mani di noi come singoli.

Il secondo è che l’autoresponsabilizzazione – dei singoli prima e dei gruppi man mano più grandi poi –  misura la nostra forza di contrasto alle decisioni d’imperio, determinando la capacità di riuscita di una società libera, così come la intendiamo oggi, che rifugge l’autoritarismo, sia esso ricercato esplicitamente come è il caso della sempre più forte destra europea, sia esso conseguenza di misure d’emergenza sempre più penetranti che – come spesso accade – poi rimangono la norma.

In altre parole: più siamo responsabili delle nostre azioni in questo momento, meno spazio verrà sperabilmente concesso alle norme che limitano le nostre libertà.

Il primo argomento penso possa essere spiegato così, non in breve: se gli esperti, oltre che chiudere le scuole e vietare manifestazioni affollate, ritengono che sia necessario adottare per un certo lasso di tempo determinati comportamenti individuali, che sicuramente incidono sulla nostra libertà e sulla nostra vita, la responsabilità nostra è quella di adeguarci il più possibile.

Sono tutti comportamenti che dipendono in buona misura dalla nostra volontà e/o dalla nostra valutazione personale: rispettare le norme igieniche; non andare a lavoro (e non pretendere che ci si vada) se si hanno dei sintomi di malessere prima ancora che arrivi al febbre; non frequentare posti affollati, non intasare i pronto soccorso ecc ecc.

Eppure in questi giorni non sono mancate le reazioni contrarie a questa impostazione, sia da esponenti delle categorie economiche (giustamente) preoccupati per i mancati introiti, che da esponenti del soi disant “partito della scienza”, fino ai critici d’arte con la tendenza alla coprolalia. Ad esempio invitare a fare ciò che si faceva prima, come gli aperitivi ai Navigli o le rimpatriate al bar o frequentare i soliti luoghi pubblici, perché tanto non succederà nulla. Ma è esattamente il contrario: adottando comportamenti non conformi, credendo di esercitare la nostra libertà al suo massimo, si aumenta il rischio che succeda e che ci si faccia male sia come singoli che come società. Si agisce, in altre parole, in modo irresponsabile.

La posta in gioco non è evitare la pestilenza finale, ma non è neppure avere a che fare con una normale influenza (normale, non banale, l’influenza non è banale) o con un raffreddore stagionale: è non mettere a repentaglio la vita di quelle persone che avranno la sfortuna di subire le complicanze che il Covid-19 si porta dietro e farlo in una situazione in cui il carico potrebbe non essere affrontabile dal sistema sanitario (che è già messo in crisi in una parte di quello lombardo), con tutte le conseguenze che verrebbero a cascata per tutti quanti.

(Il tutto col rischio ulteriore, peraltro, di vanificare i già grandi sforzi fin qui fatti sia a livello generale che individuale: penso in questo caso a una parte delle imprese, agli autonomi, ai lavoratori già in condizioni molto precarie.)

Finora, e vengo al secondo argomento, l’autorità statale ci dice che sarebbe meglio comportarsi in un determinato modo, ma non lo impone (non c’è sanzione, non c’è un reale enforcement), in un bilanciamento tra le esigenze di tutela della salute pubblica (i divieti imposti) e quelle economiche e sociali (i comportamenti lasciati al nostro giudizio responsabile).

Significa che l’autorità statale lascia a noi la libertà – o il dovere? – di fare la nostra parte nel contenimento dell’epidemia e nella gestione dell’emergenza. Si fida, per ora.

Non è una cosa scontata, perché in situazioni di emergenza le misure autoritarie hanno spesso estese praterie davanti a loro, anche nelle società democratiche e “libere”, a destra come a sinistra. Ecco perché la buona riuscita delle misure di contenimento odierne potrebbe determinare anche il perimetro delle nostre libertà attuali e future, di quando, in un momento che non sarà così lontano, si affaccerà una nuova grande epidemia.

In una società libera, in cui gli individui sono responsabilizzati e si autoresponsabilizzano per perseguire un fine comune e generalizzato, è più difficile aprire la strada a misure pesantemente liberticide.

Il fallimento di oggi – pur riconoscendo che sia sempre possibile anche per fattori strettamente legati alle capacità del Covid-19 – potrebbe essere letto in futuro come un fallimento dovuto non tanto alla gestione statale in sé, che rimarrà, quanto alla mancata adozione di misure molto più drastiche -come i confini chiusi e le quarantene chiesti a gran voce all’inizio dell’epidemia da chi poi si è rimangiato tutto – con annesso enforcement severo dei divieti e dei comportamenti da adottare.

L’accoppiata libertà-responsabilità rischierebbe di essere eliminata a favore di quella obbligo-sanzione. Dimostrare collettivamente come singoli che siamo in grado di fare la nostra parte potrebbe essere l’argine non solo all’espansione dell’epidemia, ma anche all’onda dell’autoritarismo?

PS
Questo post è stato in parte ispirato da questo video di Roberta Villa, medico e bravissima giornalista scientifica, che vi consiglio caldamente di seguire sia su Twitter che Instagram.

Cinque cose (+1) sul caso Zauli

Il rettore dell’Università di Ferrara ha «tempo da perdere» con tutti i miei colleghi, tranne che con me. E va bene, non me la prendo, però ci sono delle cose che vanno chiarite dopo le ultime novità (ovvero il diniego a una mia richiesta di accesso civico generalizzato agli atti, e le dimissioni di tre membri della Commissione Etica in parziale dissenso con quel diniego).

ZERO. [La Repubblica ha modificato il suo articolo, e ringrazio Corrado Zunino per averlo fatto, lascio il punto come memo per i locali che da due giorni, riprendendo la notizia, si sono  ‘dimenticati’] La prima, è un po’ come il mandato zero di Di Maio, potete saltarla perché è un sassolino che voglio togliermi dalla scarpa, infilato dai miei colleghi più anziani e di maggior bravura. Io non conto nulla nel giornalismo, ma ho comunque un nome e un cognome, non sono un «giornalista di Ferrara» (poi, al massimo, da Ferrara), e scrivo per un giornale che si chiama estense.com. Qualche carattere potete sprecarlo. E non lo dico perché voglio vedere il mio nome e quello del ‘mio’ giornale sul vostro, lo dico perché parte della notizia che state scrivendo è nata da una mia (nostra) iniziativa: è a me, alla mia richiesta di accesso civico generalizzato (in base al c.d. FOIA) che l’Università di Ferrara ha negato l’accesso ai documenti (con motivazioni sconclusionate che gridano vendetta per essere state scritte in un procedimento amministrativo), ed è in base a quel diniego – «in parziale dissenso» – che i vertici della Commissione Etica dell’Università di Ferrara hanno presentato le dimissioni. L’operato di un giornale e di un giornalista, in questo caso, fanno parte della notizia, tacerlo è una bella scorrettezza.

Ora iniziamo:

UNO. Vorrei tranquillizzare il rettore: non è una persona che mi dà «fastidio», non sono il sicario mandato da persone da lui infastidite (che chiaramente sono il vero obiettivo di quella espressione, ma metto le mani avanti). Non credo che neppure Leonid Schneider sia un sicario. Se insisto nel volerci vedere chiaro (e non sono il solo) non è perché vuole fare la sperimentazione del numero semi aperto a Medicina (io, in linea generale, sono pure favore dell’abolizione del numero chiuso ovunque, figuriamoci). Voglio vederci chiaro per due ragioni: la prima è che di quel che ha deciso la Commissione Etica su alcune sue ricerche lo sappiamo solo da lui, che è il diretto interessato. E sappiamo, parole sue, che non sono stati trovati «dolo o colpa grave» nelle sue condotte. Ma se non ci sono dolo o colpa grave, e qui è la seconda ragione, ci deve essere una condotta a cui ascrivere quelle categorie soggettive (altrimenti il fatto non sussisterebbe proprio, per usare ancora terminologie giuridiche) e il problema è capire cosa sia andato storto: ricordo che parliamo di ricerca sul cancro, non di chi mette guanciale o pancetta nella carbonara, e che parliamo del rettore di una Università pubblica.

DUE. La cosa è importante perché la Commissione Etica ha valutato degli studi “contestati” ma selezionati dallo stesso Zauli, eppure ha trovato qualcosa (seppure, lo ripeto e sottolineo, in assenza di dolo o colpa grave): cosa ha trovato? Quanto è grave? E di chi sono le responsabilità?

TRE. La cosa è importante perché, nell’arco degli ultimi due anni (quindi non da quando si è insediato il governo di Salvini, grande sponsor politico di Zauli e della sua sperimentazione a Medicina, se lo ricordino anche i miei colleghi, anzi, si inizia a dicembre 2016) sulla piattaforma PubPeer, i suoi ‘pari’ – gli unici che secondo Unife possono valutare il suo operato scientifico – hanno trovato problemi non in due o tre, bensì in circa 40 studi pubblicati tra il 1998 e il 2018. Vent’anni di ricerche che portano il suo nome sopra, non di rado fra i primi autori. E le accuse sono quelle di aver riciclato immagini in diversi studi su materie differenti o, addirittura, di averle manipolate con Photoshop. Lo dico anche ai miei colleghi: non si parla di plagio, non si parla solo di  auto-plagio, ma proprio di manipolazione.

QUATTRO.  Zauli a Corrado Zunino di Repubblica dice che in alcuni casi si è trattato di meri errori materiali, segnalati alle riviste, e, soprattutto, che lui non ha mai falsificato un dato in vita sua.  Gli voglio credere, ma su PubPeer stanno mettendo in evidenza ben altro e non può difendersi dicendo “io non l’ho mai fatto”: è necessario dimostrare che sia così, soprattutto davanti al numero di accuse. Queste non possono essere davvero delle giustificazioni:

«in quell’arco di carriera abbiamo fatto venticinquemila esperimenti, gran parte trasferiti su floppy disk»

Io non sono in grado di valutare se le “accuse” siano vere o false, ma credo sia necessario uno sforzo da parte di Zauli per dare spiegazioni vere: sono i suoi pari ad avanzare sospetti, non la stampa, non i blog che strumentalizzano; non sono accuse da niente e non sono limitate al tempo dei floppy disk. Il rettore di Unife, invece, cerca di far intendere che su PubPeer sparano alla cieca, citando il caso di Carlo Maria Croce:

«Sulla piattaforma da cui è nato tutto, “pubpeer.com”, sono stati messi in croce molti miei colleghi rettori e i top scientist del nostro Paese, compreso Carlo Maria Croce, il più famoso oncologo italiano. Spesso le contestazioni si sono rivelate fesserie»

Sarà, ma vorrei ricordare a Zauli che le riviste scientifiche hanno ritirato almeno nove pubblicazioni del prof Carlo Croce, e più di una dozzina sono state soggette a correzioni o a “expression of concern” (fonte).

CINQUE. Siccome l’obiettivo non dichiarato e far apparire tutto come un attacco politico-accademico, Zauli (sempre su Repubblica) dice di avere il sospetto che alcune sue

«politiche espansive, vicine agli studenti,  abbiano dato fastidio al mondo accademico. Non riesco a spiegare altrimenti questo attacco così pesante e reiterato»

Come fa notare su Twitter Andrea Capocci – giornalista scientifico che ha scritto della vicenda su Il Manifesto – è semmai vero il contrario: il mondo accademico è rimasto finora inerte sul caso, se si esclude la forte presa di posizione del prof Lucio Picci dell’Università di Bologna, che ha evidenziato proprio questo problema, scandalizzato dall’immobilismo a Ferrara. Nessun accademico ha mai attaccato Zauli sulla correttezza delle sue ricerche.

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E la politica in questo anno e mezzo da quando è scoppiata la vicenda ha parlato una sola volta, in termini peraltro molto rispettosi (due se contiamo la difesa quasi d’ufficio che il neo assessore di Ferrara, Alessandro Balboni, peraltro ex membro della Commissione Etica, ha rilasciato a La Nuova Ferrara del 3 settembre). Di cosa stiamo parlando, dunque?

Una spiegazione alternativa c’è, si chiama Effetto Streisand e sta durando da 18 puntate.

I doveri di UniFe e del rettore Zauli, scienziato

Giorgio Zauli (foto dal sito UniFE)

Background

Quando nell’aprile 2019 chiamai al telefono il rettore dell’Università di Ferrara, Giorgio Zauli, per conoscere da lui – unico a poterlo svelare – l’esito dell’indagine della Commissione Etica di UniFe nei suoi confronti, mi liquidò con un netto “non ho tempo da perdere”, chiudendo poi la comunicazione. A tre mesi di distanza, piccato dall’azione di quel gran ficcanaso del prof Lucio Picci, docente a UniBo, ha rivelato, con uno scritto terribile (in cui cita male niente di meno che Joseph Goebbels*) che

“Dopo oltre sei mesi di approfondimenti la Commissione Etica ha archiviato il caso non essendo emersi a mio carico né elementi dolosi né di colpa grave”

Me ne congratulo personalmente, lo sapeva solo da gennaio e come lui gli organi interni a UniFe:

Dell’esito dei lavori della Commissione Etica sono stati puntualmente informati il Senato Accademico ed il Consiglio di Amministrazione nel mese di gennaio 2019.

Chissà che fatica gli sarebbe costata dirmelo direttamente quel giorno d’aprile, dopo avermi bypassato per lungo tempo (il suo ex portavoce, Andrea Maggi, forse ricorderà le mie chiamate con cadenza quasi settimanale e come mi rimbalzava spiegandomi che il rettore – nel frattempo disponibile per varie interviste su altri temi – era molto impegnato. Non ce l’ho con Maggi, faceva il suo lavoro [?]).

Chissà per quale motivo, dopo avergli chiesto pubblicamente un atto di trasparenza, ha deciso d’ignorare completamente il mio invito (a parte il fatto che sono un signor nessuno che non conta un tubo, s’intende, ma insomma, scrivo per un quotidiano che nella ‘sua’ Ferrara un peso lo ha, eccome).

Stando a quanto scrive, il motivo andrebbe ricercato nel fatto che

 l’Università non è in alcun modo obbligata a rendere pubblicamente conto agli organi di stampa dello svolgimento e/o degli esiti dei procedimenti interni o esterni condotti nei confronti di qualsiasi membro della comunità accademica.

Il che, per carità, sarà anche formalmente vero.

Ma Zauli, volontariamente o meno, non considera una cosa: è stato accusato di aver pubblicato delle ricerche scientifiche contenenti dati e immagini manipolate. Non è un fatto esclusivamente interno all’Università di Ferrara: non è stato accusato di aver adottato pratiche amministrative discriminatorie, è stato accusato di aver pubblicato (dunque reso pubbliche, per tutti e non per la sola UniFe) delle ricerche scientifiche problematiche dal punto di vista dell’integrità dei dati. La ricerca scientifica è per sua stessa essenza pubblica. Il ricorso alla Commissione Etica, peraltro e come da lui stesso ammesso, non è una sua iniziativa diretta ma è la sua risposta al ricorso presentato per primo da Leonid Schneider (giornalista e blogger tedesco che per primo ha rilevato le tante segnalazioni apparse su PubPeer) e respinto perché privo di legittimazione ad agire essendo esterno all’Ateneo. La stessa Commissione Etica ha affermato di aver preso in considerazione il caso partendo dalle istanze difensive del rettore e considerandole come autonoma richiesta di valutazione. Una risposta che è arrivata dopo che sia Sylvie Coyaud che io su Estense.com (e in misura minore anche la Nuova Ferrara, che poi ha abbandonato) abbiamo ripreso la questione a livello nazionale e locale, per lungo tempo inascoltati

Lo stimolo è esterno, non interno. E la richiesta del rettore nasce per rispondere ad esso.

La risposta odierna di Zauli non permette di capire se quelle ricerche – pur senza il concorso di un suo dolo o di una sua colpa grave – siano o meno inficiate nella loro validità. Perché la domanda che da (ex?) giurista mi pongo è: se l’esito della valutazione della commissione è che non sono stati ritenuti presenti dolo o colpa grave in Zauli, c’è una qualche condotta sbagliata in quelle ricerche? C’è una colpa comunque, seppure non grave? Chi riguarda? Altri membri dei team di ricerca? C’è davvero una ‘manipolazione’ – per quanto involontaria o non controllabile da Zauli – dei dati e delle immagini?  È necessario saperlo, perché sono ricerche finanziate probabilmente con denaro pubblico o raccolto tra il pubblico, svolte all’interno di Università e laboratori di ricerca pubblici.

Sapere se sono da considerarsi difettose è interesse pubblico e per questo il rettore o gli altri organi accademici di UniFe che sono a conoscenza della situazione avrebbero l’obbligo morale ed etico (anche se il richiamo agli obblighi etici non sembra essere molto gradito a Zauli in un strano accostamento con la minaccia di stato etico dal quale lui rifugge, come il sottoscritto) di renderlo noto e non per puntare per forza il dito contro qualcuno, ma per preservare la qualità e la credibilità della ricerca accademica e scientifica, in un campo così sensibile come è la ricerca biomedica, che ha a che fare con la salute e la vita umana.

Conoscere l’esito completo e il percorso decisionale adottato dalla Commissione Etica permetterebbe di capire se quelle ricerche hanno ancora un valore e quale sia, permetterebbe alle riviste scientifiche che le hanno pubblicate di valutare, eventualmente, una ritrattazione o chiedere delle correzioni. Permetterebbe, insomma, al processo scientifico di compiere appieno il suo corso, di azionare i meccanismi di autocorrezione che lo hanno reso così efficace nella storia del pensiero e dell’azione umana e che non si esauriscono nella revisione tra pari, ma continuano, come è naturale che sia, anche dopo la pubblicazione.

Essere completamente trasparente in questa vicenda forse non è un dovere che gli compete in quanto rettore, gli compete però in quanto scienziato.

 

 

*pure io mi ci sono messo a sbagliare, grazie a chi mi ha segnalato l’assenza di una “e”