Pioggia, mitigazione del rischio e consenso

Succede quasi sempre così: il disastro “naturale”, i morti, il pianto, le parole dei politici, le promesse di un intervento rapido, la solidarietà, i soldi, le recriminazioni, i mai più. Poi si ripete tutto nel giro di qualche anno.

Quell’anno, per la Sardegna, è questo funesto 2020: l’ultimo fine settimana di novembre è stato tragico – le alluvioni, i morti di Bitti, la paura a Olbia e in altri paesi – a causa di un evento meteorologico di fortissima intensità, arrivato a 7 anni dal “ciclone Cleopatra” che forse fu un po’ meno intenso, ma colse tutti più impreparati presentando un conto umano salato come l’acqua di mare. Mentre scrivo l’allerta non è ancora finita.

Dal 2013 al 2020 poco sembra essere cambiato, se non per una maggiore vivacità del sistema di Protezione civile nell’inviare gli stati di allerta. Ma i nodi grossi tornano tutti al pettine, oggi come ieri: l’intensificazione degli eventi meteorologici mette a nudo la fragilità idrogeologica di quasi tutta la Sardegna.

Se non è la siccità, è un carico d’acqua mai visto che in poco tempo cade dal cielo e scopre i canali tombati, l’eccessiva e non curante edificazione, il cemento e l’asfalto che hanno accompagnato e accompagnano ancora oggi l’espansione e la crescita disordinata delle comunità.

Non è una peculiarità sarda, ovviamente. Ma la Sardegna è la mia terra, come si suol dire tra nativi, ed è anche la dimostrazione di come l’immagine di terra selvaggia e incontaminata da opporre al “continente” pesantemente antropizzato sia – almeno in parte – una favola: gli eventi estremi sono come la mamma che fa irruzione nella cameretta del figlio e sollevando il tappeto scopre polvere e disordine.

Ed eccoci di nuovo al balletto, i passi da mandare a memoria: la tragedia, il pianto, le prediche politiche, le rercriminazioni per il non fatto, le rivendicazioni per interventi immediati, le dita puntate su qualcuno fino alla ri-normalizzazione della situazione.

Che però non sarà normale, sarà solo un periodo di pausa fino al prossimo ceffone che si porterà via qualche altro dente.

Non sono un tecnico e non posso né voglio aggiungermi alla lista di chi sa con precisione cosa fare e cosa non è stato fatto.

Dal mio punto d’osservazione posso però vedere una cosa che riguarda più da vicino una materia di cui ho una qualche conoscenza, quella più spesso oscurata e tralasciata quando si discute in generale di strategie di mitigazione del rischio, materia che dovrebbero essere un’emergenza nazionale e locale. Non sono né i soldi né i progetti. È la costruzione del consenso e della fiducia.

Non mi sto inventando nulla, oggi ad esempio lo fa notare Paolo Maninchedda – ex assessore regionale ai Lavori pubblici – in un intervento che va depurato dalla parte politicamente autocelebrativa, ma che ha proprio il merito di porre quella che secondo me è una questione di base: la mitigazione del rischio idrogeologico (e climatico, aggiungo io) deve passare per il consenso.

E dunque esiste un problema non tecnico per il rischio idrogeologico: il consenso. Un attimo dopo che le tragedie passano, la forza della storia, cioè dell’uso errato del territorio, riprende il sopravvento, cerca tutele, incide sulle elezioni, frena i processi di mitigazione. E il ciclo della scommessa con la Natura ricomincia. 

Sono convinto che sia così, esiste ed è fondamentale il problema del consenso, anche se non sono completamente convinto dalla lettura successiva di Maninchedda, ovvero che il consenso sia frutto dell’educazione e che questa spezzi le catene dell’egoismo.

Mitigare il rischio a livello locale è un’attività che impatta sulle abitudini individuali e comunitarie, sulle tradizioni che si sono fatte ‘storia’ (e magari hanno solo qualche decina d’anni ma già si parla di far le cose alla maniera degli antichi), spesso significa letteralmente sradicare le persone dalle loro case con ciò che questo si porta dietro (i soldi, le prospettive, i sacrifici, la propria esistenza), in nome di un rischio sempre presente, che ha conseguenze tremende, ma che finora è stato poco frequente nella sua materializzazione.

In questo contesto la prima risposta che si chiede all’autorità è quella di garantire la sicurezza della comunità costruendole attorno delle mura. In altri termini: la resistenza al necessario cambiamento si manifesta nella pretesa di risolvere altrove, in senso fisico, il problema e a patto che non determini un cambiamento delle abitudini comunitarie. Molto difficilmente l’intervento radicale verrà accettato sull’esistente, anche a fronte di una compensazione economica generosa, erroneamente ritenuta l’arma vincente del convincimento, una specie di jolly (non lo è, è solo uno degli strumenti).

E gli anni che passano da una manifestazione violenta all’altra hanno davvero l’effetto di riportare tutto nella norma e creare una specie di ciclicità tra dramma e immobilismo.

Ci sono, ovviamente, responsabilità politiche coinvolte. Non bastano però a spiegare tutto.

Perché se è vero che i progetti spesso ci sono e che sono inattuati, è anche vero che in molti casi sono fermi perché le comunità manifestano posizioni contrarie alla loro attuazione (e che siano comunità di pastori o di medici il meccanismo non penso sia davvero differente).

Poi diventano motivi oggi elettorali, domani burocratci, per risolverla si dà la colpa all’ignoranza della gente come se questa fosse una specie clausola finale e assolutoria per giustificare ogni fallimento.

Invece bisogna provare a mettersi in testa che anche i progetti meglio congegnati dal punto di vista dell’efficacia tecnica, devono essere accettati e condivisi dalle comunità interessate e con esse vanno discussi e implementati: la mitigazione del rischio deve essere un intervento radicale e non può che passare dal consenso delle popolazioni coinvolte.

E il consenso va costruito. Non (solo) con l’educazione, ma con progetti mirati di comunicazione e interazione su più livelli, con il coinvolgimento attivo dei membri della comunità (tutto al plurale), affrontando il conflitto tra interessi particolari e interesse generale, coscienti che un certo grado di resistenza sarà ineliminabile, ma anche che si può e si deve intervenire per le comunità, insieme alle comunità.

Non è un percorso facile e non è il cilindro con dentro conigli magici, però è un passo fondamentale per qualsiasi serio piano di mitigazione del rischio e serve necessariamente una strategia, anzi, servono più strategie. Ma per esse serve tempo: quello necessario per studiarle e implementarle, per costruire rapporti di fiducia; quello che immancabilmente si perde insieme ai soldi e alla sicurezza tra una tragedia e l’altra.

Il rischio di comunicare coi piccioni viaggiatori

Mammutones - credits: KInokiart
Mammutones – credits: Kinokiart
Un abbraccio alla mia isola, la mia casa – Daniele

Italia, anno 2013, Neolitico.

Durante l’alluvione in Sardegna la Protezione civile si è dimenticata completamente dell’esistenza dei social network. È un dato di fatto di cui si sono accorti, ovviamente, gli utilizzatori degli stessi social, Twitter in particolare essendo il canale in cui le informazioni passano più velocemente e in tempo reale con tempi di reazione minimi e in cui ci si aspettava una (maggiore) presenza delle istituzioni. In casi di urgenza può essere un canale eccezionale per diffondere informazioni importanti, da parte di fonti autorevoli, in grado di minimizzare o quanto meno ridurre significativamente il rumore tipico di tali mezzi di comunicazione. 

Solo qualche giorno prima (il 15 novembre) la stessa ProCiv organizzava un seminario magnifico dal titolo “La protezione civile e i social media: comunicare il rischio e il rischio di comunicare” (Sic!).  A leggere i motivi per i quali è stato organizzato si capisce quanto il sistema di comunicazione del rischio e dell’emergenza italiano sia rimasto al palo mentre il mondo cambiava: 

I social network stanno diventando a tutti gli effetti i nuovi mass-media, il luogo dove, sempre più, le cose accadono e dove le informazioni viaggiano continuamente. La loro velocità di propagazione, i tempi di reazione e i flussi polidirezionali impattano non solo sulla forma ma anche sui contenuti della comunicazione tradizionale, mettendone in discussione il modello, il linguaggio e le priorità.
Il Sistema di protezione civile non può rimanere indifferente a questi mutamenti. Ma l’utilizzo dei social media, se vuole tradursi in un razionale ed efficace servizio per la comunità, presenta difficoltà e problemi – quali l’attendibilità, la verificabilità e la validazione delle informazioni – che meritano un’attenta riflessione, soprattutto in considerazione della specificità del modello italiano di protezione civile.
Per questo il Dipartimento della Protezione Civile ha deciso di iniziare un percorso di studio con l’intenzione di potenziare e affinare progressivamente gli strumenti di comunicazione con i cittadini. La giornata “La protezione civile e i social media: comunicare il rischio e il rischio di comunicare” vuole essere un primo passo in questa direzione

Siamo ancora al Neolitico dunque. Non lo dico per essere iper-critico, ma non sopporto che un sistema così importante come quello di protezione civile ritenga che i social media “stanno diventando” i nuovi mass-media: sono già dei mass-media! Facebook conta più di 1miliardo di utenti, dei quali 550milioni attivi ogni giorno. Twitter ha numeri inferiori e un po’ meno certi ma le news e lo scambio rapido di informazioni/commenti passano sempre più spesso per i cinguettii, soprattutto quando si tratta di eventi di massa. La scossa di terremoto che ha poi generato lo tsunami in Giappone può darci un esempio: nell’immagine sotto vedete il numero di tweet per minuto provenienti da diverse parti del mondo subito dopo la scossa.

Immagine e dati da Twit-o-Meter
Immagine e dati da Twit-o-Meter

È evidente come Twitter sia un canale privilegiato nel trasportare l’informazione: in caso di emergenza molte persone riportano la loro esperienza e cercano al contempo delle risposte alle loro domande (cosa è successo? Cosa è stato? Cosa devo fare? Dove devo andare?).

Se non fosse chiaro, sempre rimanendo all’esperienza giapponese:

  • La Tepco, nel marzo 2011, dopo lo tsunami ha attivato un account Twitter per comunicare ufficialmente su black-out o perdite radioattive: 190mila followers in meno di un giorno, diventati rapidamente 300mila
  • Successivamente la Tepco ha aperto 25 diversi account specifici per aree diverse per fornire informazioni alla cittadinanza
  • L’ambasciata Usa incoraggia gli americani in territorio giapponese a utilizzare sms e social media (Facebook, Myspace, Twitter…) per mettersi in contatto coi propri cari
  • Il primo ministro giapponese lancia un account Twitter in lingua inglese per fornire aggiornamenti

Tornando agli Usa, dopo l’attentato con le bombe durante la maratona di Boston la polizia attivò subito un account Twitter per fornire informazioni: da lì arrivo anche l’annuncio della cattura dell’attentatore.

Ma anche in Italia a fronte di qualche evento particolare Twitter diventa un canale -se non “il” canale- tramite cui passa molta informazione,: il caso tragico della Sardegna è un esempio lampante. Dove colpevolmente non è arrivata la comunicazione istituzionale (o è arrivata con troppo ritardo) è arrivato il fai da te con l’hashtag #allertameteoSAR (lanciato dall’utente @insopportabile) che ha identificato il flusso di tweet dentro il quale i cittadini -compresi i tanti colpiti dall’alluvione- si scambiavano informazioni.

Il problema in questi casi è che mancano le informazioni qualificate, quelle che permettono di capire quali siano i comportamenti migliori da tenere. Ad esempio il M5S tramite il blog di Beppe Grillo ha invitato chi lo desiderasse e si sentisse pronto a mandare una mail con i propri dati per andare ad aiutare gli operatori della protezione civile, con l’avvertenza che i selezionati avrebbero dovuto essere pronti con sacco, cena, vestiario e spirito adatto nel giro di circa un’ora. Il problema è che la protezione civile non ha richiesto nessun aiuto di questo tipo e mandare allo sbaraglio delle persone, selezionate non si sa in base a cosa -anche con la generosità del gesto- può metterle inutilmente a rischio nonché intralciare l’operato di chi interviene con competenza. In questo caso avere un centro per il controllo del rumore nell’informazione avrebbe permesso di bloccare o quanto meno dare una versione ufficiale della vicenda da parte della ProCiv (ad esempio: “non abbiamo mandato alcuna richiesta di aiuto, rimanete al sicuro, non esponetevi a pericoli”). Un altro esempio, questa volta in un campo più allargato rispetto alla sola Protezione Civile, è quello degli aiuti: se le istituzioni utilizzassero più e meglio i social media si potrebbe controllare la diffusione di conti correnti fasulli cui mandare gli aiuti economici fornendo un elenco di quelli validati e verificando quasi in tempo reale i dubbi dei cittadini.

Siamo al Neolitico, dicevo,  perché la Protezione Civile italiana non può fare “un primo passo” e “iniziare un percorso di studio” a fine 2013 sulla comunicazione tramite i social media virtuali quando questi sono un fenomeno acclarato da tempo nel panorama della comunicazione. Al di là dell’Atlantico, mentre noi iniziamo a studiare, hanno già tirato un paio di righe e tratto delle conclusioni:

Sono finiti i giorni della comunicazione a senso unico, dove solo le fonti ufficiali forniscono bollettini sui disastri. (Dina Fine Maron, How Social Media Is Changing Disaster Response, Scientific American, giugno 2013)

Il National preparedness report della Fema (Federal Emergency Management Agency, la loro Protezione Civile) analizza il ruolo dei social media nella risposta alle emergenze e rileva che:

 […] most emergency management agencies use social media primarily to push information to the public.

Come ha fatto la stessa Fema durante l’uragano Sandy: per limitare il diffondersi di notizie false (e pericolose in una situazione d’emergenza) ha realizzato un sito per il “Rumor Control” e, contemporaneamente ha sfruttato il crowdsourcing per identificare e fare una prima conta dei danni grazie al contributo dei cittadini.

Il concetto, insomma, è quello di coprire i canali più diffusi e utilizzati per fornire informazioni corrette su ciò che è avvenuto, su ciò che sta avvenendo e su ciò che si deve fare per non mettere in pericolo se stessi e gli altri. Qui siamo rimasti, mi pare, all’idea che ci sia la buona informazione (quella fatta attraverso la tv e i giornali di carta) e la cattiva informazione: quella di internet e dei social media virtuali dove tutti possono dire quel che gli pare. Ma è proprio qui il problema: internet e i social media esistono a prescindere dal giudizio di qualità e tramite loro passa l’informazione: esserne consci e coprire al meglio questi territori è uno dei compiti specifici di qualsiasi moderno ed efficiente sistema di protezione civile.