E se fosse semplicemente sbagliata?

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E se fosse semplicemente sbagliata? La sentenza intendo, quella che nel panorama scientifico italiano  fra poco verrà scritta con la “s” maiuscola, quella che in tanti, anche a livello internazionale hanno criticato perché oh, cari giudici medievali, i terremoti non si possono prevedere, stronzi.

Mi sono già espresso due volte su questo blog e ho avuto modo in altre sedi, solitamente Facebook o altri blog, di spiegare la mia posizione sulla sentenza che ha condannato al carcere per omicidio colposo i membri che, durante il terremoto del 6 aprile 2009 a L’Aquila, componevano la Commissione grandi rischi. Ho provato a spiegare che quella sentenza, che magari (e me lo auguro) verrà completamente ribaltata in appello non è una sentenza contro la scienza e non richiede poteri da sciamano a nessuno.

Ieri è uscita una lettera aperta di Enzo Boschi, presidente dell’Ingv ai tempi e anche membro della Cgr, dunque uno dei condannati. Buona parte delle persone che difendono scienza e metodo scientifico (sono fra loro) hanno linkato questa lettera per sottolineare ancora una volta quanto sia assurdo un Paese che condanna gli scienziati per non aver previsto una cosa imprevedibile (non sono fra loro). Anche Boschi è sostanzialmente su questa linea di pensiero e utilizza una frase che credo galvanizzerà molti:

“Rivendico la validità del metodo scientifico e sono pronto a sostenere le mie affermazioni fino a subirne anche pesanti conseguenze, come di fatto già mi sta accadendo. Intendo difendere un principio per me e per qualunque Scienziato non negoziabile: quello della assoluta indipendenza della Ricerca, soprattutto dalla Magistratura!”

Beninteso, Boschi può fare le affermazioni che vuole per difendersi, in gioco c’è la sua libertà e la sua vita, e dato che crede di essere innocente (sostanzialmente lo credo anche io, anche se non credo abbia agito al meglio) è giusto che urli e faccia conoscere la sua posizione. Ma, a differenza di Corrado Clini e tanti altri, pur con tutto lo sforzo possibile, non riesco a considerarlo un Galileo dei nostri tempi, anzi, ritengo questo accostamento decisamente inutile e fuorviante.

La Cgr è stata condannata per un motivo molto semplice: avrebbe violato le norme che ne disciplinano la funzione e tale violazione avrebbe un nesso causale con alcune morti. Questo non va dimenticato quando si dice che la condanna è stata contro la scienza. No, la condanna, anche se fosse sbagliata, è stata contro delle persone che si ritiene abbiano violato la legge. Due in particolare sarebbero le norme violate: quella attinente alla previsione del rischio (non dell’evento specifico) e quella attinente alla corretta informazione. A questo vanno aggiunte un paio di paroline: nel caso di specie. Vale a dire che quelle norme sono state violate non in tutta l’attività svolta dalla Cgr fin lì ma in quella particolare occasione, anzi particolarissima occasione data l’anomalia delle modalità di riunione e i motivi “mediatici” per i quali era stata convocata (cosa che non rientra nei compiti normali dell’organo in questione). Ecco perché alcuni commentatori, me compreso, hanno riassunto la questione come una condanna per cattiva comunicazione del rischio: perché è una definizione che racconta in maniera sintetica il processo e ciò che è accaduto.

Va ricordato anche che la Cgr non è un ente statale che fa scienza, è un organo di consulenza ed è organo propositivo di azioni atte a prevenire il rischio. In quel particolare momento la Commissione, stando al ragionamento del giudice, aveva su di sé anche un ulteriore obbligo di comunicazione, più esteso di quello che aveva in condizioni “normali”, che proprio per le modalità di svolgimento della riunione sarebbe stato violato. Se i suoi membri erano scienziati, la loro attività -al suo interno- non era di tipo prettamente scientifico, e quindi il più possibile libera, ma giuridica: le linee qui le detta la legge e la legge disciplina comportamenti, detta le azioni da compiere, mette paletti, crea obblighi e doveri.

È questo che mi piacerebbe passasse nella discussione: se anche si vuole criticare la sentenza -e io, a differenza della linea cretina e amorfa che tiene il Pd, sono uno di quelli che sostiene che le sentenze si accettano sì ma si devono anche commentare e criticare- si deve cercare di evidenziare come gli obblighi e le condotte richieste dalla legge siano stati perfettamente rispettati facendo così cadere l’eventuale nesso causale, di rilievo penale, all’origine. Il fatto che entrino in gioco anche valutazioni scientifiche è una questione incidentale. Se anche la valutazione dei dati scientifici fosse stata fatta in modo grossolano ed erroneo da parte del giudice, come molti più esperti di me sostengono, ebbene, quella valutazione qualifica un errore di interpretazione, sicuramente importantissimo ai fini della sentenza che però non la fa diventare, solo per questo, contro la scienza o contro gli scienziati. Diventa, “semplicemente”, una sentenza sbagliata, come tante altre, verso imputati che avevano una posizione particolare.
Ragionare laicamente su questa sentenza –i cui effetti concreti costituiscono effettivamente un vulnus per il sistema della Protezione civile italiana-, dovrebbe condurre a due strade: la prima è quella che porta a ragionare sugli eventuali errori contenuti nella sentenza, ma senza forzare uno scontro -che non esiste- fra scienza e giudici nostalgici del medioevo; la seconda porta invece ad aprire un dibattito serio ed ampio sulla comunicazione del rischio, vero punto nodale di tutta la storia che, a furia di concentrarsi quasi esclusivamente sul suddetto scontro, verrà tragicamente perso in qualche in pozzanghera, fino alla prossima volta.

Una ristretta cerchia di specialisti

Una della conseguenze maggiori del progresso scientifico è che le conoscenze acquisite dagli scienziati si discostano sempre più sia dall’esperienza comune e si fanno sempre più specialistiche. La filosofia offre un buon esempio: agli albori del pensiero scientifico, i filosofi erano anche scienziati esperti un po’ di tutto, mentre oggi è difficilissimo trovare scienziati-filosofi che sappiano discorrere in egual misure delle nuove conseguenze della fisica delle particelle, di biologia e scienze cognitive.

Gli scienziati diventano sempre più degli specialisti. Questa situazione, che ha tante implicazioni anche in termini di pensiero scientifico e capacità di vedere il mondo nel suo complesso, si riflette anche in un piano più vicino alla nostra vita quotidiana, quello del rapporto fra lo Stato e la scienza. Ad esempio, per valutare le dosi minime che rendono una sostanza pericolosa e dunque vietata lo Stato si affida alle conoscenze scientifiche per poi emanare delle leggi conseguenti. Ogni volta che compriamo un farmaco, autorizzato alla vendita, lo Stato ha aperto le porte del suo potere a una conoscenza ‘esterna’ e specialistica per la valutazione sulla sicurezza. Ma anche quando viene predisposta una normativa sulla sicurezza edilizia, lo Stato si avvale di conoscenze esterne e specifiche. Un altro campo in cui ciò avviene, e mi accingo finalmente a toccare l’argomento principe di questo post, è nel caso della ormai famigerata Commissione Grandi Rischi. Lo Stato ha predisposto, più o meno dalla metà degli anni ’80, un organo tecnico-scientifico (anche profondamente mutato nel tempo), che valuti, avvalendosi di conoscenze molto specifiche e interdisciplinari, il rischio sottostante il probabile o possibile verificarsi di alcuni avvenimenti di tipo potenzialmente catastrofico.

Quest’organo, che dal 2001 è diventato la Commissione che oggi conosciamo, come sappiamo, è stato condannato lo scorso anno dal Tribunale de L’Aquila per omicidio colposo lo scorso 22 ottobre. Immediatamente buona parte della comunità scientifica di casa nostra, ma anche internazionale, prese le difese dei membri della commissione, accusando più o meno velatamente, il giudice Marco Billi, di aver condannato la scienza in un processo alla scienza. Il ministro Clini aveva addirittura paragonato uno dei componenti, Enzo Boshi, a Galileo. Insomma l’aria, all’interno della cerchia scientifica, era quella di doversi mettere a tutti i costi sulla difensiva accusando l’Italia arretrata che processa gli scienziati. Personalmente ho tenuto a fare i miei distinguo da questa posizione che ho trovato subito molto scorretta e piuttosto annebbiata (ne ho parlato qui) e, come me, qualche eccezione si è vista, ma non ha avuto troppo seguito.

Qualche giorno fa sono uscite le tanto attese motivazioni alla sentenza, quelle che tutti -soprattutto fra i ‘difensori della scienza’- si erano ripromessi di leggere e commentare appena uscite. Ho paura che finiranno nel dimenticatoio (sempre dal lato scientifico) così come colpevolmente è rimasto l’intero processo prima della sentenza. Spero di essere smentito, ma nel frattempo dico la mia.

La mia posizione, subito dopo la notizia della condanna era che il giudice aveva punito i membri della Commissione per aver comunicato male il rischio nonostante le informazioni date dal lato scientifico fossero state corrette. In linea generale confermo quanto già detto. Nella motivazione, di quasi mille pagine, si può leggere con estrema chiarezza che l’accusa non riguardava la mancata previsione del sisma del 6 aprile, in particolare mi pare chiarificatore questo passaggio:

il giudizio di prevedibilità/evitabilità, su cui si basa la responsabilità per colpa nel capo di imputazione, non andava calibrato sul terremoto quale evento naturale, bensì sul rischio quale giudizio di valore, al fine di tutelare l’integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità naturali, catastrofi o altri grandi eventi che determinano situazioni di grave rischio“.

Il giudice in questo passaggio (pag 211) incentra la responsabilità in modo specifico sul dettato di legge: l’art. 5 della legge 401/2001 dove è scritto che il compito della Commissione Grandi Rischi è quello di “svolge[re] attività consultiva tecnico-scientifica e propositiva in materia di previsione e prevenzione delle varie situazioni di rischio“.

Quello che si contesta è che, in tale compito, i condannati hanno proceduto ad un’ analisi errata e inidonea degli indicatori di rischio e a una carente informazione“.

Tale rischio è stato sottovalutato e, soprattutto, si è lasciata trapassare una informazione rassicurante. La sottovalutazione del rischio (previsione e prevenzione) viene dalle affermazioni circa l’improbabilità di un evento sismico forte rafforzate da testimonianze dei presenti (in particolare quelle di Del Pinto (pag. 113) e dell’assessore regionale Stati (pag 656) alla quale era stata data specifica indicazione di “non creare allarmismi e […] di poter tranquillizzare“. Inoltre, senza smentita o alcuna presa di posizione contraria, Emma D’Aquino nel tg1 delle 20 del 31 marzo 2009 diceva: “Una situazione normale, dicono gli esperti, per una zona a rischio come L’Aquila, nessuna preoccupazione avverte la Protezione Civile“.

Il rischio non solo sembra essere stato sottovalutato, bensì sembra essere stato proprio ignorato, tanto che la famosa intervista di De Bernardinis in cui si parlava di un rilascio di energia continuo come situazione favorevole, non viene in alcun modo rettificata, nonostante fosse antecedente alla famosa riunione del 31 marzo (pag. 284), quella che poi si scoprirà essere un’operazione mediatica indetta da Bertolaso.

Da qui il giudizio del giudice: “l’attività di previsione, prevenzione ed analisi del rischio è stata svolta in maniera superficiale, approssimativo generico, con affermazioni apodittiche ed autoreferenziali, del tutto inefficaci rispetto ai doveri normativamente imposti“. In poche parole la Commissione ha svolto in quella riunione fondamentale una “carente analisi del rischio“. Lo ripeto di nuovo, il giudice non chiedeva ai membri della commissione, né lo fa la legge, di prevedere un qualsiasi evento sismico, bensì chiedeva di prevedere il rischio e infatti: levitabilità del danno non è da intendersi in relazione al mancato allarme ma all’inidonea valutazione del rischio e alla inidonea informazione. Testualmente: “In questa sede […] viene dato per scontato il fatto che non è possibile prevedere con certezza una scossa futura“, ovvero non si richiedeva alcun tipo di previsione deterministica. Poi c’è il contrasto fra alcune affermazioni di Boschi sulla ripetitività millenaria dei terremoti nella zona contrasta con almeno un documento distribuito da Selvaggi al Dipartimento della protezione civile intitolato “Rapporto d’evento del 31-3-2009”: qui si legge che i terremoti storici in L’Aquila sono stati accompagnati da intensa attività sismica [anni 1461 e 1704]: “quasi la totalità dei terremoti aquilani è consistita in periodi sismici connotati da scosse premonitrici, una scossa principale e numerose repliche”. Inoltre, rileva il giudice, proprio i segni premonitori sono strumenti da utilizzare nella valutazione e previsione del rischio (non nella previsione dell’evento). In questo caso non è stato -colpevolmente- così. Insomma un po’ di idee confuse…

Ma la colpa (di cui dopo parlerò) non finisce qui, perché i membri della Commissione, accettando di partecipare a una riunione aperta a tutti nel rispetto dell’operazione mediatica voluta da Bertolaso, hanno assunto su di sé anche un dovere ulteriore: quello della corretta informazione sul rischio. Da organo consultivo e propositivo, in quel momento avevano un ben preciso dovere informativo in quanto facenti parte di un organismo statale soggiacente agli obblighi di informazione che ha la Pubblica Amministrazione. In questo caso, l’informazione sul rischio è mancata o è stata eterodiretta (ma in modo consapevole) a fini rassicurativi. Ovvero c’è una colpa nell’adesione all’operazione mediatica, concretizzatasi nell‘eliminazione dei filtri normativamente imposti tra la Commissione e la popolazione: “tale comunicazione diretta, favorita dall’autorevolezza della fonte, ha amplificato l’efficacia rassicurante del messaggio trasmesso“.

La colpa. Pietro Greco, anche in una recente intervista rilasciata per Linkiesta a Daniela Patrucco pur inquadrando bene (a mio avviso) la sentenza, mostra perplessità riguardo la pena uguale per tutti i membri della Commissione, stante il principio della personalità della responsabilità penale. Tradotto se ognuno è responsabile solo di quello che fa o dice come è possibile che tante persone siano ugualmente responsabili in questo caso? Nella motivazione il giudice dà una risposta secondo me abbastanza chiara e condivisibile fondata sull’articolo 113 del Codice penale sulla cooperazione nel delitto colposo: “Nel delitto colposo, quando l’evento è stato cagionato dalla cooperazione di più persone, ciascuna di queste soggiace alle pene stabilite per il delitto stesso.”

Qui sorge qualche problema interpretativo. L’art. 113 secondo alcuni riguarda i delitti colposi di evento a forma vincolata (ovvero con determinate modalità) o i delitti colposi di mera condotta. Per i delitti colposi a forma libera, che possono essere compiuti in ogni modo e per i quali il legislatore non ha voluto limitare la sua tutela a determinate modalità, si applicherebbero le norme specifiche del caso e chiunque contribuisca all’evento è soggetto alla pena prevista dalla legge. Un esempio di delitto colposo di evento a forma libera è proprio l’omicidio colposo (art 589 del codice penale: “Chiunque cagiona per colpa la morte di una persona è punito […]”, ovvero ciò di cui sono stati accusati i membri della Commissione. La Corte di Cassazione (sent. 1786/2009) ha però abbracciato una via interpretativa leggermente diversa e sostiene che l’art. 113 svolge una “funzione estensiva dell’incriminazione rispetto all’ambito segnato dal concorso di cause colpose indipendenti, coinvolgendo anche condotte atipiche, agevolatrici, incomplete, di semplice partecipazione, che per assumere concludente significato hanno bisogno di coniugarsi con altre condotte“. Non cambia granché, anche perché nella prima interpretazione l’art. 113 serve ad attribuire rilevanza penale ai comportamenti atipici che contribuiscono a far verificare una fattispecie delittuale a forma tipica (se posso violare la norma X solo compiendo l’azione Y, l’art. 113 estende la rilevanza penale anche nei confronti di un altro soggetto che pur compiendo un’azione diversa da Y ha cooperato alla sua realizzazione), considerando però qualsiasi cooperazione rilevante nei delitti a forma libera.

Al di la di queste noie giuridiche, la cooperazione c’è quando gli agenti sono consapevoli di agire insieme anche se non sono consapevoli che uno di essi agisce con colpa. Quest’ultima affermazione va chiarita -perché nasconde il pericolo di estendere troppo la condotta incriminante- e il giudice lo fa, richiamando ancora la Cassazione che ha stabilito precisi limiti: “la consapevolezza del carattere colposo della condotta dell’altro cooperante non è necessaria solo quando “il coinvolgimento integrato di più soggetti sia imposto dalla legge, da esigenze organizzative connesse alla gestione del rischio, o almeno sia contingenza oggettivamente definita senza incertezze e pienamente condivisa sul piano della consapevolezza”.”  [qui se ne parla in modo più esaustivo]

Ricadiamo così proprio nel caso di specie che riguarda i membri della Commissione: il loro coinvolgimento integrato è previsto per legge: hanno agito in un “intreccio cooperativo” e sono tutti soggetti allo stesso grado di colpa avendo tutti il “dovere di agire tenendo conto delle condotte e del ruolo altrui”. “Ciascuno degli imputati, proprio in ragione della qualità contestata e della consapevole partecipazione alla riunione, rispondono a titolo personale di tutti i profili di colpa che qualifica la condotta cooperativa“. Una colpa grave perché è “ampia e netta la divaricazione fra condotta in concreto e condotta precauzionale applicabile“.

Una colpa che ha contribuito alla morte di alcune persone in un concorso di cause tra condotta degli imputati e fattori indipendenti dalla loro volontà, come la forte scossa e la vulnerabilità degli edifici. Ma questi fattori indipendenti erano dentro la sfera di prevedibilità che gli imputati avevano quando dovevano valutare il rischio. Ecco perché serve a poco -pur essendo una domanda più che legittima e meritevole di azioni giudiziarie pesanti- chiedersi in questo caso perché non vengano puniti gli amministratori o i costruttori negligenti. Considerarli come dei “capri espiatori” non è altro che l’ennesimo gioco ad individuare le colpe altrove. È fuor di dubbio che le colpe stiano anche altrove, ma questo non significa che gli scienziati-imputati-condannati siano da considerare senza responsabilità. Il giudice non ha colpa se davanti a lui vengono presentate accuse contro alcuni soggetto e non contro tutti quelli che potrebbero essere considerati responsabili. Giudica in base a quello che ha davanti.

Infine, il punto secondo me più importante per giudicare questa sentenza: i membri della Commissione non sono stati giudicati in quanto scienziati che hanno espresso una loro opinione o una loro tesi scientifica, sono stati giudicati perché scienziati inseriti in un apparato statale con precisi obblighi normativi che sono stati ritenuti violati (magari in appello si ribalta tutto, ma non è questo il punto adesso). Facevano parte di un organo di previsione e valutazione del rischio in quanto esperti con conoscenze superiori, rappresentando il meglio professionalmente auspicabile. Una volta entrati nella Commissione, soprattutto nelle circostanze particolari del caso, il loro essere scienziati non limitava più le loro affermazioni al campo del dibattito scientifico, e questo il giudice lo dice esplicitamente: “non si tratta di ‘processo alla scienza’ ma di processo a sette funzionari pubblici, dotati di particolari competenze e conoscenze scientifiche, chiamati per tali ragioni a
comporre una commissione statale. […] Il giudizio di penale responsabilità non deve essere condotto, dunque, assumendo come parametro metodologico le affermazioni scientifiche degli
imputati e ricercando argomentazioni scientifiche di segno contrario o seguendo una intime conviction, […]. Al contrario il giudizio di penale responsabilità assume un parametro metodologico di tipo esclusivamente normativo“.
Queste ultime parole racchiudono tutto il senso della decisione.

Quegli scienziati quando sono diventati funzionari dello Stato hanno assunto su di sé una grande responsabilità giuridica perché la loro scelta è dovuta alle loro particolarissime qualità di esperti, valutabile e quantificabile utilizzando uno standard molto alto, diverso da quello utilizzabile per l’uomo medio  e perfino per il professionista, ma adatto alle loro conoscenze e alle loro funzioni (insieme): ad essi viene perciò  richiesto, come dice la Suprema Corte  “di non limitare l’esame agli elementi che appaiono certi alla loro percezione, ma devono anche ipotizzare l’esistenza di situazioni non direttamente e immediatamente percepibili, ma la cui esistenza non possa essere esclusa nella situazione contingente con una condotta di previsione adeguata alle loro qualità’  ovvero con una condotta di previsione degli sviluppi causali parametrata in
base alle loro (non comuni) capacità, alle loro (non comuni) competenze e alle
loro (non comuni) conoscenze.

Lo standard per valutare la loro responsabilità penale è dunque molto elevato, il più elevato, quello appartenete all‘uomo più esperto o alla ristretta cerchia di specialisti.

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L’importanza di comunicare il rischio

Leggo da troppe parti commenti che non trovo corretti riguardo la sentenza con la quale oggi sono stati condannati alcuni scienziati membri della Commissione Grandi Rischi ai tempi del terremoto de L’Aquila.

Gli argomenti trovano il loro fulcro nel vedere la condanna come un macigno sulla scienza e sugli scienziati, rei alternativamente di a) non aver previsto il terremoto; b)aver agito bene sostenendo l’impossibilità di prevedere un terremoto diventando vittime della mala giustizia. Nessuno prende in considerazione l’ipotesi c) hanno “comunicato il rischio” nel modo giusto?

Se analizziamo il verbale della famosa riunione ci accorgiamo che non si parla di rischio, da nessuna parte, ma solo di probabilità o di confutare gente, come Giampaolo Giuliani, che afferma di prevedere il sisma. Si parla al futuro, di rafforzare le fasi di intervento per le emergenze e le costruzioni, ma sono espressioni generiche, un si dovrà fare imprecisato. Manca invece la parte comunicativa, che poi si è espressa con la frase di De Bernardinis: “Gli scienziati continuano a dirmi che non c’è un pericolo, anzi la situazione è favorevole perché c’è un rilascio continuo di energia”. Errore non solo scientifico (perché l’aggettivo favorevole non ha senso), magari frutto di colloqui privati, ma soprattutto comunicativo: suona come una rassicurazione laddove non può esserci e quando si parla di rischi in generale, bisogna andare cauti con le rassicurazioni.

Quel che non si vede è il vero motivo del processo: la comunicazione del rischio.

Quegli scienziati non erano accusati di non aver previsto il terremoto ma, principalmente, di aver comunicato male, fornendo un’informazione non corretta e causando comportamenti conseguenti da parte della cittadinanza. E’ questo ciò di cui si è discusso ed è qui che il dibattito deve rimanere. Possiamo porci tutti gli interrogativi che vogliamo, chiederci se la sentenza non sia un po’ troppo dura e sproporzionata (cosa che io penso), chiederci se quegli scienziati fossero in buona fede, o avessero agito in maniera superficiale oppure se Bertolaso abbia fatto La cazzata coinvolgendo persone qualificate in un’operazione meschina e farlocca. Possiamo speculare di ciò che vogliamo su questa sentenza, purché si rimanga sul piano della comunicazione: come Commissione Grandi Rischi hanno sbagliato? Hanno agito male? Hanno colpe? Si poteva fare diversamente con gli strumenti, i dati e le conoscenze disponibili? Hanno comunicato bene? E’ stato corretto far passare un messaggio tranquillizzante anziché mantenere chiaramente sospeso il giudizio? Non poter prevedere qualcosa significa rimanere in uno stato di impreparazione costante in caso di emergenze? Quali sono i doveri della Commissione? ecc ecc.

E’ di questo che dobbiamo parlare, della Commissione Grandi Rischi, del ruolo degli scienziati in essa e del ruolo fondamentale della comunicazione in questi casi. Stop. Tutto il resto, comprese le ben più gravi responsabilità degli amministratori locali e dei costruttori (vale per tutta l’Italia) sono altre questioni, importanti ma fuori dal discorso.Ho paura che si cerchi invece una sorta di “vittimismo scientifico” che non fa altro che sviare e perdere il fuoco del problema pur di sottolineare che la scienza non ha sbagliato e che gli scienziati sono vittime o capri espiatori.

Questi scienziati hanno esposto le cose in modo scientificamente corretto ma la comunicazione al pubblico è un’altra cosa, che lo vogliate o meno, soprattutto dopo un lungo periodo di tensione dovuto proprio alle precedenti scosse. Questa vicenda dovrebbe essere lo spunto per parlare di comunicazione del rischio, materia complessa, complessissima, che meriterebbe approfondimenti e dibattiti seri. Da li partire per giudicare la sentenza, per individuare negli scienziati -se c’è (cosa che io non do per scontata)- una parte delle responsabilità della tragedia, per discutere del futuro della comunicazione in situazioni che rivederemo più in là negli anni, quando saremo ancora impreparati e pronti a cercare interpretazioni comode e semplici. Mentre ancora nessuno avrà la minima idea di cosa dirci e come dircelo.

Tutto qui, mi piacerebbe che la discussione su questa condanna si svolgessi sui binari in cui dovrebbe stare e non in altri, perché il problema è principalmente un problema di comunicazione del rischio non di una magistratura ascientifica, folle ecc ecc. Non questa volta almeno.

PS:

1. E per piacere non iniziamo a dire che se avessero ritenuto di prendere misure preventive sarebbero stati accusati di procurato allarme dopo aver visto pochi giorni fa un allarme maltempo andato in fumo nelle grandi città senza che nessun sindaco venisse trascinato in tribunale. Il problema è ben più complesso.

1bis. Ho letto commenti, soprattutto su facebook, che indirizzano il problema sul fatto che l’italiano medio non capisca la probabilità o il linguaggio della scienza, bé a) non è tenuto a farlo; b) se l’uomo comune non capisce la scienza, spesso il problema è della scienza che non sa comunicare, meno arroganza non guasterebbe.

1ter. Ovviamente una comunicazione migliore non prevede per forza l’evacuazione della città, né uno stato di allarme rosso, ma semplicemente dichiarazioni prudenti, l’invito a non abbassare la guardia o altre indicazioni.

2. Potete trovare buoni spunti ai seguenti link:

http://blogs.scientificamerican.com/guest-blog/2012/10/22/the-laquila-verdict-a-judgment-not-against-science-but-against-a-failure-of-science-communication/

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/tanti-errori-sul-terremoto-dellaquila

http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=12366

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/condannati-cattiva-comunicazione-della-scienza-0

http://www.cattivamaestra.it/2012/10/sentenza-processo-aquila-grandi-rischi.html

http://blogs.nature.com/news/2012/09/porsecution-asks-for-four-year-sentence-in-italian-seismology-trial.html