Ricostruire una città, tutti insieme

Non c’è bisogno che vi racconti cosa è successo a Napoli e che fine ha fatto la Città della scienza [se non lo sapete potete trovare informazioni quiqui, qui e anche qui]. Fatto sta che è andata in fumo, bruciata per mano di non si sa chi e ancora non si sa per cosa, ma va ricostruita: era un simbolo di cultura, progresso, larghe vedute. Era un simbolo per la tanto bistrattata scienza in Italia. Non ci sono mai stato e me ne rammarico, non potrò più farlo. Potrò, io come tanti altri, andare a vedere ciò che noi tutti, agendo insieme, potremmo costruire già da oggi donando un piccolo contributo in denaro, oppure merci o perfino competenze utili.

Sul sito DeRev troverete tutte le informazioni utili (e ufficiali). Basta poco, ciascuno secondo le sue possibilità in questo momento di crisi. Ma non possiamo lasciare il sorriso stampato sulla faccia di chi ha voluto compiere questo scempio.

Erigere una nuova città della scienza -fino ad oggi  fonte di conoscenza e di lavoro-, un nuovo fortino per il sapere e per l’intelligenza in una città problematica come Napoli è un imperativo per non lasciare l’Italia in mano ai bravi dell’ignoranza e del sopruso. Diamoci da fare.

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L’importanza di comunicare il rischio

Leggo da troppe parti commenti che non trovo corretti riguardo la sentenza con la quale oggi sono stati condannati alcuni scienziati membri della Commissione Grandi Rischi ai tempi del terremoto de L’Aquila.

Gli argomenti trovano il loro fulcro nel vedere la condanna come un macigno sulla scienza e sugli scienziati, rei alternativamente di a) non aver previsto il terremoto; b)aver agito bene sostenendo l’impossibilità di prevedere un terremoto diventando vittime della mala giustizia. Nessuno prende in considerazione l’ipotesi c) hanno “comunicato il rischio” nel modo giusto?

Se analizziamo il verbale della famosa riunione ci accorgiamo che non si parla di rischio, da nessuna parte, ma solo di probabilità o di confutare gente, come Giampaolo Giuliani, che afferma di prevedere il sisma. Si parla al futuro, di rafforzare le fasi di intervento per le emergenze e le costruzioni, ma sono espressioni generiche, un si dovrà fare imprecisato. Manca invece la parte comunicativa, che poi si è espressa con la frase di De Bernardinis: “Gli scienziati continuano a dirmi che non c’è un pericolo, anzi la situazione è favorevole perché c’è un rilascio continuo di energia”. Errore non solo scientifico (perché l’aggettivo favorevole non ha senso), magari frutto di colloqui privati, ma soprattutto comunicativo: suona come una rassicurazione laddove non può esserci e quando si parla di rischi in generale, bisogna andare cauti con le rassicurazioni.

Quel che non si vede è il vero motivo del processo: la comunicazione del rischio.

Quegli scienziati non erano accusati di non aver previsto il terremoto ma, principalmente, di aver comunicato male, fornendo un’informazione non corretta e causando comportamenti conseguenti da parte della cittadinanza. E’ questo ciò di cui si è discusso ed è qui che il dibattito deve rimanere. Possiamo porci tutti gli interrogativi che vogliamo, chiederci se la sentenza non sia un po’ troppo dura e sproporzionata (cosa che io penso), chiederci se quegli scienziati fossero in buona fede, o avessero agito in maniera superficiale oppure se Bertolaso abbia fatto La cazzata coinvolgendo persone qualificate in un’operazione meschina e farlocca. Possiamo speculare di ciò che vogliamo su questa sentenza, purché si rimanga sul piano della comunicazione: come Commissione Grandi Rischi hanno sbagliato? Hanno agito male? Hanno colpe? Si poteva fare diversamente con gli strumenti, i dati e le conoscenze disponibili? Hanno comunicato bene? E’ stato corretto far passare un messaggio tranquillizzante anziché mantenere chiaramente sospeso il giudizio? Non poter prevedere qualcosa significa rimanere in uno stato di impreparazione costante in caso di emergenze? Quali sono i doveri della Commissione? ecc ecc.

E’ di questo che dobbiamo parlare, della Commissione Grandi Rischi, del ruolo degli scienziati in essa e del ruolo fondamentale della comunicazione in questi casi. Stop. Tutto il resto, comprese le ben più gravi responsabilità degli amministratori locali e dei costruttori (vale per tutta l’Italia) sono altre questioni, importanti ma fuori dal discorso.Ho paura che si cerchi invece una sorta di “vittimismo scientifico” che non fa altro che sviare e perdere il fuoco del problema pur di sottolineare che la scienza non ha sbagliato e che gli scienziati sono vittime o capri espiatori.

Questi scienziati hanno esposto le cose in modo scientificamente corretto ma la comunicazione al pubblico è un’altra cosa, che lo vogliate o meno, soprattutto dopo un lungo periodo di tensione dovuto proprio alle precedenti scosse. Questa vicenda dovrebbe essere lo spunto per parlare di comunicazione del rischio, materia complessa, complessissima, che meriterebbe approfondimenti e dibattiti seri. Da li partire per giudicare la sentenza, per individuare negli scienziati -se c’è (cosa che io non do per scontata)- una parte delle responsabilità della tragedia, per discutere del futuro della comunicazione in situazioni che rivederemo più in là negli anni, quando saremo ancora impreparati e pronti a cercare interpretazioni comode e semplici. Mentre ancora nessuno avrà la minima idea di cosa dirci e come dircelo.

Tutto qui, mi piacerebbe che la discussione su questa condanna si svolgessi sui binari in cui dovrebbe stare e non in altri, perché il problema è principalmente un problema di comunicazione del rischio non di una magistratura ascientifica, folle ecc ecc. Non questa volta almeno.

PS:

1. E per piacere non iniziamo a dire che se avessero ritenuto di prendere misure preventive sarebbero stati accusati di procurato allarme dopo aver visto pochi giorni fa un allarme maltempo andato in fumo nelle grandi città senza che nessun sindaco venisse trascinato in tribunale. Il problema è ben più complesso.

1bis. Ho letto commenti, soprattutto su facebook, che indirizzano il problema sul fatto che l’italiano medio non capisca la probabilità o il linguaggio della scienza, bé a) non è tenuto a farlo; b) se l’uomo comune non capisce la scienza, spesso il problema è della scienza che non sa comunicare, meno arroganza non guasterebbe.

1ter. Ovviamente una comunicazione migliore non prevede per forza l’evacuazione della città, né uno stato di allarme rosso, ma semplicemente dichiarazioni prudenti, l’invito a non abbassare la guardia o altre indicazioni.

2. Potete trovare buoni spunti ai seguenti link:

http://blogs.scientificamerican.com/guest-blog/2012/10/22/the-laquila-verdict-a-judgment-not-against-science-but-against-a-failure-of-science-communication/

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/tanti-errori-sul-terremoto-dellaquila

http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=12366

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/condannati-cattiva-comunicazione-della-scienza-0

http://www.cattivamaestra.it/2012/10/sentenza-processo-aquila-grandi-rischi.html

http://blogs.nature.com/news/2012/09/porsecution-asks-for-four-year-sentence-in-italian-seismology-trial.html