Ogm e muri da abbattere

“Concrete wall” by Oula Lehtinen – Own work. Licensed under CC BY-SA 3.0

Sinceramente non capisco cosa spinga ancora Elena Cattaneo ad intervenire per l’ennesima volta sulla questione Ogm (a cui l’Italia, almeno sulla coltivazione, ha detto definitivamente no), dibattendo – seppure a distanza – con Carlin Petrini, prestandosi al giochino di Repubblica di conservare apparentemente un’equa distanza ospitando opinioni tra loro nettamente contrarie (le trovate in fondo al post).

Non lo capisco non perché non abbia chiaro che si tratta di una donna in missione “pro scienza” e “pro razionalità”, ma perché non mi capacito di come si ostini a non capire che quel tipo di interventi, la voglia di fare da baluardo contrapposto alla retorica pauperista di Slow Food, purtroppo, non servono a nulla.

Non servono a nulla perché parlare di “inganno mediatico antiscientifico” non ha alcun effetto concreto se non quello di far pensare tutti noi che – in fondo – stiamo dalla sua parte che “cazzo ha ragione, siamo in mano a degli idioti“; che sottoscriviamo pure gli spazi tra una parola e l’altra del suo discorso alla Nazione. Ma non sposta le idee di una virgola, non davanti a uno che parla di “Italia libera [dagli Ogm]”, di lavoro “con la società civile”; di produzioni moderne ma “sane, sagge, equilibrate ed eque”; di “talenti ed esperienze” di agricoltori, pescatori, cuochi, comunicatori, educatori e studenti: i nostri talenti, quelli del nostro vicino di casa, del nostro panettiere o del piccolo produttore che si arrangia e produce un formaggio o un vino che non sa di nulla ma è eccellente perché lo fa lui, perché viene dal basso e ci ricorda nostro nonno.

Ma quale inganno potrà mai uscire dalla bocca del nonno di Heidi? Cosa c’è di sbagliato in un mondo più sano, più saggio, più equo ottenuto con le battaglie della società civile? A chi importerà mai il valore infinitesimale delle produzioni bio carissime, classiste e neppure così migliori delle altre se il nostro buon nonno ci racconta di lotte, di giovani, di duro lavoro ancora da finire per abbattere il mostro finale: il Ttip che vorrebbe trasformarci in un automi di una gigantesca industria fuori controllo?

Non serve a niente.

Che fare allora? Stare zitti? Lasciare spazio solo al giubilo antiscientifico? Abbandonare il campo mentre tutto va a rotoli? No. Ma se qualcosa abbiamo perso, la abbiamo persa nonostante le lezioni di Elena Cattaneo (e di altri) sui quotidiani, nonostante le sue continue allerte sui danni da antiscientismo; nonostante i numeri, le verità vere di una scienziata dalla meritata fama internazionale. Qualcosa vorrà pur dire.

Se qualcosa abbiamo perso – e lo abbiamo perso da tanto, non oggi e non ieri – dobbiamo imparare la lezione che sembra sia continuamente sfuggita in tutti questi anni: raccontare come stanno realmente le cose, soprattutto dove si è aperta una controversia (anche se non scientifica) che si gioca sul piano sociale, politico ed economico, non è la porta per la conversione, per spostare le idee. È come voler usare la spada in mezzo a uno scontro a fuoco, un’arma che non serve a niente, se non per colpire qualcuno che ci sta abbastanza vicino. Ma, alla fine, il sangue in strada sarà il nostro.

Alimentare la controversia non farà altro che far apparire la sua voce nient’altro che, appunto, una delle voci in mezzo al coro, quando va bene sonora quanto le altre, di solito minoritaria e, soprattutto, senza che abbia una grande efficacia rispetto all’obiettivo.

Dicevo, bisogna che allora stia (stiamo) zitta (i)? No. Non so neppure quali metodi alternativi possano realmente funzionare adesso (ecco: metodi, magari da studiare e sui quali faticare). Ma credo di aver capito quello che non funziona di sicuro: cercare di abbattere un muro erigendone un altro, contrapposto, perché il risultato sono solo due muri.

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Allego gli interventi di Elena Cattaneo e Carlin Petrini comparsi oggi su La Repubblica. Sono screenshot (click per ingrandire) effettuati col cellulare da un utente di Facebook perché non riesco a recuperare i link originali.

Ogm, calendari e banchi di scuola

Caitlin Regan-School Bus/Flickr CC BY 2.0
Caitlin Regan-School Bus/Flickr CC BY 2.0

Qualche settimana fa sono stato in un liceo di Ferrara per parlare di giornalismo – dalla carta al Web – in occasione dei 10 anni de Il Carduccino, il loro giornale scolastico. C’erano colleghi della carta stampata, della tv locale (e anche di Sky), di una specie di ‘factory’ per di giornalisti in erba e poi io a rappresentare la testata locale per la quale lavoro che, al momento, è l’unico quotidiano locale di Ferrara puramente digitale.

Ma non è di questo che voglio parlare, bensì di ciò che è capitato dopo. Devo fare un’altra premessa: prima dell’incontro ci è stato consegnato un bel calendario realizzato dalla scuola il cui tema è sostanzialmente il collegamento tra Ferrara, le sue produzioni tipiche e Expo 2015. Sfogliandolo sono capitato nel mese di settembre, dedicato agli Ogm. Anzi, dedicato ai pericoli portati dagli Ogm, sia di natura ambientale (biodiversità) che di natura sanitaria (allergie) oltre, ovviamente, di natura economica (multinazionali). Il tutto contrapposto al ruolo da ‘eroe buono’ svolto da Slow Food. Sul momento sono rimasto deluso ma ho lasciato correre.

Qualche giorno dopo ho però scritto un post su Facebook in cui invitavo insegnanti e studenti a stare più attenti, perché la “fragola-pesce” da loro citata (quella fantomatica con i geni ‘antigelo’ di un pesce dei mari del Nord) non esiste e perché non si sono mai riscontrati problemi sanitari legati agli Ogm. Con una chiusa sul ruolo delle multinazionali. Quel post non esiste più sul mio profilo, l’ho cancellato.

L’ho fatto perché ho usato toni un po’ sopra le righe, attaccando in malo modo un lavoro nel quale si è riversato tanto impegno da parte di studenti e insegnanti, pazienza se, almeno in un caso, con risultati sballati. Però non l’ho fatto di mia sponte, pentito dopo averci pensato su. L’ho fatto solo dopo aver ricevuto una email da parte di una delle insegnanti del liceo che ha visto quanto avevo scritto grazie ad alcuni studenti che in qualche modo seguono il mio profilo social.

Una bella email che mi ha fatto riflettere e che è stata seguita da uno scambio di punti di vista nel quale ho cercato di spiegare perché gli Ogm non sono ciò che è stato decritto nel mese di settembre. Anziché un legittimo atteggiamento di chiusura davanti ai miei argomenti ho trovato molta apertura, perfino ringraziamenti per aver fornito informazioni più corrette e aver permesso un ampliamento del proprio punto di vista. Non solo, mi è stato anche offerto uno spazio di 10 minuti per poter spiegare la mia posizione durante la presentazione ufficiale del calendario, davanti a studenti e insegnanti, ma anche davanti ai rappresentanti delle istituzioni e del mondo produttivo locali, compresa la mia amata Coldiretti (ho dovuto declinare l’invito perché per quella data avevo, purtroppo, un altro impegno fissato e molto meno stimolante).

Insomma, ho fatto un brutta figura con un commento pubblico fuori dalle righe, forse troppo perentorio e imbevuto probabilmente della tipica arroganza di chi la sa più lunga e ci tiene a renderlo noto. Di contro ho avuto una lezione (parliamo di scuola, no?) non solo su cosa significhi scrivere parole in libertà sui social network e del loro impatto sulla sensibilità altrui (lezione che avrei dovuto aver imparato da lungo tempo), ma anche sul modo e le possibilità di imbastire un dialogo partendo da posizioni differenti, su un argomento piuttosto sensibile e pervaso da informazioni contrastanti (la loro diversa qualità è un altro discorso) come quello degli Ogm in campo alimentare.

Mi sono comportato esattamente come molti campioni della comunicazione pro-science che non sopporto più e che critico tanto e, in cambio, “l’altra parte” non ha fatto altro che spalancare i propri portoni per permettermi di portare il mio pezzettino di conoscenza all’interno del proprio ambiente. In tutto questo, l’unica cosa di cui mi meraviglio è l’essere rimasto impantanato, ancora una volta, nel basso livello comunicativo testimoniato dal mio post su Facebook.

Ed è per questo che sono molto contento di essere stato ‘costretto’ a ritornare tra i banchi di scuola, poggiare virtualmente lo zaino per terra e imparare.

Due bufale “scientifiche”?

Nel complesso, dieci anni di rilevazioni di Osservatorio Scienza Tecnologia e Società ci dicono che il vero problema non è l’assenza di una cultura scientifica – numerosi dati […] sfatano ampiamente questo stereotipo. Il nodo critico, in questi dieci anni, resta la fragilità di una cultura della scienza e della tecnologia nella società: di una cultura che sappia discutere e valutare i diversi sviluppi e le diverse implicazioni della scienza e della tecnologia evitando le opposto scorciatoie della chiusura pregiudiziale e dell’aspettativa miracolistica.

La citazione proviene dall’Annuario Scienza Tecnologia e Società 2014 curato da Observa Science and Society pubblicato per i tipi de Il Mulino. E non è l’unica che sfata alcune generalizzazioni stereotipate (bufale?) presenti negli ‘ambienti scientifici’ (inteso in senso ampio, dai ricercatori a chi si occupa di comunicazione e divulgazione della scienza): un altro mito sfatato nell’annuario è quello – ricorrente anche nell’opinione di alcuni giovani comunicatori odierni – che vorrebbe gli scienziati visti sotto una cattiva luce da parte del pubblico (composto da chi, non si sa: altra generalizzazione). Testualmente:

In questi anni, l’Osservatorio Scienza Tecnologia e Società ha registrato rilevante fiducia e significative aspettative da parte degli italiani nei confronti del ruolo degli scienziati allorché emergono questioni di rilevanza pubblica legate alla scienza. Più di un cittadino su due – un dato in crescita sin dal 2009 – vede nei ricercatori l’interlocutore privilegiato su questi temi, mentre molto più ridotta è la quota di chi si affida principalmente al parere di associazioni ambientaliste, giornalisti, esponenti religiosi, politici e imprenditori. Pur rimanendo sempre molto alto per tutte le categorie di intervistati, l’atteggiamento positivo nei confronti degli scienziati è meno diffuso tra i più anziani e i meno istruiti, è più diffuso tra coloro che esprimono un alto grado di apertura al nuovo, mentre non aumenta al crescere di alfabetismo scientifico o del grado di esposizione alla scienza nei media

Sono conclusioni che chi si occupa di comunicazione, soprattutto tra i più giovani (me compreso) dovrebbe tenere bene a mente perché spesso offuscato da quel che vede attorno, specialmente nei social media, dove le varie ‘bolle’ (ma anche l’impatto mediatico di alcune manifestazioni ‘contro’) fanno apparire una realtà – quella della scienza e degli scienziati vittime della diffusa ignoranza del popolo – che, probabilmente, è molto più ridotta e marginale di quel che sembra. Ovvero, buona parte delle persone è spesso in grado di capire la scienza (che non significa comprenderne le sue implicazioni più articolate come esperti) e i suoi sviluppi sulla società e fanno affidamento agli scienziati quando si tratta di ‘sbrogliare’ le matasse più complicate. E il fatto che la fiducia negli scienziati non cresca in maniera rilevante col crescere dell’alfabetizzazione scientifica o del grado di esposizione alla scienza nei media è un dato più che rilevante per chi si occupa di comunicazione e dei processi di decision making. Significa, innanzitutto, che stiamo dando per scontata un’ignoranza di base che nella realtà – pur essendo presente e rilevante – gioca un ruolo più piccolo, portandoci a trattare i diversi pubblici come se fossero dei bambini da prendere per mano facendo resistere (anche in maniera inconsapevole) ancora un modello comunicativo rivelatosi da tempo fallimentare (non che debba sparire, in alcuni casi rimane necessario), quello del deficit, ovvero quello delle spiegazioni che arrivano dall’alto a un popolo i cui cervelli hanno bisogno di essere riempiti dalla verità per poter poi prendere decisioni assennate e razionali.

Quello che mi preoccupa è che, quando leggo alcuni interventi di alcuni bravi e giovani comunicatori della scienza (divulgatori, giornalisti o aspiranti tali), leggo sempre più, nonostante tutto, l’adesione a una visione dei pubblici come impregnati di un’ignoranza scientifica (privi o con pochissima cultura della scienza), più impegnati nell’ ‘impartire’ la scienza che nel cercare gli anelli di congiunzione tra essa e la società e rafforzare quelli già esistenti. Magari è solo una mia impressione, magari la ‘mia bolla’ distorce la mia visuale, ma non vorrei che nel frattempo, impegnati a (quasi) denigrare un popolo di stupidi incapaci di scegliere razionalmente e cercare al contempo di indicare la via giusta, non stessimo tutti – o, almeno, in parecchi – sbagliando strada a nostra volta, auto-impedendoci di cogliere quelle potenzialità in grado di dare davvero un peso maggiore alla “cultura della scienza e della tecnologia nella società”. 

O forse è solo Ferragosto e i miei sono i pensieri liberi di vagare in un cervello in vacanza 😀

Il rischio di comunicare coi piccioni viaggiatori

Mammutones - credits: KInokiart
Mammutones – credits: Kinokiart
Un abbraccio alla mia isola, la mia casa – Daniele

Italia, anno 2013, Neolitico.

Durante l’alluvione in Sardegna la Protezione civile si è dimenticata completamente dell’esistenza dei social network. È un dato di fatto di cui si sono accorti, ovviamente, gli utilizzatori degli stessi social, Twitter in particolare essendo il canale in cui le informazioni passano più velocemente e in tempo reale con tempi di reazione minimi e in cui ci si aspettava una (maggiore) presenza delle istituzioni. In casi di urgenza può essere un canale eccezionale per diffondere informazioni importanti, da parte di fonti autorevoli, in grado di minimizzare o quanto meno ridurre significativamente il rumore tipico di tali mezzi di comunicazione. 

Solo qualche giorno prima (il 15 novembre) la stessa ProCiv organizzava un seminario magnifico dal titolo “La protezione civile e i social media: comunicare il rischio e il rischio di comunicare” (Sic!).  A leggere i motivi per i quali è stato organizzato si capisce quanto il sistema di comunicazione del rischio e dell’emergenza italiano sia rimasto al palo mentre il mondo cambiava: 

I social network stanno diventando a tutti gli effetti i nuovi mass-media, il luogo dove, sempre più, le cose accadono e dove le informazioni viaggiano continuamente. La loro velocità di propagazione, i tempi di reazione e i flussi polidirezionali impattano non solo sulla forma ma anche sui contenuti della comunicazione tradizionale, mettendone in discussione il modello, il linguaggio e le priorità.
Il Sistema di protezione civile non può rimanere indifferente a questi mutamenti. Ma l’utilizzo dei social media, se vuole tradursi in un razionale ed efficace servizio per la comunità, presenta difficoltà e problemi – quali l’attendibilità, la verificabilità e la validazione delle informazioni – che meritano un’attenta riflessione, soprattutto in considerazione della specificità del modello italiano di protezione civile.
Per questo il Dipartimento della Protezione Civile ha deciso di iniziare un percorso di studio con l’intenzione di potenziare e affinare progressivamente gli strumenti di comunicazione con i cittadini. La giornata “La protezione civile e i social media: comunicare il rischio e il rischio di comunicare” vuole essere un primo passo in questa direzione

Siamo ancora al Neolitico dunque. Non lo dico per essere iper-critico, ma non sopporto che un sistema così importante come quello di protezione civile ritenga che i social media “stanno diventando” i nuovi mass-media: sono già dei mass-media! Facebook conta più di 1miliardo di utenti, dei quali 550milioni attivi ogni giorno. Twitter ha numeri inferiori e un po’ meno certi ma le news e lo scambio rapido di informazioni/commenti passano sempre più spesso per i cinguettii, soprattutto quando si tratta di eventi di massa. La scossa di terremoto che ha poi generato lo tsunami in Giappone può darci un esempio: nell’immagine sotto vedete il numero di tweet per minuto provenienti da diverse parti del mondo subito dopo la scossa.

Immagine e dati da Twit-o-Meter
Immagine e dati da Twit-o-Meter

È evidente come Twitter sia un canale privilegiato nel trasportare l’informazione: in caso di emergenza molte persone riportano la loro esperienza e cercano al contempo delle risposte alle loro domande (cosa è successo? Cosa è stato? Cosa devo fare? Dove devo andare?).

Se non fosse chiaro, sempre rimanendo all’esperienza giapponese:

  • La Tepco, nel marzo 2011, dopo lo tsunami ha attivato un account Twitter per comunicare ufficialmente su black-out o perdite radioattive: 190mila followers in meno di un giorno, diventati rapidamente 300mila
  • Successivamente la Tepco ha aperto 25 diversi account specifici per aree diverse per fornire informazioni alla cittadinanza
  • L’ambasciata Usa incoraggia gli americani in territorio giapponese a utilizzare sms e social media (Facebook, Myspace, Twitter…) per mettersi in contatto coi propri cari
  • Il primo ministro giapponese lancia un account Twitter in lingua inglese per fornire aggiornamenti

Tornando agli Usa, dopo l’attentato con le bombe durante la maratona di Boston la polizia attivò subito un account Twitter per fornire informazioni: da lì arrivo anche l’annuncio della cattura dell’attentatore.

Ma anche in Italia a fronte di qualche evento particolare Twitter diventa un canale -se non “il” canale- tramite cui passa molta informazione,: il caso tragico della Sardegna è un esempio lampante. Dove colpevolmente non è arrivata la comunicazione istituzionale (o è arrivata con troppo ritardo) è arrivato il fai da te con l’hashtag #allertameteoSAR (lanciato dall’utente @insopportabile) che ha identificato il flusso di tweet dentro il quale i cittadini -compresi i tanti colpiti dall’alluvione- si scambiavano informazioni.

Il problema in questi casi è che mancano le informazioni qualificate, quelle che permettono di capire quali siano i comportamenti migliori da tenere. Ad esempio il M5S tramite il blog di Beppe Grillo ha invitato chi lo desiderasse e si sentisse pronto a mandare una mail con i propri dati per andare ad aiutare gli operatori della protezione civile, con l’avvertenza che i selezionati avrebbero dovuto essere pronti con sacco, cena, vestiario e spirito adatto nel giro di circa un’ora. Il problema è che la protezione civile non ha richiesto nessun aiuto di questo tipo e mandare allo sbaraglio delle persone, selezionate non si sa in base a cosa -anche con la generosità del gesto- può metterle inutilmente a rischio nonché intralciare l’operato di chi interviene con competenza. In questo caso avere un centro per il controllo del rumore nell’informazione avrebbe permesso di bloccare o quanto meno dare una versione ufficiale della vicenda da parte della ProCiv (ad esempio: “non abbiamo mandato alcuna richiesta di aiuto, rimanete al sicuro, non esponetevi a pericoli”). Un altro esempio, questa volta in un campo più allargato rispetto alla sola Protezione Civile, è quello degli aiuti: se le istituzioni utilizzassero più e meglio i social media si potrebbe controllare la diffusione di conti correnti fasulli cui mandare gli aiuti economici fornendo un elenco di quelli validati e verificando quasi in tempo reale i dubbi dei cittadini.

Siamo al Neolitico, dicevo,  perché la Protezione Civile italiana non può fare “un primo passo” e “iniziare un percorso di studio” a fine 2013 sulla comunicazione tramite i social media virtuali quando questi sono un fenomeno acclarato da tempo nel panorama della comunicazione. Al di là dell’Atlantico, mentre noi iniziamo a studiare, hanno già tirato un paio di righe e tratto delle conclusioni:

Sono finiti i giorni della comunicazione a senso unico, dove solo le fonti ufficiali forniscono bollettini sui disastri. (Dina Fine Maron, How Social Media Is Changing Disaster Response, Scientific American, giugno 2013)

Il National preparedness report della Fema (Federal Emergency Management Agency, la loro Protezione Civile) analizza il ruolo dei social media nella risposta alle emergenze e rileva che:

 […] most emergency management agencies use social media primarily to push information to the public.

Come ha fatto la stessa Fema durante l’uragano Sandy: per limitare il diffondersi di notizie false (e pericolose in una situazione d’emergenza) ha realizzato un sito per il “Rumor Control” e, contemporaneamente ha sfruttato il crowdsourcing per identificare e fare una prima conta dei danni grazie al contributo dei cittadini.

Il concetto, insomma, è quello di coprire i canali più diffusi e utilizzati per fornire informazioni corrette su ciò che è avvenuto, su ciò che sta avvenendo e su ciò che si deve fare per non mettere in pericolo se stessi e gli altri. Qui siamo rimasti, mi pare, all’idea che ci sia la buona informazione (quella fatta attraverso la tv e i giornali di carta) e la cattiva informazione: quella di internet e dei social media virtuali dove tutti possono dire quel che gli pare. Ma è proprio qui il problema: internet e i social media esistono a prescindere dal giudizio di qualità e tramite loro passa l’informazione: esserne consci e coprire al meglio questi territori è uno dei compiti specifici di qualsiasi moderno ed efficiente sistema di protezione civile.

Giornalisti e torri d’avorio

Leggo oggi su Prometeus magazine un’interessante riflessione di Federico Baglioni a proposito della recente manifestazione tenutasi a Roma, davanti a Montecitorio, per chiedere al Governo di non recepire le modifiche pericolosamente restrittive votate dal Parlamento alla direttiva Ue 63/2010 sulla sperimentazione animale.

Federico lamenta la scarsa attenzione dei media (se non un video de La Stampa e un servizietto orribile del Tg1) per una manifestazione pacifica con cinquecento persone che si schieravano dalla parte della ricerca. Questa è la parte che ritengo più interessante della sua analisi:

E’ brutto da dirsi, ma la notizia non era sufficientemente interessante.

Intendiamoci: so benissimo quali sono i problemi di un giornalista. Ha poco tempo, deve seguire una linea editoriale e deve stendere un articolo che venga letto da molti e che non crei un controproducente (per lui) vespaio di polemiche. Capisco che sia molto meno compromettente glissare l’argomento e parlare di altro.

Non ci sono stati scontri, non c’è stato il “sangue”

Qualcuno l’ha proprio sentito dire in piazza e la cosa, purtroppo, non mi scandalizza affatto. A differenza delle altre occasioni, non c’è stata alcuna contestazione, nessun “momento di tensione” vero o presunto che fosse, nessuna guerra tra bianchi e rossi. E’ caduto quindi lo scoop,la possibilità di dipingere l’argomento sperimentazione animale come consueta “guerra tra faide”.

“La notizia non era sufficientemente interessante”. È proprio così. In parte concordo col resto dell’analisi, nel senso che uno scontro, una contestazione, ha sicuramente un grado di notiziabilità maggiore all’interno dei quotidiani generalisti. Non sono d’accordo invece sulla parte dei problemi del giornalista: sollevare vespai fa vendere copie o guadagnare accessi sul web e non è detto che esista una linea editoriale su temi complessi come la sperimentazione animale.

Però manifestare a favore della ricerca non è molto più interessante, dal lato giornalistico, della protesta coi caschetti degli operai dell’Alcoa in Sardegna o dell’omofobia di Guido Barilla.  Le ragioni sono tante, non da ultimo l’interesse del pubblico che probabilmente tende a scemare dopo una/due volte che si tratta l’argomento (a meno che, di nuovo, non si compiano azioni eclatanti, ma in questo caso sono tali azioni a fare notizia, non il messaggio che vi sta sotto).

Per Federico,

L’impressione è che quella di stare in una torre d’avorio non sia una scelta degli scienziati, ma una forma di confino cui sono costretti dai media.

E qui credo che sbagli. Uno dei grandi problemi degli scienziati è che scendono in campo a protestare quando vedono calpestata la propria libertà e, se vengono ascoltati bene, se non vengono ascoltati è perché l’Italia non ama la scienza. C’è del vero, senz’altro, ma non è così semplice e credo che il problema nasca un po’ più indietro con ampie responsabilità degli scienziati.

Per portare avanti “la causa” della scienza (qualsiasi cosa voglia dire) non basta protestare quando qualcuno sembra metterle dei paletti davanti o prende decisioni assurde (Stamina, Di Bella ma anche sperimentazione animale e Ogm) e poi continuare a fare quello che si faceva prima. È necessario fare un salto qualitativo: portare quei problemi dove c’è la possibilità di trattarli a livello politico prima e mediatico poi: le organizzazioni politiche, le associazioni e tutto il sottobosco culturale che sfocia in attività, proposte e gruppi di pensiero che influenzano chi deve prendere le decisioni e che ha più facile accesso ai media. Credo che sia ora che la cultura scientifica inizi a diffondersi su più piani. La comunità scientifica deve costituire una sua lobby, non nel senso dispregiativo che diamo in Italia a questo termine, ma nel senso di fare la stessa identica cosa che fanno gruppi super legittimati come Slow Food o Comunione e liberazione (oddio, forse ho fatto esempi non proprio positivi) o le varie fondazioni e associazioni il cui scopo è proprio quello di far emergere su più livelli possibili le proprie idee. Questo è quello che dovrebbe fare la scienza: “scendere in campo” (ho i brividi), portare le sue idee e argomentazioni sul piano politico, a tutti i livelli, non sperare che, semplicemente parlando o facendosi vedere in piazza, qualcuno ascolti ed “esegua” o pretendendo di essere chiamati in causa solo su determinati argomenti in qualità di esperti e pensare che il resto non la riguardi.

Gli scienziati, i ricercatori, intervengano allora più spesso nel dibattito politico, dicano che l’abolizione dell’Imu gli leverà X milioni di risorse per fare le importanti ricerche Y e Z, dicano che per una università in grado di crescere serve una classe politica che sappia prendere decisioni durature, dicano che il signor sindaco ha riconsegnato la città più inquinata di quanto era cinque anni prima, dicano che l’Italia spreca i fondi europei e propongano progetti, denuncino con estrema forza la burocratizzazione, i baronati e le risorse date in base al nome e non al curriculum, dicano qualcosa di politico sull’Ilva o sulla così detta green economy, dicano con forza, durezza e chiarezza che la televisione pubblica non può delegare le tematiche scientifica a Piero Angela (sempre sia lodato) per altri 30 anni e mantenere in vita (professionalmente) Roberto Giacobbo.

In mancanza di tette e culi da mettere in primo piano, l’unico modo per rendere la scienza -compresi i suoi problemi- più notiziabile è quello di rinforzarne la portata comunicativa facendola entrare nel tessuto connettivo sociale e politico. La violenza sulle donne è diventato un problema in Italia non perché siano cresciuti numericamente i reati, ma perché un forte movimento d’opinione ha focalizzato l’attenzione pubblica, di media e politica, su quel problema e si batte per trovare delle soluzioni. Le battaglie sui diritti civili hanno alle spalle associazioni di persone e gruppi di pensiero che elaborano idee e soluzioni e si trovano dei portavoce influenti che inseriscono le proprie idee nel flusso comunicativo, scatenano dibattiti e polemiche, fanno politica. Se è vero che la scienza è un grande movimento culturale, la più avanzata forma di pensiero che l’uomo abbia fin qui sviluppato, allora l’obiettivo è farla penetrare oltre le accademie, oltre gli specialisti o i semplici appassionati. È possibile che il fattore principale del nostro benessere e del nostro avanzamento debba essere relegato ad una specie di nicchia?

La smettano allora di dire e pensare “siamo solo scienziati”, di aver paura di calpestare qualche piede e di pretendere l’attenzione mediatica e politica solo quando le decisioni politiche gli passano accanto, perché così, giusto o sbagliato che sia, non funziona. Se la politica e l’informazione sono miopi quando si parla di scienza, la colpa sta anche (ma non solo, ovviamente) in chi non si è curato troppo della salute di quegli occhi e oggi non riesce a trovargli un buon oculista.

Cattivi maestri

Più volte ho scritto da queste parti sull’utilità dell’informatica e della sua diffusione -anche se non soprattutto nel suo utilizzo ludico– nelle scuole per la promozione di un utilizzo consapevole. Ma i cattivi maestri sono sempre dietro l’angolo, uno di questi è la Peta, nota associazione animalista, famosa per le sue azioni eclatanti in difesa (o presunta tale) del benessere degli animali.

Va da sé che la stessa associazione sia largamente contraria alla sperimentazione sugli animali, da loro enfaticamente chiamata vivisezione. Proprio per “sensibilizzare” le persone su questa battaglia, fortemente ideologica prima che etica, la Peta ha sfornato un videogioco retrò, stile anni ’90, dal nome Care Fight, in cui noi impersoniamo un abile esperto di arti marziali, un vendicatore, che trovandosi chissà come dentro un laboratorio in cui il sangue fa parte della tapezzeria, dopo aver dialogato con un cheerleader semi nuda (tranquilli genitori, è la cosa meno diseducativa di tutto il gioco) deve combattere orde di sadici e vecchi ricercatori muniti di siringone colmo di sangue innocente, liberando al contempo gli animali (cani e gatti, mica moscerini) chiusi nelle gabbie.

I dialoghi fra personaggi, tutti in forma scritta come nella migliore tradizione, sono ampiamente diseducativi ma dal lato della Peta -che da questo lato ha poco da imparare- hanno una grande forza comunicativa: i “cattivi” fanno spesso riferimento al divertimento nel far soffrire le cavie e al fatto che la legge glielo consenta senza problemi.

La guerra santa contro i ricercatori si fa, per ora, con dei colpi d’arti marziali digitali. Dico “per ora” non a caso. Il disclaimer -ovvero quel simpatico accordo in cui la Peta (ma questo capita per il 99% dei programmi informatici) rifiuta ogni responsabilità derivante dall’utilizzo improprio del software  che accettiamo se proseguiamo nell’utilizzo-  è infatti molto ambiguo:

Non male l’uso del termine “assault”: “per cortesia mantenete le vostre aggressioni [o attacchi o gli altri sinonimi che volete usare] contro gli sperimentatori entro i limiti della legalità nella vita reale”, nel frattempo divertitevi a pestarli in quella digitale sperando che le cose cambino, come sembra trasparire dalla prima frase: “è ancora illegale prendere a pugni in faccia chi sperimenta sugli animali”. Sembra una specie di speranza recondita che presto le cose cambino e si possa passare dalla fantasia digitale alla pratica.

La cosa più spiacevole, ma questo è un parere del tutto personale, è che il giochino è divertente e coinvolgente, proprio come lo erano i giochini di quegli anni.

 

Fonti:

http://www.guardian.co.uk/science/brain-flapping/2013/jun/19/video-games-to-promote-science

http://speakingofresearch.com/2013/06/13/petas-mixed-martial-assault-on-scientists/

http://features.peta.org/cage-fight-mma-game/