Comunicare il rischio e la tecnica del 95%

Prima che venisse costretto in qualche modo a fare marcia indietro, il microbiologo Giorgio Palù – «un’autorità indiscussa nel campo della virologia, professore emerito dell’Università di Padova e past-president della Società italiana ed europea di Virologia», come lo presenta il Corriere della Sera – ha fatto sapere che, tra i nuovi positivi al Sars-CoV-2, «il 95 per cento non ha sintomi e quindi non si può definire malato, punto primo».

È un dato falso. Il bollettino di sorveglianza del 20 ottobre 2020 dell’Istituto superiore di sanità, che i dati li elabora a livello nazionale, ci dice che, trai casi di positività confermata, «70.443 (58,6%) risultano asintomatici, 17.105 (14,2%) sono pauci-sintomatici, 23.895 (19,9%) hanno sintomi lievi, 7.907 (6,6%) hanno sintomi severi e 899 (0,7%) presentano un quadro clinico critico».

Non voglio fare opera di debunking tardivo, ci hanno pensato già alcuni giornali e molti commentatori su Twitter, primo tra tutti Lorenzo Ruffino:

Ciò che mi interessa rilevare è che ci sono due considerazioni da fare su come gli esperti e i media stanno trattando la comunicazione del rischio.

Il primo è che quando si presenta un esperto come «autorità indiscussa» si sta dicendo in anticipo che quel che dirà non sarà discutibile, anche se si tratta di una falsità o comunque di qualcosa di clamorosamente erroneo, mettendo gran parte di noi in una condizione di soggezione e accettazione acritica. Ma di questo ha già parlato Antonio Scalari, ripreso da Luca Sofri qui.

Il secondo riguarda invece quella fatidica percentuale, quel 95 per cento: se anche fosse vera (ma non lo è), quel suo uso in quel contesto costituirebbe comunque un errore gravissimo.

Se infatti la si usa come fa l’autorità indiscussa Palù, l’effetto che si ottiene è che in tanti non vedranno più alcun motivo per tenere alta la guardia su una malattia che solo in Italia attualmente mette in condizioni critiche di salute un migliaio di persone e ne già ha di nuovo uccise a centinaia (siamo a quasi 40mila da marzo). Se si fa intendere che nel 95 per cento dei casi non succede nulla, perché preoccuparsi così tanto, così in tanti?

Ora, come ha rilevato ancora Antonio Scalari, è probabile che Palù abbia parlato di politica con sopra il vestitino della scienza e il cappello dell’Autorità. Rimane il fatto che la sua intervista da microbiologo e virologo sia stata un disastro per la comunicazione del rischio e per la costruzione di un rapporto di fiducia, già parecchio sfiancato, tra istituzioni e cittadini proprio nell’accettare e affrontare le conseguenze di una seconda ondata.

Mi viene in mente un esempio che Giancarlo Sturloni, giornalista scientifico esperto nella comunicazione del rischio, fa nel suo bel manualetto dedicato a essa (qui, nessuna affiliazione): «Comunicando che c’è un 2% di probabilità di incorrere in un grave incidente, si motiva il destinatario ad adottare misure cautelative per scongiurare il rischio; al contrario, dicendo che al 98% andrà tutto bene, pur trattandosi della stessa cosa, si ottiene un effetto rassicurante ed è meno probabile che vengano adottate precauzioni».

Il fatto che quella percentuale (falsa) tirata fuori in quel modo da Palù sia oggi usatissima e diffusissima anche tra tantissime persone in completa buona fede per spiegare che non c’è più un vero rischio dimostra il suo effetto rassicurante e al contempo distruttivo.

Questo dovrebbe ricordarci due cose:

1. anche essere autorità indiscusse comporta indiscutibilmente delle grandissime responsabilità quando si comunica, ancor di più se si parla di rischio per la salute di tante, troppe persone;

2. per i giornali non devono esistere autorità indiscusse.


Covid-19, lockdown e immunità di gregge tra scienza e agenda politica

Il 16 ottobre Valigia Blu ha pubblicato un articolo di Antonio Scalari che smonta la Great Barrington Declaration, una dichiarazione/petizione che ha lo scopo di influenzare il dibattito pubblico e i decisori politici sulle scelte da fare per limitare i danni dovuti all’emergenza epidemiologica da coronavirus Sars-CoV-2. Il merito dell’articolo di Antonio è che ha fatto una cosa importante: ha esposto la base ideologica dei suoi ideatori, finanziatori e buona parte di sostenitori, mostrando anche al pubblico italiano, che in assoluta buona fede poteva (e può) ritenere valida la petizione, quale percorso vi si celi dietro: quello usato dai “mercanti di dubbi”, testato già con successo per quanto riguarda il tabacco, il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici.

Una piccola spiegazione preliminare. La petizione, in particolare, è un manifesto ‘scientifico’ contro le misure di lockdown – perché avrebbero causato e causerebbero irrimediabili danni sociali, economici, psicologici – e a favore del perseguimento dell’immunità di gregge utilizzando la strategia che i firmatari chiamano della Focused Protection: anziani e soggetti deboli vanno isolati il più possibile, gli altri che circolino liberamente e vivano la loro vita normalmente. Il problema è che la declaration contiene pochissime verità e che il perseguimento dell’immunità di gregge, così come suggerito dai firmatari, non solo pare essere difficilmente realizzabile, ma comporterebbe delle scelte etiche insostenibili per una società, e una scienza, che ha a cuore l’interesse di tutti. Altri scienziati, non a caso, hanno pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet il John Snow Memorandum che spinge dalla parte opposta (e andrebbe tradotto ufficialmente in più lingue, italiano compreso) e un articolo pubblicato lunedì su JAMA contribuisce a far capitolare bruscamente l’idea che l’immunità di gregge ‘naturale’ da far acquisire in attesa che arrivi un vaccino efficace (se arriverà) sia percorribile sul serio.

Pur nell’apprezzamento generale, ad Antonio è stato in alcuni casi ‘rimproverato’ (tra virgolette perché erano osservazioni comunque bonarie) di aver premuto troppo sull’aspetto, come dire, più politico della questione, lasciando in secondo piano l’insostenibilità scientifica delle tesi esposte nella Great Barrington Declaration: scegliere la via argomentativa più breve avrebbe dovuto portare al rigetto delle tesi già solo dal punto di vista della percorribilità scientifica, non sarebbe servito molto altro di più.

Chi scrive ritiene invece che l’approcio sia stato quello giusto, per due ragioni.

La prima è che la contestazione sul piano puramente scientifico non ridetermina l’accettabilità o meno di quelle posizioni e, anzi, essendo pochi gli esperti e poche le persone in grado di capire effettivamente gli aspetti più tecnici della questione – in quanti saprebbero davvero argomentare sul perché la Focused Protection è un obiettivo insostenibile? – l’aiuto alla comprensione del contenuto arriva dalla descrizione della scatola perché è il contenitore a offrire le chiavi di lettura valoriali.

Quel che fa Antonio su Valigia Blu è dire al lettore: attenti, perché queste idee che appaiono ragionevoli in superficie sono frutti dell’albero avvelenato. Non stiamo parlando di una tesi scientifica rispettabile ma sbagliata, stiamo parlando d’altro. In questo contesto puntare tutto sulla scienza, inoltre, rischia di alimentare la creazione di una fintoversia, ovvero una far credere che ci sia una reale controversia scientifica su quelle proposte: non c’è. La controversia è di altra natura.

E qui vengo alla seconda ragione: la controversia c’è ma ha natura politica, d’ideologia politica. I suoi proponenti e i suoi sostenitori più accesi (ovviamente non si può fare di tutta l’erba un fascio) hanno un’idea ben precisa di cosa privilegiare in questa pandemia e in generale nella nostra vita sociale: lo spazio delle libertà economiche, della generazione di ricchezza, visto come l’unico in grado di massimizzare le libertà personali e il progredire ordinato di una società in cui va avanti chi dimostra di meritarlo. Se bisogna sacrificare i meno ‘abili’ sull’altare della normalità, si fa: la Focused Protection, alla fine, è proprio questo, nonostante il nome.

L’importante è preservare lo status quo, non fermare l’economia, non porre freni: limitare i limiti. E per farlo si è disposti a tutto, anche ad avvelenare i pozzi.

È esattamente quel che si è visto negli ultimi decenni accadere con le questioni legate al global warming e ai cambiamenti climatici e, fa notare Antonio, guarda caso la petizione è ideata e propagandata dall’AIER, un think tank statunitense che è uno dei campioni del negazionismo climatico e sulla pandemia oggi usa la stessa tattica: ammantare di (finta) scienza l’ideologia, piegare la realtà all’agenda politica.

E non è un caso l’amore reciproco con Donald Trump e la sua amministrazione (qui un bell’esempio), la cui posizione e la cui azione per contrastare la pandemia sono, ahinoi, note: la Casa Bianca sostiene la Great Barrington Declaration.

È un meccanismo che abbiamo visto e vediamo anche in Italia: la risposta all’emergenza, per alcuni ben noti personaggi, è negare che vi sia un’emergenza, negare che sia necessario modificare i propri comportamenti e l’andamento ‘normale’ delle cose. Ci si ammala, si muore, ma pochi, i più deboli e sfortunati, il mondo deve andare avanti come prima. E questo va in contrasto con chi pretende che lo scopo sociale sia quello di preservare la vita di quante più persone possibili, tollerando anche la compressione momentanea di alcune libertà.

Questa è una controversia che riguarda quel che chiediamo ai nostri sistemi sociali, ha a che fare con la scienza nella misura in cui ci sono scienziati che si prestano ad alimentarla, a darle una lucidata per renderla presentabile.

È la dimostrazione, semmai, della non neutralità degli scienziati rispetto ai modelli culturali, sociali, politici ed economici in cui si inseriscono. Adottare un approccio severamente critico su questo aspetto è fondamentale per poter interpretare al meglio bagagli di informazioni che non ci sono tutte immediatamente intellegibili, che non possiamo codificare interamente nei loro aspetti tecnici. E un buon giornalismo deve cercare di offrire buone chiavi di lettura.

Il coronavirus e le nostre libertà

In un momento come questo, con l’emergenza coronavirus Covid-19 in pieno corso in Italia, ha forse più senso che mai discutere del rapporto tra le nostre libertà e responsabilità individuali. Lo è perché troppo spesso – anche, se non soprattutto, in questa situazione – tendiamo a non vederle in maniera unitaria, con grave rischio per tutti.

A mio avviso ci sono due argomenti per comprendere quanto siano in gioco – e debbano esserlo – in questa situazione. Provo a illustrali, conscio di non essere in grado di essere pienamente esauriente.

Il primo è che una non banale parte dell’eventuale successo delle misure per evitare il contagio è nelle mani di noi come singoli.

Il secondo è che l’autoresponsabilizzazione – dei singoli prima e dei gruppi man mano più grandi poi –  misura la nostra forza di contrasto alle decisioni d’imperio, determinando la capacità di riuscita di una società libera, così come la intendiamo oggi, che rifugge l’autoritarismo, sia esso ricercato esplicitamente come è il caso della sempre più forte destra europea, sia esso conseguenza di misure d’emergenza sempre più penetranti che – come spesso accade – poi rimangono la norma.

In altre parole: più siamo responsabili delle nostre azioni in questo momento, meno spazio verrà sperabilmente concesso alle norme che limitano le nostre libertà.

Il primo argomento penso possa essere spiegato così, non in breve: se gli esperti, oltre che chiudere le scuole e vietare manifestazioni affollate, ritengono che sia necessario adottare per un certo lasso di tempo determinati comportamenti individuali, che sicuramente incidono sulla nostra libertà e sulla nostra vita, la responsabilità nostra è quella di adeguarci il più possibile.

Sono tutti comportamenti che dipendono in buona misura dalla nostra volontà e/o dalla nostra valutazione personale: rispettare le norme igieniche; non andare a lavoro (e non pretendere che ci si vada) se si hanno dei sintomi di malessere prima ancora che arrivi al febbre; non frequentare posti affollati, non intasare i pronto soccorso ecc ecc.

Eppure in questi giorni non sono mancate le reazioni contrarie a questa impostazione, sia da esponenti delle categorie economiche (giustamente) preoccupati per i mancati introiti, che da esponenti del soi disant “partito della scienza”, fino ai critici d’arte con la tendenza alla coprolalia. Ad esempio invitare a fare ciò che si faceva prima, come gli aperitivi ai Navigli o le rimpatriate al bar o frequentare i soliti luoghi pubblici, perché tanto non succederà nulla. Ma è esattamente il contrario: adottando comportamenti non conformi, credendo di esercitare la nostra libertà al suo massimo, si aumenta il rischio che succeda e che ci si faccia male sia come singoli che come società. Si agisce, in altre parole, in modo irresponsabile.

La posta in gioco non è evitare la pestilenza finale, ma non è neppure avere a che fare con una normale influenza (normale, non banale, l’influenza non è banale) o con un raffreddore stagionale: è non mettere a repentaglio la vita di quelle persone che avranno la sfortuna di subire le complicanze che il Covid-19 si porta dietro e farlo in una situazione in cui il carico potrebbe non essere affrontabile dal sistema sanitario (che è già messo in crisi in una parte di quello lombardo), con tutte le conseguenze che verrebbero a cascata per tutti quanti.

(Il tutto col rischio ulteriore, peraltro, di vanificare i già grandi sforzi fin qui fatti sia a livello generale che individuale: penso in questo caso a una parte delle imprese, agli autonomi, ai lavoratori già in condizioni molto precarie.)

Finora, e vengo al secondo argomento, l’autorità statale ci dice che sarebbe meglio comportarsi in un determinato modo, ma non lo impone (non c’è sanzione, non c’è un reale enforcement), in un bilanciamento tra le esigenze di tutela della salute pubblica (i divieti imposti) e quelle economiche e sociali (i comportamenti lasciati al nostro giudizio responsabile).

Significa che l’autorità statale lascia a noi la libertà – o il dovere? – di fare la nostra parte nel contenimento dell’epidemia e nella gestione dell’emergenza. Si fida, per ora.

Non è una cosa scontata, perché in situazioni di emergenza le misure autoritarie hanno spesso estese praterie davanti a loro, anche nelle società democratiche e “libere”, a destra come a sinistra. Ecco perché la buona riuscita delle misure di contenimento odierne potrebbe determinare anche il perimetro delle nostre libertà attuali e future, di quando, in un momento che non sarà così lontano, si affaccerà una nuova grande epidemia.

In una società libera, in cui gli individui sono responsabilizzati e si autoresponsabilizzano per perseguire un fine comune e generalizzato, è più difficile aprire la strada a misure pesantemente liberticide.

Il fallimento di oggi – pur riconoscendo che sia sempre possibile anche per fattori strettamente legati alle capacità del Covid-19 – potrebbe essere letto in futuro come un fallimento dovuto non tanto alla gestione statale in sé, che rimarrà, quanto alla mancata adozione di misure molto più drastiche -come i confini chiusi e le quarantene chiesti a gran voce all’inizio dell’epidemia da chi poi si è rimangiato tutto – con annesso enforcement severo dei divieti e dei comportamenti da adottare.

L’accoppiata libertà-responsabilità rischierebbe di essere eliminata a favore di quella obbligo-sanzione. Dimostrare collettivamente come singoli che siamo in grado di fare la nostra parte potrebbe essere l’argine non solo all’espansione dell’epidemia, ma anche all’onda dell’autoritarismo?

PS
Questo post è stato in parte ispirato da questo video di Roberta Villa, medico e bravissima giornalista scientifica, che vi consiglio caldamente di seguire sia su Twitter che Instagram.