Una questione privata

Non so quanto questo post descriva accuratamente la realtà di alcuni fatti che racconta, alcuni passaggi mancano alla mia conoscenza. Alcuni dettagli li ho invece volutamente tralasciati, perché non ancora risolti. È una storia personale, che descrive quello che so, che sapevo quando l’ho scritta, e soprattutto quello che provo. È una questione privata.

Da quando sono a Ferrara mi faceva ogni anno gli auguri di compleanno, quelli di Natale e di Pasqua. Mi chiamava o, soprattutto negli ultimi anni, mi mandava un messaggio. Mai che mi sia venuto in mente di anticiparlo né di fargli io gli auguri per il compleanno. Quando tornavo a casa in Sardegna era spesso la prima persona che veniva a trovarmi, al mattino, più di una volta con un sacchetto per mia madre, pieno di ortaggi coltivati da lui. Era sempre sorridente con me, affettuoso come lo è sempre stato da quando ne ho un ricordo.

Anche se mi sono sbattezzato, lui per me è rimasto mio padrino, sua moglie è mia madrina. Emiliano è loro figlio, i miei genitori sono suoi padrino e madrina, eravamo super amici da bambini, quando giocavamo a essere Cavalieri dello Zodiaco o qualcuno dei 5 Samurai, e anche se negli anni le nostre strade si sono separate è una delle persone a cui voglio più bene al mondo.

Mio padrino è stato un lavoratore del chimico-tessile. Lavorava nel Polo industriale di Ottana, in provincia di Nuoro, il sogno infranto dell’industrializzazione sarda, via Eni. A cavallo con il pensionamento ebbe un grave incidente sul lavoro, la camicia rimase impigliata in un rullo che gli strappò la pelle e chiese un dito della mano destra come tributo per lasciarlo vivo. Oltre alla paura e al male fisico.

Nella seconda metà di aprile, con la Sardegna a cavallo della zona rossa dopo essere stata bianca e ‘libera’ come troppi l’hanno spacciata, ha contratto il Covid-19 insieme a sua moglie, mia madrina.

Il 22 aprile gli avevo mandato un messaggio su WhatsApp per chiedergli come stavano. “Fregati come imbecilli”, mi aveva risposto. “Sembra di essere usciti da un tritacarne, ma per quello che si sente meglio non lamentarsi. […] Se continua così superiamo anche questa”.

Non è continuata così e non ci è riuscito, questa volta.

Qui tralascio il piccolo calvario affrontato solo per fare un tampone, ore al freddo e in piedi fiaccati già dal virus; la disorganizzazione di Ats e di tutta la macchina che dopo un anno di pandemia non è stata in grado di creare un minimo automatismo di presa in carico: il frutto avvelenato di una sanità moribonda, di un sistema abbandonato a se stesso prima dell’epidemia e davanti a essa. Tralascio anche le piccole ma fondamentali storie d’irresponsabilità dei singoli, non distribuisco croci.

Il lavoro gli aveva fatto anche un altro regalo sotto forma di fibre di amianto. Forse è anche colpa di quelle – forse anche del tabagismo, che però aveva abbandonato da tanti anni ormai – se il virus ha trovato un ambiente ospitale nei suoi polmoni. Nel giro di pochi giorni, oltre alla febbre persistente, ha iniziato ad avere difficoltà respiratorie e alla fine il medico di base – non il suo (edit: era il suo) – lo ha visitato e fatto ricoverare.

La saturazione dell’ossigeno nel sangue era molto bassa. All’ospedale di Sassari ha ‘inaugurato’ un reparto di pneumologia dove si usa il casco per l’ossigeno, il CPAP, la ‘via italiana’ per evitare l’intubazione e la terapia intensiva. Con quello addosso i valori erano buoni, la prima prova senza, invece, non è andata bene e quindi lo hanno infilato nuovamente sotto. È stata anche l’ultima prova.

Di punto in bianco è stato trovato in stato di semi-incoscienza. I sanitari hanno pensato a un ictus, lo hanno messo in coma farmacologico, intubato e gli hanno fatto la TAC. Era in effetti un’ischemia cerebrale. Da quel che ho capito, curarla in modo ‘aggressivo’, come si dovrebbe per evitare danni importanti, sarebbe però stato molto rischioso dall’altra parte, quella attaccata dal virus.

Una situazione in cui si perde e basta, lose-lose.

Eppure ho pensato che ci fossero delle speranze, che sarebbe stata una situazione transitoria, magari con qualche strascico ma risolvibile. Che l’avrei rivisto l’estate, magari acciaccato, ma sempre lui. Forse perché sono lontano; perché so le cose in maniera filtrata; perché vedere cadere da questa distanza, ormai ogni anno, un tassello dopo l’altro dal mosaico della propria vita non può non generare la speranza che il mondo freni, che qualche strato del tempo vada più lento e ci lasci godere ancora una montagna di momenti insieme, che ci risparmi il dolore.

Alla fine l’ictus ha fatto danni estesi, troppo. Oggi è il 4 maggio, un’ora fa mi ha scritto mia madre. Mentre scrivo mio padrino è in fase terminale, rimangono ore o forse qualche giorno, ma è finita. Il suo cuore batte anche ancora e mi rendo conto solo ora che ne ho scritto come se fosse già morto, con molti verbi al passato, una storia già conclusa e un vuoto già creato.

Ho pianto, ho in mente la sua voce, il suo sorriso, i suoi abbracci, le pacche leggere sulla spalla, il suo affetto, il suo dirmi che noi giovani avremmo dovuto fare la rivoluzione. Ho pensato ai miei genitori, a mia madrina, a Emiliano. Ho pensato a tutti loro che sono lì e a me che sono qui, lontano anche questa volta. Piangerò ancora, penserò a loro molte altre volte.

Ma ora ci sono dei tarli che subito hanno iniziato a rodermi dentro e che mi hanno spinto a scrivere qui, senza sapere ancora se pubblicherò mai il post in questo blog dove ciancio ogni tanto di scienza e di società. Qui di scienza ce n’è poca. Di società un pochino. O forse tanta se penso a quanti casi del genere, e peggiori, si sono moltiplicati in quest’ultimo anno e mezzo. Quanti di essi erano evitabili.

Ci sono i tarli, sono quelle frasi subdole e sceme che già circolavano durante la prima ondata, e ancora nella seconda e poi nella terza e che mi suonano oggi ancora di più indegne, come una macabra presa in giro di fronte al dolore, alla solitudine, al vuoto, alle lacrime, alle immense difficoltà create dal virus in questo piccolo nucleo sociale che casualmente fa parte della mia famiglia allargata, della mia vita.

“È morto col Covid, non è morto di Covid”. “Ma aveva altre patologie concomitanti”. “Era anziano”. “Muoiono solo i pensionati”. “Muoiono i già morti”. “Virus clinicamente morto”. “Team morte”.

Le ho sempre odiate, quelle frasi. Le ho sempre considerate dannose, pericolose, irrispettose. Al punto – e qui so che sono vicino a deragliare – che mal sopporto i numerosi richiami alla necessità di riacquistare la libertà perduta. Quale libertà? mi chiedo.

E oggi mi sento colpito da vicino, quelle frasi le sento ronzare attorno a me, fastidiose, irritanti come una zanzara vicino all’orecchio, che la scacci e ritorna.

Le sento pronunciate da esperti idioti, da firmatari e tuttora sostenitori di dichiarazioni internazionali deliranti, da scienziati o presunti tali, sedicenti economisti, cattedratici di Twitter, politici indegni, giornalisti incapaci esperti di tutto, la maggior parte dei quali non so che voce abbia, ma li sento lo stesso. Sento i loro discorsi disumani, osservo le loro bocche e la loro lingua biforcuta formare le parole dei loro sragionamenti, odo con quale sarcasmo travestono il dolore e la vita altrui da finta libertà, da veri interessi, da ‘rischi ragionati’, li vedo salire sul piatto della bilancia, dalla parte di chi vince sempre.

Formano un coro, nella mia testa.

Rappresentanti di una grande bancarotta culturale eppure in larga parte vittoriosi, forse addirittura egemoni, capaci di replicarsi di mente in mente, di discussione in discussione, di editoriale in editoriale, di tweet in tweet; da pensiero in comportamento, fondamenta per l’irresponsabilità e la mancanza di cautela e rispetto.

Li conosco, li riconosco.

Non è vero che non distribuisco croci.

Siccome sanno quello che fanno, non li perdono, non li perdonerò.

Vogliamo i dati?

Con la pandemia di Covid-19 è esplosa la grande richiesta di dati: liberi, utilizzabili, valutabili, confrontabili, replicabili e rappresentabili. Zona rossa? Fuori i dati. Zona arancione? E dove sono i numeri?

Servono i dati – per qualcuno servono quelli micro se no tutto è farina del diavolo – per vedere se sono stati rispettati i criteri di proporzionalità, per la trasparenza, per capire le decisioni, per giustificarle pubblicamente.

O dati o niente.

E va bene.

Poi arriva un comunicato stampa di una grossa azienda farmaceutica. Dice che il vaccino che sta sperimentando contro il Sars-CoV-2 è molto, molto promettente.

Dati pochi, solo quelli “buoni” per far crescere le speranze di tutti, pompare gli azionisti e far agitare le Borse.

Ma a chi interessa? Gioiamo e crediamo. A breve sarà tutto finito. Lo shot di ottimismo ha sopito in tanti la fame di dati e la sete di spirito critico.

E via con sperticate lodi al Signore della Vera Scienza ®, al diavolo la sospensione del giudizio. L’altro Signore, quello del Libero Mercato® siede alla sua destra: il capitalismo ha vinto un’altra volta, più in fretta e senza l’aiuto del Leviatano (mmmh, Pinocchi o volutamente distratti?).

Eppure i numeri, i dati, la matematica, la statistica, il controllo pubblico delle procedure invocati come Santi Protettori quando servono da limite per il potere o per contrastare affermazioni straordinarie, ci servono ancora di più quando parliamo proprio di scienza, di vaccini, di trattamenti medici di massa, di risultati straordinari (quello Pfizer e BioNTech lo è) e di scelte politiche per il futuro, come quelle sulla distribuzione futura del vaccino in questione.

I primi risultati sembrano incoraggianti per molti aspetti e speriamo si confermino tali fino alla fine, ma dobbiamo essere molto coscienti che si tratta di dati preliminari di uno studio non ancora concluso, non sottoposto per il momento a pubblicazione e peer review e le cui procedure accelerate dovute all’emergenza mondiale comportano non pochi problemi.

Sappiamo ancora troppo poco e tra quel che non conosciamo ci sono aspetti fondamentali: il vaccino sviluppato da Pfizer e BioNTech che protezione offrirà? Quanto durerà? Chi proteggerà?

Insomma, ok: siamo speranzosi, siamo ottimisti.

Ma vogliamo i dati.

Cosa vuol dire imparare a convivere con il virus?


Dobbiamo imparare a convivere con il virus

Già da marzo-aprile abbiamo iniziato a sentire e leggere questa frase, ancora oggi ripetuta da parte degli esperti, scienziati, medici, politici, economisti, giornalisti. Lo diciamo spesso anche noi.

Ma cosa significa convivere con il virus, che senso dobbiamo dare a quella frase?

È importante chiedercelo e provare a dare una risposta che sia realistica e accettabile.

Secondo un’interpretazione corrente, convivere con il virus oggi, dopo i mesi primaverili passati in lockdown, significa riprendere a fare una vita più o meno normale, accettando solo qualche limitazione (e a volte nemmeno quella) che sia al massimo un fastidio al quale è facile abituarsi (le mascherine nei luoghi chiusi, ad esempio), ma nulla di più. È un’interpretazione che poggia non su dati scientifici sull’evoluzione dell’epidemia, ma sulla voglia di riscatto di una larghissima fetta di popolazione – compreso chi scrive – che ha visto la propria vita mutare in peggio tra marzo e maggio e che nei mesi successivi di relativa riapertura non ha colmato il gap.

Si dice: non si muore di solo Covid e non possiamo morire di povertà per affrontare solo quel virus che fa meno morti di tante altre cose, quindi ci dobbiamo convivere, magari proteggendo (leggi: isolando il più possibile) i più fragili al suo attacco.

Si rivendica la necessità del ritorno alla normalità. A questo punto interviene il sostegno “scientifico”, che metto tra virgolette perché è un sostegno fasullo. È quello dell’immunità di gregge (o, meglio, di gruppo o di comunità), da raggiungere proprio facendo circolare il virus il più possibile tra le fasce di popolazione che sembrano subirne meno le conseguenze gravi, isolando al contempo gli over 65 (e forse anche gli over 50 che non sono così ‘forti’). È la base della famigerata Great Barrington Declaration, ma è una base fatta col cartone bagnato, non regge il suo stesso peso.

Innanzitutto non si sa se sia possibile raggiungerla né come, non è un fenomeno automatico come in tanti sembrano credere. In secondo luogo comporterebbe un costo in termini di vite umane da sacrificare al dio dell’immunità che è del tutto sproporzionato rispetto all’obiettivo dichiarato di protezione per tutti. Antonio Scalari su Valigia Blu lo ha spiegato molto chiaramente e nel dettaglio e a lui rimando per un approndimento informato.

Allora imparare a convivere con il virus significa altro e significa che dobbiamo fare tutti, come singoli e come società, diversi sforzi e che dobbiamo darci man forte per affrontarli, chiedendo ai decisori che a ogni rinuncia corrisponda una misura di sostegno il più possibile efficace e teso a non lasciare indietro nessuno.

Roberta Villa, che è una giornalista scientifica bravissima, tra i pochi fari informativi in questa pandemia, ci dà questa spiegazione:

Io aggiungo qualche considerazione.

Convivenza significa compromesso. Il virus non è sparito quest’estate, non sparirà magicamente a breve e i suoi effetti sono purtroppo deleteri, perché corrompono il funzionamento di molti aspetti fondamentali della nostra vita sociale: troppo carico negli ospedali significa arrivare all’impossibilità di gestire quell’ “altro” che uccide più della Covid-19 e, a catena, significa dover fermare – banalmente anche solo per le quarantene e gli isolamenti – larghe fette di attività e servizi. Questo già senza prevedere misure di contenimento drastiche.

Convivere con il virus non è dunque un ritorno alla normalità, ma con un’influenza in più. È una vita fatta di nuovi compromessi a tempo indeterminato, speriamo breve. L’esempio dei molti stati occidentali che oggi si ritrovano ad affrontare con variegati lockdown o coprifuoco le conseguenze di una seconda o terza ondata dimostra non che “mal comune, mezzo gaudio”, ma che c’è un’emergenza in corso ovunque, anche dove ora è più sotto controllo.

In questo contesto ai mantra falsamente liberatori del “basta limiti” e del “non si muore di sola Covid” dobbiamo sostituire altri tipi di pretesa: che siano limiti ragionevoli a fronte delle nuove conoscenze e dell’esistenza di misure alternative meno pesanti e che di dimostrino parimenti o più efficaci; che la loro imposizione arrivi sempre con una spiegazione trasparente dei perché e una simultanea presa in carico da parte del sistema statale-sociale-economico; che ci sia tempestività degli interventi in modo da ridurre il più possibile quelli drastici e generalizzati; che non vi siano false promesse che quando non si avvereranno distruggeranno un rapporto di fiducia cittadini-istituzioni già fragile.

Dobbiamo infine pretendere che gli esperti ci restituiscano pubblicamente delle valutazioni che riguardano il loro campo di conoscenza. Non è un suggerimento per eliminare il diritto di ciascuno di esprimere la propria opinione e visione del mondo, ma è il richiamo alla necessità che il mondo culturale – umanistico e scientifico per chi ama la doppia cultura – si responsabilizzi, perché i maggiori danni in questi mesi d’emergenza li hanno fatti loro, prima ancora dei politici, dei giornalisti o dei cittadini irresponsabili, perché ne sono stati la copertura scientifica.

Si può e si deve essere critici, ma quando si riveste un ruolo pubblico importante in forza del proprio essere esperti, è a quell’esperienza che bisogna rifarsi e con elevato rigore.

È certamente, la mia, una posizione naive, ma vorrei indicare nel mio piccolo quali dovrebbero essere le direttici del loro discorso pubblico. Non abbiamo bisogno di virologi che ci spiegano gli effetti economici, né di economisti che discettano di epidemie ed evoluzioni del virus. Non abbiamo bisogno nemmeno di giornalisti e conduttori televisivi che vadano a caccia del titolo ‘eretico’ solo per il gusto di spaccare i contatori auditel o delle condivisioni sui social.

Dobbiamo rifuggire da chi ci racconta che il rischio non c’è o quasi e poi si avventura in mille difese e invenzioni retoriche quando puntualmente viene sotterrato dagli avvenimenti, dai numeri, dalle persone in terapia intensiva e dai morti. Ci raccontano forse qualcosa più accoglibile dalle nostre orecchie stremate dalle brutte notizie quotidiane, ma che è un inganno, un’allucinazione, l’indicazione per un’oasi che è un miraggio.

Non ci servono false speranze o un ottimismo peloso. Abbiamo bisogno di un racconto veritiero, realistico, pezzo per pezzo, per poterci adeguare al meglio a un momento della vita globale complesso e difficile e affrontare ogni passo con il massimo grado di consapevolezza possibile, per agire in maniera positiva.