Scienza, giudici e Daubert standard: copiare non basta

hammer-485712_640Negli ultimi anni i legami tra conoscenze scientifiche e diritto sono diventati sempre più evidenti: sempre più spesso i giudici sono chiamati a interpretare teorie scientifiche per decidere sulla colpevolezza delle persone o, addirittura, per trovare nessi causali tra un prodotto della scienza e un evento specifico.

Sentenze ascientifiche. Gli esempi sono tanti: possiamo pensare a tutte le volte che un giudice vede dei nessi tra vaccini obbligatori e insorgenza di malattie (autismo), oppure basa il suo giudizio sull’imputabilità di una persona (concetto fondamentale nel nostro ordinamento) sulla base di specifiche tecniche scientifiche (qualcuno ha parlato di neuroscienze in tribunale?). Altre volte autorizza o meno la prosecuzione di determinate cure che – in quel momento – sono al confine tra scienza e ciarlataneria come accaduto nelle vicende riguardanti il metodo Di Bella e il metodo Stamina (sì, la bilancia pende dalla parte della ciarlataneria).

Com’è possibile? Come può succedere che quando la comunità scientifica e la maggioranza delle “opinioni esperte” si pronunciano per l’ascientificità di determinate correlazioni o di determinate cure un giudice decida il contrario? È un problema del sistema o è solo ignoranza?

Il problema. Le cause sono tante: in tanti tirano in ballo l’analfabetismo scientifico italiano – che sicuramente ha un suo peso non marginale -, ma il vero problema è che un giudice, non essendo esperto di scienza, decide in base a quello che emerge nel processo, non nell’opinione pubblica e nemmeno in quella della comunità degli esperti (intesa in senso allargato: scienziati, commentatori, giornalisti esperti). E, a livello di principi generali, è un bene che sia così. 

Il cerottino. Il sistema prevede dei correttivi per questa “ignoranza” di fondo perfettamente normale: quando si parla di argomenti che richiedono conoscenze specifiche, settoriali, il giudice può (e a certe condizioni deve) fare ricorso agli esperti (periti, consulenti tecnici d’ufficio) per capire meglio le cose e avere le idee più chiare per poi decidere autonomamente in base al suo libero convincimento. Lo deve fare ogni volta in cui siano richieste conoscenze specifiche in settori che non sono propri del giudice (economia, ingegneria, falegnameria, tecniche varie, arte… scienza). 

Il problema rimane. Perché, allora, se gli esperti entrano nel processo con il loro sapere specifico, le cose vanno comunque male? Tra i tanti fattori tre, a mio avviso, sono quelli principali: a) il giudice sceglie il proprio perito da un apposito albo o, in via sussidiaria, può sceglierlo a sua discrezione tra persone particolarmente esperte della materia (ed è lui, in assenza di altre specificazioni, a decidere che quelle persone sono “particolarmente esperte”); b) non esiste una regola o un parametro per la valutazione delle procedure e dei metodi applicati dal perito ab origine: tutto si gioca in fase dibattimentale quando viene esaminato ma il suo pezzetto di conoscenza rimane generalmente lì, a disposizione del giudice, come prova da utilizzare nella decisione; c) il giudice non è in alcun modo vincolato alle conclusioni dell’esperto, potendo discostarsene dandone motivazione.

a) Se l’iscrizione a un apposito albo dà alcune garanzie sull’effettivo possesso dell’expertise dei periti non è una condizione sufficiente a escludere problemi: per l’iscrizione all’albo (che è volontaria), bisogna essere iscritti a uno specifico albo professionale (ingegneri, geometri, architetti ecc), presentare i propri documenti d’identità, i titoli e i documenti che attestano la propria particolare competenza. Un collegio poi deciderà sull’ammissione all’albo dei periti o meno. Sembra tanto ma non lo è, perché alla fine si tratta di requisiti sostanzialmente formali che poco ci dicono, nel caso della prova scientifica, della correttezza del metodo utilizzato nel caso concreto dal perito e dunque del suo vero livello di expertise.

b) e c) Qui forse sta il vulnus più grande di questa parte del sistema processuale: se è richiesta una conoscenza specifica, una volta ammessa nel processo quella del perito, difficilmente un giudice sarà in grado di discostarsene (può accadere, certamente), anche quando quella conoscenza è basata su procedure e metodologie sbagliate, ascientifiche. E deciderà di conseguenza, sbagliando.

Oppure, il giudice può discostarsi dalle conclusioni scientificamente valide del perito, magari convinto dalle posizioni contrarie dei consulenti di parte che però si basano su presupposti (metodi, procedure, studi) non scientifici ma risultati più convincenti in sede dibattimentale. E, ancora una volta, il giudice deciderà di conseguenza, sbagliando. [sto banalizzando, state calmi].

Hello, Mr Daubert. Qui entra in gioco Mr. Daubert. Quando ho deciso di scrivere questo post sono partito da quanto avevo letto su alcuni siti di informazione in merito al caso Stamina: le conclusioni dell’indagine conoscitiva sul caso da parte della commissione Igiene e Sanità del Senato, promossa dalla senatrice Elena Cattaneo. Tra le proposte per evitare altri casi Stamina ce ne sarebbe stata una che mi è subito balzata all’occhio (riporto da Wired, ma non è l’unico ad averla scritta così)

La proposta è quella di adottare i cosiddetti standard Daubert, elaborati dalla Corte suprema statunitense, che impongono al giudice di accertare l’attendibilità scientifica di un trattamento.“La teoria o tecnica deve essere controllabile, falsificabile, deve essere visibile e quindi pubblicata su riviste con sistema di referaggio dei pari (peer review); deve essere definito un tasso di errore; devono esserci standard e controlli per la tecnica costantemente aggiornati; infine, la teoria e la tecnica devono essere generalmente accettate dalla comunità scientifica di riferimento”, recita il testo appena presentato in Senato.

Messa così mi ha fatto venire parecchi dubbi sul reale grado di conoscenza di come e dove si applichi lo standard Daubert (per capire cosa è vi rimando alla pagina di Wikipedia statunitense) da parte degli esperti della commissione. In realtà la proposta è diversa, in modo significativo, rispetto a quanto riportato da Wired (e da altri), perché riguarda l’applicazione dello standard Daubert non per valutare l’attendibilità scientifica del trattamento [oggetto di un giudizio] ma dei metodi applicati dai consulenti tecnici chiamati a portare la loro conoscenza all’interno di un giudizio:

Questa è la versione ufficiale (si tratta della settima proposta di una specie di decalogo):

7) Introduzione nell’ordinamento italiano del cosiddetto standard Daubert

Quanto alla figura del consulente tecnico in ambito giudiziario, questa Commissione ritiene opportuna l’introduzione nel nostro ordinamento di specifici parametri individuabili sulla falsariga del cosiddetto standard Daubert. Tale standard è il risultato di una elaborazione della Corte suprema statunitense che impone al giudice di accertare che il metodo usato dall’esperto ammesso al dibattimento sia attendibile scientificamente. La teoria o tecnica ammessa deve essere controllabile, falsificabile, deve essere visibile e quindi pubblicata su riviste con sistema di referaggio dei pari (peer review); deve essere definito un tasso di errore; devono esserci standard e controlli per la tecnica costantemente aggiornati; infine, la teoria e la tecnica devono essere generalmente accettate dalla comunità scientifica di riferimento

Insomma, la questione è diversa ma ho deciso di scriverne ugualmente perché anche la proposta nella sua versione ufficiale e corretta comporta, secondo me, parecchi dubbi.

Meglio un po’ di preliminari. Lo standard Daubert e i suoi requisiti si applicano nel sistema statunitense – che è abbastanza diverso dal nostro – con uno scopo preciso: eliminare quanto più è possibile l’apporto di prove non scientifiche (o, meglio, non tecniche) in un processo. È lo stesso obiettivo che abbiamo noi in Italia (e un po’ tutti i sistemi giudiziari moderni).

Ora, il problema è questo: nel sistema Usa il processo lo fanno le parti in causa, il giudice lo regola, una giuria decide. Nel suo ruolo di ‘arbitro’ del processo il giudice decide (come da noi) sull’ammissibilità o meno delle prove richieste dalle due parti: nel nostro caso può decidere se ammettere o meno l’expert witnesses’ testimony, ovvero la testimonianza da parte di uno o più esperti, le cui conclusioni verranno poi contrastate e/o confutate nel corso del dibattimento, per poi essere valutate dalla giuria. Siccome non tutte le prove possono essere ammesse e sarebbe troppo semplice presentare Mr X come esperto nella materia Z anche se non lo è, la Corte Suprema ha stabilito degli standard per la loro ammissione nel processo. È un controllo, dunque, che il giudice fa in fase preliminare all’ammissione per evitare quanto più è possibile che nel processo entri la “scienza spazzatura” e lo condizioni.

Sottolineo ammissione perché nella proposta della commissione sembra che il Daubert standard si dovrebbe applicare per la consulenza tecnica (immagino intesa in senso generico) già ammessa dal giudice italiano. La questione si gioca sull’italiano, su quel “consulente (esperto, tecnica, teoria) ammesso(a)” anziché su “ammissibilità” del consulente (esperto, tecnica, teoria).

Insomma, dato che si propone di legiferare, e dato che una legge deve essere chiara, sarebbe stato bello che la commissione avesse formulato la sua proposta in maniera differente: a) per valutare una consulenza tecnica ammessa nel dibattimento il giudice deve usare lo standard Daubert o; b) una consulenza tecnica per essere dichiarata ammissibile dal giudice deve rispettare i criteri dello standard Dabuert;

Nella seconda interpretazione non ci sarebbero grossi problemi (li vediamo dopo comunque): il giudice farebbe normalmente da filtro delle prove ammissibili, come già fa, avendo in mano un set di criteri utili per le sue verifiche.  Spingerebbe inoltre le parti (pm e avvocati) ad utilizzare consulenti e tesi più solide dal punto di vista scientifico, se sono a disposizione.

La prima interpretazione invece porterebbe a due conseguenze non volute e non auspicabili: 1) non viene applicato alcun filtro preliminare alla “scienza spazzatura” che così sarebbe ancora libera di entrare nel processo; 2) si impone al giudice una regola di giudizio – che limita il suo libero convincimento (e abbiamo visto che non è per forza un male) – in fase di valutazione delle prove (dunque troppo tardi per raggiungere al meglio il nostro obiettivo), ma si correrebbe il rischio di lasciargli in mano prove, di fatto, inutili e inutilizzabili perché, appunto, non rispettano una regola di giudizio fissata per legge (come il ragionevole dubbio).

Ultimo problemino. Anche ammettendo che la proposta della commissione vada nella direzione più auspicabile, quella di dare delle regole per l’ammissibilità della consulenza tecnica (o della perizia) e non solo per la sua valutazione, rimane un problema serio: il giudice – ancor di più se ripetiamo più e più volte che sono spesso degli illetterati scientifici – non è a conoscenza (ad oggi) dei meccanismi della scienza, non ha idea, a meno di una formazione particolare ed esclusiva dei singoli, di come verificare nel concreto l’esistenza o meno dei criteri stabiliti dal Dabuert’s standard.

 Nel 2005 il comitato per la Scienza e la Tecnologia della House of Commons britannica scriveva in un documento una cosa valida anche per l’Italia:

The absence of an agreed protocol for the validation of scientific techniques prior to their
being admitted in court is entirely unsatisfactory. Judges are not well-placed to
determine scientific validity without input from scientists. We recommend that one of
the first tasks of the Forensic Science Advisory Council be to develop a “gate-keeping”
test for expert evidence. This should be done in partnership with judges, scientists and
other key players in the criminal justice system, and should build on the US Daubert
test.

Prima di imporre test di ammissibilità che rischiano di perdersi nel nulla sarebbe allora più corretto proporre qualcos’altro: formazione specifica (tra scienziati, giudici e legislatori insieme) e una discussione su quei criteri e sulla loro applicazione nell’ordinamento italiano: copiare le cose che funzionano da altre parti non è garanzia che funzionino anche qui, con un sistema diverso.

Qualche fonte utile:

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=SommComm&leg=17&id=903441

http://www.avvocatinovara.com/wp-content/uploads/2012/07/Dalla-sentenza-Daubert-alla-sentenza-Staso.pdf

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/lisa-giupponi/giudice-lesperto-e-paradosso-della-prova-scientifica/marzo-2013-0

http://www.publications.parliament.uk/pa/cm200405/cmselect/cmsctech/96/96i.pdf

Amedeo Santosuosso, “Diritto, Scienza, Nuove Tecnologie”, Cedam, 2011.

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Giornalisti e torri d’avorio

Leggo oggi su Prometeus magazine un’interessante riflessione di Federico Baglioni a proposito della recente manifestazione tenutasi a Roma, davanti a Montecitorio, per chiedere al Governo di non recepire le modifiche pericolosamente restrittive votate dal Parlamento alla direttiva Ue 63/2010 sulla sperimentazione animale.

Federico lamenta la scarsa attenzione dei media (se non un video de La Stampa e un servizietto orribile del Tg1) per una manifestazione pacifica con cinquecento persone che si schieravano dalla parte della ricerca. Questa è la parte che ritengo più interessante della sua analisi:

E’ brutto da dirsi, ma la notizia non era sufficientemente interessante.

Intendiamoci: so benissimo quali sono i problemi di un giornalista. Ha poco tempo, deve seguire una linea editoriale e deve stendere un articolo che venga letto da molti e che non crei un controproducente (per lui) vespaio di polemiche. Capisco che sia molto meno compromettente glissare l’argomento e parlare di altro.

Non ci sono stati scontri, non c’è stato il “sangue”

Qualcuno l’ha proprio sentito dire in piazza e la cosa, purtroppo, non mi scandalizza affatto. A differenza delle altre occasioni, non c’è stata alcuna contestazione, nessun “momento di tensione” vero o presunto che fosse, nessuna guerra tra bianchi e rossi. E’ caduto quindi lo scoop,la possibilità di dipingere l’argomento sperimentazione animale come consueta “guerra tra faide”.

“La notizia non era sufficientemente interessante”. È proprio così. In parte concordo col resto dell’analisi, nel senso che uno scontro, una contestazione, ha sicuramente un grado di notiziabilità maggiore all’interno dei quotidiani generalisti. Non sono d’accordo invece sulla parte dei problemi del giornalista: sollevare vespai fa vendere copie o guadagnare accessi sul web e non è detto che esista una linea editoriale su temi complessi come la sperimentazione animale.

Però manifestare a favore della ricerca non è molto più interessante, dal lato giornalistico, della protesta coi caschetti degli operai dell’Alcoa in Sardegna o dell’omofobia di Guido Barilla.  Le ragioni sono tante, non da ultimo l’interesse del pubblico che probabilmente tende a scemare dopo una/due volte che si tratta l’argomento (a meno che, di nuovo, non si compiano azioni eclatanti, ma in questo caso sono tali azioni a fare notizia, non il messaggio che vi sta sotto).

Per Federico,

L’impressione è che quella di stare in una torre d’avorio non sia una scelta degli scienziati, ma una forma di confino cui sono costretti dai media.

E qui credo che sbagli. Uno dei grandi problemi degli scienziati è che scendono in campo a protestare quando vedono calpestata la propria libertà e, se vengono ascoltati bene, se non vengono ascoltati è perché l’Italia non ama la scienza. C’è del vero, senz’altro, ma non è così semplice e credo che il problema nasca un po’ più indietro con ampie responsabilità degli scienziati.

Per portare avanti “la causa” della scienza (qualsiasi cosa voglia dire) non basta protestare quando qualcuno sembra metterle dei paletti davanti o prende decisioni assurde (Stamina, Di Bella ma anche sperimentazione animale e Ogm) e poi continuare a fare quello che si faceva prima. È necessario fare un salto qualitativo: portare quei problemi dove c’è la possibilità di trattarli a livello politico prima e mediatico poi: le organizzazioni politiche, le associazioni e tutto il sottobosco culturale che sfocia in attività, proposte e gruppi di pensiero che influenzano chi deve prendere le decisioni e che ha più facile accesso ai media. Credo che sia ora che la cultura scientifica inizi a diffondersi su più piani. La comunità scientifica deve costituire una sua lobby, non nel senso dispregiativo che diamo in Italia a questo termine, ma nel senso di fare la stessa identica cosa che fanno gruppi super legittimati come Slow Food o Comunione e liberazione (oddio, forse ho fatto esempi non proprio positivi) o le varie fondazioni e associazioni il cui scopo è proprio quello di far emergere su più livelli possibili le proprie idee. Questo è quello che dovrebbe fare la scienza: “scendere in campo” (ho i brividi), portare le sue idee e argomentazioni sul piano politico, a tutti i livelli, non sperare che, semplicemente parlando o facendosi vedere in piazza, qualcuno ascolti ed “esegua” o pretendendo di essere chiamati in causa solo su determinati argomenti in qualità di esperti e pensare che il resto non la riguardi.

Gli scienziati, i ricercatori, intervengano allora più spesso nel dibattito politico, dicano che l’abolizione dell’Imu gli leverà X milioni di risorse per fare le importanti ricerche Y e Z, dicano che per una università in grado di crescere serve una classe politica che sappia prendere decisioni durature, dicano che il signor sindaco ha riconsegnato la città più inquinata di quanto era cinque anni prima, dicano che l’Italia spreca i fondi europei e propongano progetti, denuncino con estrema forza la burocratizzazione, i baronati e le risorse date in base al nome e non al curriculum, dicano qualcosa di politico sull’Ilva o sulla così detta green economy, dicano con forza, durezza e chiarezza che la televisione pubblica non può delegare le tematiche scientifica a Piero Angela (sempre sia lodato) per altri 30 anni e mantenere in vita (professionalmente) Roberto Giacobbo.

In mancanza di tette e culi da mettere in primo piano, l’unico modo per rendere la scienza -compresi i suoi problemi- più notiziabile è quello di rinforzarne la portata comunicativa facendola entrare nel tessuto connettivo sociale e politico. La violenza sulle donne è diventato un problema in Italia non perché siano cresciuti numericamente i reati, ma perché un forte movimento d’opinione ha focalizzato l’attenzione pubblica, di media e politica, su quel problema e si batte per trovare delle soluzioni. Le battaglie sui diritti civili hanno alle spalle associazioni di persone e gruppi di pensiero che elaborano idee e soluzioni e si trovano dei portavoce influenti che inseriscono le proprie idee nel flusso comunicativo, scatenano dibattiti e polemiche, fanno politica. Se è vero che la scienza è un grande movimento culturale, la più avanzata forma di pensiero che l’uomo abbia fin qui sviluppato, allora l’obiettivo è farla penetrare oltre le accademie, oltre gli specialisti o i semplici appassionati. È possibile che il fattore principale del nostro benessere e del nostro avanzamento debba essere relegato ad una specie di nicchia?

La smettano allora di dire e pensare “siamo solo scienziati”, di aver paura di calpestare qualche piede e di pretendere l’attenzione mediatica e politica solo quando le decisioni politiche gli passano accanto, perché così, giusto o sbagliato che sia, non funziona. Se la politica e l’informazione sono miopi quando si parla di scienza, la colpa sta anche (ma non solo, ovviamente) in chi non si è curato troppo della salute di quegli occhi e oggi non riesce a trovargli un buon oculista.

Giulio Golia, una mamma e la vera ricerca

Si è tanto parlato del metodo Vannoni, quello che curerebbe malattie rare grazie all’utilizzo di cellule staminali. Non sto qui a riassumere tutta la vicenda perché ormai il web è pieno (qui, quo e purtroppo anche qua ad esempio) e perché Giulio Golia de Le Iene ha ottenuto share e probabilmente contratti futuri grazie ad un’operazione balorda: puntare sul labile confine fra disperazione e speranza per costruire servizi televisivi dannosi e pericolosi. Il metodo cura miracolosa ostacolata dal potere è sempre il solito, basta prendere i risultati che ci piacciono, solo quelli, portarli in Tv con tanto vittimismo e poggiare sul dolore e sulla determinazione alla speranza di un’amorevole famiglia con una figlia in grossa difficoltà. Grazie a questo pessimo giornalismo, frutto non di un errore nella percezione della notizia, ma di reiterata e ottusa ignoranza di chi quella notizia l’ha creata, Giulio Golia, una buona fetta di opinione pubblica si è orientata a favore del metodo Vannoni e della Stamina Foundation come accadde tempo addietro con Di Bella ma per fortuna non ancora a quei livelli di barbarie mediatico-scientifica (per quella aspettiamo Antonio Ricci e i striscianti servizi).

Per questo riporto qui una bellissima risposta che una madre ha lasciato nella pagina Facebook di Giulio Golia, una risposta che rinfranca l’anima e che spero determini i ricercatori a lavorare con ancora più determinazione e comunicare con più insistenza, perseveranza, capillarità e qualità anche su temi difficili. Grazie a questa mamma che pur nell’estrema difficoltà ha la forza e la razionalità di rimanere aggrappata al ramo più solido, che anche se non le parla e non la consola, lavora per lei senza inganni, al suo fianco, tra mille difficoltà, storture, problemi, errori, passioni, piccoli e grandi passi: la scienza.

“Le dico io di cosa si deve vergognare, non sono un medico o una ricercatrice, ma una mamma di una bambina affetta da SMARD1. Lei sta mettendo a rischio la vera ricerca quella che un domani vicino o lontano può veramente fare qualcosa per i nostri figli. Con tutto questo caos mediatico messo su per un po di audience rischia di far cambiare le regole che tutelano noi e i nostri piccoli. Noi genitori non siamo in grado a volte, per il troppo amore, di prendere le giuste decisioni e per questo ringrazio i medici quelli veri.. Sa cosa succederà se tutti regolamenti verranno messi in discussione o cambiati, se le leggi sulla sperimentazione verranno modificate? Aumenteranno i ciarlatani e truffatori mettendo in serio pericolo tanti e tanti pazienti piccoli e grandi…. So cosa significa ricevere una diagnosi che ti sconvolge la vita, il dolore che si prova nel vedere che la malattia porta via piano piano qualcosa al proprio figlio e la parte peggiore l’ impotenza, non poter fare nulla se non sperare e mettersi nelle mani della ricerca, e lottare cercando di portare il proprio bambino nelle condizioni migliori a quel domani dove sono sicura che i nostri meravigliosi ricercatori troveranno la cura. Non so se si rende veramente conto di quello che ha provocato, ma le assicuro niente di buono. Sa quanti genitori credono in buona fede a quello che lei e il Professore di lettere dite, credono davvero che esiste la cura del secolo che cura tutti i mali, rischiando di abbandonare le cure che possono rallentare il decorso della malattia.Spero che le parole di una semplice mamma la facciano riflettere un po, ma non credo.”