I dogmi della ricerca e quelli di Michele Serra

Golden Rice grain compared to white rice grain in screenhouse of Golden Rice plants.
Golden Rice e riso bianco (IRRI Photos/Flickr/CC BY NC-SA 2.0)

“Ma il cittadino comune non viene ulteriormente confuso?”

È la domanda che mio padre mi ha scritto in un e-mail che conteneva in allegato una lettera a Michele Serra sul Venerdì di Repubblica firmata da nove persone, ricercatori o professori universitari italiani.

ricerca

Si (ri)parla di Ogm, e i firmatari della lettera sono molto chiari: è una questione politica sì ma, a differenza di quanto sostiene Elena Cattaneo sulle colonne di Repubblica:

è falso che l’intero mondo della ricerca sia immune da ogni dubbio e schierato compatto pro-Ogm. Moltissimi scienziati e ricercatori, provvisti di credenziali di pari autorevolezza, di dubbi invece ne hanno molti.

Chi sono questi moltissimi scienziati e ricercatori? Non si sa, i nomi non vengono fatti. Quali dubbi avanzano? Boh?

Chi lo sa… ma non è questo il punto.

“Ma il cittadino comune non viene ulteriormente confuso?”

La mia risposta è sì, il cittadino viene ulteriormente confuso. Questo per il fantastico meccanismo – tipico del mondo dell’informazione – del confronto tra opinioni (opinioni, non fatti) che porta i processi decisionali, sia personali che istituzionali, a formarsi pesando quante voci ci sono da una parte e quante dall’altra. Non quali, ma quante. E se ne frega, perché poi il discorso diventerebbe troppo lungo, di quanto solide siano le basi su cui poggiano gli uni e gli altri.

Trovare scienziati e ricercatori – anche ‘importanti’, ma non necessariamente competenti nella specifica materia – che pensano cose molto diverse rispetto a quelle della grande maggioranza degli altri ‘esperti’, è relativamente semplice e così diventa semplice anche far apparire dal nulla una controversia nel mondo scientifico. Capita molto spesso quando si parla di riscaldamento globale, capita anche per la questione Ogm.

Ma, come scrivono nel loro eccellente libro “Contro Natura” Beatrice Mautino e Dario Bressanini, in un passo riportato da Il Post che ne ha preso un estratto

Le istituzioni della UE hanno investito, dal 1982 al 2012, più di 300 milioni di euro in ricerche sulla sicurezza degli OGM, finanziando centinaia di gruppi di ricerca pubblici, in laboratori e università. Il rapporto finale che riassume queste ricerche è esplicito:
La conclusione principale che si può trarre dagli sforzi di più di 130 progetti di ricerca, su un periodo di 25 anni e che ha coinvolto più di 500 gruppi di ricercatori indipendenti, è che le biotecnologie e in particolare gli OGM non sono, di per sé, più rischiose delle tecnologie convenzionali di breeding delle piante.

Anche l’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, nel corso degli ultimi decenni non ha trovato alcun elemento per fare distinzioni sostanziali tra sementi Ogm autorizzate per la coltivazione in Europa e le altre ottenute con altre tecniche.

Non c’è, di fatto, una controversia scientifica. Molte posizioni e ricerche che argomentavano contro gli Ogm nel corso degli anni, sono tutte crollate. Quando Serra dice che la scienza che non sa mettere in discussione se stessa contraddice i suoi stessi presupposti e titola “L’errore della ricerca? Trasformarsi in un dogma” ha ragione. Solo che  “la scienza” ha già messo più volte in discussione i suoi presupposti e ha già dato, più volte, delle risposte chiare che, lungi dall’essere dei dogmi, dovrebbero costituire il punto dal quale muoversi e andare avanti.

Come accade oggi, ad esempio, per i vaccini obbligatori, sui quali mi pare Serra si sia dichiarato a favore. Eppure anche qui, se volesse, troverebbe decine di medici e ricercatori pronti a giurare che i vaccini sono un male  nella mani di pochi che hanno in pugno la nostra salute. Perché questa differenza? Non si tratterà forse di pregiudizi non riconosciuti?

Ma l’attacco alla ricerca dogmatica è solo un chiaro pretesto. La vera questione, come afferma lo stesso Michele Serra, non è scientifica ma è politica, potentemente politica. 

Scrive il giornalista

Gli Ogm sono il mattone di un sistema di produzione agro-industriale che ha un profondissimo impatto sulla vita dei campi e dei contadini, sulla distribuzione del potere che si concentra in pochissime mani (quelle dei proprietari delle sementi), sulla crisi della biodiversità, sulla libertà di scegliere cosa coltivare, e in che modo. Non esiste solo la libertà dei ricercatori scientifici. Esiste anche la libertà dei contadini, che il sistema di produzione agro-industriale, fondato sulle sterminate colture monocolture Ogm (esempio classico la soia in Argentina) spossessa progressivamente di autonomia, di cultura, di identità.

In definitiva, mi pare di capire che gli Ogm (le cui monocolture non sono il fondamento di un bel nulla) siano il mattone con cui si recinta la libertà dei contadini e che di conseguenza porterebbe – senza spiegare come – a disastri ambientali (biodiversità) e sociali (cultura, tradizioni ma quali?).

Ed eccoli qui, allora, i veri dogmi, le vere sentenze che non ammettono discussione. Concetti espressi in bella forma e che si auto-affermano, che toccano argomenti importanti, ma che non sono riempiti di contenuti.  Se davvero ci fosse una controversia, come sarebbe possibile affermare con tale sicurezza, come fa Serra, la presenza di effetti così distruttivi per l’ambiente, per la società e le culture dei popoli?

La questione è davvero politica, ma non si può risolvere correttamente se non si prevedono vie di mezzo, ragionamenti profondi, e si portano avanti postulati indiscutibili, dove i preconcetti diventano principi di libertà.

Nella sua visione politica della questione, Serra – ad esempio – parla appunto di costrizioni delle libertà di chi lavora nei campi dovute agli Ogm, come se fossero un dato di fatto, ma non spiega cosa e quale sia quella libertà. Coltivare ciò che vuole, come vuole? Se la risposta è sì, anche coltivare Ogm è libertà, una libertà oggi negata agli agricoltori italiani.

Non so se per lui la libertà sia anche una maggiore ricchezza, per me, che non sopporto la favola della ‘decrescita felice’, essere più ricchi di prima (che non significa essere ricchi) è un mattone con cui si costruisce la libertà individuale e si accresce il benessere sociale. Serra guardi il grafico sotto (tratto da una meta-analisi del 2014) che mostra come, in media, l’adozione di colture Ogm nel mondo ha portato a una crescita di quasi il 70% dei profitti per gli agricoltori (oltre che a una riduzione dell’uso dei pesticidi del 37%).

ogm

Non sono i numeri di una tecnologia che salverà il mondo o che non comporta problemi, sono i numeri di una tecnologia che ha migliorato le condizioni di vita di molti agricoltori. Fanno davvero così schifo? Sono davvero il simbolo di una minaccia per la libertà?

Le “poche mani” che hanno in pugno i semi, in Italia, sono anche quelle di coop e consorzi, non solo multinazionali, ma immagino che non se ne possa parlare. E la collegata questione del ‘tradizionale’ riutilizzo dei semi trova una spiegazione relativamente semplice: gli agricoltori che hanno qualcosa in più di un un campetto di pochi ettari e qualche gallina, in genere, non riutilizzano i vecchi semi perché costa tempo e fatica e non garantisce risultati. Ricomprare i semi ogni anno offre maggiori garanzie e gli agricoltori di professione lo fanno da prima che gli Ogm arrivassero sul mercato. E anche questa è libertà. È vero che ci sono aziende che vietano il riuso se non a determinate condizioni, ma anche riprodurre e riutilizzare un articolo di Serra è vietato dal suo editore (ops) e per poter leggere quello che scrive bisogna ricomprare ogni giorno il giornale. L’ accesso all’informazione non è importante?

A differenza di quel che dice Serra e di quel che dicono i ricercatori firmatari della lettera con cui sono partito, le tecnologie sono neutre, è il loro utilizzo a non esserlo. È il loro utilizzo che può essere, anche, un problema politico e di visioni del mondo. Ma per affrontare al meglio un problema simile bisogna partire da basi solide, da un contenuto minimo di verità il più possibile oggettivo e discutere spogliandosi dei pregiudizi che tutti, indistintamente, abbiamo.

La strada politica da intraprendere è allora quella di valutare pro e contro, condizioni di utilizzo, situazioni in cui le tecnologie portano o meno beneficio. E se non ci sono pericoli concreti o potenziali (ma ragionevolmente prevedibili) deve essere lasciata la libertà di scelta, quella cosa che oggi per chi vuole coltivare Ogm non esiste senza alcuna valida ragione.

Certamente rimarrebbero altri problemi sollevati da Serra che però, a meno che non si vogliano raccontare balle pur di avere ragione, non sono generati dall’uso di Ogm: la perdita di biodiversità, la necessaria modifica dei sistemi produttivi, i diritti di chi lavora la terra, i diritti di noi consumatori, i diritti delle società che sulla crescita dell’agricoltura locale fanno e faranno a lungo affidamento per migliorare le proprie condizioni.

Tutti problemi la cui enorme complessità, così come non si risolverà grazie a una singola tecnologia, non si risolverà neppure con il bando tout court della stessa e affidandosi all’agricoltura biologica (al costo di quanta terra?) o agli orticelli di Carlo Petrini. Sarebbe semplice e bello, ma è la risposta di un pensiero politico decisamente involuto, pronto a sacrificare il benessere e la libertà altrui sull’altare dei propri pregiudizi.

Ogm e muri da abbattere

“Concrete wall” by Oula Lehtinen – Own work. Licensed under CC BY-SA 3.0

Sinceramente non capisco cosa spinga ancora Elena Cattaneo ad intervenire per l’ennesima volta sulla questione Ogm (a cui l’Italia, almeno sulla coltivazione, ha detto definitivamente no), dibattendo – seppure a distanza – con Carlin Petrini, prestandosi al giochino di Repubblica di conservare apparentemente un’equa distanza ospitando opinioni tra loro nettamente contrarie (le trovate in fondo al post).

Non lo capisco non perché non abbia chiaro che si tratta di una donna in missione “pro scienza” e “pro razionalità”, ma perché non mi capacito di come si ostini a non capire che quel tipo di interventi, la voglia di fare da baluardo contrapposto alla retorica pauperista di Slow Food, purtroppo, non servono a nulla.

Non servono a nulla perché parlare di “inganno mediatico antiscientifico” non ha alcun effetto concreto se non quello di far pensare tutti noi che – in fondo – stiamo dalla sua parte che “cazzo ha ragione, siamo in mano a degli idioti“; che sottoscriviamo pure gli spazi tra una parola e l’altra del suo discorso alla Nazione. Ma non sposta le idee di una virgola, non davanti a uno che parla di “Italia libera [dagli Ogm]”, di lavoro “con la società civile”; di produzioni moderne ma “sane, sagge, equilibrate ed eque”; di “talenti ed esperienze” di agricoltori, pescatori, cuochi, comunicatori, educatori e studenti: i nostri talenti, quelli del nostro vicino di casa, del nostro panettiere o del piccolo produttore che si arrangia e produce un formaggio o un vino che non sa di nulla ma è eccellente perché lo fa lui, perché viene dal basso e ci ricorda nostro nonno.

Ma quale inganno potrà mai uscire dalla bocca del nonno di Heidi? Cosa c’è di sbagliato in un mondo più sano, più saggio, più equo ottenuto con le battaglie della società civile? A chi importerà mai il valore infinitesimale delle produzioni bio carissime, classiste e neppure così migliori delle altre se il nostro buon nonno ci racconta di lotte, di giovani, di duro lavoro ancora da finire per abbattere il mostro finale: il Ttip che vorrebbe trasformarci in un automi di una gigantesca industria fuori controllo?

Non serve a niente.

Che fare allora? Stare zitti? Lasciare spazio solo al giubilo antiscientifico? Abbandonare il campo mentre tutto va a rotoli? No. Ma se qualcosa abbiamo perso, la abbiamo persa nonostante le lezioni di Elena Cattaneo (e di altri) sui quotidiani, nonostante le sue continue allerte sui danni da antiscientismo; nonostante i numeri, le verità vere di una scienziata dalla meritata fama internazionale. Qualcosa vorrà pur dire.

Se qualcosa abbiamo perso – e lo abbiamo perso da tanto, non oggi e non ieri – dobbiamo imparare la lezione che sembra sia continuamente sfuggita in tutti questi anni: raccontare come stanno realmente le cose, soprattutto dove si è aperta una controversia (anche se non scientifica) che si gioca sul piano sociale, politico ed economico, non è la porta per la conversione, per spostare le idee. È come voler usare la spada in mezzo a uno scontro a fuoco, un’arma che non serve a niente, se non per colpire qualcuno che ci sta abbastanza vicino. Ma, alla fine, il sangue in strada sarà il nostro.

Alimentare la controversia non farà altro che far apparire la sua voce nient’altro che, appunto, una delle voci in mezzo al coro, quando va bene sonora quanto le altre, di solito minoritaria e, soprattutto, senza che abbia una grande efficacia rispetto all’obiettivo.

Dicevo, bisogna che allora stia (stiamo) zitta (i)? No. Non so neppure quali metodi alternativi possano realmente funzionare adesso (ecco: metodi, magari da studiare e sui quali faticare). Ma credo di aver capito quello che non funziona di sicuro: cercare di abbattere un muro erigendone un altro, contrapposto, perché il risultato sono solo due muri.

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Allego gli interventi di Elena Cattaneo e Carlin Petrini comparsi oggi su La Repubblica. Sono screenshot (click per ingrandire) effettuati col cellulare da un utente di Facebook perché non riesco a recuperare i link originali.

Scienza, giudici e Daubert standard: copiare non basta

hammer-485712_640Negli ultimi anni i legami tra conoscenze scientifiche e diritto sono diventati sempre più evidenti: sempre più spesso i giudici sono chiamati a interpretare teorie scientifiche per decidere sulla colpevolezza delle persone o, addirittura, per trovare nessi causali tra un prodotto della scienza e un evento specifico.

Sentenze ascientifiche. Gli esempi sono tanti: possiamo pensare a tutte le volte che un giudice vede dei nessi tra vaccini obbligatori e insorgenza di malattie (autismo), oppure basa il suo giudizio sull’imputabilità di una persona (concetto fondamentale nel nostro ordinamento) sulla base di specifiche tecniche scientifiche (qualcuno ha parlato di neuroscienze in tribunale?). Altre volte autorizza o meno la prosecuzione di determinate cure che – in quel momento – sono al confine tra scienza e ciarlataneria come accaduto nelle vicende riguardanti il metodo Di Bella e il metodo Stamina (sì, la bilancia pende dalla parte della ciarlataneria).

Com’è possibile? Come può succedere che quando la comunità scientifica e la maggioranza delle “opinioni esperte” si pronunciano per l’ascientificità di determinate correlazioni o di determinate cure un giudice decida il contrario? È un problema del sistema o è solo ignoranza?

Il problema. Le cause sono tante: in tanti tirano in ballo l’analfabetismo scientifico italiano – che sicuramente ha un suo peso non marginale -, ma il vero problema è che un giudice, non essendo esperto di scienza, decide in base a quello che emerge nel processo, non nell’opinione pubblica e nemmeno in quella della comunità degli esperti (intesa in senso allargato: scienziati, commentatori, giornalisti esperti). E, a livello di principi generali, è un bene che sia così. 

Il cerottino. Il sistema prevede dei correttivi per questa “ignoranza” di fondo perfettamente normale: quando si parla di argomenti che richiedono conoscenze specifiche, settoriali, il giudice può (e a certe condizioni deve) fare ricorso agli esperti (periti, consulenti tecnici d’ufficio) per capire meglio le cose e avere le idee più chiare per poi decidere autonomamente in base al suo libero convincimento. Lo deve fare ogni volta in cui siano richieste conoscenze specifiche in settori che non sono propri del giudice (economia, ingegneria, falegnameria, tecniche varie, arte… scienza). 

Il problema rimane. Perché, allora, se gli esperti entrano nel processo con il loro sapere specifico, le cose vanno comunque male? Tra i tanti fattori tre, a mio avviso, sono quelli principali: a) il giudice sceglie il proprio perito da un apposito albo o, in via sussidiaria, può sceglierlo a sua discrezione tra persone particolarmente esperte della materia (ed è lui, in assenza di altre specificazioni, a decidere che quelle persone sono “particolarmente esperte”); b) non esiste una regola o un parametro per la valutazione delle procedure e dei metodi applicati dal perito ab origine: tutto si gioca in fase dibattimentale quando viene esaminato ma il suo pezzetto di conoscenza rimane generalmente lì, a disposizione del giudice, come prova da utilizzare nella decisione; c) il giudice non è in alcun modo vincolato alle conclusioni dell’esperto, potendo discostarsene dandone motivazione.

a) Se l’iscrizione a un apposito albo dà alcune garanzie sull’effettivo possesso dell’expertise dei periti non è una condizione sufficiente a escludere problemi: per l’iscrizione all’albo (che è volontaria), bisogna essere iscritti a uno specifico albo professionale (ingegneri, geometri, architetti ecc), presentare i propri documenti d’identità, i titoli e i documenti che attestano la propria particolare competenza. Un collegio poi deciderà sull’ammissione all’albo dei periti o meno. Sembra tanto ma non lo è, perché alla fine si tratta di requisiti sostanzialmente formali che poco ci dicono, nel caso della prova scientifica, della correttezza del metodo utilizzato nel caso concreto dal perito e dunque del suo vero livello di expertise.

b) e c) Qui forse sta il vulnus più grande di questa parte del sistema processuale: se è richiesta una conoscenza specifica, una volta ammessa nel processo quella del perito, difficilmente un giudice sarà in grado di discostarsene (può accadere, certamente), anche quando quella conoscenza è basata su procedure e metodologie sbagliate, ascientifiche. E deciderà di conseguenza, sbagliando.

Oppure, il giudice può discostarsi dalle conclusioni scientificamente valide del perito, magari convinto dalle posizioni contrarie dei consulenti di parte che però si basano su presupposti (metodi, procedure, studi) non scientifici ma risultati più convincenti in sede dibattimentale. E, ancora una volta, il giudice deciderà di conseguenza, sbagliando. [sto banalizzando, state calmi].

Hello, Mr Daubert. Qui entra in gioco Mr. Daubert. Quando ho deciso di scrivere questo post sono partito da quanto avevo letto su alcuni siti di informazione in merito al caso Stamina: le conclusioni dell’indagine conoscitiva sul caso da parte della commissione Igiene e Sanità del Senato, promossa dalla senatrice Elena Cattaneo. Tra le proposte per evitare altri casi Stamina ce ne sarebbe stata una che mi è subito balzata all’occhio (riporto da Wired, ma non è l’unico ad averla scritta così)

La proposta è quella di adottare i cosiddetti standard Daubert, elaborati dalla Corte suprema statunitense, che impongono al giudice di accertare l’attendibilità scientifica di un trattamento.“La teoria o tecnica deve essere controllabile, falsificabile, deve essere visibile e quindi pubblicata su riviste con sistema di referaggio dei pari (peer review); deve essere definito un tasso di errore; devono esserci standard e controlli per la tecnica costantemente aggiornati; infine, la teoria e la tecnica devono essere generalmente accettate dalla comunità scientifica di riferimento”, recita il testo appena presentato in Senato.

Messa così mi ha fatto venire parecchi dubbi sul reale grado di conoscenza di come e dove si applichi lo standard Daubert (per capire cosa è vi rimando alla pagina di Wikipedia statunitense) da parte degli esperti della commissione. In realtà la proposta è diversa, in modo significativo, rispetto a quanto riportato da Wired (e da altri), perché riguarda l’applicazione dello standard Daubert non per valutare l’attendibilità scientifica del trattamento [oggetto di un giudizio] ma dei metodi applicati dai consulenti tecnici chiamati a portare la loro conoscenza all’interno di un giudizio:

Questa è la versione ufficiale (si tratta della settima proposta di una specie di decalogo):

7) Introduzione nell’ordinamento italiano del cosiddetto standard Daubert

Quanto alla figura del consulente tecnico in ambito giudiziario, questa Commissione ritiene opportuna l’introduzione nel nostro ordinamento di specifici parametri individuabili sulla falsariga del cosiddetto standard Daubert. Tale standard è il risultato di una elaborazione della Corte suprema statunitense che impone al giudice di accertare che il metodo usato dall’esperto ammesso al dibattimento sia attendibile scientificamente. La teoria o tecnica ammessa deve essere controllabile, falsificabile, deve essere visibile e quindi pubblicata su riviste con sistema di referaggio dei pari (peer review); deve essere definito un tasso di errore; devono esserci standard e controlli per la tecnica costantemente aggiornati; infine, la teoria e la tecnica devono essere generalmente accettate dalla comunità scientifica di riferimento

Insomma, la questione è diversa ma ho deciso di scriverne ugualmente perché anche la proposta nella sua versione ufficiale e corretta comporta, secondo me, parecchi dubbi.

Meglio un po’ di preliminari. Lo standard Daubert e i suoi requisiti si applicano nel sistema statunitense – che è abbastanza diverso dal nostro – con uno scopo preciso: eliminare quanto più è possibile l’apporto di prove non scientifiche (o, meglio, non tecniche) in un processo. È lo stesso obiettivo che abbiamo noi in Italia (e un po’ tutti i sistemi giudiziari moderni).

Ora, il problema è questo: nel sistema Usa il processo lo fanno le parti in causa, il giudice lo regola, una giuria decide. Nel suo ruolo di ‘arbitro’ del processo il giudice decide (come da noi) sull’ammissibilità o meno delle prove richieste dalle due parti: nel nostro caso può decidere se ammettere o meno l’expert witnesses’ testimony, ovvero la testimonianza da parte di uno o più esperti, le cui conclusioni verranno poi contrastate e/o confutate nel corso del dibattimento, per poi essere valutate dalla giuria. Siccome non tutte le prove possono essere ammesse e sarebbe troppo semplice presentare Mr X come esperto nella materia Z anche se non lo è, la Corte Suprema ha stabilito degli standard per la loro ammissione nel processo. È un controllo, dunque, che il giudice fa in fase preliminare all’ammissione per evitare quanto più è possibile che nel processo entri la “scienza spazzatura” e lo condizioni.

Sottolineo ammissione perché nella proposta della commissione sembra che il Daubert standard si dovrebbe applicare per la consulenza tecnica (immagino intesa in senso generico) già ammessa dal giudice italiano. La questione si gioca sull’italiano, su quel “consulente (esperto, tecnica, teoria) ammesso(a)” anziché su “ammissibilità” del consulente (esperto, tecnica, teoria).

Insomma, dato che si propone di legiferare, e dato che una legge deve essere chiara, sarebbe stato bello che la commissione avesse formulato la sua proposta in maniera differente: a) per valutare una consulenza tecnica ammessa nel dibattimento il giudice deve usare lo standard Daubert o; b) una consulenza tecnica per essere dichiarata ammissibile dal giudice deve rispettare i criteri dello standard Dabuert;

Nella seconda interpretazione non ci sarebbero grossi problemi (li vediamo dopo comunque): il giudice farebbe normalmente da filtro delle prove ammissibili, come già fa, avendo in mano un set di criteri utili per le sue verifiche.  Spingerebbe inoltre le parti (pm e avvocati) ad utilizzare consulenti e tesi più solide dal punto di vista scientifico, se sono a disposizione.

La prima interpretazione invece porterebbe a due conseguenze non volute e non auspicabili: 1) non viene applicato alcun filtro preliminare alla “scienza spazzatura” che così sarebbe ancora libera di entrare nel processo; 2) si impone al giudice una regola di giudizio – che limita il suo libero convincimento (e abbiamo visto che non è per forza un male) – in fase di valutazione delle prove (dunque troppo tardi per raggiungere al meglio il nostro obiettivo), ma si correrebbe il rischio di lasciargli in mano prove, di fatto, inutili e inutilizzabili perché, appunto, non rispettano una regola di giudizio fissata per legge (come il ragionevole dubbio).

Ultimo problemino. Anche ammettendo che la proposta della commissione vada nella direzione più auspicabile, quella di dare delle regole per l’ammissibilità della consulenza tecnica (o della perizia) e non solo per la sua valutazione, rimane un problema serio: il giudice – ancor di più se ripetiamo più e più volte che sono spesso degli illetterati scientifici – non è a conoscenza (ad oggi) dei meccanismi della scienza, non ha idea, a meno di una formazione particolare ed esclusiva dei singoli, di come verificare nel concreto l’esistenza o meno dei criteri stabiliti dal Dabuert’s standard.

 Nel 2005 il comitato per la Scienza e la Tecnologia della House of Commons britannica scriveva in un documento una cosa valida anche per l’Italia:

The absence of an agreed protocol for the validation of scientific techniques prior to their
being admitted in court is entirely unsatisfactory. Judges are not well-placed to
determine scientific validity without input from scientists. We recommend that one of
the first tasks of the Forensic Science Advisory Council be to develop a “gate-keeping”
test for expert evidence. This should be done in partnership with judges, scientists and
other key players in the criminal justice system, and should build on the US Daubert
test.

Prima di imporre test di ammissibilità che rischiano di perdersi nel nulla sarebbe allora più corretto proporre qualcos’altro: formazione specifica (tra scienziati, giudici e legislatori insieme) e una discussione su quei criteri e sulla loro applicazione nell’ordinamento italiano: copiare le cose che funzionano da altre parti non è garanzia che funzionino anche qui, con un sistema diverso.

Qualche fonte utile:

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=SommComm&leg=17&id=903441

Fai clic per accedere a Dalla-sentenza-Daubert-alla-sentenza-Staso.pdf

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/lisa-giupponi/giudice-lesperto-e-paradosso-della-prova-scientifica/marzo-2013-0

Fai clic per accedere a 96i.pdf

Amedeo Santosuosso, “Diritto, Scienza, Nuove Tecnologie”, Cedam, 2011.