La narrativa della ricostruzione a tre anni dal sisma emiliano

La chiesa di San Paolo a Mirabello (Fe). Foto di Mario Fornasari/CC BY 2.0/Wikipedia
La chiesa di San Paolo a Mirabello (Fe). Foto di Mario Fornasari/CC BY 2.0/Wikipedia

Sono passati tre anni dal 20 maggio 2012, quando una parte dell’Emilia Romagna – soprattutto nel modenese e nel ferrarese – ha avuto un brusco risveglio poco dopo le 4 del mattino grazie a un sisma di magnitudo momento 5.9.

Siamo ancora nel mezzo dell’anniversario, altre forti scosse si verificarono il 29 maggio e poi il 3 giugno. Siamo in mezzo, dunque, anche alle celebrazioni di quell’anniversario.

E non parlo a caso di ‘celebrazioni’. In questi tre anni quando si parla di sisma a livello istituzionale – parlo del caso di Ferrara, che credo di conoscere meglio – si usa quasi esclusivamente una narrativa basata su due pilastri: il ricordo delle vittime e quello della ricostruzione.

Ed è proprio sulla narrativa della ricostruzione che vorrei spendere i miei due cent di riflessione.

Perché se da un lato è normale che sia dia risalto alla risposta delle comunità immediatamente dopo le emergenze (ecco, magari evitando la storiella di essersi rimessi in piedi da soli senza piangere e aspettare interventi da Bologna e Roma come hanno fatto altri, che non è vero e basta leggere le cronache politiche di tre anni fa e di oggi) e di quanto si è fatto e si sta facendo per ripristinare gli edifici e renderli più sicuri, manca, in tutta questa storia, l’attenzione – politica, economica e sociale – sul fattore forse principale: la prevenzione.

Non parlo di prevenzione intesa come messa in sicurezza degli edifici: fondamentale per quanto colpevolmente tardiva, ma di quella che va fatta a livello culturale.

Oggi è forse passato il messaggio che gli eventi sismici del 2012 non erano un’evento inaspettato, quasi impossibile, ma la sensazione è che non ci sia sufficiente attenzione sul fatto che quegli eventi potrebbero ri-verificarsi, magari questa volta letteralmente sotto i piedi dei ferraresi, anche domani. L’idea che il sisma 2012 non sia un’eccezione viene cioè vanificata con una sorta di inconscio collettivo espresso molto bene dalle parole di una tabaccaia che un’anno fa mi disse: “Ormai abbiamo già dato, il prossimo speriamo sia tra altri 500 anni”.

Un inconscio alimentato proprio dalla narrativa pompata della ricostruzione che da una parte rimette le cose a posto e dall’altra le rende più sicure, contribuendo a spostare in maniera malsana l’assunzione di rischi e responsabilità (e di oneri e, in questo caso, di onori) dalle singole persone (e la collettività che costituiscono) alle amministrazioni pubbliche e ai loro rappresentanti politici.

Ovviamente le mie sono solo impressioni – e in quanto tali hanno un valore molto limitato – frutto di qualche esperienza aneddotica, ma anche della constatazione di una certa scarsità di percorsi di formazione sul rischio (ci sono, ma non si vedono granché) diretti alla cittadinanza.

Per la verità lo Urban Center del Comune di Ferrara aveva dato vita a un progetto partecipato, “Battiamo il sisma”, per coinvolgere amministratori, tecnici, esperti e cittadini nell’identificare una serie di buone pratiche per la gestione ordinaria del rischio sismico, incentrata molto – e comprensibilmente – sull’edilizia. Un’iniziativa meritevole (ce ne sono anche altre sul campo), utile, ma che ha rivelato anche un certo disinteresse della cittadinanza prima (che ha partecipato meno di quanto ci si potesse aspettare) e della politica poi, che a quelle buone pratiche ha dato una visibilità scarsissima tanto che, a tre anni dal sisma, il punto della situazione comprende ormai solo lo stato di avanzamento dei lavori edili.

Ma quel punto della situazione – oltre a raccontare quanto siamo stati bravi nella ricostruzione – non può non comprendere una riflessione, seria e strutturata, anche sullo stato di avanzamento di una formazione alla cultura del rischio (sismico). Che vuol dire certamente preparasi lo zainetto da portare via in caso di terremoti (quanti lo hanno a portata di mano?) che rendono pericoloso rimanere in casa, sapere dove andare (a proposito: quanti ferraresi sanno dove sono i punti di attesa, quanti hanno ricevuto la mappa (stampata in ‘ben’ 10mila copie) e dove sono le indicazioni con i percorsi per raggiungerli?), ma anche, se non soprattutto, cambiare il più possibile la forma mentis della popolazione in termini di convivenza costante con un certi tipi di rischio in modo da saper leggere le informazioni e il grado elevato di incertezza che conterranno e adottare azioni quotidiane che quel rischio potrebbero abbassarlo.

Ricostruzione significa anche fare un passaggio culturale in tal senso ma, evidentemente, non potendo portare dati e numeri quantificabili immediatamente in euro, si preferisce lasciare da parte questa parte del racconto.

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Terremoto: Red Ronnie, HAARP e amenità religiose

Internet è una grande risorsa ma, come tutte le cose buone, ha il suo prezzo: in questo caso è l’imbecillità che non trova più freni e può espandersi senza filtri.

Dopo il terremoto che ha colpito parte dell’Emilia fra le giornate del 20 e del 21 maggio (che ho vissuto personalmente) hanno iniziato a farsi strada le solite, trite e ritrite, teorie di un progetto umano dietro la catastrofe, oppure di un destino già scritto e preannunciato dai Maya.

Ad iniziare tutto, questa volta, è stato Red Ronnie, imbecille maximo nazionale (potrei dire di peggio, ma magari sconfinerei negli insulti, mi limito qui a dire la verità su un uomo di spettacolo che non ha più senso di esistere, mediaticamente parlando) che, vivendo a Pieve di Cento, ha sentito bene le terribili scosse. Si è subito attaccato a Twitter per farci la cronaca dell’evento, rimandando a un articolo del sito nextme che collega una “profezia” Maya sull’eclissi solare e fenomeni sismici. Red fa 2+2 e ci spiega che il terremoto era previsto. Solo che Red non sa leggere, perché in quell’articolo i fenomeni sismici vengono collegati con le zone interessate dall’eclissi e la Pianura Padana non era certo fra quelle, a meno che non si sia spostata silenziosamente nel Pacifico.

Fosse rimasta ferma ai cinguettii deliranti del delirante Ronnie la questione non sarebbe neppure troppo interessante, ma il problema è che l’imbecille (non si offenda, lo è e non ci può far nulla, se non imparare a leggere meglio) è stato intervistato sia da Sky TG24 che dal TG1, prode alfiere del servizio pubblico che presta sempre volentieri il proprio supporto ai cialtroni (conosciuti anche come Roberto Giacobbo o i vari sensitivi/astrologi ecc onnipresenti).

Red Ronnie e il TG1 non sono gli unici a spargere sale sulle ferite, a far di peggio ci pensano i complottisti. Gianni Lannes, nel suo delirante blog Su La Testa, riaccende la miccia dei terremoti pensati a tavolino dall’esercito amerigano. I gringos stanno sperimentando a nostre spese nuove armi di distruzione per controllare l’intero Pianeta. Ovvero, nella pianura emiliana abbiamo subito un terremoto artificiale. Tutto causa del famigerato progetto HAARPHigh Frequency Active Auroral Research Program) che ha lo scopo ufficiale di ricercare nuovi canali di comunicazione radio a uso militare nella ionosfera ma che in realtà serve (secondo i complottisti, o ignoranti o creduloni o paranoici, chiamateli come vi pare) a creare una potente arma elettromagnetica per provocare terremoti e influenzare i fenomeni atmosferici (se vi vengono in mente i deliri sulle scie chimiche degli aerei siete sulla strada giusta). Si sa, Finale Emilia, San Felice, Sant’Agostino e Ferrara sono covi di terroristi rossi che l’avida massoneria imperialista vuole tenere a bada.

Finito? No, Alessandro Martelli, direttore del Centro ENEA di Bologna, afferma in un’intervista riportata da più parti (ex plurimis il sito web 6 aprile) che il terremoto era altamente probabile ed era stato previsto grazie a strumenti sperimentali. Perfino la Commissione Grandi Rischi era stata informata.  Da qui il grande scandalo: perché la popolazione non è stata avvertita? C’è forse un progetto sotto, magari collegato con lo scandaloso decreto legge del Governo che nega i risarcimenti di Stato alle vittime delle calamità naturali? Si può rispondere semplicemente chiedendo di rileggersi bene le parole di Martelli: da nessuna parte ha affermato che il terremoto fosse prevedibile con esattezza. Quel che ha affermato è che con gli strumenti attuali, peraltro sperimentali (sapete cosa significa e quali conseguenza porta l’aggettivo sperimentali, vero?), si è potuta calcolare una forte probabilità che un terremoto forte avvenisse nella zona. Punto. Nessuno può prevedere il quando il dove con precisione. Infatti lo stesso Martelli chiarisce che questi strumenti sarebbero idonei per programmare dei controlli sulla tenuta delle strutture, niente più. Anzi, dice esplicitamente che: “Non si possono immediatamente evacuare delle zone per mesi ma di sicuro si può verificare le strutture strategiche,  e organizzare la protezione civile, informare la popolazione su come si deve comportare.” Ottimo, ma quali popolazioni avvisare? Solo la provincia di Modena, anche quelle di Ferrara e Bologna. Perché non quella di Reggio Emilia. E Rovigo, Venezia? Mantova? Milano? Avvisiamo l’Italia intera?

Martelli prevede scosse distruttive al Sud, dove? Quando? Non ce lo sa dire e non ce lo dice perché non può. Le sue parole erano dirette al problema della prevenzione, al fatto di poter -forse, ribadisco che gli strumenti sono sperimentali- interpretare alcuni segnali sismici per rafforzare i controlli, preparare i soccorsi e tenerli in uno stato di vigile allerta. Ma qui affiora un problema di comunicazione del rischio: avvisare la popolazione di un probabile (ma non certo) evento terribile, che potrebbe verificarsi in un periodo di tempo piuttosto dilatato, non creerebbe forse crisi collettive di panico? Che impatto avrebbe sulla psiche delle persone? Se dopo 5 mesi non accadesse nulla, la gente non inizierebbe forse ad assuefarsi pericolosamente al rischio fino al punto di non considerarlo più? E che fare con la produzione industriale e agricola? Bloccarla?

Forse Martelli poteva soppesare di più le sue parole e “prevedere” che “molto probabilmente” sarebbero state lette come affermazioni di una possibilità reale e precisa di prevedere gli eventi sismici. Così non è e dire il contrario è terrorismo psicologico pseudoscientifico che non fa altro che esasperare gli animi delle persone e creare sfiducia verso le istituzioni (immediatamente identificate come colpevoli per non aver allarmato la popolazione) e la scienza (rea di voler nascondere la verità in nome di chissà quali interessi superiori).

Finito.

Anzi no, i deliri pseudoscientifici e complottisti sono stati affiancati dai deliri religiosi di Bruno Volpe e Carlo Di Pietro del sito internet iper cattolico Pontifex: il terremoto è un segno da decifrare,  la punizione del loro dio, che da un lato,  “è infinitamente buono, Essere misericordioso per eccellenza, non vuole il male dei suoi figli e non castiga nessuno. E’ il Dio della vita e la dona in abbondanza a chi segue il Suo amore ed i Suoi Comandamenti” salvo dimenticarsene e diventare infinitamente meschino, essere ripugnante per eccellenza che vuole il male dei suoi figli e castiga alla cieca, diventando il Dio della morte che la toglie in abbondanza indiscriminatamente, quando “Con la nostra cattiveria e fede inesistente, con il nostro egoismo, con la nostra indifferenza, costringiamo Dio ad acconsentire che accadano cose gravi: dei segnali da decifrare. A volte, Dio permette il male per arrivare al bene.” Capito? il Dio onnipotente costretto da noi esseri umili, suoi servi perpetui a punirci per le nostre malefatte. E’ un padrone che non vorrebbe picchiarci o ucciderci  ma che non esita a farlo quando non rispettiamo il suo volere colpendo alla cieca, prendendo i primi che trova, come le ritorsioni naziste. Ne ammazza 7 oggi (e 360 ieri a L’Aquila) per educarne 60 milioni. Il 20 maggio la nostra colpa era quella di essere in Emilia “ricca regione delle cooperative rosse“. 

“Avete dato davvero quello che potevate dare ai poveri o avete pensato solo per voi? Regione della promiscuità e del comunismo, avete davvero ringraziato Dio per tutta la fertilità che vi è stata gratuitamente donata?” Se non l’avete fatto (e non l’avete fatto) vi siete meritati il castigo e pazienza se a pagare sono inermi e indifesi, pazienza se a pagare sono paesini lontani dall’opulenza o onesti lavoratori.

Nessuno che sia in grado di pensare che le cose semplicemente accadono, che la tettonica a zolle spiega benissimo il terremoto dei giorni scorsi, quelli passati e quelli futuri senza scomodare piani super-segreti che chissà come mai sembrano essere la causa di tutte le tragedie del mondo contemporaneo (la Natura è ormai inerme spettatrice a quanto pare); nessuno che si rassegni al fatto che, per ora, non possiamo prevedere questi disastri (possiamo lavorare per cercare di evitarli il più possibile: con la prevenzione); troppi che leggono agghiaccianti segni divini in eventi tutto sommato normali, seppure atroci per noi uomini.

Ignoranza, paranoia e bigottismo spopolano in rete, utili solo a sviare le persone dai problemi veri e dalla ricerca di soluzioni vere. Internet è un mondo meraviglioso, ma purtroppo è colpito dal virus dell’imbecillità che si fa più forte nei momenti di crisi e durante le tragedie e ha bisogno di una robusta dose di anticorpi razionali.