La salute e il lato buono di internet

Internet è un grande strumento di comunicazione, questo lo sanno anche i sassi e dirlo è ormai diventato una space di mantra. La sua libertà, più o meno ampia, comporta che chiunque possa scrivere ciò che vuole e che chiunque possa informarsi su ciò che gli interessa come e dove vuole. Rimane il problema della credibilità delle fonti che sulla rete sono spesso nascoste quando non del tutto assenti. È spesso assente anche una verifica della plausibilità delle notizie che è -grossolanamente- ciò che dovrebbe distinguere il lavoro giornalistico dallo semplice scribacchiare sul web (spessissimo non è così, anche perché è un’attività sempre più difficile, ma  questo è un problema a parte).

Uno dei campi in cui le informazioni sbagliate hanno un grande potenziale dannoso è quello della salute/medicina. Una pratica particolare che credo coinvolga più o meno tutti è quella infatti di cercare informazioni riguardo alle malattie che ci colpiscono o che hanno colpito qualcuno a noi vicino. Anche qui si trova di tutto online e spesso è meglio resistere all’impulso di gugolare in cerca di risposte mediche: si rischiano l’ipocondria e la paranoia a leggere i resoconti delle persone, oppure ci si improvvisa medici di se stessi applicando sintomi letti su wikipedia in rapporto a quello che succede a noi o agli amici/parenti. Quando va bene andiamo dal medico e dopo 10 minuti (sempre che la visita arrivi così lontano) pensiamo che lui si sbagli e che noi ne sappiamo di più.

Quando va male si incappa nella trappola omoeopatica o di tutte le altre medicine alternative che promettono guarigioni naturali e indolori alla faccia dei produttori di medicine brutti e cattivi.

Quando va male male male, complice uno stato di disperazione e rassegnazione, la trappola è quella dei guaritori simil filippini, quelli che estirpano il male a mani nude senza ferirci o che ci impongono le mani manco fossero Gesù cristi o re francesi taumaturghi in grado di sanare lebbrosi e scrofolosi.

Eppure, il solo fatto che su internet si possano trovare tante informazioni che hanno a che fare con la salute sembra avere un lato molto positivo, almeno negli Usa.

Secondo uno studio condotto su 2489 persone fra i 40 e i 70 anni da Chul-joo Lee,dell’Università dell’ Illinois at Urbana-Champaign, Jeff Niederdeppe della Cornell University, e Derek Freres,  dell’Università della Pennsylvania e pubblicato sul Journal of Communication, gli americani, specie i meno abbienti e meno ‘letterati’ grazie ad internet cambiano la loro visione “fatalista” sui tumori. In sostanza, avere accesso a una serie di informazioni riguardo i tumori, la loro prevenzione e il loro trattamento scombina la forma mentis che traduce il cancro in una mera questione di fortuna o ‘fato’ e riduce questa visuale fatalista in favore di una più razionale.

Il bello è che secondo i ricercatori questa ‘riduzione’ si ha fra le classi di popolazione più ignoranti e questo non può non significare che l’accesso alla conoscenza, seppure non profonda, è un fattore fondamentale per cambiare i punti di vista nella propria vita. Essere convinti che un tumore dipenda dalla fortuna/sfortuna o dalla volontà di qualche divinità e sapere che invece un fattore fondamentale è lo stile di vita, compreso quello alimentare, fa tutta la differenza del mondo nella prevenzione. Così come la fa sapere che esistono cure (anche se non per tutto) che possono allungare la speranza di vita quando non sconfiggere totalmente il cancro, donando -laddove possibile- speranza anziché rassegnazione a qualcosa che si pensa sia al di là del controllo non solo personale ma proprio umano.

Avere facile accesso alla conoscenza è ciò che contraddistingue la nostra società, tanto che qualcuno la chiama proprio “società della conoscenza”. È uno dei grandi vantaggi che noi umani di oggi abbiamo nei confronti di chi ci ha preceduti non solo per poter essere potenzialmente sempre più liberi, ma anche per essere -imparando a conoscerla e capirla- sempre più padroni della nostra salute e dunque della nostra vita.

Internet, se ben usato, si mostra così come un potente antidoto contro l’ignoranza (e l’irrazionalità).

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Penso, quindi non credo

Una ricerca pubblicata su Nature ha mostrato come, più l’uomo si impegna a pensare in profondità il mondo che lo circonda, meno tende a credere nelle divinità (o in altri fenomeni paranormali aggiungo io).

Secondo i ricercatori, ben lontani dal voler asserire qualcosa di definitivo in materia, le strade di approfondimento potrebbero essere tre:

  1. il pensiero analitico inibisce in maniera diretta le cognizioni intuitive che formano la base del pensiero religioso (dunque della fede);
  2. lo sviluppo del pensiero analitico schiaccia quello intuivo ma lo lascia sopravvivere, in modo che i due possano coesistere ma senza che il secondo riesca a far emergere il pensiero legato alla credenze teistiche.
  3. Il due pensieri coesistono ma quello analitico porta a un abbandono ragionato delle credenze religiose e fideistiche

Il punto focale sta, dunque, nello sviluppo del pensiero analitico, quello che non si ferma alle apparenze e ai pochi dati sui quali basiamo la nostra cognizione intuitiva quella più superficiale che appartiene a tutti noi, indistintamente.

Più ci sforziamo di vedere la complessità, meno tendiamo ad associare tutto ciò che avviene in vista di un fine deciso da qualche agente soprannaturale (ciò che contraddistingue tutte le fedi religiose). Ovviamente, essendo il mondo -appunto- complesso, la ricerca non dimostra che non esiste alcuna divinità (cosa peraltro impossibile da dimostrare), né che tutti i pensatori più raffinati non abbiano alcuna fede religiosa. Ciò che mostra è che più pensiamo, meno crediamo. Ovvero, più pensiamo in modo analitico e meno siamo propensi a cercare scorciatoie cognitive per spiegare i fenomeni che ci circondano.

Allenarsi ad approfondire il proprio pensiero (cosa non semplice, perché non ci viene naturale dovendo lavorare nel campo della controintuizione) significa liberarci dalle risposte incatenanti delle fedi (religiose e non).

Vedi anche:

Le Scienze

Gli atei sono più intelligenti dei credenti? (in inglese)

Credenti e atei nelle varie Nazioni (in inglese)