Covid-19, si fa presto a dire scienza (e giornalismo)

Tra i danni causati dalla Covid-19 ce ne sono due importanti per i loro effetti a lungo termine: aver messo definitivamente a nudo l‘inadeguatezza di una fetta consistente degli ‘esperti’ italiani e aver confermato l’inadeguatezza del sistema mediatico-giornalistico, sempre più megafono e sempre meno pubblico servizio.

Il fine settimana del 14 e 15 novembre è stato memorabile, con una bella tripletta.

Il primo gol è anche quello più clamoroso. È lo studio che l’Istituto nazionale dei tumori si è auto-pubblicato su Tumori Journal e che dice – in soldoni – che Sars-Cov-2 si stava prendendo la tintarella in Italia  già dall’estate 2019. I giornali ci sono andati a nozze, soprattutto La Repubblica.

Una scoperta simile, se confermata, sarebbe una piccola rivoluzione, visto che finora abbiamo pensato che la sua circolazione sia iniziata nell’inverno del 2019 a partire dalla Cina. Ma, come si dice, affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie. Qui non ci sono, anzi, ci sono un gran numero di punti dubbi.

Il primo dei quali è: perché uno studio del genere viene pubblicato su una rivista di poca importanza  (con tutto il rispetto) e che parla di tumori? Magari per comodità, la scienza – in linea teorica – è scienza anche se scritta su qualsiasi tipo di carta o di sito web. Però al giorno d’oggi il ‘dove’ è un fattore molto indicativo della qualità della produzione scientifica.

Altro punto dubbio: i tempi. Come rileva su Twitter il ricercatore della Fondazione Isi Michele Tizzoni, sembra che la ricerca non sia stata sottoposta alla revisione tra pari, la peer review, prima della pubblicazione.

Ancora: ci sono importanti problemi di metodo, che ovviamente non posso contestare io, ma che invece evidenzia Enrico Bucci.

Insomma, questa grande e straordinaria scoperta non sembra basata su prove straordinariamente solide e d’indizi di ciò ce ne sono parecchi.

Eppure si è guadagnata i titoloni dei giornali, con La Repubblica che si è data molto da fare lanciando un articolo molto enfatico, aggiornato solo ore dopo nel titolo (il classico «Ma gli scienziati sono divisi») e nel corpo per dare conto dei numerosi limiti della ricerca e dell’opinione critica di Massimo Galli.

La sensazione è che siamo davanti a una delle tante ricerche inconsistenti che in questi mesi hanno visto la luce e che gli si sia data una dignità enorme sia per il fattore nazionalistico – è una ricerca italiana – sia per l’autorità intrinseca dell’Istituto tumori. È il sintomo invece di una pericolosa strada che sta prendendo la ricerca scientifica biomedica già da tempo e che in questa fase emergenziale globale sta diventando ancora più ripida, con il giornalismo mal fatto che pompa tutto con gli steroidi della pubblicità massima. Male.

Male anche il Corriere della Sera, che insacca il secondo gol ripescando l’«autorità indiscussa», il prof Giorgio Palù, in un articolo del tipo Domande & Risposte. La prima domanda contiene una risposta sorprendente:

Covid Giorgio Palù
«Il contagio non consiste nella trasmissione del virus ma della malattia», chiarisce Giorgio Palù, emerito di virologia all’università di Padova

Nessuno ha avuto da obiettare in redazione, nonostante la risposta alla terza domanda già contenga un’auto-confutazione della bizzarra tesi espressa qualche riga sopra. Un chiarimento vero sarebbe necessario, anche se il prof confermasse la sua dichiarazione, ma non arriverà. Ci sarà invece chi ora sarà convinto di questa cosa, che stranamente si lega a meraviglia con la teoria del 95% di asintomatici, e andrà in giro a raccontarla e dire “oh l’ha detto Palù, autorità indiscussa”.  Male bis.

Il Male, quello vero, è l’autore del terzo gol, qui almeno “la scienza” non c’entra. Dice padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, che «La pandemia di coronavirus è effetto di un complotto mondiale delle élite per conquistare, sotto l’impulso di Satana, il mondo entro il 2021». Volete non dargli un titolone o scriverci un articolo che ne riporta solo le teorie complottistiche, senza contesto, senza confutazioni (Agi e Repubblica, ad esempio), cavandosela, quando va bene, semplicemente facendo notare che Fanzaga non è nuovo a dire scemenze cose che fanno discutere (Corriere)? La questione qui è che proprio sapendo che il padre le spara sempre grosse, i giornali dovrebbero smetterla di fargli da ulteriore megafono, ché a quello ci pensa già da solo con Radio Maria e le sue antenne, a maggior ragione in mezzo a una tragica epidemia condita da infodemia.

Triplice fischio finale. Ma qui servono delle cure da cavallo.

Comunicare il rischio e la tecnica del 95%

Prima che venisse costretto in qualche modo a fare marcia indietro, il microbiologo Giorgio Palù – «un’autorità indiscussa nel campo della virologia, professore emerito dell’Università di Padova e past-president della Società italiana ed europea di Virologia», come lo presenta il Corriere della Sera – ha fatto sapere che, tra i nuovi positivi al Sars-CoV-2, «il 95 per cento non ha sintomi e quindi non si può definire malato, punto primo».

È un dato falso. Il bollettino di sorveglianza del 20 ottobre 2020 dell’Istituto superiore di sanità, che i dati li elabora a livello nazionale, ci dice che, trai casi di positività confermata, «70.443 (58,6%) risultano asintomatici, 17.105 (14,2%) sono pauci-sintomatici, 23.895 (19,9%) hanno sintomi lievi, 7.907 (6,6%) hanno sintomi severi e 899 (0,7%) presentano un quadro clinico critico».

Non voglio fare opera di debunking tardivo, ci hanno pensato già alcuni giornali e molti commentatori su Twitter, primo tra tutti Lorenzo Ruffino:

Ciò che mi interessa rilevare è che ci sono due considerazioni da fare su come gli esperti e i media stanno trattando la comunicazione del rischio.

Il primo è che quando si presenta un esperto come «autorità indiscussa» si sta dicendo in anticipo che quel che dirà non sarà discutibile, anche se si tratta di una falsità o comunque di qualcosa di clamorosamente erroneo, mettendo gran parte di noi in una condizione di soggezione e accettazione acritica. Ma di questo ha già parlato Antonio Scalari, ripreso da Luca Sofri qui.

Il secondo riguarda invece quella fatidica percentuale, quel 95 per cento: se anche fosse vera (ma non lo è), quel suo uso in quel contesto costituirebbe comunque un errore gravissimo.

Se infatti la si usa come fa l’autorità indiscussa Palù, l’effetto che si ottiene è che in tanti non vedranno più alcun motivo per tenere alta la guardia su una malattia che solo in Italia attualmente mette in condizioni critiche di salute un migliaio di persone e ne già ha di nuovo uccise a centinaia (siamo a quasi 40mila da marzo). Se si fa intendere che nel 95 per cento dei casi non succede nulla, perché preoccuparsi così tanto, così in tanti?

Ora, come ha rilevato ancora Antonio Scalari, è probabile che Palù abbia parlato di politica con sopra il vestitino della scienza e il cappello dell’Autorità. Rimane il fatto che la sua intervista da microbiologo e virologo sia stata un disastro per la comunicazione del rischio e per la costruzione di un rapporto di fiducia, già parecchio sfiancato, tra istituzioni e cittadini proprio nell’accettare e affrontare le conseguenze di una seconda ondata.

Mi viene in mente un esempio che Giancarlo Sturloni, giornalista scientifico esperto nella comunicazione del rischio, fa nel suo bel manualetto dedicato a essa (qui, nessuna affiliazione): «Comunicando che c’è un 2% di probabilità di incorrere in un grave incidente, si motiva il destinatario ad adottare misure cautelative per scongiurare il rischio; al contrario, dicendo che al 98% andrà tutto bene, pur trattandosi della stessa cosa, si ottiene un effetto rassicurante ed è meno probabile che vengano adottate precauzioni».

Il fatto che quella percentuale (falsa) tirata fuori in quel modo da Palù sia oggi usatissima e diffusissima anche tra tantissime persone in completa buona fede per spiegare che non c’è più un vero rischio dimostra il suo effetto rassicurante e al contempo distruttivo.

Questo dovrebbe ricordarci due cose:

1. anche essere autorità indiscusse comporta indiscutibilmente delle grandissime responsabilità quando si comunica, ancor di più se si parla di rischio per la salute di tante, troppe persone;

2. per i giornali non devono esistere autorità indiscusse.