Tre cose sul web, i giornali e i moralizzatori

L’ormai noto caso del suicidio di T.C. ci ha mostrato chiaramente due tic preoccupanti. Il primo è quello di addossare le responsabilità a una massa indefinita, il web; il secondo è la comparsa dei ‘moralizzatori’, quelli che espongono al pubblico le oscenità pensate e scritte sul caso da un utente qualunque, purché abbastanza riprovevoli nei contenuti.

Da un lato il web cattivo, che espone, diffonde, prende in giro, insulta, diventa violento; dall’altro quello ‘buono’, che espone, diffonde, prende in giro, insulta, diventa violento ma ricoperto da una glassa di moralità superiore, perché ha come fine quello di mettere alla berlina il cretino di turno.

Provo ad andare per punti.

1. Il web ‘non esiste’. La prima cosa che dovremmo fare, se davvero ci interessa trarre almeno qualcosa di positivo da una vicenda terribilmente triste, è evitare di addossare le colpe a un’entità che non esiste: il web è un’infrastruttura usata da troppe persone differenti e questo non può non limitarci nella tendenza a semplificare, mischiando la parte con il tutto. Serve, in altri termini, un po’ di ecologia del linguaggio: l’uso della metonimia dovrebbe sparire, perché diventa una semplificazione troppo distorsiva.

Questa distorsione si traduce poi in un tic diviso in due rischi: il primo è che nel dibattito pubblico e politico si portino avanti richieste di limiti, blocchi e sanzioni che limitano genericamente e ingiustamente tutti i fruitori, snaturando l’essenza stessa del web; il secondo è che identificando “il web” come l’artefice del male, si costruisca uno schermo sociale alle responsabilità personali, mettendo nello stesso calderone una grande quantità di comportamenti differenti, attribuendo loro lo stesso grado di intollerabilità sociale.

Nel caso di T.C., quando leggiamo “siamo tutti colpevoli”, “gogna del web”, “divorate dal web”, leggiamo l’attribuzione di responsabilità a chiunque, in maniera indefinita e con un’estensione di responsabilità che parte dalla stessa ragazza e dalle sue “colpe” – quando va bene chiamate “leggerezze” -, passa per gli amici orribili che hanno diffuso i video, tocca chi quei video li ha semplicemente guardati (e lì si è fermato, ma avrebbe contribuito in qualche modo alla sua popolarità) e chi ha pensato di dare sfoggio della propria etica superiore, “moralizzando” la ragazza a suon di insulti ma arriva a riguardare tutti, perché il web siamo noi, come se stessimo parlando della bocciofila sotto casa frequentata da cinque amici pensionati.

Questo è inaccettabile e dobbiamo sforzarci per renderlo tale: la vita digitale non è in sé diversa, né è separata da quella ‘reale’. È solo un altra modalità, un’estensione – per quanto per molti versi con meno confini e più libertà – che abbiamo per fare le nostre cose: comunicare, informarci, conoscere, svagarci e anche comportarci male, insultare, commettere crimini. Ma valgono le stesse regole sia giuridiche che più ampiamente sociali. Per le prime abbiamo fin troppe autorità statali competenti (?) per farle rispettare, per le seconde l’autorità, come nella ‘vita reale’, siamo in primis noi stessi, e per questo, come scrive Massimo Mantellini, la strada non può che essere quella di una cultura ed educazione digitale (che è un sottoinsieme specifico della cultura e dell’educazione più ampiamente intesi), tarata su strumenti, tecnologie e possibilità relativamente nuovi.

Se accettiamo questo, siamo in grado di accettare che le colpe non sono del “web”, dei “social network”, dei telefonini che permettono di fare e condividere filmati privati o di qualche altra diavoleria: sono dei singoli (o di gruppi ristretti) che violano le regole, siano essere con forza giuridica o ‘solo’ sociale. È in questo senso che il web non esiste.

2. Ecologia dell’informazione. Il caso di T.C. è l’esempio estremo di un sistema di informazione che non sta funzionando. Se da un lato fa volontariamente e scientemente da cassa di risonanza per la violazione della privacy dei singoli, pubblicando a ogni piè sospinto “scatti rubati”, in genere hot (o supposti tali) o comunque imbarazzanti ai vip, perché generano click; dall’altro è in prima fila quando si tratta di indicare la via della moralità pubblica quando l’eccesso si trasforma in tragedia.

Il caso di T.C. è emblematico: la sua vita è stata esposta non solo dalla diffusione ‘dal basso’, spontanea, di quei video, ma anche e soprattutto dall’interessamento dei media tradizionali. Il Fatto Quotidiano (ma non è l’unico) nel 2015 scrisse un articolo assurdo su T.C., con tanto di nome e cognome completo, foto, descrizione delle performance sessuali e, soprattutto, condendolo con congetture sulla nascita di una nuova stellina del porno. Questo ha dato una spinta sicuramente elevatissima alla diffusione di quei video e dei comportamenti distorti nei confronti della ragazza. Quando T.C. si è suicidata, gli stessi media tradizionali hanno poi fatto a gara nell’indicare le colpe del web guardone, intollerante e senza cuore, corredando al contempo gli articoli con foto sexy della ragazza (rubate dai suoi profili social) quando non da fotogrammi dei video incriminati.

Ancora una volta è inaccettabile. Rinuncio a disquisire del contrasto (mi verrebbe da dire etico) tra il ruolo dell’informazione e la ‘colonna destra di Repubblica’, ma considero solo un fatto: i video privati di una persona sconosciuta ai più che fa sesso – siano essi diffusi in maniera consenziente o meno – non sono in sé una notizia. Non c’era allora alcuna ragione per parlarne dalle colonne (o dalle pagine web) di un giornale. È, ancora una volta, l’incarnazione – questa volta con conseguenze tragiche – della rinuncia quasi totale dei media tradizionali a fare da filtro critico alle informazioni, assumendo invece il ruolo di raccoglitore di esse, con l’intento di inserirsi all’interno di una linea comunicativa già avviata, nella speranza di trarne benefici economici.

Serve allora un’ecologia dell’informazione: i media tradizionali, se davvero vogliono sopravvivere, devono sforzarsi di fare quantità con la qualità, concedendo alle informazioni irrilevanti e alle non-notizie lo spazio che si meritano, quello dentro al cestino [il discorso è ovviamente molto più complesso, ma non lo approfondirò qui].

3. La seconda faccia della medaglia. Una volta scoppiato il caso, dopo il suicidio, si è fatto vivo il secondo tic: la comparsa dei moralizzatori del web, quelli che si indignano per la cattiveria altrui, prendono l’idiota di turno come capro espiatorio tra altre centinaia di persone che hanno scritto cose magari anche peggiori, e lo espongono alla propria gogna pubblica. Questa volta il nome lo faccio, solo perché è un personaggio pubblico: Selvaggia Lucarelli.

Quel che ha fatto – prendere un orripilante post su Facebook scritto da uno sconosciuto in cui T.C. e ‘quelle come lei’, venivano insultate, gioendo per il suo suicidio  – si chiama legge del taglione: sei un coglione che scrive scemenze su una tragedia? Occhio per occhio, adesso ti metto nella stessa situazione di T.C., esposto al pubblico ludibrio, esposto agli insulti, alla cattiveria. Ma con l’autorità del tribunale morale, perché è ovvio che alla grande maggioranza degli utenti quel che hai scritto fa ribrezzo (altro esempio indiretto per capire che il web non esiste), solo che questa volta le cattiverie, gli insulti, gli inviti a togliersi la vita, sono meritati.

D’altronde quando pensiamo che il nostro senso morale sia così superiore a quello altrui da darci l’autorità di sbertucciarlo in pubblico, con tanto di nome e cognome di proposito in bella vista, è chiaro che il giochino non può che andare a puttane. È lo stesso schema, quel povero cretino e chi ha insultato T.C. quando era ancora in vita, avevano la stessa idea di Selvaggia Lucarelli e di chi poi gli ha riempito la bacheca Facebook di insulti: la mia moralità è superiore, condanno la tua ed eseguo la sentenza, con tanto di boia accorsi in massa.

Non si può condannare il massacro innescandone un altro, anche se il bersaglio è stato palesemente una testa di cazzo. Non c’è nessuna moralizzazione dei comportamenti in tutto questo, è solo una barbarie nei rapporti digitali che si aggiunge alle altre.

Se non iniziamo a spostare i termini e i toni del dibattito, alla fine rimarranno solo le macerie, poi si riprenderà come prima, fino alla prossima volta.

Annunci

Su oblio, mozzarelle scadute e occhiali nuovi

remove-151678_640

10. DIRITTO ALL’OBLIO
Ogni persona ha diritto di ottenere la cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei dati che, per il loro contenuto o per il tempo trascorso dal momento della loro raccolta, non abbiano più rilevanza.
Il diritto all’oblio non può limitare la libertà di ricerca e il diritto dell’opinione pubblica a essere informata, che costituiscono condizioni necessarie per il funzionamento di una società democratica. Tale diritto può essere esercitato dalle persone note o alle quali sono affidate funzioni pubbliche solo se i dati che le riguardano non hanno alcun rilievo in relazione all’attività svolta o alle funzioni pubbliche esercitate.
Se la richiesta di cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei dati è stata accolta, chiunque ha diritto di conoscere tali casi e di impugnare la decisione davanti all’autorità giudiziaria per garantire l’interesse pubblico all’informazione.

Quello che avete appena letto è l’articolo 10 della bozza di una “Dichiarazione dei diritti in Internet” per l’Italia. Una sorta di Carta o, addirittura, di Costituzione della Repubblica Italiana su Internet. L’articolo ‘codifica’ il cosiddetto “diritto all’oblio” per il web, una forma di garanzia per la privacy e per la propria reputazione esercitabile online.

Il diritto all’oblio è la possibilità di cancellare, anche a distanza di anni, dagli archivi online, il materiale che può risultare sconveniente e dannoso per soggetti che sono stati protagonisti in passato di fatti di cronaca (fonte: Wikipedia). 

Ci tornerò un’altra volta prossimamente, ma al momento rilevo una questione che mi mette molto a disagio nel riconoscere l’effettiva validità di un diritto simile, soprattutto se codificato come sulla Carta che punta tutto sul concetto di rilevanza dei dati e, dunque, dell’informazione.

Quando un dato o un informazione è rilevante? Il criterio scelto in Italia è uguale a quello scelto in Europa: il tempo. Se un’informazione è vecchia è più probabile che sia irrilevante e dunque i diretti interessati hanno il diritto (ma è davvero tale?) a chiedere che sparisca dagli archivi online e venga resa, di fatto, irraggiungibile ai più.

Luciano Floridi, filosofo, ordinario di Filosofia e Etica dell’Informazione dell’Università di Oxford e unico italiano chiamato da Google nell’Advisory Council sul diritto all’oblio è stato molto chiaro su questo punto durante una lectio magistralis all’Università di Ferrara. Quando gli ho chiesto come si muoveranno ‘loro di Google’ sul tema mi ha risposto (vado a memoria) che il diritto all’oblio non è un diritto, ma una semplice richiesta di de-linkare l’informazione (ovvero renderla irraggiungibile) e che il criterio della rilevanza cronologica non ha senso: “Giudicare la rilevanza come richiede la Corte europea con il suo criterio cronologico non ha senso – dice Floridi -. L’informazione non è una mozzarella che scade invecchiando”.

Sono molto vicino a questa interpretazione: basare la rilevanza di un’informazione stabilendo se è abbastanza vecchia è come metterci sopra una data di scadenza: dopo due mesi è ancora utilizzabile? Dopo un anno? E dopo dici? Se Mister X, da perfetto signor nessuno viene pizzicato a rubare le caramelle a tutti i bambini che incontra, dopo 10 anni ha il diritto di vedere quell’informazione resa irraggiungibile (e dunque inutilizzabile) su internet? E se dopo 12 anni dovesse diventare Presidente della Repubblica (o semplicemente un assessore comunale) quell’informazione vecchia sarebbe davvero da considerare scaduta come una mozzarella?

Pensare di proteggere la propria privacy e la propria reputazione su una definizione inesistente e molto discutibile della rilevanza di un’informazione si porta dietro molti problemi.

Problema temporale. È quello che ho scritto sopra: l’informazione non è una mozzarella che scade e diventa immangiabile con il tempo. Uno storico – da ora in poi e in un mondo sempre più digitalizzato – dovrebbe fare i conti solo con dati estremamente contemporanei? Non credo.

Problema spaziale. Se un’informazione è giudicata irrilevante in Italia e ne si ottiene la cancellazione dagli archivi, chi ci garantisce che quell’informazione non sia invece rilevante in un altro punto del mondo?

Un problema in sé. Decidere quando un’informazione sia rilevante tout court è impossibile: la rilevanza dipende sempre da tanti fattori, mutevoli nel tempo, oltre che dal contesto in cui la si guarda. È un concetto relativo, non assoluto e quindi impossibile da definire in base a un criterio esclusivamente temporale.

È vero che l’articolo 10 della ‘nostra’ Carta prevede qualche scappatoia nel caso di personaggi pubblici (ma, di nuovo: un’informazione potrebbe essere stata resa irraggiungibile in una fase precedente all’arrivo della notorietà dei soggetti in questione) ed è vero che prevede anche un diritto ad impugnare la decisione positiva in merito alla richiesta di cancellazione, ma l’impugnazione, ancora una volta, non si capisce bene su quali criteri dovrebbe poggiare dato che quello principale usato per riconoscere il (presunto) diritto è vago e inapplicabile razionalmente.

Un problema grande. Il diritto di ottenere il de-link (l’obilio) non comporta il diritto alla cancellazione dei dati che vengono resi irreperibili ai più ma rimangono reperibilissimi per chi ha potenti mezzi di scansione della rete, prime fra tutte le grandi aziende che oggi ci fanno tanta paura per la loro forza nel raccogliere dati su di noi. Il diritto all’oblio rischia di offrire loro un altro privilegio sul diritto alla privacy, sulle nostre informazioni e sul loro trattamento più o meno chiaro.

Oblio e informazione. La Carta recita:

Il diritto all’oblio non può limitare la libertà di ricerca e il diritto dell’opinione pubblica a essere informata, che costituiscono condizioni necessarie per il funzionamento di una società democratica.

Si ripropone il solito scontro esistente nel mondo ‘reale’ (anche se la distinzione con quella virtuale ormai è, secondo me, inesistente, come dice Floridi la nostra vita è onlife), tra diritto all’informazione e diritto alla privacy e alla reputazione. Ma se, da un lato, un’informazione, per quanto errata e al momento irrilevante (se Tizio sposa Caia e non hanno nessuna notorietà, rendere pubbliche le foto del loro matrimonio, oltre a non avere senso, costituisce una informazione irrilevante e viola il loro diritto alla riservatezza, un po’ meno se Tizio e Caia sono due noti personaggi pubblici) rimane sempre reperibile sui supporti fisici (libri, quotidiani o riviste cartacee), esercitare il diritto all’oblio online comporterebbe che quell’informazione, momentaneamente irrilevante, venisse cancellata, de-linkata e resa, di fatto, irraggiungibile anche quando, in futuro, dovesse divenire rilevante. Esempio (banalizzato). Se Mister Y si sposa con un Mister Z, la loro unione omosessuale è un’informazione irrilevante. Entrambi chiedono il de-link di tale dato e lo ottengono. Dopo 10 anni, un sacco di tempo online, Mister Y diventa paladino delle lotte omofobe. In questo caso, il precedente matrimonio diventerebbe rilevante, dunque l’informazione diventerebbe rilevante ma irraggiungibile (su Internet) con tutto quel che ne consegue in merito al diritto di essere informati (e informati tempestivamente).
Facciamo finta che questa informazione venga di nuovo riportata in auge da un giornalista online che, imbeccato bene, sia andato a spulciare i registri civili delle unioni. L’informazione ricavata (vecchia e, dunque, teoricamente irrilevante) sarebbe così al contempo rilevante oggi, presentata come nuova. Vivrebbe in uno stato di dualità: raggiungibile e irraggiungibile, linkata e de-linkata anche se parliamo della stessa informazione, solo considerata in momenti diversi, su presupposti diversi. Ieri irrilevante, oggi molto rilevante. Ha senso, dunque, renderla irreperibile facendo una proiezione totalemente sconclusionata sulla sua rilevanza futura? Secondo me no.

Cambiare gli occhiali. Il fatto che grandi esperti (tra cui Stefano Rodotà) codifichino un diritto in maniera non chiara e, di fatto, inapplicabile o applicabile ma con conseguenze pericolose è, a mio avviso, sintomatico di come la materia Internet sia lasciata nelle mani di chi non la ha compresa e non la comprende fino in fondo. Se è vero che si tratta solo di una tecnologia, di uno strumento, è anche vero che vive, in parte, di regole proprie che vanno conosciute e valutate a fondo prima di metterci mano, evitando magari di forzare interpretazione che (forse) andavano bene fino a 20 anni fa ma che oggi mostrano la necessità di adeguarsi a qualcosa di nuovo (ma ormai neppure tanto) e dalla forza dirompente.

Per regolare Internet e per costruire una carta di diritti e doveri servirebbe prima osservarla con un altro paio di occhiali che montano lenti nuove, in grado, come i futuri Google Glass (o quello che il mercato tirerà fuori) di farci vedere il mondo che ci circonda (la nostra vita onlife per riprendere ancora Floridi) non solo meglio ma anche di più.

Sei video dedicati a Michela “calzedonia” Brambilla

Allora, dato che il Tg1 si conferma monopolizzato da una politica insipida e stupida, più che mai quando si tratta di materie scientifiche, più che mai quando si può giocare sui sentimenti e sull’empatia delle persone, propongo qui alcuni video messi su youtube da Scienzainrete registrati durante un dibattito tenutosi al Senato intitolato PERCHE’ E’ ANCORA NECESSARIO SPERIMENTARE SUGLI ANIMALI PRIMA CHE SUGLI UMANI. Buona visione e…diffondeteli, prima che sia troppo tardi.

 

Silvio Garattini

 

Ignazio Marino

 

Maria Farina Coscioni

 

Maria Piscitelli

 

Massenzio Fornasier

 

Carlo Giovanardi

 

 

La Stampa dei ciarlatani

Images from the CDC Public Health Image Library Originally from en.wikipedia; description page is/was here.

I vaccini contro l’influenza hanno avuto dei problemi? Embé? Chi se ne frega!

L’aspirina o la tachipirina vi puzzano di multinazionali? Embè? Che problema c’è?

La Stampa oggi ci rassicura tutti: prevenzione e cura tramite le dolci soluzioni dell’omeopatia!

Non avete ancora preso il virus? Il farmacista (sottolineo farmacista, non medico) Renato Raimo, esperto omeopata pisano, consiglia di prendere seduta stante, del buon Oscillococcinum da settembre a marzo, però, si raccomanda, attenti alla posologia! Una dose a settimana (chi esagera rischia il diabete, io vi ho avvertiti).

Non basta, per essere ancora più protetti bisognerebbe prendere dell’ottimo ” macerato glicerico di Rosa canina: 15 gocce al giorno diluite in un po’ d’acqua per 3 settimane al mese permettono di aumentare ulteriormente la protezione dall’influenza e dai virus para influenzali“. Ma se vi fate una spremuta di arance al mattino sono sicuro che andrà bene lo stesso…

E per chi è già malato?

Problemi zero, il nostro farmacista di fiducia ci consiglia… Oscillococcinum. Si, sempre lui, questa volta 2-3 volte al giorno ogni 6 ore (solo per 2-3 giorni).

Se siete vicini a un malato, siete ad alto rischio contagio, per cui….Oscillococcinum anche per voi.

Ancora: “In caso di febbre superiore a 38°, a esordio improvviso, per i bambini (ma anche per gli adulti) è consigliabile assumere 5 granuli di Belladonna 9 CH ogni 2 ore, mentre in caso di febbre inferiore a 38°, che appare progressivamente, è preferibile somministrare 5 granuli di Ferrum phosphoricum 9 CH ogni 6-8 ore. Qualora la febbre fosse di media entità e associata a problemi gastro-intestinali è preferibile Arsenicum album 15 CH, 1 dose il prima possibile, da ripetere se necessario dopo alcune ore.

 

Per quanto tempo?

Bè: “Nell’arco di tre-cinque giorni, i sintomi dell’influenza e delle sindromi influenzali solitamente scompaiono“.

 

Oh, e qui li volevo! Il dottor farmacista ci consiglia di prendere dei rimedi omeopatici per prevenire e curare l’influenza, giusto per il periodo di tempo in cui si protraggono i sintomi influenzali: 3-5 giorni! Poi potrete dire che grazie a quei rimedi vi siete curati, peccato che anche senza prender nulla, a meno di complicazioni particolari (sempre possibili e non scongiurate neppure dal miracoloso Oscillococcinum) sareste guariti da soli! Gli omeopati fanno così passare per funzionante qualcosa che NON funziona e che non deve neppure dimostrare di farlo, alla legge italiana basta che i rimedi omeopatici non facciano male in modo diretto (quando il problema è che indirettamente sarebbero micidiali), ma non si preoccupa di sapere se funzionino (cosa che invece, giustamente, pretende dai farmaci). La sua leggenda di rimedio miracolo si basa proprio su questo: i sintomi passano dopo un certo periodo di tempo, a volte prima grazie all’effetto placebo, e i meriti vanno a pillole di zucchero o a gocce d’acqua fresca che non contengono alcun principio attivo o ne contengono talmente poco da essere ininfluente (“è la dose che fa il veleno” diceva Paracelso e vale anche al contrario).

La Stampa (articolo firmato lm&sdp) ci spiega, con la collaborazione di un medico farmacista che pillole di acqua e zucchero (più la vitamina C della Rosa canina) sarebbero sufficienti a curare e prevenire l’influenza stagionale, in modo “dolce” che chissà cosa vorrà dire.

Spendendo (più o meno) per una “cura base”:

6,25 euro per la Belladonna 9Ch

21,45 euro per 30 dosi di Oscillococcinum

8,80 euro per il macerato glicerico di Rosa Canina

Se invece tornate in voi stessi e decidete di affidarvi alla medicina, prima chiamate il vostro medico (non il farmacista) e poi magari acquistate una scatola da 12 compresse effervescenti di Tachipirina 1000 costa 5,30 euro e con 5 euro vi comprate abbastanza arance da assicurarvi abbastanza vitamina C da poter lasciare sullo scaffale le boccette di rosa canina. Anche questa volta, dopo 3-4 giorni vi sarà passato tutto (sempre escludendo complicazioni ulteriori), ma almeno sapete che la tachipirina serve davvero a farvi sfebbrare (è un antipiretico, le cui doti sono state testate, provate e confermate) e non dovrete assumerla fino al prossimo marzo, ma solo se e quando ne avrete bisogno (febbre alta e dolori).

Insomma, da una parte ci sono i guru dell’alternativo, supportati da un’informazione irresponsabile (si perché di fatto consiglia alla gente di non curarsi),  ignorante e scientificamente acritica (La Stampa in questo caso), che vi promettono mari e monti spendendo tanto per assumere il nulla e farvi credere che funzioni. Un’esempio di pessimo giornalismo e di cialtronaggine senza pari (pronto a rispondere di queste affermazioni in tutte le sedi che volete).

Dall’altra parte c’è il buonsenso.

Complottismo autoesplicato

Una piccola appendice al precedente post che spero serva a far capire come NON fare informazione.

Spiace per Gianni Lannes, ma il suo modo di fare il giornalista “alternativo” è di quanto più orribile e disinformante possa esistere: in questo articolo (mi turo il naso nel scriverlo), l’unico supporto a quanto affermato arriva dalla rivelazione (letteralmente qualificata come tale) del Generale Fabio Mini«Non ho prove che ci sia stato un esperimento nucleare o convenzionale capace di provocare un determinato terremoto, ma sono abbastanza pessimista per non pensarlo. In 45 anni di carriera militare in giro per il mondo, ne ho viste di tutti i colori».

Questa è una rivelazione? Non si chiamava opinione una volta? Ma la cosa più sconcertante è che la frase rivelatrice comincia con le parole «Non ho prove»! In cosa consisterebbe dunque questa rivelazione?? Proviamo a metterla in un altro modo: Gianni Lannes viene accusato di omicidio volontario ai danni di due bambine. Il giudice lo condanna motivando la sentenza così: “Non ci sono prove che l’imputato Gianni Lannes abbia ucciso le due bambine, ma la Corte è abbastanza pessimista per non pensarlo. Nella sua lunga vita, questa Corte ne ha viste di tutti i colori“.

Gianni Lannes, voi se ci fosse il vostro nome in quella sentenza, accettereste questo ragionamento? Dareste valore di verità a un’opinione che dichiaratamente non porta prove a supporto?

La chiamano informazione alternativa per darsi l’aura di essere l’unica vera informazione libera, ma la realtà è che questa è l’alternativa all’informazione, la quale ha un nome: disinformazione.