Linfociti, a scuola!

Avete presente quella lezioncina antica che dice che imparare a leggere e far di conto è un bene per evitare che qualcuno che la sa più lunga di noi ci possa prendere in giro? Bé, per il nostro sistema immunitario funziona un po’ alla stessa maniera. Uno studio pubblicato sulla rivista Immunity avrebbe scoperto (il condizionale è ancora d’obbligo) un ulteriore meccanismo con cui funzionano delle particolari cellule del nostro sistema immunitario, i linfociti T CD4, uno dei battaglioni che compongono il nostro piccolo grande esercito che ci difende dall’assalto di tutti quegli invisibili ma temibili nemici esterni che sono praticamente ovunque, dalla terra che tocchiamo con le mani (o che da bambini magari abbiamo messo in bocca) allo schermo del telefono cellulare.

Questi soldatini riconoscono i nemici (antigeni) che sgattaiolano per le vie del nostro sistema circolatorio riconoscendo una parte specifica del loro corpo, l’epitopo, al quale si legano e, dopo aver visto patente e libretto e aperto il bagagliaio della macchina decidono o meno se chiamare rinforzi ed eliminare l’invasore. Bene, sappiamo che questi soldatini, tantissimi e ognuno esperto nel riconoscere diversi tipi di epitopi (un po’ come nella polizia dei telefilm americani, ci sono i poliziotti esperti in antidroga, quelli esperti in buoncostume, quelli esperti nell’assalto, quelli specializzati in cose più burocratiche ecc ecc),  hanno una memoria: dopo aver incontrato un nemico, non si dimenticano più la sua faccia, così nel caso dovesse ritornare possono riconoscerlo al volo e dichiarare guerra a lui e ai suoi compari nel giro di un paio di ore. Ecco perché i vaccini sono importanti.

Sappiamo anche che i neonati hanno pochi linfociti T dotati di memoria, si chiamano linfociti naive  -perché sono degli ignoranti un po’ ingenuotti- che vagano, vagano alla ricerca di antigeni che non hanno mai visto prima.  Pur avendo la capacità di riconoscere i cattivoni hanno bisogno di capire come. Devono andare a scuola, ovvero imparare a riconoscere i nemici, per questo ci mettono più tempo a reagire e probabilmente per questo i bambini si ammalano più facilmente degli adulti. Imparano a fare di conto, leggere e scrivere ma nel frattempo gli antigeni smaliziati li gabbano bellamente. Ecco di nuovo, perché i vaccini sono importanti per i bambini: offrono al loro sistema immunitario i libri su cui studiare  e trovarsi pronto per affrontare i problemi di domani.

Ancora più importante se si pensa a quanto avrebbero scoperto i ricercatori, ovvero che: a) effettuando un test e infettando il sangue di 26 adulti con tre virus diversi, almeno la metà dei linfociti T CD4 che sono stati responsivi era in uno stato di “memoria”, ovvero era attivo come se avesse già incontrato quegli agenti patogeni in passato anche se quei soggetti non avevano mai contratto nessuna di quelle infezioni prima di allora. È un po’ come se, avendo già studiato siano in grado di riconoscere e affrontare problemi simili. Nel sangue dei neonati invece i linfociti T che hanno risposto all’attacco erano tutti di tipo “naive”. E proprio  questo potrebbe spiegare come mai i bambini siano più suscettibili alle malattie, essendo i linfociti naive più lenti a rispondere (come quando non avevamo studiato bene per l’interrogazione ma il prof provava a farci arrivare per vie traverse, e dunque più lunghe, alla soluzione). b) i ricercatori hanno anche scoperto che alcuni linfociti con memoria sono anche in grado di riconoscere più microbi e non sono i tipi di agenti patogeni per i quali erano stati selezionati e questo potrebbe spiegare perché il contatto continuo con lo “sporco” determina una nostra maggiore resistenza alle infezioni (ma non è una giustificazione per rimandare le pulizie in casa).

Da questo derivano anche alcune conseguenze per quanto riguarda la ricerca sugli animali: infatti i test si svolgono in condizioni di iper-igiene e dunque gli animali utilizzati per i test non entrando in contatto con molti dei microbi coi quali si interfaccerebbero in natura presentano abbondanza di linfociti naive, mostrando così un sistema immunitario più simile a quello di un bambino che a quello di un adulto.

Imparare potrebbe essere la parola chiave per spiegare l’efficienza o meno di un sistema immunitario e la sua capacità di farsi o meno fregare da qualche virus o qualche fungo furbacchione. Una chiave di lettura che potrebbe essere applicata anche alla cultura  e all’istruzione nella nostra società: più ce n’è, meno spazio avanza per chi ci vuol fregare.

PS: mi rendo conto di aver azzardato spiegazioni di biologia e immunologia piuttosto grossolane che magari fanno rizzare i capelli agli esperti, ma spero di non aver sparato cazzate troppo grosse in questa mia semplificazione (e nel caso chiedo scusa e sono pronto a rimediare).

Per info maggiori (e migliori) si può leggere questo articolo oppure, per chi può, la ricerca originale (di Laura F. Su, Brian A. Kidd, Arnold Han, Jonathan J. Kotzin, Mark M. Davis dal titolo Virus-Specific CD4 Memory-Phenotype T Cells Are Abundant in Unexposed Adultsè raggiungibile qui.

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Una scuola a misura di ‘nativi digitali’

Sta circolando sul web, anche sui giornali ‘grossi’, un appello di un maestro elementare, Franco Lorenzoni. Vorrebbe che i bambini fra i 3 e gli 8 anni non avessero alcuno schermo a scuola perché, spiega, “i bambini sono sottomessi, fin dalla più tenera età, ad un bombardamento tecnologico senza precedenti e si moltiplicano le ore che, anche da molto piccoli, passano davanti a schermi di ogni misura.” Situazione che si potrebbe e dovrebbe combattere così: “La scuola, in questo contesto, deve affrontare con intelligenza e sensibilità la questione, rifiutando di appiattirsi sul presente e seguire l’onda. L’illusione che, di fronte a bambini sempre meno capaci di attenzione prolungata, li si possa conquistare lusingandoli “con gli strumenti che a loro piacciono” è assurda e controproducente.” 

Rispetto l’opinione di Lorenzoni, che da quanto ho letto ha una grande esperienza nel campo dell’insegnamento ed è uno che si da da fare. Ma mi pare un po’ l’impostazione di quei genitori che qualche decennio fa dicevano ai propri figli di leggere poco perché fa male agli occhi, di uscire di casa e giocare con gli amici e la notte spegnevano la luce in camera a quei ragazzini che ancora volevano divorare con gli occhi parole e lettere stampati sulla carta.

Lo schermo, soprattutto quello dei tablet o dei pc è oggi la nuova carta e ha, guarda caso, le stesse controindicazione di fare male agli occhi, di isolare e di essere “altro” dalla realtà che pure riesce a descrivere. La differenza principale è che la nuova tecnologia riesce a rappresentare la realtà esterna in maniera spesso più efficace di un libro classico e che permette anche un’interazione con essa, cosa che ovviamente il libro -tranne forse i libri pop-up e quelli da colorare- non ha.

Lorenzoni poi afferma: “I primi anni di scuola rischiano di trasformarsi in un tempo dove regna l’irrealtà“. E io non capisco il perché, una lavagna non è più reale di una Lim (lavagna interattiva multimediale), solo più limitata.  Arriva anche la tecnofobia mascherata dal diniego: “Non ho nulla contro la tecnologia (che tra l’altro può essere di grande aiuto per i bambini che hanno bisogni educativi speciali, come nel caso della dislessia), ma è necessario reagire alla troppa esposizione tecnologica dei più piccoli”. Ci si dimentica che anche il libro è tecnologia, così come i pastelli e i pennarelli. E si parla dei due mondi, quello classico e quello digitale come se debbano vivere in antitesi. Ma chi l’ha detto? Chi ha detto che accanto ai computer e agli schermi digitali non possano sopravvivere le matite colorate, i tricicli e i Lego? Chi ha detto che reagire alla troppa esposizione tecnologica (che non so neppure cosa voglia dire) dei bambini si risolva negando la tecnologia piuttosto che educando ad essa. Perché è qui il problema. Quando, in una società digitale, nel rapporto genitore-bambino “Chi prova ad opporsi sa quali battaglie quotidiane deve combattere in casa per limitare l’uso compulsivo di play station e videogiochi sempre più accattivanti” getta le colpe sulla tecnologia scegliendo la sua negazione come rimedio, non ha ben chiara una cosa: che la battaglia quotidiana è una questione di educazione. Se a un bambino piace infilare le dita nella presa di corrente, la soluzione non è eliminare l’elettricità in casa, ma educare il bambino e insegnargli che non si fa, facendo in modo che capisca il perché. La questione va spostata magari sulla padronanza e sulla conoscenza effettiva delle nuove tecnologie da parte degli adulti, genitori e insegnanti, che spesso si abbandonano goffamente ad esse proprio perché non ne sono padroni e non ne conoscono limiti e potenzialità. Sono cose nuove rispetto al mondo di prima e tirano fuori il solito istinto alla conservazione del mondo conosciuto, la paura del nuovo.

Paura che ben si esprime così: “Bambine e bambini hanno bisogno del mondo vero per nutrire i loro pensieri e la loro immaginazione. Hanno bisogno dei loro corpi tutti interi, capaci di toccare con mano le cose e non essere ridotti solo a veloci polpastrelli. Hanno bisogno di sporcarsi con la terra piantando, anche in un piccolo giardino, qualche seme che non sappiamo se nascerà. Hanno bisogno di essere attesi e di conoscere l’attesa, di sviluppare il senso del tatto e gli altri sensi e non limitarsi al touch screen. Se lasciamo che pensino che il mondo può essere contenuto in uno schermo, li priviamo del senso della vastità, che non è riproducibile in 3D. Gli altri e la realtà non si accendono e spengono a nostro piacimento.” 

E di nuovo, chi ha detto che siano due mondi opposti? Chi ha detto che non possa e debba esistere un bilanciamento ma solo un rapporto esclusivo? Il senso del tatto può essere sviluppato sia con l’interazione con gli oggetti “classici” che, in maniera complementare, tramite i touchscreen che probabilmente costituiranno l’interfaccia del loro presente e del loro futuro e che dunque devono saper conoscere e capire. Si possono benissimo sporcare le mani con la terra piantando un semino (non Ogm eh!) ed andare a vedere come funziona la vita delle piante sullo schermo di un pc e poi verificarlo nella realtà.  Non è che quando vediamo la Primavera di Botticelli  in una fotografia, ci è preclusa la soddisfazione nel vederlo dal vivo. Peraltro è un dato di fatto che i bambini di oggi siano sempre più intelligenti (effetto Flynn) e un articolo uscito su Le Scienze di novembre racconta proprio questo progresso, evidenziando come i bambini abbiano sempre una maggiore capacità astrattiva, fenomeno che non si riesce a spiegare del tutto ma che alcuni studi associano all’evoluzione tecnologica. Un articolo di Wai e Putallaz della Duke University asserisce che una parte del merito addirittura vada computata ai vide games sempre più sofisticati e ad alcuni programmi televisivi (una parte, perché l’effetto Flynn sembra essere abbastanza complesso da non poter essere ridotto a qualche causa isolata). Ciò che sta succedendo è che la nostra intelligenza (in senso ampio) si sta evolvendo in risposta al mondo nel quale viviamo. Come ho già scritto qualche post più sotto, proprio dai videogames è nata un’abilità nuova che sarà utile nella medicina robotica di oggi e di domani.

La scuola deve insegnare a vivere il proprio tempo, non quello passato. Siamo nel mezzo di una rivoluzione e se è vero che i “nativi digitali” avranno modi diversi di apprendimento, non è detto che siano peggiori (o migliori). Magari sono solo conformi a un mondo che è profondamente cambiato in pochi decenni. Forse è un po’ azzardato dirlo, ma la tecnologia digitale odierna ci sta rimodellando un po’ come ha fatto l’agricoltura (che è tecnologia) qualche millennio fa. Ci offre nuovi orizzonti e nuove facilitazioni, ovviamente col suo prezzo da pagare, come ogni cosa. Ma identificare il male nella sola presenza della tecnologia -schermi e pc- è, a mio parere, il modo peggiore per crescere i bambini di oggi.

Quando Lorenzoni scrive: “Evitiamo che anche i nostri piccoli nativi siano colonizzati precocemente e pervasivamente da tecnologie che, nei primi anni, impoveriscono la vita e l’immaginario infantile” io vorrei dirgli che i nativi colonizzati sono stati tali anche (e ovviamente non solo) perché avevano accesso a un livello di conoscenze tecnologiche molto inferiore rispetto ai conquistatori. Lance contro fucili, pepite d’oro contro banali specchi. La scuola deve offrire strumenti per conoscere il mondo dei “conquistatori” e mettercisi in pari, controllandolo perché lo si conosce, non fuggendo via impauriti perché la vita reale (e chissà cosa vuol dire) è quella stabilita in modo fisso in una specie di ‘oasi analogica senza schermi’.

Invece di rimanere ammirati e impauriti davanti a uno specchio, i nativi digitali devono imparare a usarlo, sapendo quanto vale imparando che quando si rompe corrono il rischio di tagliarsi. E come in molti altri campi, dove non arrivano i genitori può arrivare la scuola.

Dai videogiochi alla sala operatoria

Avete mai pensato che vostro figlio, quello che sta ore e ore attaccato al pc o alla tv, con un joystick in mano a giocare con i videogiochi, stia acquisendo nuove abilità invece che rincoglionirsi seduto sul divano?

Se state pensando che “no, meglio che esca con gli amici o che si metta a studiare”, provate invece a sentire questa: uno studio della UTMB (University of Texas Medical Branch at Galveston) ha dimostrato come ragazzi che hanno passato ore usando il joystick e guardando uno schermo abbiano sviluppato una notevole capacità di coordinazione mano-occhio e abilità di usare le mani tali da poter essere seriamente paragonate a quelle di medici chirurghi che “apprendono la tecnica” della chirurgia robotica (Robotic Assisted Surgery).

Il test ha misurato le capacità degli studenti e dei praticanti su 20 differenti parametri di abilità e 32 step di apprendimento utilizzando un simulatore di chirurgia robotica. Quel che ne uscito è che il background di abilità di chi spende parte del suo tempo -almeno 2 ore- con un joystick in mano è migliore di quello dei praticanti medici!  Senza aver fatto pratica specifica per l’utilizzo della tecnologia in questione, gli studenti erano già in possesso di abilità più sviluppate rispetto ai medici praticanti (il tutto si è ovviamente capovolto nei test in cui le capacità di controllo del robot sono diventate inutili).

Significa una sola cosa ben riassunta da Sami Kilic, il responsabile dello studio che avuto l’idea proprio guardando suo figlio passare il tempo sui videogiochi: “Molti medici praticanti di oggi non hanno mai imparato la chirurgia robotica alla scuola di medicina. Vedendo però gli studenti con una migliore esperienza spazio-visuale e una migliore coordinazione mano-occhio, frutto del del mondo di efficienza tecnologica nel quale sono immersi, dovremmo ripensare a come istruire al meglio questa generazione“.

Ovvero, alcune abilità tecniche utili nei campi tecnologici che sono oggi nuove per alcuni, sono già state acquisite dai più giovani grazie al fatto di essere immersi più a fondo nella tecnologia e quindi bisognerà aggiornare i percorsi di studio utilizzando queste nuove abilità come nuovo perno. I giovani hanno cioè già acquisito alcune abilità per avere padronanza del mezzo anche se il mezzo è ancora una novità. A pensarci bene è un dato normale nel mondo tecnologico degli ultimi decenni, dove il padre non sa accendere (o quasi) un personal computer utile per scrivere una relazione o pagare le tasse mentre il figlio smanetta non solo col pc ma anche con i pc in miniatura come gli smartphone o i tablet o supporti sempre più nuovi e diversi ma che sa già come utilizzare. Basta vedere le scuole, dove c’è una sempre maggiore spinta verso l’ingresso, a fianco dei soliti strumenti come libri e quaderni, di supporti tecnologici nuovi come i tablet -o i pc in generale- che gli studenti sanno già usare, facendo diventare questa “abilità tecnologica” una nuova base per sviluppare nuovi paradigmi nell’istruzione. Pensiamo ad esempio agli studenti di architettura di oggi che difficilmente sono in grado di utilizzare riga e squadrette per progetti complicati e neppure gli viene richiesta una grande abilità nel farlo ma che sono anni luce avanti nell’utilizzo dei software di progettazione per pc rispetto ai loro colleghi di qualche decennio fa.

. E allora -fermo restando che un buon libro rimane un buon libro e che una pizza con gli amici vale più di due ore passate ad ammazzare mostri virtuali- potrebbe essere che, al di là degli eccessi, anche l’utilizzo dei videogiochi non sia nient’altro che la realizzazione di nuovi modi di pensare e acquisire capacità da parte dei giovani (e qualche meno giovane ormai)  immersi in un mondo che ormai si nutre di quei nuovi modi di pensare e di quelle nuove capacità.

 

Fonte:http://www.utmb.edu/newsroom/article8061.aspx