I dogmi della ricerca e quelli di Michele Serra

Golden Rice grain compared to white rice grain in screenhouse of Golden Rice plants.
Golden Rice e riso bianco (IRRI Photos/Flickr/CC BY NC-SA 2.0)

“Ma il cittadino comune non viene ulteriormente confuso?”

È la domanda che mio padre mi ha scritto in un e-mail che conteneva in allegato una lettera a Michele Serra sul Venerdì di Repubblica firmata da nove persone, ricercatori o professori universitari italiani.

ricerca

Si (ri)parla di Ogm, e i firmatari della lettera sono molto chiari: è una questione politica sì ma, a differenza di quanto sostiene Elena Cattaneo sulle colonne di Repubblica:

è falso che l’intero mondo della ricerca sia immune da ogni dubbio e schierato compatto pro-Ogm. Moltissimi scienziati e ricercatori, provvisti di credenziali di pari autorevolezza, di dubbi invece ne hanno molti.

Chi sono questi moltissimi scienziati e ricercatori? Non si sa, i nomi non vengono fatti. Quali dubbi avanzano? Boh?

Chi lo sa… ma non è questo il punto.

“Ma il cittadino comune non viene ulteriormente confuso?”

La mia risposta è sì, il cittadino viene ulteriormente confuso. Questo per il fantastico meccanismo – tipico del mondo dell’informazione – del confronto tra opinioni (opinioni, non fatti) che porta i processi decisionali, sia personali che istituzionali, a formarsi pesando quante voci ci sono da una parte e quante dall’altra. Non quali, ma quante. E se ne frega, perché poi il discorso diventerebbe troppo lungo, di quanto solide siano le basi su cui poggiano gli uni e gli altri.

Trovare scienziati e ricercatori – anche ‘importanti’, ma non necessariamente competenti nella specifica materia – che pensano cose molto diverse rispetto a quelle della grande maggioranza degli altri ‘esperti’, è relativamente semplice e così diventa semplice anche far apparire dal nulla una controversia nel mondo scientifico. Capita molto spesso quando si parla di riscaldamento globale, capita anche per la questione Ogm.

Ma, come scrivono nel loro eccellente libro “Contro Natura” Beatrice Mautino e Dario Bressanini, in un passo riportato da Il Post che ne ha preso un estratto

Le istituzioni della UE hanno investito, dal 1982 al 2012, più di 300 milioni di euro in ricerche sulla sicurezza degli OGM, finanziando centinaia di gruppi di ricerca pubblici, in laboratori e università. Il rapporto finale che riassume queste ricerche è esplicito:
La conclusione principale che si può trarre dagli sforzi di più di 130 progetti di ricerca, su un periodo di 25 anni e che ha coinvolto più di 500 gruppi di ricercatori indipendenti, è che le biotecnologie e in particolare gli OGM non sono, di per sé, più rischiose delle tecnologie convenzionali di breeding delle piante.

Anche l’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, nel corso degli ultimi decenni non ha trovato alcun elemento per fare distinzioni sostanziali tra sementi Ogm autorizzate per la coltivazione in Europa e le altre ottenute con altre tecniche.

Non c’è, di fatto, una controversia scientifica. Molte posizioni e ricerche che argomentavano contro gli Ogm nel corso degli anni, sono tutte crollate. Quando Serra dice che la scienza che non sa mettere in discussione se stessa contraddice i suoi stessi presupposti e titola “L’errore della ricerca? Trasformarsi in un dogma” ha ragione. Solo che  “la scienza” ha già messo più volte in discussione i suoi presupposti e ha già dato, più volte, delle risposte chiare che, lungi dall’essere dei dogmi, dovrebbero costituire il punto dal quale muoversi e andare avanti.

Come accade oggi, ad esempio, per i vaccini obbligatori, sui quali mi pare Serra si sia dichiarato a favore. Eppure anche qui, se volesse, troverebbe decine di medici e ricercatori pronti a giurare che i vaccini sono un male  nella mani di pochi che hanno in pugno la nostra salute. Perché questa differenza? Non si tratterà forse di pregiudizi non riconosciuti?

Ma l’attacco alla ricerca dogmatica è solo un chiaro pretesto. La vera questione, come afferma lo stesso Michele Serra, non è scientifica ma è politica, potentemente politica. 

Scrive il giornalista

Gli Ogm sono il mattone di un sistema di produzione agro-industriale che ha un profondissimo impatto sulla vita dei campi e dei contadini, sulla distribuzione del potere che si concentra in pochissime mani (quelle dei proprietari delle sementi), sulla crisi della biodiversità, sulla libertà di scegliere cosa coltivare, e in che modo. Non esiste solo la libertà dei ricercatori scientifici. Esiste anche la libertà dei contadini, che il sistema di produzione agro-industriale, fondato sulle sterminate colture monocolture Ogm (esempio classico la soia in Argentina) spossessa progressivamente di autonomia, di cultura, di identità.

In definitiva, mi pare di capire che gli Ogm (le cui monocolture non sono il fondamento di un bel nulla) siano il mattone con cui si recinta la libertà dei contadini e che di conseguenza porterebbe – senza spiegare come – a disastri ambientali (biodiversità) e sociali (cultura, tradizioni ma quali?).

Ed eccoli qui, allora, i veri dogmi, le vere sentenze che non ammettono discussione. Concetti espressi in bella forma e che si auto-affermano, che toccano argomenti importanti, ma che non sono riempiti di contenuti.  Se davvero ci fosse una controversia, come sarebbe possibile affermare con tale sicurezza, come fa Serra, la presenza di effetti così distruttivi per l’ambiente, per la società e le culture dei popoli?

La questione è davvero politica, ma non si può risolvere correttamente se non si prevedono vie di mezzo, ragionamenti profondi, e si portano avanti postulati indiscutibili, dove i preconcetti diventano principi di libertà.

Nella sua visione politica della questione, Serra – ad esempio – parla appunto di costrizioni delle libertà di chi lavora nei campi dovute agli Ogm, come se fossero un dato di fatto, ma non spiega cosa e quale sia quella libertà. Coltivare ciò che vuole, come vuole? Se la risposta è sì, anche coltivare Ogm è libertà, una libertà oggi negata agli agricoltori italiani.

Non so se per lui la libertà sia anche una maggiore ricchezza, per me, che non sopporto la favola della ‘decrescita felice’, essere più ricchi di prima (che non significa essere ricchi) è un mattone con cui si costruisce la libertà individuale e si accresce il benessere sociale. Serra guardi il grafico sotto (tratto da una meta-analisi del 2014) che mostra come, in media, l’adozione di colture Ogm nel mondo ha portato a una crescita di quasi il 70% dei profitti per gli agricoltori (oltre che a una riduzione dell’uso dei pesticidi del 37%).

ogm

Non sono i numeri di una tecnologia che salverà il mondo o che non comporta problemi, sono i numeri di una tecnologia che ha migliorato le condizioni di vita di molti agricoltori. Fanno davvero così schifo? Sono davvero il simbolo di una minaccia per la libertà?

Le “poche mani” che hanno in pugno i semi, in Italia, sono anche quelle di coop e consorzi, non solo multinazionali, ma immagino che non se ne possa parlare. E la collegata questione del ‘tradizionale’ riutilizzo dei semi trova una spiegazione relativamente semplice: gli agricoltori che hanno qualcosa in più di un un campetto di pochi ettari e qualche gallina, in genere, non riutilizzano i vecchi semi perché costa tempo e fatica e non garantisce risultati. Ricomprare i semi ogni anno offre maggiori garanzie e gli agricoltori di professione lo fanno da prima che gli Ogm arrivassero sul mercato. E anche questa è libertà. È vero che ci sono aziende che vietano il riuso se non a determinate condizioni, ma anche riprodurre e riutilizzare un articolo di Serra è vietato dal suo editore (ops) e per poter leggere quello che scrive bisogna ricomprare ogni giorno il giornale. L’ accesso all’informazione non è importante?

A differenza di quel che dice Serra e di quel che dicono i ricercatori firmatari della lettera con cui sono partito, le tecnologie sono neutre, è il loro utilizzo a non esserlo. È il loro utilizzo che può essere, anche, un problema politico e di visioni del mondo. Ma per affrontare al meglio un problema simile bisogna partire da basi solide, da un contenuto minimo di verità il più possibile oggettivo e discutere spogliandosi dei pregiudizi che tutti, indistintamente, abbiamo.

La strada politica da intraprendere è allora quella di valutare pro e contro, condizioni di utilizzo, situazioni in cui le tecnologie portano o meno beneficio. E se non ci sono pericoli concreti o potenziali (ma ragionevolmente prevedibili) deve essere lasciata la libertà di scelta, quella cosa che oggi per chi vuole coltivare Ogm non esiste senza alcuna valida ragione.

Certamente rimarrebbero altri problemi sollevati da Serra che però, a meno che non si vogliano raccontare balle pur di avere ragione, non sono generati dall’uso di Ogm: la perdita di biodiversità, la necessaria modifica dei sistemi produttivi, i diritti di chi lavora la terra, i diritti di noi consumatori, i diritti delle società che sulla crescita dell’agricoltura locale fanno e faranno a lungo affidamento per migliorare le proprie condizioni.

Tutti problemi la cui enorme complessità, così come non si risolverà grazie a una singola tecnologia, non si risolverà neppure con il bando tout court della stessa e affidandosi all’agricoltura biologica (al costo di quanta terra?) o agli orticelli di Carlo Petrini. Sarebbe semplice e bello, ma è la risposta di un pensiero politico decisamente involuto, pronto a sacrificare il benessere e la libertà altrui sull’altare dei propri pregiudizi.

Annunci

Ogm e muri da abbattere

“Concrete wall” by Oula Lehtinen – Own work. Licensed under CC BY-SA 3.0

Sinceramente non capisco cosa spinga ancora Elena Cattaneo ad intervenire per l’ennesima volta sulla questione Ogm (a cui l’Italia, almeno sulla coltivazione, ha detto definitivamente no), dibattendo – seppure a distanza – con Carlin Petrini, prestandosi al giochino di Repubblica di conservare apparentemente un’equa distanza ospitando opinioni tra loro nettamente contrarie (le trovate in fondo al post).

Non lo capisco non perché non abbia chiaro che si tratta di una donna in missione “pro scienza” e “pro razionalità”, ma perché non mi capacito di come si ostini a non capire che quel tipo di interventi, la voglia di fare da baluardo contrapposto alla retorica pauperista di Slow Food, purtroppo, non servono a nulla.

Non servono a nulla perché parlare di “inganno mediatico antiscientifico” non ha alcun effetto concreto se non quello di far pensare tutti noi che – in fondo – stiamo dalla sua parte che “cazzo ha ragione, siamo in mano a degli idioti“; che sottoscriviamo pure gli spazi tra una parola e l’altra del suo discorso alla Nazione. Ma non sposta le idee di una virgola, non davanti a uno che parla di “Italia libera [dagli Ogm]”, di lavoro “con la società civile”; di produzioni moderne ma “sane, sagge, equilibrate ed eque”; di “talenti ed esperienze” di agricoltori, pescatori, cuochi, comunicatori, educatori e studenti: i nostri talenti, quelli del nostro vicino di casa, del nostro panettiere o del piccolo produttore che si arrangia e produce un formaggio o un vino che non sa di nulla ma è eccellente perché lo fa lui, perché viene dal basso e ci ricorda nostro nonno.

Ma quale inganno potrà mai uscire dalla bocca del nonno di Heidi? Cosa c’è di sbagliato in un mondo più sano, più saggio, più equo ottenuto con le battaglie della società civile? A chi importerà mai il valore infinitesimale delle produzioni bio carissime, classiste e neppure così migliori delle altre se il nostro buon nonno ci racconta di lotte, di giovani, di duro lavoro ancora da finire per abbattere il mostro finale: il Ttip che vorrebbe trasformarci in un automi di una gigantesca industria fuori controllo?

Non serve a niente.

Che fare allora? Stare zitti? Lasciare spazio solo al giubilo antiscientifico? Abbandonare il campo mentre tutto va a rotoli? No. Ma se qualcosa abbiamo perso, la abbiamo persa nonostante le lezioni di Elena Cattaneo (e di altri) sui quotidiani, nonostante le sue continue allerte sui danni da antiscientismo; nonostante i numeri, le verità vere di una scienziata dalla meritata fama internazionale. Qualcosa vorrà pur dire.

Se qualcosa abbiamo perso – e lo abbiamo perso da tanto, non oggi e non ieri – dobbiamo imparare la lezione che sembra sia continuamente sfuggita in tutti questi anni: raccontare come stanno realmente le cose, soprattutto dove si è aperta una controversia (anche se non scientifica) che si gioca sul piano sociale, politico ed economico, non è la porta per la conversione, per spostare le idee. È come voler usare la spada in mezzo a uno scontro a fuoco, un’arma che non serve a niente, se non per colpire qualcuno che ci sta abbastanza vicino. Ma, alla fine, il sangue in strada sarà il nostro.

Alimentare la controversia non farà altro che far apparire la sua voce nient’altro che, appunto, una delle voci in mezzo al coro, quando va bene sonora quanto le altre, di solito minoritaria e, soprattutto, senza che abbia una grande efficacia rispetto all’obiettivo.

Dicevo, bisogna che allora stia (stiamo) zitta (i)? No. Non so neppure quali metodi alternativi possano realmente funzionare adesso (ecco: metodi, magari da studiare e sui quali faticare). Ma credo di aver capito quello che non funziona di sicuro: cercare di abbattere un muro erigendone un altro, contrapposto, perché il risultato sono solo due muri.

——————————————————————-

Allego gli interventi di Elena Cattaneo e Carlin Petrini comparsi oggi su La Repubblica. Sono screenshot (click per ingrandire) effettuati col cellulare da un utente di Facebook perché non riesco a recuperare i link originali.

Caro Michele, sul biologico piangiamo insieme

ladybird-335096_640Michele Serra sull’Amaca di oggi (sabato 25 ottobre) ha preso malissimo un video che mostrava un gioco divertente: far assaggiare a degli appassionati di cucina bio un hamburger da fast food fatto passare come un’alternativa bio, ricevendo commenti entusiasti da parte degli ignari assaggiatori. Eh vabbé, era un modo per mostrare come i nostri preconcetti influenzino anche il senso del gusto.

All’editorialista de La Repubblica la cosa non è piaciuta per nulla e l’ha presa male

Amaca

Caro Michele. Ora, non è che mi interessi troppo continuare la Guerra Santa pro o contro il biologico, però, ecco, caro Michele, non è che da sostenitore del bio (dinamico) hai poi così tanto da ridere. Quando chiedi allo “spiritoso reporter” – come se ti avesse fatto un torto personale – di fare “una bella inchiesta sullo stato dei terreni e delle falde acquifere laddove si coltiva bio e laddove si coltiva non bio” per fare dopo una gara di risate, ecco, lo hanno già fatto. E ridiamo poco tutti, consumatori bio e consumatori non bio.

Nel 2012 è stata fata una meta-analisi (una ricerca sulle ricerche) per vedere se è vero che l’agricoltura biologica ha meno impatto sull’ambiente rispetto a quella convenzionale*. E la risposta che i ricercatori hanno dato non è così netta come tu credi con un po’ di quella supponenza che abbiamo di solito quando siamo convinti di saperla più lunga degli altri. Non rideresti di più del giornalista olandese, ecco.

Secondo lo studio – di cui, dai, ci fidiamo – se è vero che, in generale, l’agricoltura bio ha un impatto positivo per l’ambiente (o meglio, ha un impatto migliore) per unità di area coltivata, così non è per unità di prodotto: se è vero che (in generale e non sempre) per 100 ettari coltivati, quelli che seguono i disciplinari bio sono più rispettosi dell’ambiente, è anche vero che quei 100 ettari bio (in generale e non sempre) tendono a produrre di meno, e così 10 carote bio magari hanno un ‘costo ambientale’ maggiore rispetto a 10 carote ‘convenzionali’.

Questo significa anche che (in generale e non sempre) per riempire la pancia delle persone con prodotti bio c’è bisogno di più territorio votato all’agricoltura con tutto quel che ne consegue. Senza tralasciare il fatto che bio non significa “senza pesticidi” ma che quei pesticidi non devono essere di sintesi, cosa che non esclude che siano altamente ‘tossici’ per la terra e le falde acquifere, come per esempio il rotenone (che è in via di eliminazione dai disciplinari proprio perché è molto tossico) o i sali di rame.

Nelle conclusioni i ricercatori fanno una considerazione che forse sia io – che ho sviluppato una specie di fobia ideologica per il bio dopo esserne stato un entusiasta sostenitore – che te dovremmo sottoscrivere, magari per provare a ridere un po di più, insieme:

There is not a single organic or conventional farming system, but a range of different systems, and thus, the level of many environmental impacts depend more on farmers’ management choices than on the general farming systems (Non c’è un singolo sistema di coltivazione biologica o convenzionale, ma uno spettro di sistemi differenti e perciò il livello di impatto ambientale dipende più dalle scelte fatte dagli agricoltori che dal sistema di coltivazione).

Non ci sono buoni-buoni e cattivi-cattivi. Bio non è sempre e per forza uguale a buono, non solo per il palato, ma anche per l’ambiente e viceversa per l’agricoltura convenzionale.

Nessuno, né il giornalista olandese, né tu, né io avremmo così tanto da ridere da quell’inchiesta che chiedi pensando di sapere già come andrebbe a finire.

Ciao,
Daniele

Nota: un confronto imparziale (anche se le affiliazioni suggerirebbero il contrario) tra bio e convenzionale lo si può trovare qui.

*La ricerca è questa

“Watson, lei vede ma non osserva”

Per la serie ‘cose che avrei voluto scrivere io’. Beatrice Mautino ha scritto un pezzo magnifico – il migliore che ho letto in questi giorni – sulle recenti polemiche in tema Ogm innescate da una discutibilissima scelta editoriale de La Repubblica. L’ha scritta 10mila volte meglio di quanto avrei potuto fare io su divagatoriscientifici.it

Faccio un ‘repost‘ perché  come se avesse dato una forma bella e coerente ai miei pensieri disordinati. Buona lettura.

In questi giorni si è tornato a parlare di OGM. Sarà l’avvicinarsi di Expo, sarà perché gli agricoltori han deciso di dire la loro e dimostrare che le cose son ben più sfaccettate di come si presentavano un tempo, sarà perché la Fondazione Veronesi ha deciso di dedicarci l’annuale convegnone o sarà solo per una questione di mode che vanno e vengono. Sta di fatto che la fissa del momento è il cibo ed ecco che, puntuali come quelle maledette spalline, son tornati pure loro, gli Ogm. E quindi, nonostante di un dibattito del genere ne avremmo fatto tutti a meno, eccoci qui a parlarne, a discutere se Rampini sia impazzito a dar contro al New Yorker, a decifrare le frasi di Petrini manco fossero quartine di Nostradamus, a chiederci se gli scienziati invitati a scrivere di questa cosa non avessero fatto meglio a declinare l’invito piuttosto che far la lezioncina delle letterine del Dna, a sbattere la testa contro il muro al pensiero che quello che scriveva quelle genialate su Cuore è lo stesso che scrive quelle vaccate sull’Amaca. E in tutto questo interrogarsi abbiamo tutti un po’ perso di vista il punto, come spesso accade, della vicenda, che non è se la Shiva dica il falso (lo dice) o se Petrini si inventi le cose (lo fa) e non è nemmeno se gli scienziati siano impacciati o pasticcioni (lo sono).

CONTINUA A LEGGERE SU DIVAGATORISCIENTIFICI.IT

Una scuola a misura di ‘nativi digitali’

Sta circolando sul web, anche sui giornali ‘grossi’, un appello di un maestro elementare, Franco Lorenzoni. Vorrebbe che i bambini fra i 3 e gli 8 anni non avessero alcuno schermo a scuola perché, spiega, “i bambini sono sottomessi, fin dalla più tenera età, ad un bombardamento tecnologico senza precedenti e si moltiplicano le ore che, anche da molto piccoli, passano davanti a schermi di ogni misura.” Situazione che si potrebbe e dovrebbe combattere così: “La scuola, in questo contesto, deve affrontare con intelligenza e sensibilità la questione, rifiutando di appiattirsi sul presente e seguire l’onda. L’illusione che, di fronte a bambini sempre meno capaci di attenzione prolungata, li si possa conquistare lusingandoli “con gli strumenti che a loro piacciono” è assurda e controproducente.” 

Rispetto l’opinione di Lorenzoni, che da quanto ho letto ha una grande esperienza nel campo dell’insegnamento ed è uno che si da da fare. Ma mi pare un po’ l’impostazione di quei genitori che qualche decennio fa dicevano ai propri figli di leggere poco perché fa male agli occhi, di uscire di casa e giocare con gli amici e la notte spegnevano la luce in camera a quei ragazzini che ancora volevano divorare con gli occhi parole e lettere stampati sulla carta.

Lo schermo, soprattutto quello dei tablet o dei pc è oggi la nuova carta e ha, guarda caso, le stesse controindicazione di fare male agli occhi, di isolare e di essere “altro” dalla realtà che pure riesce a descrivere. La differenza principale è che la nuova tecnologia riesce a rappresentare la realtà esterna in maniera spesso più efficace di un libro classico e che permette anche un’interazione con essa, cosa che ovviamente il libro -tranne forse i libri pop-up e quelli da colorare- non ha.

Lorenzoni poi afferma: “I primi anni di scuola rischiano di trasformarsi in un tempo dove regna l’irrealtà“. E io non capisco il perché, una lavagna non è più reale di una Lim (lavagna interattiva multimediale), solo più limitata.  Arriva anche la tecnofobia mascherata dal diniego: “Non ho nulla contro la tecnologia (che tra l’altro può essere di grande aiuto per i bambini che hanno bisogni educativi speciali, come nel caso della dislessia), ma è necessario reagire alla troppa esposizione tecnologica dei più piccoli”. Ci si dimentica che anche il libro è tecnologia, così come i pastelli e i pennarelli. E si parla dei due mondi, quello classico e quello digitale come se debbano vivere in antitesi. Ma chi l’ha detto? Chi ha detto che accanto ai computer e agli schermi digitali non possano sopravvivere le matite colorate, i tricicli e i Lego? Chi ha detto che reagire alla troppa esposizione tecnologica (che non so neppure cosa voglia dire) dei bambini si risolva negando la tecnologia piuttosto che educando ad essa. Perché è qui il problema. Quando, in una società digitale, nel rapporto genitore-bambino “Chi prova ad opporsi sa quali battaglie quotidiane deve combattere in casa per limitare l’uso compulsivo di play station e videogiochi sempre più accattivanti” getta le colpe sulla tecnologia scegliendo la sua negazione come rimedio, non ha ben chiara una cosa: che la battaglia quotidiana è una questione di educazione. Se a un bambino piace infilare le dita nella presa di corrente, la soluzione non è eliminare l’elettricità in casa, ma educare il bambino e insegnargli che non si fa, facendo in modo che capisca il perché. La questione va spostata magari sulla padronanza e sulla conoscenza effettiva delle nuove tecnologie da parte degli adulti, genitori e insegnanti, che spesso si abbandonano goffamente ad esse proprio perché non ne sono padroni e non ne conoscono limiti e potenzialità. Sono cose nuove rispetto al mondo di prima e tirano fuori il solito istinto alla conservazione del mondo conosciuto, la paura del nuovo.

Paura che ben si esprime così: “Bambine e bambini hanno bisogno del mondo vero per nutrire i loro pensieri e la loro immaginazione. Hanno bisogno dei loro corpi tutti interi, capaci di toccare con mano le cose e non essere ridotti solo a veloci polpastrelli. Hanno bisogno di sporcarsi con la terra piantando, anche in un piccolo giardino, qualche seme che non sappiamo se nascerà. Hanno bisogno di essere attesi e di conoscere l’attesa, di sviluppare il senso del tatto e gli altri sensi e non limitarsi al touch screen. Se lasciamo che pensino che il mondo può essere contenuto in uno schermo, li priviamo del senso della vastità, che non è riproducibile in 3D. Gli altri e la realtà non si accendono e spengono a nostro piacimento.” 

E di nuovo, chi ha detto che siano due mondi opposti? Chi ha detto che non possa e debba esistere un bilanciamento ma solo un rapporto esclusivo? Il senso del tatto può essere sviluppato sia con l’interazione con gli oggetti “classici” che, in maniera complementare, tramite i touchscreen che probabilmente costituiranno l’interfaccia del loro presente e del loro futuro e che dunque devono saper conoscere e capire. Si possono benissimo sporcare le mani con la terra piantando un semino (non Ogm eh!) ed andare a vedere come funziona la vita delle piante sullo schermo di un pc e poi verificarlo nella realtà.  Non è che quando vediamo la Primavera di Botticelli  in una fotografia, ci è preclusa la soddisfazione nel vederlo dal vivo. Peraltro è un dato di fatto che i bambini di oggi siano sempre più intelligenti (effetto Flynn) e un articolo uscito su Le Scienze di novembre racconta proprio questo progresso, evidenziando come i bambini abbiano sempre una maggiore capacità astrattiva, fenomeno che non si riesce a spiegare del tutto ma che alcuni studi associano all’evoluzione tecnologica. Un articolo di Wai e Putallaz della Duke University asserisce che una parte del merito addirittura vada computata ai vide games sempre più sofisticati e ad alcuni programmi televisivi (una parte, perché l’effetto Flynn sembra essere abbastanza complesso da non poter essere ridotto a qualche causa isolata). Ciò che sta succedendo è che la nostra intelligenza (in senso ampio) si sta evolvendo in risposta al mondo nel quale viviamo. Come ho già scritto qualche post più sotto, proprio dai videogames è nata un’abilità nuova che sarà utile nella medicina robotica di oggi e di domani.

La scuola deve insegnare a vivere il proprio tempo, non quello passato. Siamo nel mezzo di una rivoluzione e se è vero che i “nativi digitali” avranno modi diversi di apprendimento, non è detto che siano peggiori (o migliori). Magari sono solo conformi a un mondo che è profondamente cambiato in pochi decenni. Forse è un po’ azzardato dirlo, ma la tecnologia digitale odierna ci sta rimodellando un po’ come ha fatto l’agricoltura (che è tecnologia) qualche millennio fa. Ci offre nuovi orizzonti e nuove facilitazioni, ovviamente col suo prezzo da pagare, come ogni cosa. Ma identificare il male nella sola presenza della tecnologia -schermi e pc- è, a mio parere, il modo peggiore per crescere i bambini di oggi.

Quando Lorenzoni scrive: “Evitiamo che anche i nostri piccoli nativi siano colonizzati precocemente e pervasivamente da tecnologie che, nei primi anni, impoveriscono la vita e l’immaginario infantile” io vorrei dirgli che i nativi colonizzati sono stati tali anche (e ovviamente non solo) perché avevano accesso a un livello di conoscenze tecnologiche molto inferiore rispetto ai conquistatori. Lance contro fucili, pepite d’oro contro banali specchi. La scuola deve offrire strumenti per conoscere il mondo dei “conquistatori” e mettercisi in pari, controllandolo perché lo si conosce, non fuggendo via impauriti perché la vita reale (e chissà cosa vuol dire) è quella stabilita in modo fisso in una specie di ‘oasi analogica senza schermi’.

Invece di rimanere ammirati e impauriti davanti a uno specchio, i nativi digitali devono imparare a usarlo, sapendo quanto vale imparando che quando si rompe corrono il rischio di tagliarsi. E come in molti altri campi, dove non arrivano i genitori può arrivare la scuola.

XXI Secolo (?)

Newton e la mela, chissà che non fosse dello stesso albero i cui frutti era proibito mangiare (si, lo so, Newton credeva in Dio, e allora?)

È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”. Rispose la donna al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”. Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. » (Genesi 3,1-7 )

E noi gliene siamo grati.

Una bella collezione di perle raccolte dal giornalista di Repubblica Francesco Cocco ci racconta in pochi minuti chi e cosa contribuisce a mantenere l’Italia una nazione col freno a mano tirato in ambito scientifico e culturale, cercando ancora di salvarci da un racconto allegorico, da un peccato originale che in realtà sarebbe una benedizione: aver acquisito la conoscenza.

Buona visione:

http://video.repubblica.it/rubriche/allegro-purtroppo/te-lo-do-io-il-bosone-chiesa-vs-modernita/100085/98464