CCSVI, Sclerosi Multipla e grandi novità che non lo erano

(post lungo, noioso e forse inutile, per nerd della comunicazione e del giornalismo scientifico: vi ho avvisati)

Da anni, quasi un decennio, Paolo Zamboni – medico, ricercatore e docente dell’Università di Ferrara – porta avanti una interessante battaglia scientifica sulla Sclerosi Multipla: quella sulla cosiddetta CCSVI, l’insufficienza venosa cronica cerebro-spinale. Secondo lui (e secondo molti altri ricercatori in giro per il mondo) tra le cause determinanti la Sclerosi Multipla c’è anche la CCSVI, ovvero una malformazione delle principali vene cerebrali che non sarebbero così in grado di drenare correttamente il sangue dal cervello e dal midollo spinale, contribuendo a causare i danni al sistema nervoso centrale caratteristici della malattia.

Il tutto è oggetto di una vera e propria controversia scientifica di cui ho scritto altrove (e a cui rimando) e non ho alcuna intenzione – vorrei che fosse chiaro – di schierarmi pro o contro questa teoria scientifica: non ne ho le capacità, posso solo limitarmi a seguire il dibattito, osservare e valutare le posizioni contrastanti.

Negli ultimi giorni è accaduta però una cosa che voglio raccontare. Esistono dei gruppi di malati e familiari che sostengono con molta passione e organizzazione la teoria di Zamboni: ci credono, hanno l’impressione che ci sia una chiusura ingiustificata e impropri da parte di una buona fetta della comunità scientifica – soprattutto quella della neurologia – e tentano quindi di dare risalto alle pubblicazioni scientifiche che confermano la correlazione tra CCSVI e Sclerosi Multipla. Lo fanno con molta solerzia e con un buon lavoro di traduzione delle ricerche, preparando spesso comunicati stampa pronti per i giornali i cui ‘operatori’ devono così faticare il minimo per pubblicarli e dargli una visibilità maggiore.

Tutto perfettamente legittimo.

L’ultimo caso però mi ha dato personalmente delle noie. Quando questi comunicati arrivano in redazione di solito vengono girati a me per valutare se valga la pena o meno pubblicarli. Spesso ‘passano’, altre volte no perché gli studi citati non sono così dirimenti o non hanno il carattere di ‘novità’ e ‘interesse’ per una testata locale. L’ultimo segnalava finalmente un’apertura da parte dei neurologi verso la CCSVI e il riconoscimento tanto sperato di una correlazione con la Sclerosi Multipla.

Andiamo per gradi. Prima è arrivato un comunicato che semplicemente traduceva i risultati dell’ultima ricerca pubblicata da Zamboni e da un suo collega su una rivista internazionale (il testo è quello ripreso ‘paro-paro’ da Meteoweb). Poco dopo è arrivato il comunicato dell’associazione CCSVI nella SM che ‘festeggiava’ l’importante risultato, sottolineando finalmente l’apertura alla ‘nuova teoria’ da parte della comunità dei neurologi. Sabato sia La Nuova Ferrara che l’Ansa hanno ripreso il comunicato (lo ha fatto anche Telestense). Il mio giornale no (almeno finora).

Perché?

Il primo segnale. Come da routine sono andato a leggere l’articolo di Zamboni in questione e qui è scattata la mia fase riluttante. Non tanto per l’articolo in sé, sul quale non ho motivi per metterne in dubbio la qualità e i risultati, quanto per il ‘dove’ è stato pubblicato e, conseguentemente, per il peso che assume. Di suo la ricerca non dice nulla di nuovo rispetto a quanto il prof di Ferrara va dicendo da anni, e questo è stato il primo segnale per spegnere un po’ i toni eccitati. Ma poi tutto è crollato guardando quel ‘dove’.

Il secondo segnale. La ricerca è stata pubblicata sul Journal of Multiple Sclerosis, una rivista a tema specifico del gruppo editoriale Omics, con sede in India. Non avevo mai avuto a che fare con questo gruppo dunque mi sono informato. Per prima cosa sono andato a controllare il cosiddetto impact factor della rivista: e qui è suonato un primo campanello d’allarme. La rivista stessa se lo auto-attribuisce a un valore di 1.65, piuttosto alto per essere una rivista nata da pochissimo tempo. È un impact factor non ufficiale, basato sulla presenza di 21 citazione di articoli della rivista trovati online tra il 2013 e il 2016. Alcune di queste peraltro in riviste dello stesso gruppo (e spiegherò subito perché in questo caso è importante) o di un gruppo probabilmente affine (Oatext), e su Research Gate. I miei dubbi sono cresciuti.

Il terzo segnale. Sono così andato a cercare informazioni sul gruppo editoriale Omics (i riferimenti li metto in fondo al post) e ho scoperto che è noto per essere un gruppo dedito all’editoria predatoria e ad organizzare conferenze e meeting scientifici di dubbio valore (e anche in questo caso sono predatori).

In particolare battezza le proprie riviste con nomi che ricordano molto da vicino – con la possibilità di indurre i ricercatori in confusione – quelli di riviste più vecchie, prestigiose e con un buon pedigree. Nel 2012 su 200 riviste nel proprio indice, il 60% non aveva pubblicato alcunché. Il processo di revisione degli articoli è stato segnalato come poco trasparente.

Inoltre è stato accusato dal Governo statunitense di usare materiali, immagini e curriculum di impiegati del National Institutes of Health (NIH) nei propri materiali promozionali, senza alcuna autorizzazione. Fa (o ha fatto) anche altro: invitare i ricercatori a pubblicare qualcosa sulle proprie riviste, senza informarli prima dei costi che avrebbero dovuto sostenere per la pubblicazione per poi accettare con molta rapidità l’articolo e chiedere il pagamento di un contributo che a volte va oltre i 2mila dollari.

Pubblicizza conferenze includendo partecipanti prestigiosi… ma ignari. E anche qui, i nomi delle conferenze pare che siano molto, troppo simili a quelle più prestigiose sugli stessi temi, spesso organizzate quasi in concomitanza.

In tre passaggi la notizia è scomparsa: lo studio in sé non ha grossi elementi di novità (è una review); la comunità dei neurologi avversa alla teoria di Zamboni non ha fatto alcun passo indietro (o avanti a seconda di come si guarda la vicenda): l’articolo è dello stesso prof che sostiene la teoria controversa e la rivista non è affatto un punto di riferimento per quella comunità; e, soprattutto, la rivista – per le pratiche adottate dal gruppo editoriale – ha un valore molto, troppo, dubbio per poter presentare uno dei suoi articoli come un punto di svolta della controversia.

Cosa rimane? Non voglio accusare i colleghi che hanno dato spazio a quei comunicati – questa volta penso mi sia andata bene e ho avuto la fortuna di aver avuto fiducia da parte della redazione nella mia decisione – ma è indubbio che noi operatori dell’informazione siamo spesso molto pigri e non dovremmo esserlo, soprattutto in questi casi in cui sono coinvolti molteplici e importanti fattori: non solo la credibilità della ricerca scientifica, ma anche le legittime speranze di molti malati. Quando si parla della salute delle persone  – e ancora di più quando in mezzo ci sono malattie così dure come la Sclerosi Multipla – dobbiamo usare i guanti di velluto, anche quando le notizie provengono dai diretti interessati, dalla parte più debole, le cui legittime aspettative e posizioni non sono affatto garanzia di una corretta informazione.

http://www.sciencemag.org/news/2013/05/us-government-accuses-open-access-publisher-trademark-infringement

http://scholarlyoa.com/2013/01/25/omics-predatory-meetings/

http://chronicle.com/article/Publisher-Threatens-to-Sue/139243/

http://scholarlyoa.com/2015/10/08/publisher-acts-suspiciously-like-omics-group/

https://en.wikipedia.org/wiki/OMICS_Publishing_Group

Curami

Medicine_aryballos_Louvre_CA1989-2183Il caso Di Bella ieri e quello Vannoni oggi hanno portato alla ribalta – fra le innumerevoli tematiche – il problema della cosiddetta libertà di cura.

La libertà di cura. Figlia probabilmente del processo che ha portato al riconoscimento, dentro la sfera dell’autodeterminazione, della libertà di rifiutare le cure, oggi può essere configurata come la libertà non solo di curarsi ma anche di scegliere il modo in cui farlo. In parole povere, se vogliamo curarci l’influenza con delle pillole omeopatiche o del paracetamolo, la scelta sta esclusivamente a noi. Questa libertà ormai ampiamente riconosciuta in Italia e, in generale, in Occidente porta con sé un problema molto difficile da risolvere: in un sistema in cui la salute e l’accesso alle cure sono garantiti (con varie gradazioni e con tante differenze tra sistema e sistema) dallo Stato, quest’ultimo è tenuto a garantire e poi a  rimborsare – in tutto o in parte – qualsiasi cura scegliamo per i nostri mali?

Libertà di cura/Gratuità delle cure. La questione è così rilevante che gran parte del dibattito mediatico in casi esemplari come metodo Di Bella e metodo Stamina ha trasformato il problema della libertà di cura in quello della gratuità della cura. Ovvero la libertà di curarsi come meglio si crede – scegliendo gli intrugli di Di Bella anziché quelli di Stamina – ampiamente riconosciuta dallo Stato ha visto l’insorgere di una fortissima domanda per il riconoscimento del corrispettivo diritto all’accesso gratuito di tali cure (mi sforzo di chiamarle tali in questo contesto) offerte da e a carico del Servizio Sanitario Nazionale. L’esempio è dato dai numerosi ricorsi giudiziari che, in alcuni casi, hanno trovato una risposta positiva da parte dei tribunali interpellati: i giudici hanno cioè riconosciuto che quelle cure, per quanto controverse, non solo debbano essere eseguite ma vanno anche rimborsate dallo Stato.

Il caso più recente è anche quello più interessante : il giudice del Lavoro del tribunale di Lecce ha stabilità che l’Asl debba rimborsare le spese per l’effettuazione della cura Di Bella. E lo ha fatto sapendo benissimo che la controversia scientifica, se mai è esistita, non c’è più da un pezzo, da quando cioè lo Stato ha effettuato a furor di popolo (e di Antonio Ricci) una sperimentazione che non ha lasciato spazio a dubbi: il metodo Di Bella non funziona. Per il giudice questo non basta. Stabilito che non c’è controversia scientifica e quindi appurato che i dati (per quanto possibile nella scienza) oggettivi vanno contro il MDB, il criterio adottato per giudicare è diventato quello degli effetti soggettivi della cura su quella specifica paziente.

È un criterio che a molti, a ragione, a fatto drizzare i capelli perché porta con sé la conseguenza logica che la prossima volta sarà possibile mettere a carico del SSN le spese per il chiropratico o per il santone (o, perché no?, per l’esorcista) se, per qualche ragione, si dimostrassero pratiche con una qualche efficacia nel – disperato, perché senza alternative apparenti –  caso specifico. Ovviamente il diritto al rimborso delle cure di un santone difficilmente verrà riconosciuto da un tribunale mentre per casi come Di Bella e Stamina le pronunce a favore non si sono mai fatte pregare tanto. La spiegazione potrebbe essere che, a differenza del santone che recita formule magiche e che ha il sapore di vecchie pratiche magiche buone per l’ignoranza popolare di un tempo, Di Bella e Stamina portano con sé il linguaggio e le movenze più contemporanee della scienza, anche se ad uso e consumo di pratiche che si sono dimostrate non scientifiche.

Il passaggio dalla libertà di cura alla richiesta – quasi inscindibile ormai – della gratuità delle cure in casi più che controversi non è però solo ed esclusivamente il frutto di una diffusa ignoranza scientifica da parte del ‘popolino’ che legge poco e crede a tutto, o di un “pompaggio” mediatico quantomeno discutibile. Credo invece che il problema sia più complesso e difficile:

  • Da un lato la medicina e i medici hanno perso molta della loro autorità man mano che si è diffusa l’istruzione di massa. Alla crescita del livello culturale è corrisposta una minore propensione a soggiacere passivamente ai “consigli dell’esperto” – una tempo quasi unico per grandi fette di popolo e con una conseguente aura di autorità -, una maggiore propensione a fare domande e, soprattutto, influire con una propria scelta sulla cura;
  • La medicina di oggi è progredita in maniera esponenziale rispetto al passato e offre spesso più soluzioni a problemi simili: questo, da un lato, genera la “libertà di terapia” nel medico che può selezionare le cure da ‘offrire’ al paziente all’interno di un certo numero di possibilità valide; dall’altro lato non offre sempre risposte certe ai pazienti (bene o male, sempre più informati) che vogliono interagire e, di nuovo, essere protagonisti delle scelte che valgono per sé stessi. Tale incertezza, inoltre, genera probabilmente una certa propensione a guardare di buon occhio chi offre soluzioni sulla carte e a parole più stabili, efficaci e magari con effetti collaterali – sempre sulla carta – molto, molto ridotti.
  • Le pseudo-cure a cui molti chiedono accesso completo (sia come libertà che come diritti collegati) – e questo è un problema gravissimo – vengono spesso somministrate all’interno del perimetro pubblico, in istituti pubblici o da medici che, per la collettività, rappresentano fino al momento dello scontro, la “medicina ufficiale” e il servizio sanitario dello Stato. Questa situazione non può non generare problemi.
  • La medicina è sempre più intrecciata con altri interessi – economici, politici – che suscitano diffidenza, soprattutto quando non accompagnata dalla dovuta trasparenza. Chi si oppone così alla “medicina ufficiale” denunciando intralci da parte di interessi forti ha più facilità a diventare una sorta di eroe e guadagnare credito per le (pseudo)cure che propone, come accade ancora oggi con Di Bella e con Stamina (ovviamente non tutti quelli che denunciano sono ciarlatani, tutt’altro).

Diritti, giudici e decisioni. Quando tutto questo non solo entra dentro la libertà di cura ma sfocia nella pretesa di vedersi riconosciuti alcuni diritti fondamentali per godere di tale libertà, come il diritto al rimborso da parte del SSN, la questione è per forza di cosa estrememente problematica e, come spesso accade, entra scena un altro protagonista: il diritto e, di conseguenza, chi ha il compito di applicarlo. Il giudizio di Lecce su metodo Di Bella è, di nuovo, esemplare. Non essendoci confini codificati esplicitamente, la libertà di cura si confonde con il diritto alla gratuità delle cure sulle quali si ha libertà. Ovvero, se farsi curare un tumore con il metodo Di Bella rientra senza dubbio nella sfera della libertà di cura, questa sfera viene confusa dal giudice di Lecce con una questione certamente collegata ma diversa: chi paga le cure? Se riconoscere le libertà è un problema politico, la gratuità di certe prestazioni è un problema e una scelta di tipo economico: in questo caso uno Stato ha l’obbligo, quanto meno di natura pratica, di operare delle scelte (perché, banalmente, ha anche altri diritti e libertà su cui investire i suoi soldi) e, se è vero che potenzialmente può pagare per ogni prestazione che garantisca l’effettività della libertà di cura (compreso il ricorso agli sciamani), è anche vero che non può non applicarsi un principio di economicità nelle scelte: pagare (in tutto o in parte, non ci interessa) ciò che – pur in una ineliminabile incertezza di fondo – garantisce più risultati utili ovvero, in questo caso, la medicina basata sulle migliori prove scientifiche a disposizione. D’altronde, quando dobbiamo riparare la nostra automobile non diamo i nostri soldi a chiunque ci dica di poterla mettere a posto, ma ci affidiamo solo a chi ci offre più garanzie di poterlo fare.

Basta la razionalità scientifica? Se tutto sembra facile da risolvere ‘infondendo’ un po’ di ragione scientifica nei giudici o nelle persone o nello Stato, la questione non è per nulla banale e semplice: se i criteri di razionalità scientifica devono fare sicuramente da supporto e da linea guida, è anche vero che le aspettative dei singoli pazienti – con la loro storia e il loro modo di attribuire senso agli eventi – non possono essere del tutto tralasciate quando si tratta di libertà e diritti fondamentali, ancor di più se si realizzerà davvero il percorso che porterà a cure sempre più personalizzate. La complessità sociale, etica e morale nella quale siamo immersi e con la quale anche la medicina, anch’essa sempre più complessa, deve fare i conti non può essere tralasciata nell’elaborazione dei criteri e nella scelta dei pesi da mettere sulla bilancia per garantire le libertà individuali come quella di cura. Trovare una soluzione soddisfacente non sarà così semplice e rappresenta, oggi più che mai, una sfida di primaria importanza.

La salute e il lato buono di internet

Internet è un grande strumento di comunicazione, questo lo sanno anche i sassi e dirlo è ormai diventato una space di mantra. La sua libertà, più o meno ampia, comporta che chiunque possa scrivere ciò che vuole e che chiunque possa informarsi su ciò che gli interessa come e dove vuole. Rimane il problema della credibilità delle fonti che sulla rete sono spesso nascoste quando non del tutto assenti. È spesso assente anche una verifica della plausibilità delle notizie che è -grossolanamente- ciò che dovrebbe distinguere il lavoro giornalistico dallo semplice scribacchiare sul web (spessissimo non è così, anche perché è un’attività sempre più difficile, ma  questo è un problema a parte).

Uno dei campi in cui le informazioni sbagliate hanno un grande potenziale dannoso è quello della salute/medicina. Una pratica particolare che credo coinvolga più o meno tutti è quella infatti di cercare informazioni riguardo alle malattie che ci colpiscono o che hanno colpito qualcuno a noi vicino. Anche qui si trova di tutto online e spesso è meglio resistere all’impulso di gugolare in cerca di risposte mediche: si rischiano l’ipocondria e la paranoia a leggere i resoconti delle persone, oppure ci si improvvisa medici di se stessi applicando sintomi letti su wikipedia in rapporto a quello che succede a noi o agli amici/parenti. Quando va bene andiamo dal medico e dopo 10 minuti (sempre che la visita arrivi così lontano) pensiamo che lui si sbagli e che noi ne sappiamo di più.

Quando va male si incappa nella trappola omoeopatica o di tutte le altre medicine alternative che promettono guarigioni naturali e indolori alla faccia dei produttori di medicine brutti e cattivi.

Quando va male male male, complice uno stato di disperazione e rassegnazione, la trappola è quella dei guaritori simil filippini, quelli che estirpano il male a mani nude senza ferirci o che ci impongono le mani manco fossero Gesù cristi o re francesi taumaturghi in grado di sanare lebbrosi e scrofolosi.

Eppure, il solo fatto che su internet si possano trovare tante informazioni che hanno a che fare con la salute sembra avere un lato molto positivo, almeno negli Usa.

Secondo uno studio condotto su 2489 persone fra i 40 e i 70 anni da Chul-joo Lee,dell’Università dell’ Illinois at Urbana-Champaign, Jeff Niederdeppe della Cornell University, e Derek Freres,  dell’Università della Pennsylvania e pubblicato sul Journal of Communication, gli americani, specie i meno abbienti e meno ‘letterati’ grazie ad internet cambiano la loro visione “fatalista” sui tumori. In sostanza, avere accesso a una serie di informazioni riguardo i tumori, la loro prevenzione e il loro trattamento scombina la forma mentis che traduce il cancro in una mera questione di fortuna o ‘fato’ e riduce questa visuale fatalista in favore di una più razionale.

Il bello è che secondo i ricercatori questa ‘riduzione’ si ha fra le classi di popolazione più ignoranti e questo non può non significare che l’accesso alla conoscenza, seppure non profonda, è un fattore fondamentale per cambiare i punti di vista nella propria vita. Essere convinti che un tumore dipenda dalla fortuna/sfortuna o dalla volontà di qualche divinità e sapere che invece un fattore fondamentale è lo stile di vita, compreso quello alimentare, fa tutta la differenza del mondo nella prevenzione. Così come la fa sapere che esistono cure (anche se non per tutto) che possono allungare la speranza di vita quando non sconfiggere totalmente il cancro, donando -laddove possibile- speranza anziché rassegnazione a qualcosa che si pensa sia al di là del controllo non solo personale ma proprio umano.

Avere facile accesso alla conoscenza è ciò che contraddistingue la nostra società, tanto che qualcuno la chiama proprio “società della conoscenza”. È uno dei grandi vantaggi che noi umani di oggi abbiamo nei confronti di chi ci ha preceduti non solo per poter essere potenzialmente sempre più liberi, ma anche per essere -imparando a conoscerla e capirla- sempre più padroni della nostra salute e dunque della nostra vita.

Internet, se ben usato, si mostra così come un potente antidoto contro l’ignoranza (e l’irrazionalità).

Sei video dedicati a Michela “calzedonia” Brambilla

Allora, dato che il Tg1 si conferma monopolizzato da una politica insipida e stupida, più che mai quando si tratta di materie scientifiche, più che mai quando si può giocare sui sentimenti e sull’empatia delle persone, propongo qui alcuni video messi su youtube da Scienzainrete registrati durante un dibattito tenutosi al Senato intitolato PERCHE’ E’ ANCORA NECESSARIO SPERIMENTARE SUGLI ANIMALI PRIMA CHE SUGLI UMANI. Buona visione e…diffondeteli, prima che sia troppo tardi.

 

Silvio Garattini

 

Ignazio Marino

 

Maria Farina Coscioni

 

Maria Piscitelli

 

Massenzio Fornasier

 

Carlo Giovanardi

 

 

10 risposte sulla sperimentazione animale

Ieri delle domande, oggi delle risposte, ma i contesti sono molto differenti.

Se ieri ho dato spazio a un’iniziativa presa da alcuni giornalisti/blogger/appassionati di scienza (di cui sono fiero firmatario) che prevede sei domande sul futuro della ricerca e della scienza in Italia rivolte ai candidati alle primarie del PD (e a tutti gli altri schieramenti che proporranno un meccanismo simile di scelta dei candidati), oggi do spazio a 10 risposte, provenienti dall’Istituto Farmacologico Mario Negri e pubblicate in anteprima dall’associazione Pro-Test Italia.

10 risposte a cosa? Alle domande del dottor Stefano Cagno, pubblicate sul sito Liberazione (e un po’ ovunque negli ambienti dell’attivismo animalista), che intendono fare un po’ come le 10 domande di Repubblica a Berlusconi, con Cagno nei panni di D’Avanzo, ovvero fare le pulci ai “vivisettori”, che in italiano si chiamerebbero ricercatori (mal pagati) o sperimentatori.

Chi sia Stefano Cagno e quali siano le sue competenze specifiche in materia credo di averlo già esplicato un’altra volta, in ogni caso potete sempre fare riferimento a questa pagina di Wikipedia o alle sue pubblicazioni scientifiche, oppure ai sui libri di divulgazione.

Finalmente ecco le risposte che aspettava (e anche qualche bacchettata sulle mani) provenienti da alcuni ricercatori di prestigio, un nome su tutti, che da queste parti leggete spesso, Silvio Garattini (anche qui).

Buona, lunga, lettura:

 

Tutti ricordano le 10 domande che la Repubblica ha posto a Berlusconi senza, per altro, ricevere alcuna risposta. Analogamente presento 10 domande che invio ai vivisettori, ritenendole comunque uno stimolo di riflessione per tutti su un tema che è sempre più sentito dall’opinione pubblica.

(Dott. Stefano Cagno)

 

 

 

Qui comincia la disinformazione alla base della propaganda delle organizzazioni animaliste, LAV in testa, che vorrebbero, addirittura, far passare i ricercatori impegnati nella ricerca biomedica come incapaci di reggere il confronto con le loro argomentazioni. Così non è. Come si può vedere nelle pagine seguenti dalle risposte di autorevoli studiosi impegnati a vario titolo nel campo della ricerca scientifica, le cui pacate ma esaurienti argomentazioni sono anche una risposta ad un’altra scorrettezza, quella di indicarli come ‘vivisettori’, per cercare di squalificarli preventivamente, sapendo benissimo che ciò non corrisponde al vero.

 

Agli slogan, crediamo sia più giusto rispondere con spiegazioni e dati di fatto, nella speranza che si apra un confronto con chi in buona fede è convinto del contrario. Dal dialogo e dal reciproco rispetto potrebbero uscire anche soluzioni ancor più avanzate a tutela del benessere degli animali e non solo nell’ interesse della salute umana.

 

(A partire dal 20 Novembre 2011)

Anche su www.marionegri.it

le 10 risposte di:

Prof. Paolo de Girolamo, Professore ordinario di Anatomia veterinaria, Direttore Centro Servizi Veterinari – Università degli Studi di Napoli Federico II, Presidente Associazione Italiana per le Scienze degli Animali da Laboratorio.

 

Dr Gianni Dal Negro, Past-President AISAL

 

Prof. Giuseppe Remuzzi, Coordinatore delle Ricerche Mario Negri Institute for Pharmacological Research – Centro Anna Maria Astori, Bergamo.

 

Prof. Silvio Garattini, Direttore Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’.

 

Dr. Giuliano Grignaschi, Responsabile Stabulario Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’

 

Lorenzo Moja, MD, MSc, Dr Pub Health, Assistant Professor | University of Milan.

 

Prof. Bruno Cozzi, Professore ordinario di Anatomia veterinaria – Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione Università di Padova.

 

Dr. Gianluigi Forloni, Head of Department of Neuroscience, Head of Biology of Neurodogenerative Disorders Lab – “Mario Negri” Institute for Pharmacological Research.

 

Prof. Roberto Caminiti, Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia – Università di Roma SAPIENZA

 

Prof. Filippo Drago, Dept. of Clinical and Molecular Biomedicine University of Catania, School of Medicine Catania, Italy

 

 

1) Se la vivisezione poggiasse su basi scientifiche: perché esistono farmaci ad uso umano e farmaci ad uso veterinario?

Tutti sanno che i farmaci ad uso umano e quelli ad uso veterinario non sono gli stessi ed anche quelli per i cani non sempre si usano per i gatti e viceversa. Quale prova più evidente per dimostrare che ogni specie ha un proprio funzionamento e i dati ottenuti su una specie non sono automaticamente estrapolabili a nessun’altra?

 

Da medico veterinario nonché da ricercatore ritengo che il dubbio sollevato dal dr. Cagno sia null’altro che un’interrogazione retorica, tra l’altro contraddetta dalla sue successive affermazioni.

 

E’ PROPRIO L’ESISTENZA DI FARMACI AD USO VETERINARIO E AD USO UMANO CHE RENDE EVIDENTE LA SCIENTIFICITA’ DELL’UTILIZZO DEGLI ANIMALI NELLA SPERIMENTAZIONE, POTENDONE STUDIARE GLI EFFETTI SULLE DIFFERENTI SPECIE E DETERMINANDO LE DOSI IN BASE ALLA SPECIE E LA POSSIBILE TOSSICITA’.

 

Naturalmente un argomento così complesso non può essere esaurito con una semplice battuta, quindi cercherò in modo sintetico di chiarire quelli che ritengo siano i punti salienti da considerare sia in termini di legge che logistici riportando l’esempio di farmaci (principi attivi, senza

denominazioni commerciali) molto diffusi ed in uso in medicina umana e veterinaria.

1. Regolamento di polizia veterinaria per gli animali d’affezione e gli equidi che siano stati dichiarati non destinati alla produzione di alimenti (non ci inoltriamo nel problema delle terapie per gli animali destinati alla produzione di alimenti che altrimenti ci allontanerebbe dal fulcro della discussione). Il veterinario ha l’obbligo di usare e di prescrivere medicinali ad uso veterinario che siano registrati per la specie e l’affezione da trattare. Il problema è che sul mercato non esiste una disponibilità di farmaci ad uso veterinario sufficiente a coprire le necessità terapeutiche, quindi la legge permette l’utilizzo in deroga, a condizioni e nel perseguimento di finalità ben precise. Pertanto, in mancanza di un medicinale veterinario registrato per la specie e l’affezione da trattare, il veterinario potrà in deroga utilizzare direttamente o prescrivere un altro medicinale veterinario autorizzato in Italia per l’uso su un’altra specie o per un’altra affezione; in mancanza di tale farmaco, il veterinario può scegliere tra un medicinale autorizzato per l’uso umano o un medicinale autorizzato ad uso veterinario in un altro Stato europeo, per l’uso nella stessa specie o in altra specie per la stessa affezione o per un’altra affezione, oppure una preparazione estemporanea preparata dal farmacista.

TUTTA QUESTA PREMESSA, E QUINDI IL REGOLAMENTO DI POLIZIA VETERINARIA NON AVREBBERO MOTIVO DI ESISTERE SE FOSSE VERA L’AFFERMAZIONE DI CUI SOPRA.

2. Amoxicillina/acido clavulanico: come è noto (o dovrebbe essere) a medici e veterinari l’amoxicillina è un antibiotico appartenente al gruppo delle penicilline. Generalmente è associato ad una sostanza, l’acido clavulanico, che ne aumenta l’attività nei confronti di alcuni batteri, che altrimenti sarebbero penicillino-resistenti. Questa combinazione è diffusissima sia in medicina umana che veterinaria. In particolare, in medicina veterinaria è utilizzata per il trattamento di un’ampia varietà di condizioni patologiche (infezioni della cute, dell’apparato urinario, delle vie respiratorie superficiali e profonde ecc…) dei cani e dei gatti, non deve essere utilizzata in conigli, cavie e criceti e deve essere utilizzata con cautela in tutti gli altri piccoli erbivori. OVVIAMENTE, così come in medicina umana, il farmaco dovrà essere utilizzato con il dovuto rispetto delle dosi che saranno state preventivamente verificate nella fase di sviluppo del farmaco.

3. Paracetamolo: farmaco ad azione analgesica largamente utilizzato in medicina umana (a tal proposito credo sia inutile aggiungere altro). Nel cane deve essere utilizzato con attenzione come analgesico per via orale. Il paracetamolo (acetominofene), infatti, si distingue dagli

altri FANS (Farmaci Antinfiammatori Non Steroidei) per un profilo di maggiore tollerabilità e sicurezza, una maggiore attività antalgica, una minore attività antinfiammatoria e minori effetti collaterali. A tali pregi, il paracetamolo associa un’azione anti-nocicettiva sia a livello

spinale che sopra-spinale con effetti sinergici tra tali siti di azione. A differenza del cane, è controindicato l’impiego nel gatto a qualsiasi dosaggio. Anche in questo caso, la sperimentazione animale ha fornito un servizio eccellente alla specie umana e non solo, mettendo ben in evidenza le controindicazioni per specie e indirizzando al meglio l’utilizzo del farmaco.

4. Morfina, butorfanolo, buprenorfina, meperidina, ossimorfone ecc… anestetici oppiacei tradizionali e di sintesi che, con caratteristiche e peculiarità diverse, vengono largamente utilizzati sia in medicina umana che in medicina veterinaria. Ancora il tutto deriva dalla preliminare sperimentazione fatta su animali.

5. Miltefosina, Antimoniato di N-metilglucamina, Ambisone (che però ha dei costi elevatissimi): tutti principi attivi largamente utilizzati in medicina umana e medicina veterinaria contro la leishmaniosi, di cui per anni sono stati prescritti quelli ad uso umano, non essendo in commercio sottoforma di farmaci veterinari. La lista potrebbe essere ancora molto lunga. Per completezza e sintesi chi è interessato al problema può approfondire l’argomento leggendo un qualsiasi trattato di farmacologia e farmacoterapia. In questo caso l’approccio al problema sarebbe scientifico e non ideologico, così come mi auguro avvenga in futuro per il progresso della ricerca biomedica e la salvaguardia della salute della specie umana e dei nostri fratelli animali.

 

Prof. Paolo de Girolamo

Professore ordinario di Anatomia veterinaria

Direttore Centro Servizi Veterinari

Università degli Studi di Napoli Federico II

Presidente Associazione Italiana per le Scienze degli Animali da Laboratorio

 

 

2) Perché i ricercatori non vogliono che si avvii un processo di validazione dei modelli animali?

I metodi sostitutivi la vivisezione sono sottoposti a processi di validazione, ossia di dimostrazione della loro validità scientifica, mentre i modelli animali non sono mai stati validati. Nonostante ciò, la prima proposta che i vivisettori rifiutano è proprio quella di validare i propri modelli. Strano per chi afferma di essere dalla parte della ragione. Se infatti i modelli animali venissero validati, gli antivivisezionisti scientifici non avrebbero più argomenti e quindi proprio i vivisettori dovrebbero essere i primi a chiederne la validazione.

 

Ci sono almeno tre affermazioni errate in questa domanda, cui desidero rispondere una per una:

1) “I metodi sostitutivi la vivisezione sono sottoposti a processi di validazione, ossia di dimostrazione della loro validità scientifica.” In realtà, la validazione di un qualsivoglia metodo viene inteso dai ricercatori e, se di loro pertinenza, dalle autorità competenti (per esempio enti

regolatori) come un processo continuo di caratterizzazione del metodo stesso, che continua fintanto che il metodo viene utilizzato, e che prevede i tre parametri Reliability, Reproducibility, Predictivity: E’ intuitivo che più dati vengano prodotti con un determinato metodo, più esso

venga caratterizzato. Tale approccio si applica universalmente, ma in modo più o meno formale, in base alla tipologia del metodo oggetto della validazione. Per esempio, i modelli ufficialmente validati da organizzazioni preposte quali ECVAM, ICCVAM (o dagli altri….VAM nel resto del mondo) seguono un iter complesso e molto lungo. Tale iter non è realisticamente applicabile a tutti i modelli in vitro o in silico utilizzati ogni giorno nei diversi settori. Inoltre, i modelli ufficialmente validati da questi organi sono pochissimi e limitati all’ambito tossicologico, dove

lo scopo finale è l’accettazione nelle linee guida internazionali (ICH, OECD).

2) “…..mentre i modelli animali non sono mai stati validati. Nonostante ciò, la prima proposta che i vivisettori rifiutano è proprio quella di validare i propri modelli.” Per quanto riguarda i modelli animali, il fatto che non esista un processo di validazione ufficiale ECVAM-like

non significa che non esista un processo di validazione. Innanzitutto bisogna considerare che, contrariamente ai modelli in vitro o in silico, non sarebbe eticamente accettabile ripetere N volte un esperimento su animali solo per valutarne la riproducibilità. Inoltre, bisogna considerare che ogni sostanza saggiata in un modello animale è diversa da qualunque altra: l’impossibilita` di ripetere lo stesso esperimento con la stessa sostanza e la diversità di “comportamento” biologico di ogni sostanza rende ogni esperimento unico. Per questo motivo viene riconosciuto dalla comunità scientifica e da alcuni enti regolatori il concetto di “valido” in alternativa al concetto di “validato”. La validità scientifica di un modello in-vivo si misura in termini di traslazionalità nei confronti dell’uomo, ovvero, in termini di predittività di eventi accaduti nell’uomo ed è tanto più robusta quanto più la casistica si arricchisce. Questo processo di validazione alternativo, l’unico applicabile peraltro, viene adottato sia in ambito regolatorio, sia nell’ambito della ricerca di base e ricerca applicata. Secondo questo meccanismo, l’analisi retrospettiva continua di un modello animale alla luce dei dati ottenuti sull’uomo è, a tutti gli effetti, un processo di validazione. A supporto di quanto affermato sopra, si consideri a titolo di esempio che ogni linea guida ICH (The International Conference on Harmonisation of Technical Requirements for Registration of Pharmaceuticals for Human Use), viene periodicamente rivista ed i modelli animali in essa contenuti vengono ridiscussi dal punto di vista della loro predittività e dei loro punti deboli, in base alla casistica accumulata.

3) “…gli antivivisezionisti scientifici non avrebbero più argomenti “. Non esistono antivivisezionisti scientifici. Lo dimostra la totale assenza di lavori pubblicati su riviste peer reviewed.

 

Dr Gianni Dal Negro

Past-President AISAL

 

 

3) Perché sono stati creati animali modificati geneticamente e quindi umanizzati? Nonostante possiamo contare su centinaia di specie differenti, i vivisettori negli ultimi 20 anni hanno creato migliaia di animali modificati geneticamente, aggiungendo un gene umano, oppure togliendo un gene che gli animali possiedono al contrario dell’uomo. Quindi in entrambi i casi, di fatto, gli animali sono stati “umanizzati”, ossia resi geneticamente più simili a noi. Non è questa una prova per dimostrare che la distanza tra gli esseri umani e tutte le altre specie è così elevata che dobbiamo umanizzare gli animali per pensare che possano essere utili per la ricerca?

 

Forse la domanda non è posta in maniera corretta. Quando si parla di animali geneticamente modificati si dovrebbero distinguere vari casi. Ci sono animali in cui un dato gene della stessa specie viene “aggiunto” o “spento” con lo scopo di studiare la funzione della proteina da esso

codificata, in condizioni normali o di sviluppo. In altri casi la manipolazione genetica viene utilizzata per mimare malattie genetiche dell’uomo ed identificare/ sviluppare terapie che possano avere un’applicazione in clinica. Per molte malattie dell’uomo su base genetica non esistono infatti rimedi efficaci e la possibilità di utilizzare animali geneticamente modificati può essere l’unico strumento valido. Ci si riferisce ad animali cosiddetti “umanizzati” nel caso dello xenotrapianto quando si modifica geneticamente l’organo di un animale donatore per renderlo “compatibile” con l’uomo. Un esempio ha riguardato lo sviluppo di maiali transgenici per proteine regolatorie del complemento umano che hanno migliorato la sopravvivenza dell’organo di maiale trapiantato in primati. Un diverso utilizzo di animali geneticamente modificati è rappresentato dalla possibilità di far produrre agli animali grandi quantità di farmaci, anticorpi o vaccini. Per esempio, vitelli sono stati modificati nel DNA con il precursore del gene dell’insulina umana con l’obiettivo di ottenere l’insulina dal latte.

 

Prof. Giuseppe Remuzzi

Coordinatore delle Ricerche

Mario Negri Institute for Pharmacological Research

Centro Anna Maria Astori, Bergamo

 

 

4) Perché dopo la sperimentazione sugli animali bisogna obbligatoriamente sperimentare sugli esseri umani? I vivisettori spesso ripetono che, se non si sperimentasse sugli animali, bisognerebbe farlo sugli esseri umani. In realtà in tutto il mondo le leggi impongono la sperimentazione umano dopo quella animale, prova indiscutibile che non possiamo fidarci dei dati ottenuti negli animali.

 

La risposta a questa domanda può sembrare un gioco di parole ma non lo è, infatti, dopo la sperimentazione animale, non è obbligatorio effettuare ricerche sull’uomo. Anzi, nella maggior parte dei casi, la fase della sperimentazione animale permette di evitare la sperimentazione umana qualora il trattamento sia risultato poco attivo o addirittura molto tossico. La sperimentazione animale è pertanto necessaria poiché permette di selezionare i farmaci per la successiva fase clinica. E’ vero che in alcuni casi accade che i risultati negli animali non siano riproducibili nell’uomo, ma anche questi risultati sono utili perché stimolano riflessioni che ci aiutano a migliorare i modelli sperimentali e ad approfondire le conoscenze. Gli animali non sono l’uomo, sono un “modello”, il migliore che abbiamo a disposizione per non andare alla cieca sperimentando nell’uomo. La ricerca è dinamica, fatta di prove e riprove, fallimenti e successi che consentono di giungere, alla fine, a quei progressi che contraddistinguono la moderna terapia.

 

Prof. Silvio Garattini

Direttore Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’

 

 

5) Perché è praticamente impossibile entrare nei laboratori? Entrare in un laboratorio di vivisezione è impresa quasi impossibile, anche quando si vuole concordare la visita. Ne sanno qualcosa i giornalisti di “Report” che quando hanno registrato una trasmissione sulla vivisezione non sono riusciti ad entrare nei laboratori dell’Istituto Superiore di Sanità. Tutto ciò è molto strano per un’attività che è considerata da chi la pratica lodevole e ben condotta.

 

Non è facile dare una risposta ad una domanda priva di fondamento (partendo dallo scorretto utilizzo del termine “vivisezione” che assolutamente non accetto) ma cercherò di farlo nella maniera più chiara e documentata possibile; per questa ragione vorrei iniziare sottolineando il fatto che un laboratorio è, per definizione, un luogo di lavoro a cui l’accesso deve essere regolamentato sia per motivi organizzativi che per motivi di sicurezza personale (Testo unico della sicurezza; D.Lgs 81/08 e 106/09) esattamente come è regolamentato l’ingresso ai laboratori ospedalieri o a quelli di una qualsiasi azienda . Regolamentato però non significa vietato, tanté che ogni anno la nostra struttura ha circa 150 visitatori da tutto il mondo tra cui numerose troupe televisive quali ad esempio quelle di Bau Boys (Italia 1), Le Jene (Italia 1), Superquark (RAI), TG5 (Canale 5), Vanguard (Current TV) nonché quella di Report (citata dallo stesso Dr Cagno); in particolare, nel servizio delle Jene visibile integralmente da questo sito, era già stata data una risposta a questa domanda che in quella occasione fu posta dalla Dott.ssa Kuan. Il problema quindi non sembra risiedere nell’ottenere il permesso di entrata ma, al contrario, nella capacità di chiederlo in maniera corretta e, soprattutto, nella disponibilità ad utilizzare il materiale ottenuto senza manipolazioni. Credo infatti di dire una cosa quasi banale sostenendo che molte volte l’informazione (in audio o in video) viene distorta per poter essere funzionale ad una precisa teoria, come nel caso delle immagini vecchie di almeno 30 anni , se non addirittura clamorosamente false (vedi la foto tratta dal film horror “Una lucertola con la pelle di donna” e spacciata per vera), che continuamente vengono utilizzate da chi vuole a tutti i costi dimostrare una violenza che non esiste. Credo con questa risposta di aver dato, ancora una volta, ampia dimostrazione della infondatezza della domanda posta dal Dr. Cagno.

 

Dr. Giuliano Grignaschi

Responsabile Stabulario Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’

 

 

6) Perché oltre il 50 per cento dei farmaci presentano gravi reazioni avverse dopo la commercializzazione? Gli antivivisezionisti sono a volte accusati di utilizzare i pochi casi in cui il comportamento degli animali si è dimostrato differente rispetto al nostro. Tuttavia i dati statunitensi hanno dimostrato che il 51 per cento dei farmaci hanno presentato dopo la commercializzazione gravi reazioni avverse che non si erano evidenziate negli animali da laboratorio e per questo motivo ogni anno muoiono circa centomila cittadini statunitensi. Come negare che questa strage dipenda da un modello sperimentale sbagliato?

 

Il Dott. Cagno ha toccato un punto importante. Gli interventi in medicina non sono privi di effetti non voluti, a volte anche gravi. I farmaci infatti sono scelti sulla base del loro beneficio netto, ovvero scontati gli effetti indesiderati che portano con sé. Devono cioè fare più bene che male e in qualche caso, pochi, questa differenza tra bene e male può essere piccola. 

Prendiamo ora il dato che il 51% dei farmaci hanno presentato dopo la commercializzazione almeno una grave reazione avversa. Si tratta di un dato che comprende l’intera storia di un farmaco, ovvero tutte le volte che è stato somministrato, spesso in tante migliaia di individui, e spesso molte volte per individuo. Almeno una volta si è avuto un effetto avverso grave. E’ molto diverso dal dire che nel 51% delle volte che un farmaco è stato somministrato si ha un effetto avverso grave. Siamo quindi all’interno di un sistema terapeutico agisce per il bene dei pazienti, ovvero espone in un numero limitato di casi a eventi indesiderati, e nella maggioranza dei casi ci aiuta a guarire. L’ultima considerazione è che il totale annullamento della sperimentazione animale porterebbe non a una diminuzione o sostanziale pareggio di quel 51 % di farmaci cha hanno causato almeno un evento avverso, ma a un suo probabile aumento. Infatti a noi medici mancherebbe il dato di tossicità nell’animale e ci troveremmo a testare il farmaco su uomini e donne, senza avere i dati prima in altri organismi viventi. Culture cellulari sarebbero di aiuto, ma non tanto quanto organismi complessi, con la loro capacità di aprirci gli occhi su possibili effetti sul fegato, reni e cuore. Sarebbe un momento drammatico somministrare un farmaco su una persona e poco prima dire:

“Penso che questa sostanza potrebbe aiutarla, ma non so esattamente quanto fa bene e, soprattutto, quanto fa male, non so bene il dosaggio, non l’abbiamo mai sperimentata e lei è il primo essere vivente che la prova. Auguri.”

 

Lorenzo Moja, MD, MSc, Dr Pub Health

Assistant Professor | University of Milan

 

 

7) Perché si utilizzano prevalentemente roditori anche se sono animali lontani da noi da un punto di vista evolutivo? Oltre l’80 per cento degli animali utilizzati sono roditori, nonostante siano piuttosto lontani da noi da un punto di vista evolutivo. È vero che con loro condividiamo il 95 per cento del dna, ma con gli scimpanzé condividiamo il 99 per cento del dna. Certamente i roditori sono piccoli, mansueti, poco costosi e stimolano poca empatia nella gente. Sospetto che questi siano i criteri, “poco” scientifici, che li fanno preferire a tutte le altre specie più evolute.

 

La sperimentazione animale è una pratica scientifica che si basa su criteri razionali e che richiede risposte affidabili. L’obiettivo di testare un farmaco o un composto chimico o anche semplicemente di valutare una risposta fisiologica a stimoli indotti può essere realizzato solamente se il dato che si ottiene è attendibile e riproducibile. In sintesi non basta che un singolo animale risponda in un certo modo, ma è necessario che le prove siano condotte su un numero adeguato di animali (sufficiente cioè ad ottenere un dato statisticamente valido). Per questo dovendo scegliere una specie utilizzabile (ed allevabile) in grandi numeri, che sia di piccola taglia e che fornisca risposte standardizzate, i roditori siano i candidati migliori. 

Anche se il genoma dei roditori non è uguale a quello dell’uomo, è comunque largamente sovrapponibile. Questo consente di avere modelli sufficientemente simili all’uomo per molti, moltissimi tipi di sperimentazione. La maggior semplicità dell’organismo murino rappresenta inoltre un vantaggio perché consente di comprendere meglio e prima i meccanismi molecolari che rappresentano la base della risposta fisiologica e farmacologica. I risultati ottenuti sui roditori non danno una risposta definitiva, ma sono utili per giungere a quello scopo.

Rispetto a qualche decennio fa le cavie (Cavia porcellus) sono state sostituite dai ratti (Rattus norvegicus, Rattus rattus) per motivi di facilità di allevamento e di brevità di ciclo riproduttivo. Per gli stessi motivi, e la maggior facilità di manipolazione, negli ultimi anni i topi (Mus musculus) sono proporzionalmente preferiti rispetto ai ratti. Sempre nell’ottica di una semplificazione affidabile, si adoperano anche sempre di più modelli basati su organismi elementari: si pensi al moscerino della frutta (Drosophila melanogaster) utilizzata in genetica per la sua versatilità, semplicità e presenza di geni omologhi ben conservati.

È vero che i roditori sono più distanti dall’uomo rispetto ai primati ma certo non è pensabile – e nemmeno eticamente accettabile – utilizzare un grande numero di scimmie per la sperimentazione quando le risposte fornite dai roditori sono per la stragrande maggioranza degli esperimenti e dei test perfettamente accettabili ai fini della valutazione scientifica del dato. Per quei casi particolari in cui la risposta data dai roditori non è sufficiente (es. vaccino contro l’AIDS) allora si rende necessario anche l’uso dei primati, nel minor numero possibile.

Infine è vero che il grande pubblico non nutre molta empatia per i roditori, ma questo non è necessariamente importante dal punto di vista scientifico. Il grande pubblico non nutre molta empatia nemmeno per le pecore, i maiali, i dromedari, le iene, i formichieri etc – tuttavia queste specie non presentano caratteristiche di mole, facilità di allevamento e standardizzazione che le rendano utili per la ricerca biomedica. Bisogna al contrario anche notare che alcuni roditori (criceti, gerbilli, gli stessi topi) stanno acquistando una crescente popolarità presso il pubblico e rappresentano un gruppo di pets di crescente diffusione.

 

Prof. Bruno Cozzi

Professore ordinario di Anatomia veterinaria

Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione

Università di Padova

 

 

8) Perché si studiano le malattie croniche e degenerative nei roditori che vivono solo 2-3 anni? Sono studiate negli animali malattie come i tumori, le epilessie, la demenza, la schizofrenia e molte altre che necessitano di molti anni, a volte di decenni, per potersi sviluppare. Nella maggior parte di questi casi si utilizzano roditori, come topi e ratti, che vivono al massimo 2-3 anni. Non è questa una differenza sufficiente per invalidare qualsiasi risultato?

 

La ricerca scientifica quando non ha a disposizione la verifica diretta delle proprie indagini sfrutta dei modelli in grado, in tutto o in parte, di simulare le condizioni reali. In ambito farmacologico la valutazione di quanto questi modelli sperimentali siano predittivi di ciò che potrà avvenire nel contesto della patologia umana è un tema che costantemente preoccupa e impegna ogni serio ricercatore. Sebbene a volte ci siano delle forzature, tutti sono consapevoli dell’impossibilità di avere a disposizione modelli sperimentali in grado di riprodurre completamente le condizioni patologiche umane. In particolare, per quanto riguarda le malattie croniche, lo sforzo è quello di capire il contesto in cui una determinata informazione è stata ottenuta; se la complessità di una patologia che impiega, nell’uomo, decenni a svilupparsi non può essere riassunta completamente in un modello animale, alcuni aspetti parziali relativi al target farmacologico, al meccanismo d’azione alla biodisponibilità sono certamente acquisibili solo in un organismo vivente. La scelta del modell  animale è dettata innanzitutto dal rispetto delle normative vigenti (e del principio delle 3R) che prevedono, a parità di validità predittiva, l’utilizzo “di animali a più basso sviluppo neurologico” (Art. 4, Comma 2, Dlgs 116/92); conseguentemente, anche per lo studio di malattie croniche e degenerative, sono utilizzati roditori poiché in essi sono molto ben rappresentati numerosi meccanismi patogenetici tipici delle malattie umane.

 

Dr. Gianluigi Forloni

Head of Department of Neuroscience

Head of Biology of Neurodogenerative Disorders Lab

“Mario Negri” Institute for Pharmacological Research

 

 

9) Perché si studiano le malattie della mente negli animali che non sanno parlare? Il professor Pietro Croce affermava che la vivisezione poggia su un errore metodologico, ossia l’illusione di potere estrapolare i dati ottenuti negli animali nella nostra specie. In campo psichiatrico l’errore è doppio, poiché con gli animali non possiamo comunicare attraverso il linguaggio. Come si fa a capire se un animale è delirante, o allucinato, o ha idee suicidarie se non parla? Inoltre nelle ricerche in psichiatria e psicologia si somministrano sostanze psicoattive agli animali o si distruggono parti del loro cervello, condizioni che i clinici utilizzano proprio per escludere negli esseri umani una malattia psichica.

 

Da oltre 100 anni, cioè dagli albori della psicofisica sensoriale, è ben noto che il linguaggio non costituisce l’unico modo attraverso il quale è possibile comunicare con esseri viventi non dotati di tale proprietà.

Ad esempio, le tecniche di operant conditioning permettono di capire e quantificare come gli animali discriminino stimoli sensoriali lungo un continuum di intensità, producano risposte motorie diverse a seconda delle istruzioni ricevute, siano in grado di comunicare stati mentali legati ad esperienze gradevoli od avverse, così come il risultato di operazioni neurali più complesse, quali quelle basate sulle inferenze, sulle catergorizzazioni e sulla discriminazione della numerosità, etc.

Tutto ciò non sorprende, se solo si pensa che gli animali e noi non apparteniamo a sfere celesti diverse, ma siamo espressione di stadi diversi dell’Evoluzione. Il problema per gli sperimentatori (non vivisettori, parola inesistente nel vocabolario della lingua italiana!) nell’affrontare i modelli animali delle malattie mentali non è pertanto particolarmente diverso da quello che si pone quando si approntano modelli sperimentali di malattie più “semplici”: studiarne i fondamenti biologici.

E’ ormai accertato, ad esempio, come malattie degenerative della corteccia cerebrale e dei suoi fasci di fibre efferenti siano alla base di alcune forme di demenza, come alterazioni delle connessioni tra diverse aree del cervello e delle loro interazioni dinamiche siano frequenti nei pazienti schizofrenici, come alterazioni del metabolismo di alcuni mediatori chimici, ad esempio, la serotonina in alcuni circuiti cerebrali, siano alla base delle sindromi depressive.

Le malattie dello spettro dell’autismo hanno una componente genetica importante, del tutto ignota solo 20 anni orsono, ed il suo studio sta rilevando alterazioni specifiche, o comuni ad altre forme di ritardo mentale, che andranno approfondite e capite nella loro genesi ed espressione fenotipca al di la della difficoltà da parte di questi pazienti o di qualunque animale sperimentale di comunicare in maniere efficace i loro stati mentali. Queste ricerche non risolvono il problema tout court, ma ne focalizzano gli aspetti fondamentali sui quali sviluppare la ricerca. I modelli animali sono volti a stabilire nessi di causalità, non solo di correlazione, tra le varie alterazioni di cellule, tessuti, neurotrasmettitori e circuiti cerebrali, e patologie che ne conseguono.

Le manipolazioni che essi permettono non sono eticamente e legalmente possibili nell’Uomo. I più moderni approcci, come l’optogenetics, consentono di manipolare selettivamente ed in maniera reversibile determinati circuiti nervosi e studiarne le conseguenze su forme semplici e complesse di comportamento senza indurre in tali animali alcuna lesione irreversibile. I tempi della lobotomia frontale alla Moniz sono, per fortuna, tramontati, ed agli approcci chirurgici si sono sostituiti metodi di inattivazione funzionale. Piena consapevolezza delle prospettive e dei limiti di questi modelli, quindi, ma nessun doppio errore.

Certamente una doppia ignoranza, metodologica e concettuale, da parte di chi queste domande pone in tal modo.

 

Prof. Roberto Caminiti

Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia

Università di Roma SAPIENZA

 

 

10) Perché farmaci tossici negli animali sono stati lo stesso commercializzati? Di solito la gente crede che la vivisezione serva a selezionare le sostanze sicure da quelle tossiche per la nostra specie, tuttavia il prontuario farmaceutico è pieno di farmaci tossici negli animali che sono stati lo stesso sperimentati negli esseri umani e poi commercializzati. Forse gli stessi vivisettori non credono nelle loro ricerche e quindi dopo avere investito molti soldi nei test sugli animali, continuano in ogni caso le ricerche anche sugli esseri umani. È questa vera scienza?

Una sola di queste domande sarebbe sufficiente per mettere in seria discussione la validità scientifica della vivisezione, tutte insieme sono una dimostrazione che la ricerca medico-scientifica deve prendere strade diverse se vuole essere affidabile nei fatti e non solo a parole.

 

La normativa sulla sicurezza dei farmaci è estremamente rigorosa e non ne consente la commercializzazione se non quando sia stata dimostrata la loro tollerabilità prima sugli animali e poi sull’uomo. Nessun farmaco che si è dimostrato tossico sugli animali da esperimento è stato poi studiato sull’uomo; è vero, semmai, che in passato farmaci poco studiati sugli animali prima che sugli uomini sono stati causa di effetti avversi su questi ultimi. E’ il caso della talidomide che ha provocato gravi malformazioni nell’uomo, non prevedibili perché il farmaco non era stato studiato su cavie in stato di gravidanza.

 

Prof. Filippo Drago

Dept. of Clinical and Molecular Biomedicine

University of Catania

School of Medicine

Catania, Italy

 

 

Dai videogiochi alla sala operatoria

Avete mai pensato che vostro figlio, quello che sta ore e ore attaccato al pc o alla tv, con un joystick in mano a giocare con i videogiochi, stia acquisendo nuove abilità invece che rincoglionirsi seduto sul divano?

Se state pensando che “no, meglio che esca con gli amici o che si metta a studiare”, provate invece a sentire questa: uno studio della UTMB (University of Texas Medical Branch at Galveston) ha dimostrato come ragazzi che hanno passato ore usando il joystick e guardando uno schermo abbiano sviluppato una notevole capacità di coordinazione mano-occhio e abilità di usare le mani tali da poter essere seriamente paragonate a quelle di medici chirurghi che “apprendono la tecnica” della chirurgia robotica (Robotic Assisted Surgery).

Il test ha misurato le capacità degli studenti e dei praticanti su 20 differenti parametri di abilità e 32 step di apprendimento utilizzando un simulatore di chirurgia robotica. Quel che ne uscito è che il background di abilità di chi spende parte del suo tempo -almeno 2 ore- con un joystick in mano è migliore di quello dei praticanti medici!  Senza aver fatto pratica specifica per l’utilizzo della tecnologia in questione, gli studenti erano già in possesso di abilità più sviluppate rispetto ai medici praticanti (il tutto si è ovviamente capovolto nei test in cui le capacità di controllo del robot sono diventate inutili).

Significa una sola cosa ben riassunta da Sami Kilic, il responsabile dello studio che avuto l’idea proprio guardando suo figlio passare il tempo sui videogiochi: “Molti medici praticanti di oggi non hanno mai imparato la chirurgia robotica alla scuola di medicina. Vedendo però gli studenti con una migliore esperienza spazio-visuale e una migliore coordinazione mano-occhio, frutto del del mondo di efficienza tecnologica nel quale sono immersi, dovremmo ripensare a come istruire al meglio questa generazione“.

Ovvero, alcune abilità tecniche utili nei campi tecnologici che sono oggi nuove per alcuni, sono già state acquisite dai più giovani grazie al fatto di essere immersi più a fondo nella tecnologia e quindi bisognerà aggiornare i percorsi di studio utilizzando queste nuove abilità come nuovo perno. I giovani hanno cioè già acquisito alcune abilità per avere padronanza del mezzo anche se il mezzo è ancora una novità. A pensarci bene è un dato normale nel mondo tecnologico degli ultimi decenni, dove il padre non sa accendere (o quasi) un personal computer utile per scrivere una relazione o pagare le tasse mentre il figlio smanetta non solo col pc ma anche con i pc in miniatura come gli smartphone o i tablet o supporti sempre più nuovi e diversi ma che sa già come utilizzare. Basta vedere le scuole, dove c’è una sempre maggiore spinta verso l’ingresso, a fianco dei soliti strumenti come libri e quaderni, di supporti tecnologici nuovi come i tablet -o i pc in generale- che gli studenti sanno già usare, facendo diventare questa “abilità tecnologica” una nuova base per sviluppare nuovi paradigmi nell’istruzione. Pensiamo ad esempio agli studenti di architettura di oggi che difficilmente sono in grado di utilizzare riga e squadrette per progetti complicati e neppure gli viene richiesta una grande abilità nel farlo ma che sono anni luce avanti nell’utilizzo dei software di progettazione per pc rispetto ai loro colleghi di qualche decennio fa.

. E allora -fermo restando che un buon libro rimane un buon libro e che una pizza con gli amici vale più di due ore passate ad ammazzare mostri virtuali- potrebbe essere che, al di là degli eccessi, anche l’utilizzo dei videogiochi non sia nient’altro che la realizzazione di nuovi modi di pensare e acquisire capacità da parte dei giovani (e qualche meno giovane ormai)  immersi in un mondo che ormai si nutre di quei nuovi modi di pensare e di quelle nuove capacità.

 

Fonte:http://www.utmb.edu/newsroom/article8061.aspx

La Stampa dei ciarlatani

Images from the CDC Public Health Image Library Originally from en.wikipedia; description page is/was here.

I vaccini contro l’influenza hanno avuto dei problemi? Embé? Chi se ne frega!

L’aspirina o la tachipirina vi puzzano di multinazionali? Embè? Che problema c’è?

La Stampa oggi ci rassicura tutti: prevenzione e cura tramite le dolci soluzioni dell’omeopatia!

Non avete ancora preso il virus? Il farmacista (sottolineo farmacista, non medico) Renato Raimo, esperto omeopata pisano, consiglia di prendere seduta stante, del buon Oscillococcinum da settembre a marzo, però, si raccomanda, attenti alla posologia! Una dose a settimana (chi esagera rischia il diabete, io vi ho avvertiti).

Non basta, per essere ancora più protetti bisognerebbe prendere dell’ottimo ” macerato glicerico di Rosa canina: 15 gocce al giorno diluite in un po’ d’acqua per 3 settimane al mese permettono di aumentare ulteriormente la protezione dall’influenza e dai virus para influenzali“. Ma se vi fate una spremuta di arance al mattino sono sicuro che andrà bene lo stesso…

E per chi è già malato?

Problemi zero, il nostro farmacista di fiducia ci consiglia… Oscillococcinum. Si, sempre lui, questa volta 2-3 volte al giorno ogni 6 ore (solo per 2-3 giorni).

Se siete vicini a un malato, siete ad alto rischio contagio, per cui….Oscillococcinum anche per voi.

Ancora: “In caso di febbre superiore a 38°, a esordio improvviso, per i bambini (ma anche per gli adulti) è consigliabile assumere 5 granuli di Belladonna 9 CH ogni 2 ore, mentre in caso di febbre inferiore a 38°, che appare progressivamente, è preferibile somministrare 5 granuli di Ferrum phosphoricum 9 CH ogni 6-8 ore. Qualora la febbre fosse di media entità e associata a problemi gastro-intestinali è preferibile Arsenicum album 15 CH, 1 dose il prima possibile, da ripetere se necessario dopo alcune ore.

 

Per quanto tempo?

Bè: “Nell’arco di tre-cinque giorni, i sintomi dell’influenza e delle sindromi influenzali solitamente scompaiono“.

 

Oh, e qui li volevo! Il dottor farmacista ci consiglia di prendere dei rimedi omeopatici per prevenire e curare l’influenza, giusto per il periodo di tempo in cui si protraggono i sintomi influenzali: 3-5 giorni! Poi potrete dire che grazie a quei rimedi vi siete curati, peccato che anche senza prender nulla, a meno di complicazioni particolari (sempre possibili e non scongiurate neppure dal miracoloso Oscillococcinum) sareste guariti da soli! Gli omeopati fanno così passare per funzionante qualcosa che NON funziona e che non deve neppure dimostrare di farlo, alla legge italiana basta che i rimedi omeopatici non facciano male in modo diretto (quando il problema è che indirettamente sarebbero micidiali), ma non si preoccupa di sapere se funzionino (cosa che invece, giustamente, pretende dai farmaci). La sua leggenda di rimedio miracolo si basa proprio su questo: i sintomi passano dopo un certo periodo di tempo, a volte prima grazie all’effetto placebo, e i meriti vanno a pillole di zucchero o a gocce d’acqua fresca che non contengono alcun principio attivo o ne contengono talmente poco da essere ininfluente (“è la dose che fa il veleno” diceva Paracelso e vale anche al contrario).

La Stampa (articolo firmato lm&sdp) ci spiega, con la collaborazione di un medico farmacista che pillole di acqua e zucchero (più la vitamina C della Rosa canina) sarebbero sufficienti a curare e prevenire l’influenza stagionale, in modo “dolce” che chissà cosa vorrà dire.

Spendendo (più o meno) per una “cura base”:

6,25 euro per la Belladonna 9Ch

21,45 euro per 30 dosi di Oscillococcinum

8,80 euro per il macerato glicerico di Rosa Canina

Se invece tornate in voi stessi e decidete di affidarvi alla medicina, prima chiamate il vostro medico (non il farmacista) e poi magari acquistate una scatola da 12 compresse effervescenti di Tachipirina 1000 costa 5,30 euro e con 5 euro vi comprate abbastanza arance da assicurarvi abbastanza vitamina C da poter lasciare sullo scaffale le boccette di rosa canina. Anche questa volta, dopo 3-4 giorni vi sarà passato tutto (sempre escludendo complicazioni ulteriori), ma almeno sapete che la tachipirina serve davvero a farvi sfebbrare (è un antipiretico, le cui doti sono state testate, provate e confermate) e non dovrete assumerla fino al prossimo marzo, ma solo se e quando ne avrete bisogno (febbre alta e dolori).

Insomma, da una parte ci sono i guru dell’alternativo, supportati da un’informazione irresponsabile (si perché di fatto consiglia alla gente di non curarsi),  ignorante e scientificamente acritica (La Stampa in questo caso), che vi promettono mari e monti spendendo tanto per assumere il nulla e farvi credere che funzioni. Un’esempio di pessimo giornalismo e di cialtronaggine senza pari (pronto a rispondere di queste affermazioni in tutte le sedi che volete).

Dall’altra parte c’è il buonsenso.