I dogmi della ricerca e quelli di Michele Serra

Golden Rice grain compared to white rice grain in screenhouse of Golden Rice plants.
Golden Rice e riso bianco (IRRI Photos/Flickr/CC BY NC-SA 2.0)

“Ma il cittadino comune non viene ulteriormente confuso?”

È la domanda che mio padre mi ha scritto in un e-mail che conteneva in allegato una lettera a Michele Serra sul Venerdì di Repubblica firmata da nove persone, ricercatori o professori universitari italiani.

ricerca

Si (ri)parla di Ogm, e i firmatari della lettera sono molto chiari: è una questione politica sì ma, a differenza di quanto sostiene Elena Cattaneo sulle colonne di Repubblica:

è falso che l’intero mondo della ricerca sia immune da ogni dubbio e schierato compatto pro-Ogm. Moltissimi scienziati e ricercatori, provvisti di credenziali di pari autorevolezza, di dubbi invece ne hanno molti.

Chi sono questi moltissimi scienziati e ricercatori? Non si sa, i nomi non vengono fatti. Quali dubbi avanzano? Boh?

Chi lo sa… ma non è questo il punto.

“Ma il cittadino comune non viene ulteriormente confuso?”

La mia risposta è sì, il cittadino viene ulteriormente confuso. Questo per il fantastico meccanismo – tipico del mondo dell’informazione – del confronto tra opinioni (opinioni, non fatti) che porta i processi decisionali, sia personali che istituzionali, a formarsi pesando quante voci ci sono da una parte e quante dall’altra. Non quali, ma quante. E se ne frega, perché poi il discorso diventerebbe troppo lungo, di quanto solide siano le basi su cui poggiano gli uni e gli altri.

Trovare scienziati e ricercatori – anche ‘importanti’, ma non necessariamente competenti nella specifica materia – che pensano cose molto diverse rispetto a quelle della grande maggioranza degli altri ‘esperti’, è relativamente semplice e così diventa semplice anche far apparire dal nulla una controversia nel mondo scientifico. Capita molto spesso quando si parla di riscaldamento globale, capita anche per la questione Ogm.

Ma, come scrivono nel loro eccellente libro “Contro Natura” Beatrice Mautino e Dario Bressanini, in un passo riportato da Il Post che ne ha preso un estratto

Le istituzioni della UE hanno investito, dal 1982 al 2012, più di 300 milioni di euro in ricerche sulla sicurezza degli OGM, finanziando centinaia di gruppi di ricerca pubblici, in laboratori e università. Il rapporto finale che riassume queste ricerche è esplicito:
La conclusione principale che si può trarre dagli sforzi di più di 130 progetti di ricerca, su un periodo di 25 anni e che ha coinvolto più di 500 gruppi di ricercatori indipendenti, è che le biotecnologie e in particolare gli OGM non sono, di per sé, più rischiose delle tecnologie convenzionali di breeding delle piante.

Anche l’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, nel corso degli ultimi decenni non ha trovato alcun elemento per fare distinzioni sostanziali tra sementi Ogm autorizzate per la coltivazione in Europa e le altre ottenute con altre tecniche.

Non c’è, di fatto, una controversia scientifica. Molte posizioni e ricerche che argomentavano contro gli Ogm nel corso degli anni, sono tutte crollate. Quando Serra dice che la scienza che non sa mettere in discussione se stessa contraddice i suoi stessi presupposti e titola “L’errore della ricerca? Trasformarsi in un dogma” ha ragione. Solo che  “la scienza” ha già messo più volte in discussione i suoi presupposti e ha già dato, più volte, delle risposte chiare che, lungi dall’essere dei dogmi, dovrebbero costituire il punto dal quale muoversi e andare avanti.

Come accade oggi, ad esempio, per i vaccini obbligatori, sui quali mi pare Serra si sia dichiarato a favore. Eppure anche qui, se volesse, troverebbe decine di medici e ricercatori pronti a giurare che i vaccini sono un male  nella mani di pochi che hanno in pugno la nostra salute. Perché questa differenza? Non si tratterà forse di pregiudizi non riconosciuti?

Ma l’attacco alla ricerca dogmatica è solo un chiaro pretesto. La vera questione, come afferma lo stesso Michele Serra, non è scientifica ma è politica, potentemente politica. 

Scrive il giornalista

Gli Ogm sono il mattone di un sistema di produzione agro-industriale che ha un profondissimo impatto sulla vita dei campi e dei contadini, sulla distribuzione del potere che si concentra in pochissime mani (quelle dei proprietari delle sementi), sulla crisi della biodiversità, sulla libertà di scegliere cosa coltivare, e in che modo. Non esiste solo la libertà dei ricercatori scientifici. Esiste anche la libertà dei contadini, che il sistema di produzione agro-industriale, fondato sulle sterminate colture monocolture Ogm (esempio classico la soia in Argentina) spossessa progressivamente di autonomia, di cultura, di identità.

In definitiva, mi pare di capire che gli Ogm (le cui monocolture non sono il fondamento di un bel nulla) siano il mattone con cui si recinta la libertà dei contadini e che di conseguenza porterebbe – senza spiegare come – a disastri ambientali (biodiversità) e sociali (cultura, tradizioni ma quali?).

Ed eccoli qui, allora, i veri dogmi, le vere sentenze che non ammettono discussione. Concetti espressi in bella forma e che si auto-affermano, che toccano argomenti importanti, ma che non sono riempiti di contenuti.  Se davvero ci fosse una controversia, come sarebbe possibile affermare con tale sicurezza, come fa Serra, la presenza di effetti così distruttivi per l’ambiente, per la società e le culture dei popoli?

La questione è davvero politica, ma non si può risolvere correttamente se non si prevedono vie di mezzo, ragionamenti profondi, e si portano avanti postulati indiscutibili, dove i preconcetti diventano principi di libertà.

Nella sua visione politica della questione, Serra – ad esempio – parla appunto di costrizioni delle libertà di chi lavora nei campi dovute agli Ogm, come se fossero un dato di fatto, ma non spiega cosa e quale sia quella libertà. Coltivare ciò che vuole, come vuole? Se la risposta è sì, anche coltivare Ogm è libertà, una libertà oggi negata agli agricoltori italiani.

Non so se per lui la libertà sia anche una maggiore ricchezza, per me, che non sopporto la favola della ‘decrescita felice’, essere più ricchi di prima (che non significa essere ricchi) è un mattone con cui si costruisce la libertà individuale e si accresce il benessere sociale. Serra guardi il grafico sotto (tratto da una meta-analisi del 2014) che mostra come, in media, l’adozione di colture Ogm nel mondo ha portato a una crescita di quasi il 70% dei profitti per gli agricoltori (oltre che a una riduzione dell’uso dei pesticidi del 37%).

ogm

Non sono i numeri di una tecnologia che salverà il mondo o che non comporta problemi, sono i numeri di una tecnologia che ha migliorato le condizioni di vita di molti agricoltori. Fanno davvero così schifo? Sono davvero il simbolo di una minaccia per la libertà?

Le “poche mani” che hanno in pugno i semi, in Italia, sono anche quelle di coop e consorzi, non solo multinazionali, ma immagino che non se ne possa parlare. E la collegata questione del ‘tradizionale’ riutilizzo dei semi trova una spiegazione relativamente semplice: gli agricoltori che hanno qualcosa in più di un un campetto di pochi ettari e qualche gallina, in genere, non riutilizzano i vecchi semi perché costa tempo e fatica e non garantisce risultati. Ricomprare i semi ogni anno offre maggiori garanzie e gli agricoltori di professione lo fanno da prima che gli Ogm arrivassero sul mercato. E anche questa è libertà. È vero che ci sono aziende che vietano il riuso se non a determinate condizioni, ma anche riprodurre e riutilizzare un articolo di Serra è vietato dal suo editore (ops) e per poter leggere quello che scrive bisogna ricomprare ogni giorno il giornale. L’ accesso all’informazione non è importante?

A differenza di quel che dice Serra e di quel che dicono i ricercatori firmatari della lettera con cui sono partito, le tecnologie sono neutre, è il loro utilizzo a non esserlo. È il loro utilizzo che può essere, anche, un problema politico e di visioni del mondo. Ma per affrontare al meglio un problema simile bisogna partire da basi solide, da un contenuto minimo di verità il più possibile oggettivo e discutere spogliandosi dei pregiudizi che tutti, indistintamente, abbiamo.

La strada politica da intraprendere è allora quella di valutare pro e contro, condizioni di utilizzo, situazioni in cui le tecnologie portano o meno beneficio. E se non ci sono pericoli concreti o potenziali (ma ragionevolmente prevedibili) deve essere lasciata la libertà di scelta, quella cosa che oggi per chi vuole coltivare Ogm non esiste senza alcuna valida ragione.

Certamente rimarrebbero altri problemi sollevati da Serra che però, a meno che non si vogliano raccontare balle pur di avere ragione, non sono generati dall’uso di Ogm: la perdita di biodiversità, la necessaria modifica dei sistemi produttivi, i diritti di chi lavora la terra, i diritti di noi consumatori, i diritti delle società che sulla crescita dell’agricoltura locale fanno e faranno a lungo affidamento per migliorare le proprie condizioni.

Tutti problemi la cui enorme complessità, così come non si risolverà grazie a una singola tecnologia, non si risolverà neppure con il bando tout court della stessa e affidandosi all’agricoltura biologica (al costo di quanta terra?) o agli orticelli di Carlo Petrini. Sarebbe semplice e bello, ma è la risposta di un pensiero politico decisamente involuto, pronto a sacrificare il benessere e la libertà altrui sull’altare dei propri pregiudizi.

Caro Michele, sul biologico piangiamo insieme

ladybird-335096_640Michele Serra sull’Amaca di oggi (sabato 25 ottobre) ha preso malissimo un video che mostrava un gioco divertente: far assaggiare a degli appassionati di cucina bio un hamburger da fast food fatto passare come un’alternativa bio, ricevendo commenti entusiasti da parte degli ignari assaggiatori. Eh vabbé, era un modo per mostrare come i nostri preconcetti influenzino anche il senso del gusto.

All’editorialista de La Repubblica la cosa non è piaciuta per nulla e l’ha presa male

Amaca

Caro Michele. Ora, non è che mi interessi troppo continuare la Guerra Santa pro o contro il biologico, però, ecco, caro Michele, non è che da sostenitore del bio (dinamico) hai poi così tanto da ridere. Quando chiedi allo “spiritoso reporter” – come se ti avesse fatto un torto personale – di fare “una bella inchiesta sullo stato dei terreni e delle falde acquifere laddove si coltiva bio e laddove si coltiva non bio” per fare dopo una gara di risate, ecco, lo hanno già fatto. E ridiamo poco tutti, consumatori bio e consumatori non bio.

Nel 2012 è stata fata una meta-analisi (una ricerca sulle ricerche) per vedere se è vero che l’agricoltura biologica ha meno impatto sull’ambiente rispetto a quella convenzionale*. E la risposta che i ricercatori hanno dato non è così netta come tu credi con un po’ di quella supponenza che abbiamo di solito quando siamo convinti di saperla più lunga degli altri. Non rideresti di più del giornalista olandese, ecco.

Secondo lo studio – di cui, dai, ci fidiamo – se è vero che, in generale, l’agricoltura bio ha un impatto positivo per l’ambiente (o meglio, ha un impatto migliore) per unità di area coltivata, così non è per unità di prodotto: se è vero che (in generale e non sempre) per 100 ettari coltivati, quelli che seguono i disciplinari bio sono più rispettosi dell’ambiente, è anche vero che quei 100 ettari bio (in generale e non sempre) tendono a produrre di meno, e così 10 carote bio magari hanno un ‘costo ambientale’ maggiore rispetto a 10 carote ‘convenzionali’.

Questo significa anche che (in generale e non sempre) per riempire la pancia delle persone con prodotti bio c’è bisogno di più territorio votato all’agricoltura con tutto quel che ne consegue. Senza tralasciare il fatto che bio non significa “senza pesticidi” ma che quei pesticidi non devono essere di sintesi, cosa che non esclude che siano altamente ‘tossici’ per la terra e le falde acquifere, come per esempio il rotenone (che è in via di eliminazione dai disciplinari proprio perché è molto tossico) o i sali di rame.

Nelle conclusioni i ricercatori fanno una considerazione che forse sia io – che ho sviluppato una specie di fobia ideologica per il bio dopo esserne stato un entusiasta sostenitore – che te dovremmo sottoscrivere, magari per provare a ridere un po di più, insieme:

There is not a single organic or conventional farming system, but a range of different systems, and thus, the level of many environmental impacts depend more on farmers’ management choices than on the general farming systems (Non c’è un singolo sistema di coltivazione biologica o convenzionale, ma uno spettro di sistemi differenti e perciò il livello di impatto ambientale dipende più dalle scelte fatte dagli agricoltori che dal sistema di coltivazione).

Non ci sono buoni-buoni e cattivi-cattivi. Bio non è sempre e per forza uguale a buono, non solo per il palato, ma anche per l’ambiente e viceversa per l’agricoltura convenzionale.

Nessuno, né il giornalista olandese, né tu, né io avremmo così tanto da ridere da quell’inchiesta che chiedi pensando di sapere già come andrebbe a finire.

Ciao,
Daniele

Nota: un confronto imparziale (anche se le affiliazioni suggerirebbero il contrario) tra bio e convenzionale lo si può trovare qui.

*La ricerca è questa

Ci voleva Caterina (#iostoconCaterina)

#iostoconCaterina

Ci voleva Caterina Simonsen. Per aver scritto nero su bianco che la sua vita la deve anche alla ricerca fatta sugli animali (ovvero alla sperimentazione animale) è stata insultata e minacciata di morte da alcuni nazi-animalisti ed è diventata un caso mediatico. Da sola ha fatto molto più di quello che in tanti hanno provato a fare con tutte le forze negli ultimi anni, toccare le corde giuste affinché il tema sperimentazione animale e alcune sue implicazioni venissero alla ribalta.

Per difenderla, per difendere la ragionevolezza della sperimentazione animale – senza dimenticarsi i problemi che pone – si è ‘scomodato’ Matteo Renzi ma anche persone che generano opinioni come Michele Serra e Vito Mancuso su Repubblica di domenica 29 dicembre (perfino Gabriele Muccino su Twitter). L’oltranzismo, il radicalismo e l’ideologia malata di una parte di sedicenti animalisti viene finalmente alla ribalta, esposto al pubblico per quello che è – una deriva culturale -, messa in primo piano da una parte politica e culturale che si schiera – pur riconoscendo con Vito Mancuso il problema etico dell’uso degli animali (addirittura di tutta la vita) – a favore non tanto della scienza quanto del raziocinio come metro di misura per rapportarsi con i problemi della modernità, del rapporto dell’uomo con se stesso e con la natura.

Caterina Simonsen è, mediaticamente, la nostra malata di Sma1 nel caso Vannoni, il nostro malato di tumore nel caso Di Bella: è la storia che genera empatia, simpatia, vicinanza, voglia di approfondire e farsi domande. È la storia che ‘buca lo schermo’ a favore della scienza e della razionalità, una testimone che racconta con orgoglio la sua vita grazie alla scienza. Ha tutto quello che spesso è mancato al racconto mediatico della scienza, altrimenti accusata di essere fredda, piana di freddi numeri e statistiche, incapace di dare risposte, capace di disilludere, poco attenta e prona – perché non è fatta di esse – alle storie personali, all’aneddotica: Caterina è la testimonianza di una scienza – quella biomedica in questo caso – che genera futuro, che genera vita, è una bella storia che nella sua tragica fierezza è bello ascoltare. È anche la storia di una persona sola che deve combattere contro un gruppo di bulli invasati che la insulta o, addirittura, la vorrebbe eliminare e lo fa rispondendo colpo su colpo con una grande umanità che genera passione e voglia di camminare a fianco lei per proteggerla e sostenerla. 

È – sempre (e solo) mediaticamente – la stessa arma che spesso viene usata per propagandare l’anti-scienza, cure miracolose o chissà cos’altro ma che questa volta passa di mano e si ritorce contro chi dell’empatia (verso gli animali) fa una bandiera e una idiota ragione di vita (e di morte).

La storia di Caterina è un credibile, genuino, involontariamente potentissimo spot a favore della ricerca e di denuncia verso le barbariche derive di una certa ideologia. L’unica e fondamentale differenza con le storie mediaticamente fortissime raccontate da quei movimenti che di esse si nutrono per portare avanti la propria pseudoscienza è che nessuno la utilizzerà in modo spietatamente strumentale per raccontare verità scientifiche insostenibili.

#iostoconCaterina

Il salmone ogm del dubbio

Repubblica del 27 dicembre, pagina 39: Angelo Aquaro da la notizia del super salmone Ogm -ovviamente denominato malignamente Frankenstein- che finalmente ha avuto il via libera per il commercio sulla sicurezza ambientale negli Stati Uniti. Il salmone atlantico è stato modificato con il gene che codifica l’ormone della crescita preso dal salmone reale (che permette la crescita in metà del tempo rispetto a quello “normale”) e poi con l’aggiunta di un promotore -preso dal pesce ocean pout– che serve a trascrivere il gene che produce delle proteine antigelo che scorrono nel sangue del pesce e gli permettono di resistere alle basse temperature, ma il cui scopo qui è quello da fungere da interruttore e mantenere l’ormone della crescita sempre attivo.

L’attacco del pezzo è il seguente e dice già tutto:

Un pesce di nome Frankenstein: ma siamo proprio sicuri che l’ultima prelibatezza Ogm non sia un pericolo per la salute?

Poi arriva il solito sospetto sui tempi, che non manca mai:

[…] con una sospettabile scelta di tempo ha dato il via libera proprio sotto Natale: quando le tavole di tutto il mondo sono imbandite di delizie color salmone.

La mia tavola era imbandita di delizia color agnello e ciò che più si avvicinava al colore del salmone erano i ravanelli, ma pazienza. Andiamo avanti:

[…] pancia mia fatti capanna: anzi capannone, visto che il Frankenfish […] è capace di superare da due a tre volte la grandezza dei più comuni fish.

Il salmone ha un nome proprio, si chiama AquAdvantage® Salmon e, stando ai dati di chi lo ha creato, la Aquabounty, non cresce da due a tre volte la grandezza dei salmoni normali, cresce di quel tanto in metà del tempo, ma poi la dimensione si assesta e rimane simile a quella dei fratellastri ‘naturali’.

http://www.aquabounty.com/products/aquadvantage-295.aspx

Arriva poi la paura delle paure: il pesce-mostro si potrà mai diffondere nell’ambiente? Dopo aver ricordato che verrà allevato solo in Canada e a Panama, anzi, verrà “assemblato e direttamente trasformato in filetti da spedire poi sul mercato americano” (visto che è un Ogm è equiparabile a un’automobile o a un computer no?), Aquaro ci spiega che questa precauzione serve affinché il pesce modificato non possa fuggire “e invadere così le acque dei pesci normali e quindi geneticamente più deboli”. Eh? Che ve ne pare? Un tocco di instant biology per persone pratiche. La modifica genetica si trasforma automaticamente in una modifica dominante e distruttiva per la natura. Peccato il ‘mostro’ sia sterile, nonostante nei tempi passati qualcuno avesse sostenuto il contrario: intendiamoci il mostro è sterile perché è reso tale dalla Aquabounty e la FDA americana lo dice nero su bianco (pagina 4 qui e le motivazioni molto più dettagliate sono qui):

because the production process for AquAdvantage Salmon would ensure that populations produced will be triploid (effectively sterile), all-female animals, the possibility of their reproducing in the wild is likewise extremely remote. Finally, the environmental conditions found around the egg production and grow-out facilities represent types of geographical/geophysical containment that further reduce the possibility of survival, establishment and spread. 

Dunque il rischio di contaminazione, stando all’ente statunitense,  è veramente basso.

Nel box informativo dell’articolo si parla di uno studio della Purdue University che avrebbe simulato al computer la fuga di 60 transfish in un ambiente naturale, concludendo che nel giro di 40 generazioni i pesci ogm distruggerebbero i cugini naturali. Lo studio è questo ma prende in considerazione un pesce diverso, il medaka giapponese, e tiene conto di diversi scenari, non stabilisce che se metti dei pesci Gm in un lago, questi si sbarazzano in un tot di generazioni dei loro cugini  ‘normali’. Peraltro nello studio si evidenzia che il modello deterministico utilizzato sia da prendere con le dovute precauzioni, ma quando si tratta di creare paura e dubbi in campo alimentare non servono.

A proposito di rischio, sempre a pagina 39, c’è un riquadro basso in cui viene proposta un’intervista di Paolo Brera a Silvio Greco per chiedere un’opinione sul salmone Ogm. Ottimo, serve sempre il parere di un esperto per capire meglio.

Silvio Greco è di Slow Food e ci mancherebbe che un’articolo pervaso da diffidenza e ironia anti-ogm venisse magari commentato da qualcuno competente e non infettato dalla tecnofobia, penso  a Roberto Defez, giusto per tirare fuori un nome a caso. No, ci si rivolge sempre ai soliti che hanno le loro idee sempre in bella mostra fra giornali e giornalisti di sinistra (qualcuno ha detto Michele Serra?). Greco, che ovviamente tira fuori il famigerato “approccio precauzionale” (qui la precauzione serve sempre) ci dice che questo salmone di cui “non abbiamo dati sull’effetto sull’organismo” (chissà quando ci dirà se li abbiamo anche sugli altri animali ‘naturali’) probabilmente è già entrato nelle nostre tavole perché “ci lavorano già da anni in Cile e in Norvegia […]: è uno dei limiti del non avere l’obbligo di scrivere in etichetta se un alimento è Ogm”. Peccato che non sia affatto vero: i prodotti Ogm in Europa e in Italia vanno etichettati e per dire che mangiamo il salmone Aquadvantage magari sarebbe bello offrire qualche prova invece che fare la solita sparata per impaurire i lettori.

Insomma, la solita solfa.