Le pietre miliari nella lotta contro il cancro

Grazie ai ragazzi di ResistenzaRazionalista che l’hanno segnalato su sulla loro pagina Facebook, vi riporto anche io una bellissima iniziativa della rivista scientifica Nature che, per un periodo di tempo limitato, da la possibilità di accedere gratuitamente ad una raccolta di articoli -sintetizzati per l’occasione- riguardanti i passi principali che hanno portato gli scienziati a scoperte che oggi ci paiono scontate: si va dalla lotta contro il cancro alla biologia cutanea, passando per l’osservazione del DNA.

Dato che da queste parti, in contrasto con le mie posizioni, qualcuno si sente di affermare che la scienza non fa nulla contro il cancro, vorrei riportare il PDF di una di queste serie di racconti, proprio quello che evidenzia le c.d. pietre miliari nella ricerca sul cancro, in modo da evidenziare due concetti primari: a) chi oggi si sente di affermare che contro il cancro non si fa nulla di utile, è giusto che abbia bene impresso nella mente che ogni sua nozione su cosa sia e come funzioni un tumore viene da queste ricerche; 2) la maggior parte di queste scoperte, e dunque delle conoscenze che oggi abbiamo, deriva dagli studi su modelli animali.

Mi dispiace che sia solo in inglese e che in Italia nessuno si sia preoccupato di comprare i diritti per una traduzione o quantomeno di fare un lavoro simile, lasciando invece campo libero a false notizie su Veronesi che riabilita il Metodo Di Bella, o il bicarbonato che curerebbe il cancro oppure spacciando opinioni e miopie personali come fatti scientifici.

Va bene, basta polemiche, il pdf è visibile/scaricabile dal link sotto:

Cancer Milestones

Penso, quindi non credo

Una ricerca pubblicata su Nature ha mostrato come, più l’uomo si impegna a pensare in profondità il mondo che lo circonda, meno tende a credere nelle divinità (o in altri fenomeni paranormali aggiungo io).

Secondo i ricercatori, ben lontani dal voler asserire qualcosa di definitivo in materia, le strade di approfondimento potrebbero essere tre:

  1. il pensiero analitico inibisce in maniera diretta le cognizioni intuitive che formano la base del pensiero religioso (dunque della fede);
  2. lo sviluppo del pensiero analitico schiaccia quello intuivo ma lo lascia sopravvivere, in modo che i due possano coesistere ma senza che il secondo riesca a far emergere il pensiero legato alla credenze teistiche.
  3. Il due pensieri coesistono ma quello analitico porta a un abbandono ragionato delle credenze religiose e fideistiche

Il punto focale sta, dunque, nello sviluppo del pensiero analitico, quello che non si ferma alle apparenze e ai pochi dati sui quali basiamo la nostra cognizione intuitiva quella più superficiale che appartiene a tutti noi, indistintamente.

Più ci sforziamo di vedere la complessità, meno tendiamo ad associare tutto ciò che avviene in vista di un fine deciso da qualche agente soprannaturale (ciò che contraddistingue tutte le fedi religiose). Ovviamente, essendo il mondo -appunto- complesso, la ricerca non dimostra che non esiste alcuna divinità (cosa peraltro impossibile da dimostrare), né che tutti i pensatori più raffinati non abbiano alcuna fede religiosa. Ciò che mostra è che più pensiamo, meno crediamo. Ovvero, più pensiamo in modo analitico e meno siamo propensi a cercare scorciatoie cognitive per spiegare i fenomeni che ci circondano.

Allenarsi ad approfondire il proprio pensiero (cosa non semplice, perché non ci viene naturale dovendo lavorare nel campo della controintuizione) significa liberarci dalle risposte incatenanti delle fedi (religiose e non).

Vedi anche:

Le Scienze

Gli atei sono più intelligenti dei credenti? (in inglese)

Credenti e atei nelle varie Nazioni (in inglese)