WiFi gratuito… “e il Pil si impenna”

da my.englishclub.com
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Problemi di digital divide? La soluzione è il Wi-Fi gratuito obbligatorio in tutti gli esercizi pubblici, gli ospedali e gli uffici.

È la soluzione che alcuni parlamentari del Pd hanno individuato in una proposta di legge che conta già 106 firmatari.

Potremmo avere milioni di accessi quotidiani a internet aggiuntivi rispetto a quelli attuali, con indubbie ripercussioni positive sul PIL (Sergio Boccadutri del Pd, promotore della proposta di legge*)

Capito? Più accessi a Internet = più prodotto interno lordo, in base a cosa non si è ancora capito. E non si è ancora capito perché mai l’accesso alla rete debba essere fornito obbligatoriamente e gratuitamente da parte degli esercizi pubblici. Non da tutti gli esercizi pubblici ma solo quelli con superficie superiore a 100 mq e più di due dipendenti. Eh? Ma perché? Oltre a loro l’obbligo di istituire un’area Wi-Fi dovrebbe esistere anche per gli uffici degli oltre 8mila Comuni italiani e per ospedali e strutture sanitarie.

Capito 2? Il Pil crescerà se, mentre ci beviamo un caffè o aspettiamo che la nonna finisca la visita dal cardiologo potremmo mettere qualche “mi piace” su Facebook attraverso il Wi-Fi che che il bar o l’ospedale sarebbero obbligati a fornirci! Chissà con quale banda e con quale velocità, magari parente strettissima della vecchia 56k dato che uno dei (grossi) problemi italiani è l’ampiezza della banda a disposizione, ma l’importante è che venga fornita in modo obbligatorio e gratuito, poi tutto viene da sé, compresi vari rosari di bestemmie, una per ogni minuto che la pagina internet desiderata ci metterà ad aprirsi.

da tbh-turtles.tumblr.com
da tbh-turtles.tumblr.com

Il problema non è che le imprese e molte famiglie non usano Internet non avendone colto – per i motivi più disparati – le potenzialità e l’utilità, basta mettere un po’ di Wi-Fi gratuito qua e là per fare la rivoluzione. Il problema non è che in una parte ancora consistente della Penisola mancano infrastrutture perlomeno decenti per l’accesso alla rete, basta pensare in grande: WiFi obbligatorio e gratuito e il Pil, magicamente, si impenna.

Sembra di sentire le stesse sirene che parlavano di una grande rivoluzione quando l’Italia si dotò, fra le prime, di una vasta infrastruttura per l’accesso alla rete dai dispositivi mobili (cellulari e smartphone). Altro che Wi-Fi! Per collegarsi a Internet già da anni non è necessario andare a bersi un caffé per scroccare la linea, basta un abbonamento o una promozione ricaricabile che tutti gli operatori della telefonia mobile offrono per qualche euro in più da ormai un bel po’ di anni. Ma il Pil? È cresciuto il Pil grazie agli smartphone sempre connessi? Il digital divide non si è presentato alla porta?

Non sarà che invece cresce se il sistema produttivo – inclusa la PA –  è in grado di coglierne e sfruttarne le opportunità?

Il problema non sarà in quel 34% degli italiani che dichiara di non aver mai usato Internet in vita sua e che solo il 54% lo usa ogni giorno? O che solo il 21% lo usa per le pratiche di e-government (tipo fare la dichiarazione dei redditi)?** E davvero la soluzione sarebbe il WiFi gratuito?

Non sarà che invece i parlamentari dovrebbero scendere un po’ più giù (o salire, a seconda delle prospettive)? Smettere di pensare che basti una connessione gratuita diffusa per dare un boost che colmi il divario digitale e cominciare a pensare che il problema è – oltre che di infrastrutture inadatte – di tipo culturale se, ad esempio, la sezione locale di un’associazione come Confartigianato decide, a 2014 inoltrato, che è venuto il momento di puntare sul web e che è inutile snobbare?

Se questo è il livello delle proposte politiche, se questa è la mentalità con la quale si pretende di risolvere un problema grave (con il solito refrain delle soluzioni semplici – che pagano gli altri – per problemi difficili), allora facciamoci gli auguri, quel divario (se già non lo fosse) è destinato a trasformarsi in una voragine, grande.

Da: katswenski.tumblr.com
Da: katswenski.tumblr.com

*fonte

**Fonte: Eurostat 2013

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A passo di gambero

L’utilizzo dell’ipno-rospo da parte di alcune influenti associazioni è l’unica spiegazione plausibile per le scelte fatte dal nostro Parlamento su materie afferenti la scienza.

Diceva la mia insegnante di storia e filosofia del liceo nei periodi di resa scolastica fiacca: “Oppo, fai come il gambero? Anziché andare avanti cammini all’indietro!”.

Mutatis mutandis (che, come diceva un altro, compianto, professore di latino, “non significa cambiandosi le mutande”) è quello che potremo dire oggi al Governo italiano quando si mette a legiferare su temi che riguardano la scienza.

Dal metodo Stamina, per il quale è stata approvata una costosissima sperimentazione -senza che il filosofo eroe avesse mai elaborato uno straccio di protocollo ma solo per la spinta mediatica dovuta alla vergognosa faccia di bronzo di Giulio Golia, abilissimo nel giocare coi sentimenti più profondi delle persone-, al vergognoso decreto, bipartisan, contro gli ogm salutato come il salvatore del made in Italy quando in realtà è solo l’ennesima misura conservatrice approvata da chi sogna di ritornare alla vecchia e romantica agricoltura di una volta, quella che sfamava a malapena i contadini quando si viveva bene. L’ultimo colpo alla scienza è arrivato, annunciatissimo, nelle ultime ore: il Parlamento ha infatti approvato la delega al Governo per l’attuazione della direttiva europea 63 del 2010 in materia di sperimentazione animale, quella che codifica il così detto principio delle 3R (rimpiazzare, ridurre, rifinire) alla ricerca, un compromesso che bada sia alle esigenze della ricerca, ancora oggi necessariamente dipendente dai modelli animali, e che allo stesso tempo cerca di evitare il più possibile l’uso (o l’abuso) degli animali stessi quando non necessario ponendo la ricerca biomedica, quando possibile, nella prospettiva di utilizzare e ricercare altri modelli altrettanto o addirittura più utili. Fin qui niente di sbagliato, ma la convinzione dell’italica politica di saperne più degli altri anche quando non se ne sa nulla ha portato i nostri eroi parlamentari ad approvare un testo che modifica la portata della direttiva Ue in modo restrittivo e peggiorativo non solo per la libertà di ricerca ma anche per gli animali stessi.

In particolare, la delega approvata dal Parlamento e salutata in maniera grossolana ed errata anche dall’Ansa come “norma Ue che vieta Green Hill” (nessuna norma Ue vieta  nessuna “Green Hill”), all’articolo 13 prevede alcune disposizioni che conducono anche la ricerca biomedica in un tristissimo valzer a passo di gambero.

La lettera d) prevede, ad esempio, di “vietare gli esperimenti e le procedure che non prevedono anestesia o analgesia, qualora esse comportino dolore all’animale, ad eccezione dei casi di sperimentazione di anestetici o di analgesici”. È una disposizione che di primo acchito, istintivamente, può sembrare ragionevole e infatti è stata fortemente richiesta dalle associazioni animaliste che hanno trovato sponde pronte a rilanciare la proposta anche in Parlamento, ma che in realtà peggiora quanto previsto dalla direttiva Ue la quale esclude l’uso di anestesia quando questa comporti un disagio maggiore all’animale. L’esempio che i ricercatori fanno è quello del prelievo di sangue: si dovrà farlo con l’anestesia, sapendo benissimo che il dolore di una puntura è davvero poco comparabile con lo stordimento successivo all’anestesia (che inoltre allunga implicitamente anche i tempi e i costi di una procedura così banale).

Ancora, andando avanti, alla lettera f), viene fatto divieto di utilizzare gli animali “per gli xenotrapianti e per le ricerche su sostanze d’abuso”. Ovvero si azzoppa in maniera incredibile la ricerca –come quella sui tumori e quella sui meccanismi di azione delle droghe, per molti versi ancora sconosciuti- ma anche le possibilità di una vita migliore per molte persone e penso ad esempio, oltre alla sperimentazione di nuove soluzioni, alle valvole cardiache prese dai maiali o alle altre possibilità di utilizzare parti di organi animali per far continuare a vivere migliaia di persone.

Continuando la lettura dell’art. 13, anche la lettera g), il cui testo è quello che vieterebbe altre Green Hill, è uno schiaffo al benessere animale prima che alla possibilità di fare ricerca in quanto dispone di “vietare l’allevamento nel territorio nazionale di cani, gatti e primati non umani destinati alla sperimentazione”. Come si può facilmente capire, non c’è scritto che la sperimentazione su cani, gatti e primati non umani è vietata in Italia. Ciò che è vietato è il loro allevamento ai fini della sperimentazione. Risultati pratici: quegli animali verranno allevati altrove facendoci così diventare dipendenti dagli altri Stati (gli affezionati del complotto potrebbero interessarsene alla voce “sovranità”), senza avere controllo diretto sulle condizioni degli allevamenti; gli animali dovranno sopportare il forte stress dei viaggi (chi ha un gatto, ad esempio, sa bene quanto questi animali decisamente non adorino spostarsi); la ricerca subirebbe un deciso aumento dei costi, facendole perdere ulteriore potenzialità che sprecata negli ennesimi passaggi inutili (perché aumenterà anche il livello di burocrazia) in una realtà come quella italiana, dove i fondi per la ricerca sono stanziati molto malvolentieri.

Un’ulteriore disposizione è invece sintomo della maniacalità normativa italiana e, come al solito, fioriera di interpretazioni e applicazioni che potrebbero di fatto annullare alcuni tipi di studi. Mi riferisco alla lettera e) dove si prevede che “la generazione di ceppi di animali geneticamente modificati deve tener conto della valutazione del rapporto tra danno e beneficio, dell’effettiva necessità della manipolazione e del possibile impatto che potrebbe avere sul benessere degli animali, valutando i potenziali rischi per la salute umana e animale e per l’ambiente”. È la traduzione normativa della fobia verso qualcosa che sia “geneticamente modificato”, la porta per l’ennesima applicazione stupida, retrograda, conservatrice della “clausola di salvaguardia”, arma giuridica importantissima ma che i nostri politici, malamente consigliati, sono riusciti ormai a svuotare da ogni significato invocandola come se fosse la preghiera preferita della divinità salvatrice.  Gli animali modificati geneticamente sono fondamentali per la ricerca odierna e le precisazioni della lettera e), nate per essere applicate in modo restrittivo (altrimenti non avrebbero senso, dato che nessuno è autorizzato mettere deliberatamente a rischio la salute umana, animale e ambientale) sono inutili se si vuole una ricerca libera –dunque migliore- ma utilissime se si pensa che la politica debba direzionare e decidere finalità e metodi della scienza, ovvero abbia il potere sovrano di ucciderla per soffocamento.

Questo è quello che il nostro Parlamento ha approvato –senza neppure aver ascoltato la diretta interessata: la comunità scientifica italiana-: una delega che avrebbe solamente dovuto recepire una direttiva finalizzata ad armonizzare le legislazioni europee è riuscita a creare ulteriori inutili distinzioni fra noi e il resto del mondo avanzato in nome di etiche spirituali, quasi religiose, sui disant migliori per il semplice fatto di giudicarsi tali, in grado di permeare il pensiero del legislatore e talmente autoreferenziale da non accorgersi di generare mostri più grandi di quelli che cercherebbe di combattere.

Di fronte all’insormontabile pericolo di decidere con razionalità e di affidarsi a chi di questa dote fa virtù, i nostri campioni politici diventano abilissimi gamberi che balzano all’indietro per rifugiarsi nelle acque più accomodanti di chi è stato bravo, negli anni, a pettinare lo stomaco sensibile dell’opinione pubblica con informazioni traviate, false, modellate a piacere per creare la sensazione di disgusto e, quindi, di rifiuto. Sono le acque dell’irrazionalità, dove la corrente va in direzione opposta rispetto al futuro.