Cinque cose (+1) sul caso Zauli

Il rettore dell’Università di Ferrara ha «tempo da perdere» con tutti i miei colleghi, tranne che con me. E va bene, non me la prendo, però ci sono delle cose che vanno chiarite dopo le ultime novità (ovvero il diniego a una mia richiesta di accesso civico generalizzato agli atti, e le dimissioni di tre membri della Commissione Etica in parziale dissenso con quel diniego).

ZERO. [La Repubblica ha modificato il suo articolo, e ringrazio Corrado Zunino per averlo fatto, lascio il punto come memo per i locali che da due giorni, riprendendo la notizia, si sono  ‘dimenticati’] La prima, è un po’ come il mandato zero di Di Maio, potete saltarla perché è un sassolino che voglio togliermi dalla scarpa, infilato dai miei colleghi più anziani e di maggior bravura. Io non conto nulla nel giornalismo, ma ho comunque un nome e un cognome, non sono un «giornalista di Ferrara» (poi, al massimo, da Ferrara), e scrivo per un giornale che si chiama estense.com. Qualche carattere potete sprecarlo. E non lo dico perché voglio vedere il mio nome e quello del ‘mio’ giornale sul vostro, lo dico perché parte della notizia che state scrivendo è nata da una mia (nostra) iniziativa: è a me, alla mia richiesta di accesso civico generalizzato (in base al c.d. FOIA) che l’Università di Ferrara ha negato l’accesso ai documenti (con motivazioni sconclusionate che gridano vendetta per essere state scritte in un procedimento amministrativo), ed è in base a quel diniego – «in parziale dissenso» – che i vertici della Commissione Etica dell’Università di Ferrara hanno presentato le dimissioni. L’operato di un giornale e di un giornalista, in questo caso, fanno parte della notizia, tacerlo è una bella scorrettezza.

Ora iniziamo:

UNO. Vorrei tranquillizzare il rettore: non è una persona che mi dà «fastidio», non sono il sicario mandato da persone da lui infastidite (che chiaramente sono il vero obiettivo di quella espressione, ma metto le mani avanti). Non credo che neppure Leonid Schneider sia un sicario. Se insisto nel volerci vedere chiaro (e non sono il solo) non è perché vuole fare la sperimentazione del numero semi aperto a Medicina (io, in linea generale, sono pure favore dell’abolizione del numero chiuso ovunque, figuriamoci). Voglio vederci chiaro per due ragioni: la prima è che di quel che ha deciso la Commissione Etica su alcune sue ricerche lo sappiamo solo da lui, che è il diretto interessato. E sappiamo, parole sue, che non sono stati trovati «dolo o colpa grave» nelle sue condotte. Ma se non ci sono dolo o colpa grave, e qui è la seconda ragione, ci deve essere una condotta a cui ascrivere quelle categorie soggettive (altrimenti il fatto non sussisterebbe proprio, per usare ancora terminologie giuridiche) e il problema è capire cosa sia andato storto: ricordo che parliamo di ricerca sul cancro, non di chi mette guanciale o pancetta nella carbonara, e che parliamo del rettore di una Università pubblica.

DUE. La cosa è importante perché la Commissione Etica ha valutato degli studi “contestati” ma selezionati dallo stesso Zauli, eppure ha trovato qualcosa (seppure, lo ripeto e sottolineo, in assenza di dolo o colpa grave): cosa ha trovato? Quanto è grave? E di chi sono le responsabilità?

TRE. La cosa è importante perché, nell’arco degli ultimi due anni (quindi non da quando si è insediato il governo di Salvini, grande sponsor politico di Zauli e della sua sperimentazione a Medicina, se lo ricordino anche i miei colleghi, anzi, si inizia a dicembre 2016) sulla piattaforma PubPeer, i suoi ‘pari’ – gli unici che secondo Unife possono valutare il suo operato scientifico – hanno trovato problemi non in due o tre, bensì in circa 40 studi pubblicati tra il 1998 e il 2018. Vent’anni di ricerche che portano il suo nome sopra, non di rado fra i primi autori. E le accuse sono quelle di aver riciclato immagini in diversi studi su materie differenti o, addirittura, di averle manipolate con Photoshop. Lo dico anche ai miei colleghi: non si parla di plagio, non si parla solo di  auto-plagio, ma proprio di manipolazione.

QUATTRO.  Zauli a Corrado Zunino di Repubblica dice che in alcuni casi si è trattato di meri errori materiali, segnalati alle riviste, e, soprattutto, che lui non ha mai falsificato un dato in vita sua.  Gli voglio credere, ma su PubPeer stanno mettendo in evidenza ben altro e non può difendersi dicendo “io non l’ho mai fatto”: è necessario dimostrare che sia così, soprattutto davanti al numero di accuse. Queste non possono essere davvero delle giustificazioni:

«in quell’arco di carriera abbiamo fatto venticinquemila esperimenti, gran parte trasferiti su floppy disk»

Io non sono in grado di valutare se le “accuse” siano vere o false, ma credo sia necessario uno sforzo da parte di Zauli per dare spiegazioni vere: sono i suoi pari ad avanzare sospetti, non la stampa, non i blog che strumentalizzano; non sono accuse da niente e non sono limitate al tempo dei floppy disk. Il rettore di Unife, invece, cerca di far intendere che su PubPeer sparano alla cieca, citando il caso di Carlo Maria Croce:

«Sulla piattaforma da cui è nato tutto, “pubpeer.com”, sono stati messi in croce molti miei colleghi rettori e i top scientist del nostro Paese, compreso Carlo Maria Croce, il più famoso oncologo italiano. Spesso le contestazioni si sono rivelate fesserie»

Sarà, ma vorrei ricordare a Zauli che le riviste scientifiche hanno ritirato almeno nove pubblicazioni del prof Carlo Croce, e più di una dozzina sono state soggette a correzioni o a “expression of concern” (fonte).

CINQUE. Siccome l’obiettivo non dichiarato e far apparire tutto come un attacco politico-accademico, Zauli (sempre su Repubblica) dice di avere il sospetto che alcune sue

«politiche espansive, vicine agli studenti,  abbiano dato fastidio al mondo accademico. Non riesco a spiegare altrimenti questo attacco così pesante e reiterato»

Come fa notare su Twitter Andrea Capocci – giornalista scientifico che ha scritto della vicenda su Il Manifesto – è semmai vero il contrario: il mondo accademico è rimasto finora inerte sul caso, se si esclude la forte presa di posizione del prof Lucio Picci dell’Università di Bologna, che ha evidenziato proprio questo problema, scandalizzato dall’immobilismo a Ferrara. Nessun accademico ha mai attaccato Zauli sulla correttezza delle sue ricerche.

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E la politica in questo anno e mezzo da quando è scoppiata la vicenda ha parlato una sola volta, in termini peraltro molto rispettosi (due se contiamo la difesa quasi d’ufficio che il neo assessore di Ferrara, Alessandro Balboni, peraltro ex membro della Commissione Etica, ha rilasciato a La Nuova Ferrara del 3 settembre). Di cosa stiamo parlando, dunque?

Una spiegazione alternativa c’è, si chiama Effetto Streisand e sta durando da 18 puntate.

Dacci oggi il nostro glifosato quotidiano

Foto di Mike Mozart/Flikr/CC-BY-2.0
Foto di Mike Mozart/Flikr/CC-BY-2.0

Elena Fattori è una scienziata di quelle brave, dice lei, oltre che è una super-mega-cittadina-senatrice, sempre di quelle brave. Ma soprattutto è una scienziata di quelle brave (talmente brava che, se volesse, potrebbe essere moooolto pericolosa).

Da poco ha scoperto che il RoundUp, un erbicida ad ampio spettro a base di Glifosato, è causa della celiachia. Lo ha scoperto grazie al sito web lastella.altervista (non lo linko, non voglio regalargli click, centesimi di euro e potenziali nuovi “clienti”). Una roba – per dire – che il sistema di monitoraggio dell’attendibilità e della sicurezza dei siti web WOT-Web of Trust (è un estensione per i browser che vi consiglio di usare), marchia con il bollino rosso e sul quale vi propone un avviso a tutto schermo. L’analisi è sostanzialmente questa:
lastella
È un brutto sito in poche parole, inaffidabile.
Ma non fa niente. Magari sono quegli “indipendenti” che i cattivi della Monsanto vogliono zittire e per questo li bolla in qualche modo come inaffidabili. Insomma di quelli che piacciono tanto a una buona fetta del mondo a cinque stelle. O magari no, è solo un sito pieno di fesserie. Ma, ripeto, non fa niente.
La super-mega-scienzata-cittadina-senatrice Fattori, nella discussione Facebook qua sotto ci offre l’opportunità di andare direttamente alla fonte: una ricerca scientifica pubblicata in una rivista scientifica, un paper come lo chiamano quelli che la scienza la masticano.

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Il paper (è del 2013) si chiama così: Glyphosate, pathways to modern diseases II: Celiac sprue and gluten intolerance.

Riassumendo: dice che il glifosato (e dunque il RoundUp Monsanto) provoca la celiachia, lo dicono le correlazioni statistiche. Ma non solo, il glifosato provoca il cancro (non uno specifico tumore, il cancro), disturbi alla tiroide, obesità infantile e, probabilmente, molto altro.

A chi critica l’attendibilità della ricerca, la senatrice-mega-scienziata-cittadina Fattori risponde così

Fattori

Ora, io sono un giornalista-cittadino-mega-rompicoglioni e non so leggere un paper (ma so cos’è). Quindi sul perché quel paper e l’articolo pubblicizzato dalla cittadina-mega-scienziata-senatrice Fattori dica fesserie lascio fare ad altri, tipo Giordano Masini e Beatrice Mautino su Strade.

Mi limito a fare due o tre considerazioni su chi ha pubblicato la ricerca (ma dovrei mettere il termine tra virgolette) e dove l’ha pubblicata, aiutato da chi le ha già fatte nel corso degli anni.

Il paper è pubblicato sulla rivista open access Interdisciplinary Toxicology, che è slovacca ed è nata nel 2008. Fin qui tutto bene. Ma, a dispetto del nome altisonante e dell’istituzione che gli sta dietro – la Slovak Toxicology Society (SETOX) – è una rivista, come dire… del tutto inattendibile, così come lo sono sul tema in questione i due autori.

Partiamo dalla rivista. C’è già chi le ha fatto le pulci, è un insegnante di scienze alle scuole superiori (si chiama Mr Dr Science Teacher, al secolo Paul K. Strode) poi ripreso da Jeffrey Beall sul suo blog in cui osserva criticamente le riviste open access come la nostra. Quello che viene fuori è indicativo:

The journal’s editor-in-chief is Michal Dubovický. According to Dr. Paul Strode, author of the blog Mr. Dr. Science Teacher:

Dubovický has 53 career publications according to the Web of Science. Since June of 2008, when Interdisciplinary Toxicology was launched, he has published 27 times. Two of those publications were editorials in Interdisciplinary Toxicology and 10 were full length papers in the journal. So, 40% of Dubovický’s publications over the last six-and-a-half years are in his own journal!

Tradotto per tutti, anche per la Fattori: il caporedattore della rivista scientifica, nonché direttore del SETOX fino al 2013 aveva pubblicato dal 2008 53 articoli scientifici, 27 dei quali (il 40%) da quando è nata la sua rivista, sulla sua rivista.

Tagliando corto: Intedisciplinary Toxicology è un giornalaccio, una rivistaccia, nata probabilmente per permettere ad alcuni ricercatori di pubblicare i loro articoli e scrivere qualcosa nei loro curriculum. Ma sono articoli “civetta”, poco utili per la comunità scientifica (se non per capire cosa non fare e stare attenti al proliferare di riviste simili) ma molto utili per soddisfare la vanità, le mire di notorietà degli autori e, possibilmente, utili per influenzare alcuni processi decisionali pubblici (ad esempio la ‘lotta’ agli Ogm o alle multinazionali come la Monsanto).

Passiamo agli scienziati autori dell’articolo: Anthony Samsel e Stephanie Seneff.  Sono entrambi due computer-scientist, il primo è un consulente professionista in pensione con due articoli scientifici pubblicati in carriera, la seconda è vicina all’età pensionabile (se non l’ha già superata) e lavora al Dipartimento di Intelligenza Artificiale del MIT.

Negli ultimi anni entrambi i computer-scientists sono diventati mega espertoni di glifosato e delle sue implicazioni sulla salute umana. Niente di male intendiamoci, se non fosse che i loro articoli “scientifici”  sul tema compaiono sempre e irrimediabilmente in riviste “civetta”, come probabilmente è Interdisciplinary Toxicology e come sicuramente è quella in cui venne originariamente pubblicato lo studio che stiamo discutendo: Entropy, un giornale che, per farvi pubblicare qualcosa, vi chiede soldi, tanti soldi, e dove dal 2012 al 2013 i due nostri eroi hanno pubblicato (insieme o con altri) 8 articoli, spendendo quasi 11mila dollari.

Questo è livello qualitativo della ricerca di cui la Fattori si è fatta paladina nella sua lotta alla Monsanto, agli Ogm e a Godzilla.

Ora, ritorniamo al consiglio della mega-cittadina-super-scienziata-senatrice Fattori: ammetto di non saper leggere un paper in molti casi e per questo chiedo aiuto a chi lo sa fare quando ne ho bisogno. Mi permetto però di fare un rilievo ulteriore, che sta alla base e riguarda l’altro pezzettino della sua invettiva contro noi cialtroni: sapere cosa sia un paper scientifico significa anche sapere dove questo viene pubblicato, da chi viene pubblicato e il suo livello di credibilità. Non perché sia impossibile che una rivista mediocre e poco affidabile pubblichi un giorno una ricerca di buon livello (tutto può capitare), ma perché è mooolto probabile che una rivista mediocre e poco affidabile pubblichi delle tremende cialtronate scritte da cialtroni improvvisantisi esperti. Capita anche ai “pezzi grossi”, figuriamoci se non capita alle riviste civetta a cui interessa fare rumore, chiasso, più che contribuire davvero alla conoscenza di tutti.

Ma saranno dubbi e cautele che Monsanto mi avrà instillato con l’ultimo bonifico…

Fonti e approfondimenti sul caso: 

http://scholarlyoa.com/2015/01/08/anti-roundup-glyphosate-researchers-use-easy-oa-journals-to-spread-their-views/

https://mrdrscienceteacher.wordpress.com/2014/12/28/glyphosate-pseudoscience/

http://scienceblogs.com/insolence/2014/12/31/oh-no-gmos-are-going-to-make-everyone-autistic/

http://www.huffingtonpost.com/tamar-haspel/condemning-monsanto-with-_b_3162694.html

http://stradeonline.it/scienza-e-razionalita/1328-no-la-celiachia-non-ha-nulla-a-che-fare-con-il-roundup-e-con-gli-ogm

http://www.ilpost.it/2015/04/12/glifosato-ogm/

http://italiaxlascienza.it/main/2015/08/elena-fattori-il-glifosate-e-il-morbo-celiaco/

La ragione in piazza

bravi ragazzi

Sono giorni difficili, giorni in cui si scende in piazza per protestare contro le storture di una politica insulsa e sorda, a volte cercando più o meno di emulare  marce o retromarce su Roma a fronte di golpe o golpettini che dir si voglia, tanto si sbaglia lo stesso.

Sono giorni in cui un gruppo di animalisti duri e puri è andato ieri  prima a manifestare e poi ad occupare il dipartimento di farmacologia di via Vanvitelli a Milano, con alcuni soggetti che si sono barricati dentro e hanno perfino “salvato” qualche bestiola (in realtà hanno condannato alcuni di quegli animali a morte certa, oltre che fatto buttare via anni di ricerca e soldi). 

Ma le forze del bene si sono finalmente mosse e la Ragione è scesa in piazza, organizzatasi in fretta e furia, per (ri)prendersi con civiltà uno spazio che le compete e che troppo spesso viene occupato -quasi fosse un’esclusiva in questo campo- dal vociare insensato, istintivo, disinformato e spesso tiranno degli animalisti o di portatori di idee senza capo né coda. I ricercatori, gli studenti, sono oggi scesi in piazza per protestare contro quel che è accaduto ieri e far conoscere la verità alle persone che hanno la voglia e la pazienza di ascoltare chi ragiona in modo articolato e non per slogan diffamatori (alcune foto). Pazienza se non erano a centinaia, pazienza se erano da soli senza alcun capoccia a dar loro manforte, è un vizio di tanti uomini e donne di scienza quello di non volersi invischiare troppo col sentimento (spesso a ragione, alcune volte decisamente no). Sono stati grandi.

Voglio dire loro GRAZIE per aver ridato un senso e una dignità alle manifestazioni di piazza, per aver rivendicato il valore del proprio fondamentale lavoro troppo spesso dimenticato e da troppi umiliato. Grazie per esservi fatti vedere e sentire.

Non c’ero fisicamente, ma col cuore ero con voi tutti.