Perché dobbiamo imparare a convivere con l’incertezza

upset-534103_1280Imparare a convivere con il rischio. È una specie di mantra che molti scienziati e comunicatori hanno usato dopo gli eventi sismici del 20 e 29 maggio 2012 in Emilia Romagna. Un messaggio importante, corretto e necessario per una regione e una popolazione che quel rischio lo aveva fino ad allora sottovalutato, quando non proprio ignorato.

Un messaggio (che vale anche oltre i confini emiliano-romagnoli), però, per certi aspetti vuoto e forse anche inefficace, che in alcune declinazione appare legato a una sorta di concetto punitivo: se non state attenti la vostra casa vi crolla in testa, come l’altra volta.

In molte occasioni è stato spiegato il concetto di rischio, con l’immancabile formuletta R=PxVxE (il rischio è il prodotto tra la pericolosità, la vulnerabilità e il valore dei beni esposti).

Intendiamoci, sono informazioni fondamentali che hanno bisogno di essere conosciute, spiegate, ripetute e ‘inculcate’ per arrivare a una migliore gestione del rischio.

Però in tutto questo c’è un sottinteso che viene troppo spesso tralasciato: molte delle nostre decisioni davanti agli eventi catastrofici (ma non solo, succede anche in campo medico ad esempio) sono, e saranno sempre più, frutto di scelte che nascono nello spazio dell’incertezza. Se vogliamo riprendere in mano la formuletta che descrive il rischio, il nostro spazio decisionale risiede nella P, ovvero in ciò che la Protezione Civile definisce la “probabilità che un fenomeno di determinata intensità si verifichi in un certo intervallo di tempo e in una data area”.

Probabilità e incertezza sono parole chiave con le quali dobbiamo imparare a convivere, ancora prima che con il concetto rischio e in maniera propedeutica a quest’ultimo. Siamo in una sorta di no man’s land, una terra di nessuno in cui tutti – dallo Stato ai cittadini, passando per i poteri politici e quelli economici – sono chiamati a giocare la propria partita compiendo delle scelte e assumendosi differenti gradi di responsabilità in merito ad esse.

Il problema è che, seppure costantemente assumiamo decisioni sulla base di un calcolo probabilistico (se esco di casa mi cadrà un mattone in testa? Probabilmente no, uscirò. Se vado di notte in un quartiere molto malfamato qualcuno mi deruberà? Probabilmente sì, non ci andrò), quando si tratta di previsioni affidate alle competenze altrui, dal meteo ai terremoti, tendiamo a pretendere risposte certe, o quasi.

Un ruolo chiave in questo contesto spetta agli operatori della comunicazione (dagli uffici stampa delle istituzioni scientifiche che fanno le previsioni, ai giornalisti, alla comunicazione di protezione civile) che “trasportano” le previsioni da chi le fa verso i pubblici interessati.

Spetta a loro introdurre una diversa routine nel raccontare il rischio e nel fare informazione sulla base di previsioni, che spezzi il legame tra l’aspettativa di risposte semplici richieste dai pubblici di riferimento – la dicotomia sì/no, vero/falso – e il desiderio di fornire un’informazione che si avvicini il più possibile a quella aspettativa, espellendo o limando fino a renderli invisibili gli elementi probabilistici e di incertezza.

È il momento di cambiare il modo in cui si ‘coprono’ certe tematiche. L’incertezza che caratterizza le previsioni della scienza è legata alla complessità dei fattori di cui tenere conto e questa è una parte della storia che deve iniziare ad entrare con impeto nel racconto giornalistico e, più in generale, nella comunicazione sia della scienza in senso ampio che più specificamente del rischio.

Vanno resi espliciti e chiari i motivi che rendono la previsione più o meno accurata, che alzano o abbassano il grado di incertezza, magari evitando di pensare di cavarsela mettendo qualche numero, incomprensibile ai più, sul “grado di confidenza”, trasformando (e qui sta il bello, no?) il linguaggio settoriale in un linguaggio in grado di raggiungere la maggior parte delle persone o, comunque, appropriato al pubblico-target a cui ci si rivolge.

Ovviamente non basta cambiare modo di raccontare, non basta passare dal “si verificherà/non si verificherà” a “probabilmente si verificherà/non si verificherà”: servirà spiegare cosa significhi, caso per caso, quella probabilità e da quali elementi dipende il grado di incertezza, trattando queste informazioni come rilevanti, senza darle per scontate o, al contrario, senza considerarle secondarie. Quando parliamo di rischio la quantità e la qualità delle informazioni non possono non essere ampie (e consistenti, per ridurre al minimo la possibilità di ingenerare confusione): nel caso inverso il rischio aggiunto è quello di fornire elementi insufficienti per poter effettuare correttamente valutazioni e prendere decisioni consapevoli, con l’effetto secondario – ma rilevantissimo – di trasferire la responsabilità o porzioni di essa in capo ai soggetti sbagliati (il caso de L’Aquila docet).

Non è una rivoluzione: si tratta di dare un’informazione corretta per permettere processi decisionali consapevoli, abituando i propri pubblici al fatto che diversi gradi incertezza saranno tutto quello che potranno ottenere per compiere le proprie valutazioni, prendere le proprie decisioni (come singoli e come comunità) e giudicare quelle altrui.

Il modo migliore per convivere con il rischio è convivere con i concetti di probabilità e incertezza, assumendoli come costanti dei nostri processi di informazione prima, di decisione poi.

Non è un percorso semplice né risolutivo ma potrebbe essere un inizio per affrontare in maniera migliore un problema assai complesso e destinato ad espandersi.

Letture interessanti:

Forecast communication through the newspaper Part 1: Framing the forecaster

Forecast communication through the newspaper Part 2: perceptions of uncertainty

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Il rischio di comunicare coi piccioni viaggiatori

Mammutones - credits: KInokiart
Mammutones – credits: Kinokiart
Un abbraccio alla mia isola, la mia casa – Daniele

Italia, anno 2013, Neolitico.

Durante l’alluvione in Sardegna la Protezione civile si è dimenticata completamente dell’esistenza dei social network. È un dato di fatto di cui si sono accorti, ovviamente, gli utilizzatori degli stessi social, Twitter in particolare essendo il canale in cui le informazioni passano più velocemente e in tempo reale con tempi di reazione minimi e in cui ci si aspettava una (maggiore) presenza delle istituzioni. In casi di urgenza può essere un canale eccezionale per diffondere informazioni importanti, da parte di fonti autorevoli, in grado di minimizzare o quanto meno ridurre significativamente il rumore tipico di tali mezzi di comunicazione. 

Solo qualche giorno prima (il 15 novembre) la stessa ProCiv organizzava un seminario magnifico dal titolo “La protezione civile e i social media: comunicare il rischio e il rischio di comunicare” (Sic!).  A leggere i motivi per i quali è stato organizzato si capisce quanto il sistema di comunicazione del rischio e dell’emergenza italiano sia rimasto al palo mentre il mondo cambiava: 

I social network stanno diventando a tutti gli effetti i nuovi mass-media, il luogo dove, sempre più, le cose accadono e dove le informazioni viaggiano continuamente. La loro velocità di propagazione, i tempi di reazione e i flussi polidirezionali impattano non solo sulla forma ma anche sui contenuti della comunicazione tradizionale, mettendone in discussione il modello, il linguaggio e le priorità.
Il Sistema di protezione civile non può rimanere indifferente a questi mutamenti. Ma l’utilizzo dei social media, se vuole tradursi in un razionale ed efficace servizio per la comunità, presenta difficoltà e problemi – quali l’attendibilità, la verificabilità e la validazione delle informazioni – che meritano un’attenta riflessione, soprattutto in considerazione della specificità del modello italiano di protezione civile.
Per questo il Dipartimento della Protezione Civile ha deciso di iniziare un percorso di studio con l’intenzione di potenziare e affinare progressivamente gli strumenti di comunicazione con i cittadini. La giornata “La protezione civile e i social media: comunicare il rischio e il rischio di comunicare” vuole essere un primo passo in questa direzione

Siamo ancora al Neolitico dunque. Non lo dico per essere iper-critico, ma non sopporto che un sistema così importante come quello di protezione civile ritenga che i social media “stanno diventando” i nuovi mass-media: sono già dei mass-media! Facebook conta più di 1miliardo di utenti, dei quali 550milioni attivi ogni giorno. Twitter ha numeri inferiori e un po’ meno certi ma le news e lo scambio rapido di informazioni/commenti passano sempre più spesso per i cinguettii, soprattutto quando si tratta di eventi di massa. La scossa di terremoto che ha poi generato lo tsunami in Giappone può darci un esempio: nell’immagine sotto vedete il numero di tweet per minuto provenienti da diverse parti del mondo subito dopo la scossa.

Immagine e dati da Twit-o-Meter
Immagine e dati da Twit-o-Meter

È evidente come Twitter sia un canale privilegiato nel trasportare l’informazione: in caso di emergenza molte persone riportano la loro esperienza e cercano al contempo delle risposte alle loro domande (cosa è successo? Cosa è stato? Cosa devo fare? Dove devo andare?).

Se non fosse chiaro, sempre rimanendo all’esperienza giapponese:

  • La Tepco, nel marzo 2011, dopo lo tsunami ha attivato un account Twitter per comunicare ufficialmente su black-out o perdite radioattive: 190mila followers in meno di un giorno, diventati rapidamente 300mila
  • Successivamente la Tepco ha aperto 25 diversi account specifici per aree diverse per fornire informazioni alla cittadinanza
  • L’ambasciata Usa incoraggia gli americani in territorio giapponese a utilizzare sms e social media (Facebook, Myspace, Twitter…) per mettersi in contatto coi propri cari
  • Il primo ministro giapponese lancia un account Twitter in lingua inglese per fornire aggiornamenti

Tornando agli Usa, dopo l’attentato con le bombe durante la maratona di Boston la polizia attivò subito un account Twitter per fornire informazioni: da lì arrivo anche l’annuncio della cattura dell’attentatore.

Ma anche in Italia a fronte di qualche evento particolare Twitter diventa un canale -se non “il” canale- tramite cui passa molta informazione,: il caso tragico della Sardegna è un esempio lampante. Dove colpevolmente non è arrivata la comunicazione istituzionale (o è arrivata con troppo ritardo) è arrivato il fai da te con l’hashtag #allertameteoSAR (lanciato dall’utente @insopportabile) che ha identificato il flusso di tweet dentro il quale i cittadini -compresi i tanti colpiti dall’alluvione- si scambiavano informazioni.

Il problema in questi casi è che mancano le informazioni qualificate, quelle che permettono di capire quali siano i comportamenti migliori da tenere. Ad esempio il M5S tramite il blog di Beppe Grillo ha invitato chi lo desiderasse e si sentisse pronto a mandare una mail con i propri dati per andare ad aiutare gli operatori della protezione civile, con l’avvertenza che i selezionati avrebbero dovuto essere pronti con sacco, cena, vestiario e spirito adatto nel giro di circa un’ora. Il problema è che la protezione civile non ha richiesto nessun aiuto di questo tipo e mandare allo sbaraglio delle persone, selezionate non si sa in base a cosa -anche con la generosità del gesto- può metterle inutilmente a rischio nonché intralciare l’operato di chi interviene con competenza. In questo caso avere un centro per il controllo del rumore nell’informazione avrebbe permesso di bloccare o quanto meno dare una versione ufficiale della vicenda da parte della ProCiv (ad esempio: “non abbiamo mandato alcuna richiesta di aiuto, rimanete al sicuro, non esponetevi a pericoli”). Un altro esempio, questa volta in un campo più allargato rispetto alla sola Protezione Civile, è quello degli aiuti: se le istituzioni utilizzassero più e meglio i social media si potrebbe controllare la diffusione di conti correnti fasulli cui mandare gli aiuti economici fornendo un elenco di quelli validati e verificando quasi in tempo reale i dubbi dei cittadini.

Siamo al Neolitico, dicevo,  perché la Protezione Civile italiana non può fare “un primo passo” e “iniziare un percorso di studio” a fine 2013 sulla comunicazione tramite i social media virtuali quando questi sono un fenomeno acclarato da tempo nel panorama della comunicazione. Al di là dell’Atlantico, mentre noi iniziamo a studiare, hanno già tirato un paio di righe e tratto delle conclusioni:

Sono finiti i giorni della comunicazione a senso unico, dove solo le fonti ufficiali forniscono bollettini sui disastri. (Dina Fine Maron, How Social Media Is Changing Disaster Response, Scientific American, giugno 2013)

Il National preparedness report della Fema (Federal Emergency Management Agency, la loro Protezione Civile) analizza il ruolo dei social media nella risposta alle emergenze e rileva che:

 […] most emergency management agencies use social media primarily to push information to the public.

Come ha fatto la stessa Fema durante l’uragano Sandy: per limitare il diffondersi di notizie false (e pericolose in una situazione d’emergenza) ha realizzato un sito per il “Rumor Control” e, contemporaneamente ha sfruttato il crowdsourcing per identificare e fare una prima conta dei danni grazie al contributo dei cittadini.

Il concetto, insomma, è quello di coprire i canali più diffusi e utilizzati per fornire informazioni corrette su ciò che è avvenuto, su ciò che sta avvenendo e su ciò che si deve fare per non mettere in pericolo se stessi e gli altri. Qui siamo rimasti, mi pare, all’idea che ci sia la buona informazione (quella fatta attraverso la tv e i giornali di carta) e la cattiva informazione: quella di internet e dei social media virtuali dove tutti possono dire quel che gli pare. Ma è proprio qui il problema: internet e i social media esistono a prescindere dal giudizio di qualità e tramite loro passa l’informazione: esserne consci e coprire al meglio questi territori è uno dei compiti specifici di qualsiasi moderno ed efficiente sistema di protezione civile.

E se fosse semplicemente sbagliata?

Immagine da Wikipedia

E se fosse semplicemente sbagliata? La sentenza intendo, quella che nel panorama scientifico italiano  fra poco verrà scritta con la “s” maiuscola, quella che in tanti, anche a livello internazionale hanno criticato perché oh, cari giudici medievali, i terremoti non si possono prevedere, stronzi.

Mi sono già espresso due volte su questo blog e ho avuto modo in altre sedi, solitamente Facebook o altri blog, di spiegare la mia posizione sulla sentenza che ha condannato al carcere per omicidio colposo i membri che, durante il terremoto del 6 aprile 2009 a L’Aquila, componevano la Commissione grandi rischi. Ho provato a spiegare che quella sentenza, che magari (e me lo auguro) verrà completamente ribaltata in appello non è una sentenza contro la scienza e non richiede poteri da sciamano a nessuno.

Ieri è uscita una lettera aperta di Enzo Boschi, presidente dell’Ingv ai tempi e anche membro della Cgr, dunque uno dei condannati. Buona parte delle persone che difendono scienza e metodo scientifico (sono fra loro) hanno linkato questa lettera per sottolineare ancora una volta quanto sia assurdo un Paese che condanna gli scienziati per non aver previsto una cosa imprevedibile (non sono fra loro). Anche Boschi è sostanzialmente su questa linea di pensiero e utilizza una frase che credo galvanizzerà molti:

“Rivendico la validità del metodo scientifico e sono pronto a sostenere le mie affermazioni fino a subirne anche pesanti conseguenze, come di fatto già mi sta accadendo. Intendo difendere un principio per me e per qualunque Scienziato non negoziabile: quello della assoluta indipendenza della Ricerca, soprattutto dalla Magistratura!”

Beninteso, Boschi può fare le affermazioni che vuole per difendersi, in gioco c’è la sua libertà e la sua vita, e dato che crede di essere innocente (sostanzialmente lo credo anche io, anche se non credo abbia agito al meglio) è giusto che urli e faccia conoscere la sua posizione. Ma, a differenza di Corrado Clini e tanti altri, pur con tutto lo sforzo possibile, non riesco a considerarlo un Galileo dei nostri tempi, anzi, ritengo questo accostamento decisamente inutile e fuorviante.

La Cgr è stata condannata per un motivo molto semplice: avrebbe violato le norme che ne disciplinano la funzione e tale violazione avrebbe un nesso causale con alcune morti. Questo non va dimenticato quando si dice che la condanna è stata contro la scienza. No, la condanna, anche se fosse sbagliata, è stata contro delle persone che si ritiene abbiano violato la legge. Due in particolare sarebbero le norme violate: quella attinente alla previsione del rischio (non dell’evento specifico) e quella attinente alla corretta informazione. A questo vanno aggiunte un paio di paroline: nel caso di specie. Vale a dire che quelle norme sono state violate non in tutta l’attività svolta dalla Cgr fin lì ma in quella particolare occasione, anzi particolarissima occasione data l’anomalia delle modalità di riunione e i motivi “mediatici” per i quali era stata convocata (cosa che non rientra nei compiti normali dell’organo in questione). Ecco perché alcuni commentatori, me compreso, hanno riassunto la questione come una condanna per cattiva comunicazione del rischio: perché è una definizione che racconta in maniera sintetica il processo e ciò che è accaduto.

Va ricordato anche che la Cgr non è un ente statale che fa scienza, è un organo di consulenza ed è organo propositivo di azioni atte a prevenire il rischio. In quel particolare momento la Commissione, stando al ragionamento del giudice, aveva su di sé anche un ulteriore obbligo di comunicazione, più esteso di quello che aveva in condizioni “normali”, che proprio per le modalità di svolgimento della riunione sarebbe stato violato. Se i suoi membri erano scienziati, la loro attività -al suo interno- non era di tipo prettamente scientifico, e quindi il più possibile libera, ma giuridica: le linee qui le detta la legge e la legge disciplina comportamenti, detta le azioni da compiere, mette paletti, crea obblighi e doveri.

È questo che mi piacerebbe passasse nella discussione: se anche si vuole criticare la sentenza -e io, a differenza della linea cretina e amorfa che tiene il Pd, sono uno di quelli che sostiene che le sentenze si accettano sì ma si devono anche commentare e criticare- si deve cercare di evidenziare come gli obblighi e le condotte richieste dalla legge siano stati perfettamente rispettati facendo così cadere l’eventuale nesso causale, di rilievo penale, all’origine. Il fatto che entrino in gioco anche valutazioni scientifiche è una questione incidentale. Se anche la valutazione dei dati scientifici fosse stata fatta in modo grossolano ed erroneo da parte del giudice, come molti più esperti di me sostengono, ebbene, quella valutazione qualifica un errore di interpretazione, sicuramente importantissimo ai fini della sentenza che però non la fa diventare, solo per questo, contro la scienza o contro gli scienziati. Diventa, “semplicemente”, una sentenza sbagliata, come tante altre, verso imputati che avevano una posizione particolare.
Ragionare laicamente su questa sentenza –i cui effetti concreti costituiscono effettivamente un vulnus per il sistema della Protezione civile italiana-, dovrebbe condurre a due strade: la prima è quella che porta a ragionare sugli eventuali errori contenuti nella sentenza, ma senza forzare uno scontro -che non esiste- fra scienza e giudici nostalgici del medioevo; la seconda porta invece ad aprire un dibattito serio ed ampio sulla comunicazione del rischio, vero punto nodale di tutta la storia che, a furia di concentrarsi quasi esclusivamente sul suddetto scontro, verrà tragicamente perso in qualche in pozzanghera, fino alla prossima volta.

Il google maps dei vulcani

Volcanoes by Region CREDIT: Global Volcanism Program.

Siete alla ricerca di un vulcano? Volete sapere se ci sono vulcani dalle vostre parti o nei luoghi che andrete a visitare? Volete avere informazioni su di essi? Un gruppo di ricercatori nell’ambito di una collaborazione internazionale (Global Volcano Model), ha creato una vera e propria mappa che fa da supporto a un database open access delle eruzioni vulcaniche più pericolose e potenti (magnitudo 4 e oltre) raccolte nel tempo, si chiama LaMEVE (Large Magnitude Explosive Eruptions).

I vulcani in lista sono ben 3300 e sono registrate 1800 attività vulcaniche nel corso dell’ultimo milione e 800mila anni, ovvero dal Neozoico ad oggi e l’intento è quello di aggiungere dati di tempi ancora più antichi, arrivando all’inizio del Neozoico, 2milioni 580mila anni fa. Non tutti i vulcani inclusi nel database sono oggi attivi (grazie a questo ho potuto vedere anche i sei vulcani della “mia” Sardegna), né lo sono stati negli ultimi tempi, ma l’obiettivo è quello di sviluppare uno strumento idoneo alla pianificazione del rischio: infatti la bassa attività abbinata all’alto potenziale distruttivo di molti dei vulcani inseriti nel database sono informazioni decisive sia per gli scienziati, sia per i cittadini che, soprattutto, per le istituzioni statali nella pianificazione e nella preparazione ad eventi sconvolgenti.

I dati inseriti (e inseribili) sono: magnitudo, Indice di esplosività vulcanica (VEI), volume dei depositi, tipo di roccia e date delle eruzioni.  È possibile anche effettuare una ricerca per nome, coordinate o altri dati conosciuti fra quelli elencati.

Il progetto è curato da un team internazionale all’interno dell’Università di Bristol e comprende scienziati americani, giapponesi, colombiani e inglesi e si affianca a un altro database, curato dalla Smithsonian Institution, che riguarda l’attività vulcanica in tutto l’Olocene (gli ultimi 11mila anni, l’epoca geologica in cui viviamo).

Per saperne di più:

http://www.ouramazingplanet.com/4016-volcano-open-access-database.html

http://www.appliedvolc.com/content/1/1/4/abstract

http://www.bgs.ac.uk/vogripa/index.cfm

http://www.globalvolcanomodel.org/news.php

http://www.volcano.si.edu/index.cfm