Batteri maledetti, noi e la produzione di animali

I nostri nemici giurati, forse i nemici con la ‘n’ maiuscola, sono i batteri. O meglio, le infezioni da alcuni batteri dato che sappiamo che con una grossa quantità di essi conviviamo pacificamente e, anzi, viviamo in simbiosi (basti pensare alla flora batterica intestinale). Ma una cosa è certa: trovare batteri nocivi  e resistenti agli antibiotici è per noi una minaccia di primo grado, da allarme rosso. Il problema è che sono sempre di più e che proprio la ricerca sugli antibiotici efficaci è oggi sempre più dura sia per via dei risultati sia per via di investimenti non proprio primari nel settore.

I motivi sono due: o i batteri hanno una naturale resistenza agli antimicrobici che noi conosciamo o che abbiamo sintetizzato oppure, e qui siamo spesso direttamente responsabili, i batteri hanno sviluppato una resistenza dopo essere entrati in contatto con i farmaci. È uno degli esempi più classici di evoluzione per selezione naturale facilmente osservabile dall’uomo (e, a proposito, oggi è il Darwin Day).

Ma perché da anni l’antibiotico resistenza è diventato un grosso problema per l’umanità (ma anche per gli animali con cui abbiamo a che fare di solito)? Perché, sintetizzo: a) usiamo gli antibiotici anche quando non ne abbiamo bisogno e contribuiamo a selezionare i batteri che gli resistono; b) usiamo troppi antibiotici nella produzione di animali (solitamente destinati al macello) per farli crescere di più e meglio: sto parlando dei c.d. antibiotici promotori della crescita che vengono utilizzati non a scopo terapeutico-sanitario ma per motivi legati all’industria alimentare.

Questo secondo fattore ha fatto si  che nel 2006 l’Ue emanasse un regolamento, il 1831/2003, che vieta l’utilizzo di antibiotici promotori della crescita negli animali. Nel 1999 era stata invece vietato l’utilizzo solo per gli antibiotici che trovavano anche un uso terapeutico nell’uomo. Il problema è che queste misure non sono sufficienti e che in molti paesi la regolamentazione in materia è piuttosto blanda.

Il più grosso produttore e consumatore di antibiotici ad esempio, la Cina, li utilizza in modo sostanzialmente indiscriminato e sicuramente poco regolato nella produzione di animali e questo è un grosso fattore quando si parla di resistenza. Alcuni ricercatori hanno infatti studiato dei maiali da produzione di alcune imprese cinesi ed hanno trovato in totale  149  ‘geni della resistenza’ (ovvero i geni che conferiscono ai batteri la resistenza agli antibiotici), con livelli che sono risultati da 192 fino a 28mila volte superiori ai livelli rilevati nel campione di controllo.

Questi dati sono più indicativi in senso generale se pensiamo che gli animali assorbono male il farmaco e dunque lo espellono con le feci, ovvero con quello che poi diventerà il concime per l’agricoltura e che dunque finirà nella terra dove viene coltivato il grano o l’insalata come nelle falde acquifere la cui acqua poi finirà per irrigare qualche campo o nei nostri bicchieri: è il primo passo per la diffusione dei geni della resistenza su vasta scala.

Ecco perché è necessario che anche la produzione di animali trovi una regolamentazione più stringente non solo per quanto riguarda la sua sostenibilità, che è un altro, grosso problema e forse il più chiacchierato, ma anche per quanto riguarda l’uso di antibiotici per scopi non strettamente legati alla salute degli animali stessi e dell’uomo: ne va della nostra salute e della nostra stessa vita.

Alcune fonti:

http://msutoday.msu.edu/news/2013/unchecked-antibiotic-use-in-animals-may-affect-global-human-health/

La fine dell’era antibiotica

http://www.sicurezzaalimentare.it/sicurezza-produttiva/Pagine/Antibiotico-resistenzaesicurezzaalimentareinEuropaRapportodellaOMSpubblicato.aspx

http://europa.eu/rapid/press-release_IP-11-1359_it.htm?locale=en

http://www.nature.com/nrmicro/journal/v9/n12/full/nrmicro2693.html

http://www.salute.gov.it/farmaciVeterinari/paginaInternaMenuFarmaciVeterinari.jsp?id=1449&lingua=italiano&menu=antibiotici

Chi non risponde non vince!

Dibattitoscienza, il gruppo di giornalisti, blogger, appassionati o interessati alla scienza nato su Facebook per iniziativa di Moreno Colaiacovo ha lanciato una lista di 10 domande su temi che hanno a che fare con la scienza, destinate ai candidati premier. L’iniziativa segue quella già portata a termine per le primarie del Pd, in cui altre domande, sempre di carattere scientifico, erano stato poste ai candidati alla guida del centrosinistra (e avevano risposto tutti).

Le domande sono state scelte tramite un voto on-line (democrazia liquida eh!) su una serie di proposte fatte nel forum del sito di dibattioscienza. Sia il voto che il forum erano aperti a chiunque avesse voluto partecipare. Le domande sono state formulate nella loro versione definitiva e alcune sono state accorpate (perché trattavano di temi simili) dando la possibilità di accedere alla rosa delle dieci prescelte ad altre due domande (le più votate fra le escluse, fra le quali la “mia” sulla sperimentazione animale nella ricerca biomedica che magari ci permetterà di capire che fine farà l’orribile emendamento Brambilla alla legge comunitaria).

Sappiamo benissimo che la legge elettorale con la quale voteremo è una ‘porcata’ e che i candidati di facciata potrebbero non corrispondere all’effettivo prossimo Presidente del Consiglio, ma a qualcuno bisognerà pur rivolgersi per conoscere quali idee verranno portate avanti in caso di vittoria.

I diretti interessati sono dunque: Mario Monti, Pierluigi Bersani, Beppe Grillo, Antonio Ingroia, Silvio Berlusconi e Oscar Giannino; li invitiamo dunque a rispondere.

Il termine per rispondere è la mezzanotte del 31 gennaio e i candidati possono inviare le risposte (max 3 cartelle – 6mila battute) all’indirizzo email info@dibattitoscienza.it.

Qui di seguito le 10 domande che potete aiutarci a diffondere su Twitter utilizzando l’hashtag #dibattitoscienza.

1) Investimenti, meritocrazia, trasparenza: quali provvedimenti intende adottare per il rilancio di università e ricerca pubblica?

2) Quali provvedimenti concreti intende adottare per favorire l’innovazione e l’investimento in ricerca delle imprese private?

3) Le direttive 20-20-20 definiscono le politiche energetiche europee. Quali azioni concrete intende adottare per garantire all’Italia un piano energetico in grado di migliorare l’efficienza e minimizzare l’impatto ambientale e il costo dell’energia?

4) Come intende occuparsi della produzione, gestione e smaltimento dei rifiuti solidi urbani, per migliorare l’impatto su ambiente e qualità della vita?

5) Quali misure concrete intende adottare per la messa in sicurezza del territorio nazionale dal punto di vista sismico e idrogeologico? E quali per stimolare il settore edilizio conciliandolo con la salvaguardia del territorio e la lotta alla criminalità organizzata?

6) Qual è la sua opinione sull’Agenda Digitale approvata dal precedente governo e quali sono le sue proposte concrete per la diffusione della banda larga in tutto il Paese?

7) La legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita è stata messa in discussione più volte negli ultimi mesi, con diverse sentenze tra cui quella della Corte di Strasburgo. Si impegnerà ad adeguare questa legge alla giurisprudenza italiana ed europea? Qual è invece la sua posizione a proposito del testamento biologico?

8) Data l’importanza della scienza e della tecnologia nella società contemporanea, quali misure intende adottare, anche a livello scolastico, per favorirne lo sviluppo e contrastare anche il diffuso analfabetismo scientifico e matematico?

9) Come pensa che il suo governo si debba occupare di modifiche climatiche causate dall’uomo? Quali interventi metterà in atto per la mitigazione e/o prevenzione dell’innalzamento dei gas serra?

10) Qual è la sua posizione in merito all’uso di animali nella ricerca biomedica? Pensa sia corretto limitare l’uso di alcune specie animali a scopo di ricerca?

http://www.dibattitoscienza.it/2013/01/11/elezioni-politiche-2013-ecco-le-domande/

La salute e il lato buono di internet

Internet è un grande strumento di comunicazione, questo lo sanno anche i sassi e dirlo è ormai diventato una space di mantra. La sua libertà, più o meno ampia, comporta che chiunque possa scrivere ciò che vuole e che chiunque possa informarsi su ciò che gli interessa come e dove vuole. Rimane il problema della credibilità delle fonti che sulla rete sono spesso nascoste quando non del tutto assenti. È spesso assente anche una verifica della plausibilità delle notizie che è -grossolanamente- ciò che dovrebbe distinguere il lavoro giornalistico dallo semplice scribacchiare sul web (spessissimo non è così, anche perché è un’attività sempre più difficile, ma  questo è un problema a parte).

Uno dei campi in cui le informazioni sbagliate hanno un grande potenziale dannoso è quello della salute/medicina. Una pratica particolare che credo coinvolga più o meno tutti è quella infatti di cercare informazioni riguardo alle malattie che ci colpiscono o che hanno colpito qualcuno a noi vicino. Anche qui si trova di tutto online e spesso è meglio resistere all’impulso di gugolare in cerca di risposte mediche: si rischiano l’ipocondria e la paranoia a leggere i resoconti delle persone, oppure ci si improvvisa medici di se stessi applicando sintomi letti su wikipedia in rapporto a quello che succede a noi o agli amici/parenti. Quando va bene andiamo dal medico e dopo 10 minuti (sempre che la visita arrivi così lontano) pensiamo che lui si sbagli e che noi ne sappiamo di più.

Quando va male si incappa nella trappola omoeopatica o di tutte le altre medicine alternative che promettono guarigioni naturali e indolori alla faccia dei produttori di medicine brutti e cattivi.

Quando va male male male, complice uno stato di disperazione e rassegnazione, la trappola è quella dei guaritori simil filippini, quelli che estirpano il male a mani nude senza ferirci o che ci impongono le mani manco fossero Gesù cristi o re francesi taumaturghi in grado di sanare lebbrosi e scrofolosi.

Eppure, il solo fatto che su internet si possano trovare tante informazioni che hanno a che fare con la salute sembra avere un lato molto positivo, almeno negli Usa.

Secondo uno studio condotto su 2489 persone fra i 40 e i 70 anni da Chul-joo Lee,dell’Università dell’ Illinois at Urbana-Champaign, Jeff Niederdeppe della Cornell University, e Derek Freres,  dell’Università della Pennsylvania e pubblicato sul Journal of Communication, gli americani, specie i meno abbienti e meno ‘letterati’ grazie ad internet cambiano la loro visione “fatalista” sui tumori. In sostanza, avere accesso a una serie di informazioni riguardo i tumori, la loro prevenzione e il loro trattamento scombina la forma mentis che traduce il cancro in una mera questione di fortuna o ‘fato’ e riduce questa visuale fatalista in favore di una più razionale.

Il bello è che secondo i ricercatori questa ‘riduzione’ si ha fra le classi di popolazione più ignoranti e questo non può non significare che l’accesso alla conoscenza, seppure non profonda, è un fattore fondamentale per cambiare i punti di vista nella propria vita. Essere convinti che un tumore dipenda dalla fortuna/sfortuna o dalla volontà di qualche divinità e sapere che invece un fattore fondamentale è lo stile di vita, compreso quello alimentare, fa tutta la differenza del mondo nella prevenzione. Così come la fa sapere che esistono cure (anche se non per tutto) che possono allungare la speranza di vita quando non sconfiggere totalmente il cancro, donando -laddove possibile- speranza anziché rassegnazione a qualcosa che si pensa sia al di là del controllo non solo personale ma proprio umano.

Avere facile accesso alla conoscenza è ciò che contraddistingue la nostra società, tanto che qualcuno la chiama proprio “società della conoscenza”. È uno dei grandi vantaggi che noi umani di oggi abbiamo nei confronti di chi ci ha preceduti non solo per poter essere potenzialmente sempre più liberi, ma anche per essere -imparando a conoscerla e capirla- sempre più padroni della nostra salute e dunque della nostra vita.

Internet, se ben usato, si mostra così come un potente antidoto contro l’ignoranza (e l’irrazionalità).