Vogliamo i dati?

Con la pandemia di Covid-19 è esplosa la grande richiesta di dati: liberi, utilizzabili, valutabili, confrontabili, replicabili e rappresentabili. Zona rossa? Fuori i dati. Zona arancione? E dove sono i numeri?

Servono i dati – per qualcuno servono quelli micro se no tutto è farina del diavolo – per vedere se sono stati rispettati i criteri di proporzionalità, per la trasparenza, per capire le decisioni, per giustificarle pubblicamente.

O dati o niente.

E va bene.

Poi arriva un comunicato stampa di una grossa azienda farmaceutica. Dice che il vaccino che sta sperimentando contro il Sars-CoV-2 è molto, molto promettente.

Dati pochi, solo quelli “buoni” per far crescere le speranze di tutti, pompare gli azionisti e far agitare le Borse.

Ma a chi interessa? Gioiamo e crediamo. A breve sarà tutto finito. Lo shot di ottimismo ha sopito in tanti la fame di dati e la sete di spirito critico.

E via con sperticate lodi al Signore della Vera Scienza ®, al diavolo la sospensione del giudizio. L’altro Signore, quello del Libero Mercato® siede alla sua destra: il capitalismo ha vinto un’altra volta, più in fretta e senza l’aiuto del Leviatano (mmmh, Pinocchi o volutamente distratti?).

Eppure i numeri, i dati, la matematica, la statistica, il controllo pubblico delle procedure invocati come Santi Protettori quando servono da limite per il potere o per contrastare affermazioni straordinarie, ci servono ancora di più quando parliamo proprio di scienza, di vaccini, di trattamenti medici di massa, di risultati straordinari (quello Pfizer e BioNTech lo è) e di scelte politiche per il futuro, come quelle sulla distribuzione futura del vaccino in questione.

I primi risultati sembrano incoraggianti per molti aspetti e speriamo si confermino tali fino alla fine, ma dobbiamo essere molto coscienti che si tratta di dati preliminari di uno studio non ancora concluso, non sottoposto per il momento a pubblicazione e peer review e le cui procedure accelerate dovute all’emergenza mondiale comportano non pochi problemi.

Sappiamo ancora troppo poco e tra quel che non conosciamo ci sono aspetti fondamentali: il vaccino sviluppato da Pfizer e BioNTech che protezione offrirà? Quanto durerà? Chi proteggerà?

Insomma, ok: siamo speranzosi, siamo ottimisti.

Ma vogliamo i dati.

Odio i lunedì (o di Covid, contagi che crollano e giornalismo)

Secondo Open, il giornale online di Enrico Mentana, all’alba dell’ennesimo Dpcm che dovrebbe comportare ulteriori restrizioni – quali di preciso non si sa, ogni volta sono da scartare come le sorprese dell’uovo di Pasqua in primavera e ora come i doni di Natale – i dati epidemiologici di lunedì 2 novembre si leggono così:

Frenata dei casi di Coronavirus in 24 ore: -25%. E l’esecutivo riflette sulle misure più restrittive

o così:

Non solo Lombardia e Veneto: il crollo dei nuovi contagi rallenta l’urgenza del Dpcm

Sul serio? Il giornale che doveva battezzare la “nuova era del giornalismo” ma che sembra sempre più la copia mobile-friendly di quelli della vecchia era, che ha in squadra il super fact-checker David Puente, al 2 novembre ancora non ha inteso – o fa finta? che sarebbe peggio – che i super cali del lunedì non esistono.

Luca Sofri lo raccontava ad aprile per i dati generali, io su Twitter ne ho dato atto qualche volta notando zero nuovi positivi in provincia di Ferrara… perché erano stati refertati zero nuovi tamponi (e oggi, 2 novembre 2002, sono 184 a referto con 89 positivi. Andando a ritroso sono stati 553 domenica; 606 sabato con 122 positivi; 248 venerdì con 55 positivi; 560 venerdì con 42 positivi e via discorrendo).

Dai dati di lunedì – «il calo in 24 ore» – non vi si può dedurre alcuna «frenata nei nuovi contagi» addirittura «particolarmente vistosa» in diverse regioni e soprattutto un giornale non la può raccontare così, neppure se questa è la ragione che porta il Governo a tergiversare, perché semmai sarebbe da notare che tergiversa costruendo castelli con numeri di sabbia.

Fare altrimenti, non mettere quei «cali» nel loro contesto ma esporli anzi asetticamente come significativi, vuol dire dare ai lettori un’informazione sbagliata, creando in loro la falsa sensazione che le cose stiano migliorando quando ad oggi non abbiamo indicatori in tal senso, e che l’urgenza stia già scemando proprio prima di attivare misure più drastiche di quelle in atto per frenare la diffusione di Sars-CoV-2.

In un momento in cui la tensione è molto elevata e in cui si stanno verificando fenomeni di resistenza psico-sociali (uso una terminologia impropria, me ne scuso) verso le limitazioni e verso l’esistenza stessa dell’epidemia, il giornalismo, soprattutto se nato con l’idea di puntare sulla qualità e sul controllo e non come portavoce di questa o quella idea, non può cadere in simili trappole. Sono ancora naive, lo so.

Ah, ovviamente


Cosa vuol dire imparare a convivere con il virus?


Dobbiamo imparare a convivere con il virus

Già da marzo-aprile abbiamo iniziato a sentire e leggere questa frase, ancora oggi ripetuta da parte degli esperti, scienziati, medici, politici, economisti, giornalisti. Lo diciamo spesso anche noi.

Ma cosa significa convivere con il virus, che senso dobbiamo dare a quella frase?

È importante chiedercelo e provare a dare una risposta che sia realistica e accettabile.

Secondo un’interpretazione corrente, convivere con il virus oggi, dopo i mesi primaverili passati in lockdown, significa riprendere a fare una vita più o meno normale, accettando solo qualche limitazione (e a volte nemmeno quella) che sia al massimo un fastidio al quale è facile abituarsi (le mascherine nei luoghi chiusi, ad esempio), ma nulla di più. È un’interpretazione che poggia non su dati scientifici sull’evoluzione dell’epidemia, ma sulla voglia di riscatto di una larghissima fetta di popolazione – compreso chi scrive – che ha visto la propria vita mutare in peggio tra marzo e maggio e che nei mesi successivi di relativa riapertura non ha colmato il gap.

Si dice: non si muore di solo Covid e non possiamo morire di povertà per affrontare solo quel virus che fa meno morti di tante altre cose, quindi ci dobbiamo convivere, magari proteggendo (leggi: isolando il più possibile) i più fragili al suo attacco.

Si rivendica la necessità del ritorno alla normalità. A questo punto interviene il sostegno “scientifico”, che metto tra virgolette perché è un sostegno fasullo. È quello dell’immunità di gregge (o, meglio, di gruppo o di comunità), da raggiungere proprio facendo circolare il virus il più possibile tra le fasce di popolazione che sembrano subirne meno le conseguenze gravi, isolando al contempo gli over 65 (e forse anche gli over 50 che non sono così ‘forti’). È la base della famigerata Great Barrington Declaration, ma è una base fatta col cartone bagnato, non regge il suo stesso peso.

Innanzitutto non si sa se sia possibile raggiungerla né come, non è un fenomeno automatico come in tanti sembrano credere. In secondo luogo comporterebbe un costo in termini di vite umane da sacrificare al dio dell’immunità che è del tutto sproporzionato rispetto all’obiettivo dichiarato di protezione per tutti. Antonio Scalari su Valigia Blu lo ha spiegato molto chiaramente e nel dettaglio e a lui rimando per un approndimento informato.

Allora imparare a convivere con il virus significa altro e significa che dobbiamo fare tutti, come singoli e come società, diversi sforzi e che dobbiamo darci man forte per affrontarli, chiedendo ai decisori che a ogni rinuncia corrisponda una misura di sostegno il più possibile efficace e teso a non lasciare indietro nessuno.

Roberta Villa, che è una giornalista scientifica bravissima, tra i pochi fari informativi in questa pandemia, ci dà questa spiegazione:

Io aggiungo qualche considerazione.

Convivenza significa compromesso. Il virus non è sparito quest’estate, non sparirà magicamente a breve e i suoi effetti sono purtroppo deleteri, perché corrompono il funzionamento di molti aspetti fondamentali della nostra vita sociale: troppo carico negli ospedali significa arrivare all’impossibilità di gestire quell’ “altro” che uccide più della Covid-19 e, a catena, significa dover fermare – banalmente anche solo per le quarantene e gli isolamenti – larghe fette di attività e servizi. Questo già senza prevedere misure di contenimento drastiche.

Convivere con il virus non è dunque un ritorno alla normalità, ma con un’influenza in più. È una vita fatta di nuovi compromessi a tempo indeterminato, speriamo breve. L’esempio dei molti stati occidentali che oggi si ritrovano ad affrontare con variegati lockdown o coprifuoco le conseguenze di una seconda o terza ondata dimostra non che “mal comune, mezzo gaudio”, ma che c’è un’emergenza in corso ovunque, anche dove ora è più sotto controllo.

In questo contesto ai mantra falsamente liberatori del “basta limiti” e del “non si muore di sola Covid” dobbiamo sostituire altri tipi di pretesa: che siano limiti ragionevoli a fronte delle nuove conoscenze e dell’esistenza di misure alternative meno pesanti e che di dimostrino parimenti o più efficaci; che la loro imposizione arrivi sempre con una spiegazione trasparente dei perché e una simultanea presa in carico da parte del sistema statale-sociale-economico; che ci sia tempestività degli interventi in modo da ridurre il più possibile quelli drastici e generalizzati; che non vi siano false promesse che quando non si avvereranno distruggeranno un rapporto di fiducia cittadini-istituzioni già fragile.

Dobbiamo infine pretendere che gli esperti ci restituiscano pubblicamente delle valutazioni che riguardano il loro campo di conoscenza. Non è un suggerimento per eliminare il diritto di ciascuno di esprimere la propria opinione e visione del mondo, ma è il richiamo alla necessità che il mondo culturale – umanistico e scientifico per chi ama la doppia cultura – si responsabilizzi, perché i maggiori danni in questi mesi d’emergenza li hanno fatti loro, prima ancora dei politici, dei giornalisti o dei cittadini irresponsabili, perché ne sono stati la copertura scientifica.

Si può e si deve essere critici, ma quando si riveste un ruolo pubblico importante in forza del proprio essere esperti, è a quell’esperienza che bisogna rifarsi e con elevato rigore.

È certamente, la mia, una posizione naive, ma vorrei indicare nel mio piccolo quali dovrebbero essere le direttici del loro discorso pubblico. Non abbiamo bisogno di virologi che ci spiegano gli effetti economici, né di economisti che discettano di epidemie ed evoluzioni del virus. Non abbiamo bisogno nemmeno di giornalisti e conduttori televisivi che vadano a caccia del titolo ‘eretico’ solo per il gusto di spaccare i contatori auditel o delle condivisioni sui social.

Dobbiamo rifuggire da chi ci racconta che il rischio non c’è o quasi e poi si avventura in mille difese e invenzioni retoriche quando puntualmente viene sotterrato dagli avvenimenti, dai numeri, dalle persone in terapia intensiva e dai morti. Ci raccontano forse qualcosa più accoglibile dalle nostre orecchie stremate dalle brutte notizie quotidiane, ma che è un inganno, un’allucinazione, l’indicazione per un’oasi che è un miraggio.

Non ci servono false speranze o un ottimismo peloso. Abbiamo bisogno di un racconto veritiero, realistico, pezzo per pezzo, per poterci adeguare al meglio a un momento della vita globale complesso e difficile e affrontare ogni passo con il massimo grado di consapevolezza possibile, per agire in maniera positiva.