Covid-19, lockdown e immunità di gregge tra scienza e agenda politica

Il 16 ottobre Valigia Blu ha pubblicato un articolo di Antonio Scalari che smonta la Great Barrington Declaration, una dichiarazione/petizione che ha lo scopo di influenzare il dibattito pubblico e i decisori politici sulle scelte da fare per limitare i danni dovuti all’emergenza epidemiologica da coronavirus Sars-CoV-2. Il merito dell’articolo di Antonio è che ha fatto una cosa importante: ha esposto la base ideologica dei suoi ideatori, finanziatori e buona parte di sostenitori, mostrando anche al pubblico italiano, che in assoluta buona fede poteva (e può) ritenere valida la petizione, quale percorso vi si celi dietro: quello usato dai “mercanti di dubbi”, testato già con successo per quanto riguarda il tabacco, il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici.

Una piccola spiegazione preliminare. La petizione, in particolare, è un manifesto ‘scientifico’ contro le misure di lockdown – perché avrebbero causato e causerebbero irrimediabili danni sociali, economici, psicologici – e a favore del perseguimento dell’immunità di gregge utilizzando la strategia che i firmatari chiamano della Focused Protection: anziani e soggetti deboli vanno isolati il più possibile, gli altri che circolino liberamente e vivano la loro vita normalmente. Il problema è che la declaration contiene pochissime verità e che il perseguimento dell’immunità di gregge, così come suggerito dai firmatari, non solo pare essere difficilmente realizzabile, ma comporterebbe delle scelte etiche insostenibili per una società, e una scienza, che ha a cuore l’interesse di tutti. Altri scienziati, non a caso, hanno pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet il John Snow Memorandum che spinge dalla parte opposta (e andrebbe tradotto ufficialmente in più lingue, italiano compreso) e un articolo pubblicato lunedì su JAMA contribuisce a far capitolare bruscamente l’idea che l’immunità di gregge ‘naturale’ da far acquisire in attesa che arrivi un vaccino efficace (se arriverà) sia percorribile sul serio.

Pur nell’apprezzamento generale, ad Antonio è stato in alcuni casi ‘rimproverato’ (tra virgolette perché erano osservazioni comunque bonarie) di aver premuto troppo sull’aspetto, come dire, più politico della questione, lasciando in secondo piano l’insostenibilità scientifica delle tesi esposte nella Great Barrington Declaration: scegliere la via argomentativa più breve avrebbe dovuto portare al rigetto delle tesi già solo dal punto di vista della percorribilità scientifica, non sarebbe servito molto altro di più.

Chi scrive ritiene invece che l’approcio sia stato quello giusto, per due ragioni.

La prima è che la contestazione sul piano puramente scientifico non ridetermina l’accettabilità o meno di quelle posizioni e, anzi, essendo pochi gli esperti e poche le persone in grado di capire effettivamente gli aspetti più tecnici della questione – in quanti saprebbero davvero argomentare sul perché la Focused Protection è un obiettivo insostenibile? – l’aiuto alla comprensione del contenuto arriva dalla descrizione della scatola perché è il contenitore a offrire le chiavi di lettura valoriali.

Quel che fa Antonio su Valigia Blu è dire al lettore: attenti, perché queste idee che appaiono ragionevoli in superficie sono frutti dell’albero avvelenato. Non stiamo parlando di una tesi scientifica rispettabile ma sbagliata, stiamo parlando d’altro. In questo contesto puntare tutto sulla scienza, inoltre, rischia di alimentare la creazione di una fintoversia, ovvero una far credere che ci sia una reale controversia scientifica su quelle proposte: non c’è. La controversia è di altra natura.

E qui vengo alla seconda ragione: la controversia c’è ma ha natura politica, d’ideologia politica. I suoi proponenti e i suoi sostenitori più accesi (ovviamente non si può fare di tutta l’erba un fascio) hanno un’idea ben precisa di cosa privilegiare in questa pandemia e in generale nella nostra vita sociale: lo spazio delle libertà economiche, della generazione di ricchezza, visto come l’unico in grado di massimizzare le libertà personali e il progredire ordinato di una società in cui va avanti chi dimostra di meritarlo. Se bisogna sacrificare i meno ‘abili’ sull’altare della normalità, si fa: la Focused Protection, alla fine, è proprio questo, nonostante il nome.

L’importante è preservare lo status quo, non fermare l’economia, non porre freni: limitare i limiti. E per farlo si è disposti a tutto, anche ad avvelenare i pozzi.

È esattamente quel che si è visto negli ultimi decenni accadere con le questioni legate al global warming e ai cambiamenti climatici e, fa notare Antonio, guarda caso la petizione è ideata e propagandata dall’AIER, un think tank statunitense che è uno dei campioni del negazionismo climatico e sulla pandemia oggi usa la stessa tattica: ammantare di (finta) scienza l’ideologia, piegare la realtà all’agenda politica.

E non è un caso l’amore reciproco con Donald Trump e la sua amministrazione (qui un bell’esempio), la cui posizione e la cui azione per contrastare la pandemia sono, ahinoi, note: la Casa Bianca sostiene la Great Barrington Declaration.

È un meccanismo che abbiamo visto e vediamo anche in Italia: la risposta all’emergenza, per alcuni ben noti personaggi, è negare che vi sia un’emergenza, negare che sia necessario modificare i propri comportamenti e l’andamento ‘normale’ delle cose. Ci si ammala, si muore, ma pochi, i più deboli e sfortunati, il mondo deve andare avanti come prima. E questo va in contrasto con chi pretende che lo scopo sociale sia quello di preservare la vita di quante più persone possibili, tollerando anche la compressione momentanea di alcune libertà.

Questa è una controversia che riguarda quel che chiediamo ai nostri sistemi sociali, ha a che fare con la scienza nella misura in cui ci sono scienziati che si prestano ad alimentarla, a darle una lucidata per renderla presentabile.

È la dimostrazione, semmai, della non neutralità degli scienziati rispetto ai modelli culturali, sociali, politici ed economici in cui si inseriscono. Adottare un approccio severamente critico su questo aspetto è fondamentale per poter interpretare al meglio bagagli di informazioni che non ci sono tutte immediatamente intellegibili, che non possiamo codificare interamente nei loro aspetti tecnici. E un buon giornalismo deve cercare di offrire buone chiavi di lettura.

I doveri di UniFe e del rettore Zauli, scienziato

Giorgio Zauli (foto dal sito UniFE)

Background

Quando nell’aprile 2019 chiamai al telefono il rettore dell’Università di Ferrara, Giorgio Zauli, per conoscere da lui – unico a poterlo svelare – l’esito dell’indagine della Commissione Etica di UniFe nei suoi confronti, mi liquidò con un netto “non ho tempo da perdere”, chiudendo poi la comunicazione. A tre mesi di distanza, piccato dall’azione di quel gran ficcanaso del prof Lucio Picci, docente a UniBo, ha rivelato, con uno scritto terribile (in cui cita male niente di meno che Joseph Goebbels*) che

“Dopo oltre sei mesi di approfondimenti la Commissione Etica ha archiviato il caso non essendo emersi a mio carico né elementi dolosi né di colpa grave”

Me ne congratulo personalmente, lo sapeva solo da gennaio e come lui gli organi interni a UniFe:

Dell’esito dei lavori della Commissione Etica sono stati puntualmente informati il Senato Accademico ed il Consiglio di Amministrazione nel mese di gennaio 2019.

Chissà che fatica gli sarebbe costata dirmelo direttamente quel giorno d’aprile, dopo avermi bypassato per lungo tempo (il suo ex portavoce, Andrea Maggi, forse ricorderà le mie chiamate con cadenza quasi settimanale e come mi rimbalzava spiegandomi che il rettore – nel frattempo disponibile per varie interviste su altri temi – era molto impegnato. Non ce l’ho con Maggi, faceva il suo lavoro [?]).

Chissà per quale motivo, dopo avergli chiesto pubblicamente un atto di trasparenza, ha deciso d’ignorare completamente il mio invito (a parte il fatto che sono un signor nessuno che non conta un tubo, s’intende, ma insomma, scrivo per un quotidiano che nella ‘sua’ Ferrara un peso lo ha, eccome).

Stando a quanto scrive, il motivo andrebbe ricercato nel fatto che

 l’Università non è in alcun modo obbligata a rendere pubblicamente conto agli organi di stampa dello svolgimento e/o degli esiti dei procedimenti interni o esterni condotti nei confronti di qualsiasi membro della comunità accademica.

Il che, per carità, sarà anche formalmente vero.

Ma Zauli, volontariamente o meno, non considera una cosa: è stato accusato di aver pubblicato delle ricerche scientifiche contenenti dati e immagini manipolate. Non è un fatto esclusivamente interno all’Università di Ferrara: non è stato accusato di aver adottato pratiche amministrative discriminatorie, è stato accusato di aver pubblicato (dunque reso pubbliche, per tutti e non per la sola UniFe) delle ricerche scientifiche problematiche dal punto di vista dell’integrità dei dati. La ricerca scientifica è per sua stessa essenza pubblica. Il ricorso alla Commissione Etica, peraltro e come da lui stesso ammesso, non è una sua iniziativa diretta ma è la sua risposta al ricorso presentato per primo da Leonid Schneider (giornalista e blogger tedesco che per primo ha rilevato le tante segnalazioni apparse su PubPeer) e respinto perché privo di legittimazione ad agire essendo esterno all’Ateneo. La stessa Commissione Etica ha affermato di aver preso in considerazione il caso partendo dalle istanze difensive del rettore e considerandole come autonoma richiesta di valutazione. Una risposta che è arrivata dopo che sia Sylvie Coyaud che io su Estense.com (e in misura minore anche la Nuova Ferrara, che poi ha abbandonato) abbiamo ripreso la questione a livello nazionale e locale, per lungo tempo inascoltati

Lo stimolo è esterno, non interno. E la richiesta del rettore nasce per rispondere ad esso.

La risposta odierna di Zauli non permette di capire se quelle ricerche – pur senza il concorso di un suo dolo o di una sua colpa grave – siano o meno inficiate nella loro validità. Perché la domanda che da (ex?) giurista mi pongo è: se l’esito della valutazione della commissione è che non sono stati ritenuti presenti dolo o colpa grave in Zauli, c’è una qualche condotta sbagliata in quelle ricerche? C’è una colpa comunque, seppure non grave? Chi riguarda? Altri membri dei team di ricerca? C’è davvero una ‘manipolazione’ – per quanto involontaria o non controllabile da Zauli – dei dati e delle immagini?  È necessario saperlo, perché sono ricerche finanziate probabilmente con denaro pubblico o raccolto tra il pubblico, svolte all’interno di Università e laboratori di ricerca pubblici.

Sapere se sono da considerarsi difettose è interesse pubblico e per questo il rettore o gli altri organi accademici di UniFe che sono a conoscenza della situazione avrebbero l’obbligo morale ed etico (anche se il richiamo agli obblighi etici non sembra essere molto gradito a Zauli in un strano accostamento con la minaccia di stato etico dal quale lui rifugge, come il sottoscritto) di renderlo noto e non per puntare per forza il dito contro qualcuno, ma per preservare la qualità e la credibilità della ricerca accademica e scientifica, in un campo così sensibile come è la ricerca biomedica, che ha a che fare con la salute e la vita umana.

Conoscere l’esito completo e il percorso decisionale adottato dalla Commissione Etica permetterebbe di capire se quelle ricerche hanno ancora un valore e quale sia, permetterebbe alle riviste scientifiche che le hanno pubblicate di valutare, eventualmente, una ritrattazione o chiedere delle correzioni. Permetterebbe, insomma, al processo scientifico di compiere appieno il suo corso, di azionare i meccanismi di autocorrezione che lo hanno reso così efficace nella storia del pensiero e dell’azione umana e che non si esauriscono nella revisione tra pari, ma continuano, come è naturale che sia, anche dopo la pubblicazione.

Essere completamente trasparente in questa vicenda forse non è un dovere che gli compete in quanto rettore, gli compete però in quanto scienziato.

 

 

*pure io mi ci sono messo a sbagliare, grazie a chi mi ha segnalato l’assenza di una “e”

Appunti per cambiare il nostro modo di raccontare gli Ogm

 

Negli ultimi giorni è stato pubblicato uno studio dell’Università di Pisa che ha “assolto” le coltivazioni di mais Ogm per quanto riguarda i loro (molto, molto, molto) presunti rischi sanitari, evidenziando che anzi, comportando una riduzione delle pericolose micotossine, risulta anche più sicuro. Si tratta di una metanalisi condotta sulle migliori ricerche effettuate negli ultimi 21 anni, ovvero da quando il mais Ogm è entrato in commercio e ha iniziato ad esser coltivato e venduto.

Ne hanno scritto in tanti, non mi dilungo oltre. Nel frattempo si è riaperto il dibattito pubblico, con i soliti due schieramenti: chi insiste che sia ora che anche l’Italia apra le porte (quelle dei campi soprattutto) agli Ogm e chi, di contro, ribadisce che mai e poi mai l’agricoltura italiana produrrà la farina del Diavolo. È un dibattito sterile, il solito da 20 anni o più, la cui conclusione è già arrivata: ha vinto il divieto.

Riaprilo sulle stesse basi di prima – bianchi contro neri, favorevoli contro contrari, scientisti contro antiscientisti, biotech contro bio e basta – è una inutile perdita di tempo. Non farà cambiare idea a nessuno: chi da 20 anni è convinto che gli Ogm siano il male rimarrà convinto di ciò; chi da 20 anni cerca di dire in tutti i modi che sono vantaggiosi, più sicuri, benefici per l’ambiente e perfino salvifici continuerà a farlo ed entrambi gli schieramenti continueranno a rinfacciarsi i reciproci fallimenti (“ah, guarda quanto mais pieno di micotossine dovete buttare, tutt’altra cosa se solo fosse stato ogm!” o “ah guarda, si sono sviluppate le resistenze, non rende più del mio mais bio”).

A meno che non piaccia così tanto la rissa o il confronto urlato (ma c’è sempre uno Sgarbi o un Cacciari in tv per divertirsi), chi davvero ha intenzione di continuare a perorare la causa a favore degli Ogm è bene, forse, che faccia un passo indietro e inizi a raccontarli in un altro modo. Non alimentando lo scontro tra tifoserie opposte brandendo la mazza della scienza contro i bifolchi ignoranti. Non insistendo nel voler convertire i convertiti, ma agendo a beneficio di quelli che non ne hanno un’idea, che vorrebbero sapere, ché probabilmente sono tanti anche se seguono il vento e che rischiano di rimanere incastrati in una delle due narrative, accettando l’una o l’altra in maniera passiva, acritica, perché la raccontano persone o enti o istituzioni che sembrano affidabili o, semplicemente, più presenti sul piano comunicativo (ogni riferimento a Coldiretti non è puramente casuale). In nessun caso sarebbe un risultato a cui puntare: da una parte, ovvio, vi sarebbe il dissenso; dall’altra la totale incomprensione in una materia, l’agricoltura, che per lo più è raccontata come un mondo da fiaba a cui si aggiungerebbe solamente un altro magico personaggio.

Dato che l’agricoltura non è affatto una fiaba ma sotto molteplici aspetti è una sfida continua, un mondo sempre in bilico, soggetto a una quantità innumerevole di variabili, alcune di esse difficilmente controllabili, iniziamo a raccontarla non nascondendo la sua complessità. Ed è in questa complessità che va inserito il discorso Ogm. Non nella riduzione all’inutile e sbagliata domanda “siete favorevoli o contrari agli Ogm?” ma, anzi, combattendo questa ipersemplificazione della questione, rifiutando di ridurre la risposta a un secco “sì” o “no”, facendo emergere un racconto che sia in grado di dare conto di come, quando, dove e perché gli Ogm possono rappresentare un’alternativa migliore a tutto il resto, senza attribuirgli proprietà che non hanno – come la cancellazione della fame nel mondo, grande mantra del passato -, presentandoli non come una chiave universale, ma come un’attrezzo in più che a determinate condizioni – caratteristiche del terreno, fauna e microfauna, clima, dimensione della produzione ecc ecc – è in grado di aiutarci a far bene e meglio una delle attività umane più importanti per la nostra sopravvivenza da quando siamo diventati animali stanziali.

E i primi a cui rivolgersi dovrebbero essere gli agricoltori, ovvero i soggetti che ogni giorno combattono per sopravvivere e far sopravvivere i loro campi, possibilmente nella maniera più produttiva possibile, lavorando la terra, seminando, curando le piante, sperimentando nuovi approcci e varietà e sperando in un raccolto migliore dell’anno passato. Andrebbe insegnato anche a loro a vedersi e raccontarsi in un modo diverso, meno bucolico, più di persone che si spaccano le mani e spendono soldi per produrre quella roba che poi finisce nei nostri piatti, con le caratteristiche di simil perfezione che oggi noi consumatori chiediamo. Perché se oggi dominano le ‘campagne amiche’, è perché domina l’idea di un’agricoltura spicciola, familiare, da mercatino rionale. Bella, romantica ma che non è quella che fa girare il mondo dell’agroalimentare. Se davvero vogliamo seriamente riaprire le porte del dibattito sugli Ogm con l’obiettivo di farli finalmente entrare, i primi da prendere in consegna con una comunicazione mirata, con la formazione e l’informazione sono gli agricoltori stessi. Sono loro che devono tastare con mano che, in fondo, gli Ogm non rappresentano il male, non sono una sconfitta, una minaccia, ma una possibile soluzione ad alcuni problemi e come tale da prendere in considerazione in maniera laica, soppesando la loro utilità nello stesso modo in cui si soppesano altre colture migliorate per altre vie più “tradizionali”. Sono loro che devono arrivare a dire “vogliamo la possibilità di usare i frutti di questa tecnologia a nostro vantaggio e a vantaggio di tutti”. Se questo passaggio non viene fatto con gli agricoltori per primi, se non sono convinti loro per primi, nessuna politica rivedrà mai le proprie posizioni, perché mancherà la spinta verso l’auspicato cambiamento e questo la sappiamo perché oggi subiamo gli effetti della costante spinta contraria.

In poche parole la proposta è questa: prendiamoci del tempo e ripartiamo (quasi) da zero con la comunicazione sugli Ogm e sull’agricoltura.