Conoscere per ridurre (il rischio sismico)

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C’è una cosa carina che riguarda la prevenzione sismica a Ferrara questa domenica (16 ottobre), organizzata dal Master in giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza* con l’Ingv e il Comune. Ve ne parlo per pubblicizzarla e perché è parte di un percorso che ritengo dovrebbe trovare maggiore spazio a livello istituzionale e culturale, divenire modello.

Ferrara e la sua provincia sono state profondamente ferite dai due grandi eventi sismici del 2012. In quell’estate ci si è risvegliati – in senso letterale – con la consapevolezza che anche quel territorio di pianura è a rischio sismico.

Al di là delle incredibili polemiche su un sisma del tutto naturale causato da un sito di stoccaggio gas inesistente – Cavone, do you remember? – e da quella cosa politico-farsesca che fu l’ideazione della Commissione ICHESE (che, con quelle sue strane conclusioni, ha alimentato, anziché spegnerla, la scintilla del retropensiero) la reazione è stata quella dell’Emilia operaia, del rimboccarsi le maniche, della ricostruzione.

Proprio narrativa della ricostruzione – ne ho scritto già qualche tempo fa – è diventata quasi l’unica chiave di lettura della fase post-sisma. Perché è importante, perché significa, si spera almeno, maggiore sicurezza strutturale degli edifici e, soprattutto, rinascita.

Il problema – o, almeno, questa è la mia impressione – è che il grande peso dato alla ricostruzione e alla prevenzione sismica, intesa come miglioramento strutturale degli edifici pubblici, ha quasi del tutto assorbito tutto il discorso più grande sulla prevenzione sismica tout court.

È rimasto molto indietro una fase che considero invece fondamentale: quella dell'”educazione” alla prevenzione e al rischio. Ed è questo di cui si occupa l’iniziativa che voglio segnalare.

Si chiama PlayDecide, è un gioco che coinvolge i cittadini che interpretano un ruolo (il sindaco, l’esperto, il semplice cittadino) e si cerca insieme di prendere le decisioni migliori per mitigare il rischio sismico. È un modo, divertente, non solo per conoscere ma anche per prendere coscienza del rischio ed essere in grado di attivarsi socialmente nella vita reale e spingere se stessi, gli altri e gli amministratori pubblici verso buone pratiche di prevenzione. Questo video lo spiega meglio:

È solo un primo step. C’è infatti un progetto di più ampio respiro sotto in parte nuovo, in parte già iniziato qualche anno fa con l’elaborazione partecipata di 10 cose da fare per rendere più sicure le nostre case.

Con questa iniziativa prende infatti il via a Ferrara KnowRISK, un progetto finanziato dalla Commissione Europea, a cui partecipa anche l’INGV. Il progetto è stato attivato a Ferrara dal Master in Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza in collaborazione con il Comune, e ha l’obiettivo individuare strategie efficaci e sostenibili per la riduzione del rischio, ponendo l’accento sulle misure per diminuire la vulnerabilità non-strutturale delle abitazioni.

Questo sul principio che non sono solo le scosse a provocare morti e feriti (mi verrebbe da dire che scosse come quelle del 2012 non dovrebbero proprio avere alcun effetto disastroso), ma anche ciò che ci può cadere addosso nelle nostre case, come librerie, armadi, o semplici oggetti. Solo che non ci badiamo, pur essendone coscienti non ne siamo del tutto consapevoli, forse siamo (oggi) colpevolmente disinteressati.

Ecco perché è importante formare questa consapevolezza, costruendola in modo partecipato con strumenti e strategie che non siano un semplice libricino di consigli, ma che permettano il confronto, l’emersione dei dubbi e la risoluzione facendo sentire i partecipanti coinvolti in questo piccolo processo decisionale.

Non è La Soluzione, ma un piccolo step tra i tanti che vanno fatti per elaborare collettivamente e singolarmente una nuova cultura del rischio e della sua riduzione, della responsabilizzazione di cui oggi abbiamo bisogno per non ricadere sempre negli stessi errori e riascoltare a ogni tragedia sempre le stesse frasi, ormai diventante standard.

Insomma, è una di quelle iniziative che dovrebbero girare gran parte dell’Italia in una strategia – oggi quasi del tutto inesistente – tesa a formare una nuova consapevolezza sui terremoti.

*Sono un collaboratore del Master in questione

(la foto è di Brett Hondow, public domain, Pixabay)

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Noi e il terremoto. Sempre le stesse cose

cracks-1287495_640L’ennesimo terremoto distruttivo in Italia, l’ennesima sequenza sismica in un’area in cui la probabilità che si verifichi è altissima, i morti, i feriti, le accuse immancabili, la disperazione e sempre le stesse parole come corollario: manca la prevenzione, in Italia non si costruisce bene, ci si muove solo a danno fatto, il Giappone…

È tutto vero.

Ed è frustrante che ogni pochi anni ci ritroviamo tutti a dire le stesse cose, pur piangendo luoghi e persone diversi. È frustrante dover sempre leggere, ascoltare e ripetere sempre le stesse verità, che sembrano essere immutabili, parte del nostro DNA.

Ed è proprio qui, forse, il problema principale, il nostro DNA culturale: se l’ex presidente dell’Ingv Enzo Boschi ammonisce dopo l’ennesima tragedia che in Italia si costruisce bene solo dopo i sismi gravi – e ha ragione da vendere – quello che dobbiamo metterci in testa noi, tutti noi, è che prima di costruire bene dobbiamo fare un passo preliminare. Diventare veramente coscienti del fatto che viviamo sopra la terra e che quando ha voglia di ballare – e può farlo in maniera davvero sgraziata – non siamo invitati ma costretti a danzare con lei. Per questo dobbiamo imparare come si fa a non farci pestare i piedi e cadere con il culo per terra, ascoltando e mettendo in pratica gli insegnamenti di chi sa cosa fare e come farlo.

Significa imparare a convivere con il rischio, a non rimandarlo, a non guardare troppo al di là delle proprie responsabilità personali. Perché quando la terra trema, danziamo tutti e tutti siamo responsabili delle sue conseguenze. Significa considerarci – noi, uno per uno – responsabili di quel che potrà accadere e agire di conseguenza (adeguare le nostre case senza aspettare, proporre un nuovo mercato in questo senso, educare i nostri figli e insegnare loro regole di comportamento che dobbiamo imparare a padroneggiare noi per primi) . E così responsabilizzare anche la politica e le istituzioni, chiedendo o pretendendo che la prevenzione – l’educazione al rischio prima ancora della sua riduzione reale – faccia parte dell’agenda politica di chiunque decidiamo di mandare nella stanza dei bottoni.

Solo allora cambieranno le parole che oggi conosciamo a memoria, solo allora il valzer delle responsabilità sarà davvero un ballo per pochi. Solo allora avremo meno lacrime a solcare la polvere sui nostri visi e più sospiri di sollievo quando tutto sarà passato.

La narrativa della ricostruzione a tre anni dal sisma emiliano

La chiesa di San Paolo a Mirabello (Fe). Foto di Mario Fornasari/CC BY 2.0/Wikipedia
La chiesa di San Paolo a Mirabello (Fe). Foto di Mario Fornasari/CC BY 2.0/Wikipedia

Sono passati tre anni dal 20 maggio 2012, quando una parte dell’Emilia Romagna – soprattutto nel modenese e nel ferrarese – ha avuto un brusco risveglio poco dopo le 4 del mattino grazie a un sisma di magnitudo momento 5.9.

Siamo ancora nel mezzo dell’anniversario, altre forti scosse si verificarono il 29 maggio e poi il 3 giugno. Siamo in mezzo, dunque, anche alle celebrazioni di quell’anniversario.

E non parlo a caso di ‘celebrazioni’. In questi tre anni quando si parla di sisma a livello istituzionale – parlo del caso di Ferrara, che credo di conoscere meglio – si usa quasi esclusivamente una narrativa basata su due pilastri: il ricordo delle vittime e quello della ricostruzione.

Ed è proprio sulla narrativa della ricostruzione che vorrei spendere i miei due cent di riflessione.

Perché se da un lato è normale che sia dia risalto alla risposta delle comunità immediatamente dopo le emergenze (ecco, magari evitando la storiella di essersi rimessi in piedi da soli senza piangere e aspettare interventi da Bologna e Roma come hanno fatto altri, che non è vero e basta leggere le cronache politiche di tre anni fa e di oggi) e di quanto si è fatto e si sta facendo per ripristinare gli edifici e renderli più sicuri, manca, in tutta questa storia, l’attenzione – politica, economica e sociale – sul fattore forse principale: la prevenzione.

Non parlo di prevenzione intesa come messa in sicurezza degli edifici: fondamentale per quanto colpevolmente tardiva, ma di quella che va fatta a livello culturale.

Oggi è forse passato il messaggio che gli eventi sismici del 2012 non erano un’evento inaspettato, quasi impossibile, ma la sensazione è che non ci sia sufficiente attenzione sul fatto che quegli eventi potrebbero ri-verificarsi, magari questa volta letteralmente sotto i piedi dei ferraresi, anche domani. L’idea che il sisma 2012 non sia un’eccezione viene cioè vanificata con una sorta di inconscio collettivo espresso molto bene dalle parole di una tabaccaia che un’anno fa mi disse: “Ormai abbiamo già dato, il prossimo speriamo sia tra altri 500 anni”.

Un inconscio alimentato proprio dalla narrativa pompata della ricostruzione che da una parte rimette le cose a posto e dall’altra le rende più sicure, contribuendo a spostare in maniera malsana l’assunzione di rischi e responsabilità (e di oneri e, in questo caso, di onori) dalle singole persone (e la collettività che costituiscono) alle amministrazioni pubbliche e ai loro rappresentanti politici.

Ovviamente le mie sono solo impressioni – e in quanto tali hanno un valore molto limitato – frutto di qualche esperienza aneddotica, ma anche della constatazione di una certa scarsità di percorsi di formazione sul rischio (ci sono, ma non si vedono granché) diretti alla cittadinanza.

Per la verità lo Urban Center del Comune di Ferrara aveva dato vita a un progetto partecipato, “Battiamo il sisma”, per coinvolgere amministratori, tecnici, esperti e cittadini nell’identificare una serie di buone pratiche per la gestione ordinaria del rischio sismico, incentrata molto – e comprensibilmente – sull’edilizia. Un’iniziativa meritevole (ce ne sono anche altre sul campo), utile, ma che ha rivelato anche un certo disinteresse della cittadinanza prima (che ha partecipato meno di quanto ci si potesse aspettare) e della politica poi, che a quelle buone pratiche ha dato una visibilità scarsissima tanto che, a tre anni dal sisma, il punto della situazione comprende ormai solo lo stato di avanzamento dei lavori edili.

Ma quel punto della situazione – oltre a raccontare quanto siamo stati bravi nella ricostruzione – non può non comprendere una riflessione, seria e strutturata, anche sullo stato di avanzamento di una formazione alla cultura del rischio (sismico). Che vuol dire certamente preparasi lo zainetto da portare via in caso di terremoti (quanti lo hanno a portata di mano?) che rendono pericoloso rimanere in casa, sapere dove andare (a proposito: quanti ferraresi sanno dove sono i punti di attesa, quanti hanno ricevuto la mappa (stampata in ‘ben’ 10mila copie) e dove sono le indicazioni con i percorsi per raggiungerli?), ma anche, se non soprattutto, cambiare il più possibile la forma mentis della popolazione in termini di convivenza costante con un certi tipi di rischio in modo da saper leggere le informazioni e il grado elevato di incertezza che conterranno e adottare azioni quotidiane che quel rischio potrebbero abbassarlo.

Ricostruzione significa anche fare un passaggio culturale in tal senso ma, evidentemente, non potendo portare dati e numeri quantificabili immediatamente in euro, si preferisce lasciare da parte questa parte del racconto.

Perché dobbiamo imparare a convivere con l’incertezza

upset-534103_1280Imparare a convivere con il rischio. È una specie di mantra che molti scienziati e comunicatori hanno usato dopo gli eventi sismici del 20 e 29 maggio 2012 in Emilia Romagna. Un messaggio importante, corretto e necessario per una regione e una popolazione che quel rischio lo aveva fino ad allora sottovalutato, quando non proprio ignorato.

Un messaggio (che vale anche oltre i confini emiliano-romagnoli), però, per certi aspetti vuoto e forse anche inefficace, che in alcune declinazione appare legato a una sorta di concetto punitivo: se non state attenti la vostra casa vi crolla in testa, come l’altra volta.

In molte occasioni è stato spiegato il concetto di rischio, con l’immancabile formuletta R=PxVxE (il rischio è il prodotto tra la pericolosità, la vulnerabilità e il valore dei beni esposti).

Intendiamoci, sono informazioni fondamentali che hanno bisogno di essere conosciute, spiegate, ripetute e ‘inculcate’ per arrivare a una migliore gestione del rischio.

Però in tutto questo c’è un sottinteso che viene troppo spesso tralasciato: molte delle nostre decisioni davanti agli eventi catastrofici (ma non solo, succede anche in campo medico ad esempio) sono, e saranno sempre più, frutto di scelte che nascono nello spazio dell’incertezza. Se vogliamo riprendere in mano la formuletta che descrive il rischio, il nostro spazio decisionale risiede nella P, ovvero in ciò che la Protezione Civile definisce la “probabilità che un fenomeno di determinata intensità si verifichi in un certo intervallo di tempo e in una data area”.

Probabilità e incertezza sono parole chiave con le quali dobbiamo imparare a convivere, ancora prima che con il concetto rischio e in maniera propedeutica a quest’ultimo. Siamo in una sorta di no man’s land, una terra di nessuno in cui tutti – dallo Stato ai cittadini, passando per i poteri politici e quelli economici – sono chiamati a giocare la propria partita compiendo delle scelte e assumendosi differenti gradi di responsabilità in merito ad esse.

Il problema è che, seppure costantemente assumiamo decisioni sulla base di un calcolo probabilistico (se esco di casa mi cadrà un mattone in testa? Probabilmente no, uscirò. Se vado di notte in un quartiere molto malfamato qualcuno mi deruberà? Probabilmente sì, non ci andrò), quando si tratta di previsioni affidate alle competenze altrui, dal meteo ai terremoti, tendiamo a pretendere risposte certe, o quasi.

Un ruolo chiave in questo contesto spetta agli operatori della comunicazione (dagli uffici stampa delle istituzioni scientifiche che fanno le previsioni, ai giornalisti, alla comunicazione di protezione civile) che “trasportano” le previsioni da chi le fa verso i pubblici interessati.

Spetta a loro introdurre una diversa routine nel raccontare il rischio e nel fare informazione sulla base di previsioni, che spezzi il legame tra l’aspettativa di risposte semplici richieste dai pubblici di riferimento – la dicotomia sì/no, vero/falso – e il desiderio di fornire un’informazione che si avvicini il più possibile a quella aspettativa, espellendo o limando fino a renderli invisibili gli elementi probabilistici e di incertezza.

È il momento di cambiare il modo in cui si ‘coprono’ certe tematiche. L’incertezza che caratterizza le previsioni della scienza è legata alla complessità dei fattori di cui tenere conto e questa è una parte della storia che deve iniziare ad entrare con impeto nel racconto giornalistico e, più in generale, nella comunicazione sia della scienza in senso ampio che più specificamente del rischio.

Vanno resi espliciti e chiari i motivi che rendono la previsione più o meno accurata, che alzano o abbassano il grado di incertezza, magari evitando di pensare di cavarsela mettendo qualche numero, incomprensibile ai più, sul “grado di confidenza”, trasformando (e qui sta il bello, no?) il linguaggio settoriale in un linguaggio in grado di raggiungere la maggior parte delle persone o, comunque, appropriato al pubblico-target a cui ci si rivolge.

Ovviamente non basta cambiare modo di raccontare, non basta passare dal “si verificherà/non si verificherà” a “probabilmente si verificherà/non si verificherà”: servirà spiegare cosa significhi, caso per caso, quella probabilità e da quali elementi dipende il grado di incertezza, trattando queste informazioni come rilevanti, senza darle per scontate o, al contrario, senza considerarle secondarie. Quando parliamo di rischio la quantità e la qualità delle informazioni non possono non essere ampie (e consistenti, per ridurre al minimo la possibilità di ingenerare confusione): nel caso inverso il rischio aggiunto è quello di fornire elementi insufficienti per poter effettuare correttamente valutazioni e prendere decisioni consapevoli, con l’effetto secondario – ma rilevantissimo – di trasferire la responsabilità o porzioni di essa in capo ai soggetti sbagliati (il caso de L’Aquila docet).

Non è una rivoluzione: si tratta di dare un’informazione corretta per permettere processi decisionali consapevoli, abituando i propri pubblici al fatto che diversi gradi incertezza saranno tutto quello che potranno ottenere per compiere le proprie valutazioni, prendere le proprie decisioni (come singoli e come comunità) e giudicare quelle altrui.

Il modo migliore per convivere con il rischio è convivere con i concetti di probabilità e incertezza, assumendoli come costanti dei nostri processi di informazione prima, di decisione poi.

Non è un percorso semplice né risolutivo ma potrebbe essere un inizio per affrontare in maniera migliore un problema assai complesso e destinato ad espandersi.

Letture interessanti:

Forecast communication through the newspaper Part 1: Framing the forecaster

Forecast communication through the newspaper Part 2: perceptions of uncertainty

Train to nowhere

Premessa: 1) non mi dilungo su dettagli tecnici; 2) non mi dilungo sui dettagli di tutta la storia; 3) è sabato; 4) oggi vi metto anche la musica.

Dopo il sisma che nel 2012 ha colpito l’Emilia la Regione Emilia Romagna ha deciso di formare una commissione di esperti per cercare di dare alcune risposte sulla sua origine. Una roba nata, diciamolo, per fornire ai cittadini più dubbiosi, più incerti, risposte autorevoli e il più possibile imparziali su alcune questioni che si facevano largo nell’opinione pubblica, una su tutte: siamo stati noi con le nostre attività nel sottosuolo a provocare le due scosse del 20 e 29 maggio? (Meglio: siete stati voi e i vostri amichetti petrolieri con i vostri fottuti piani di sfruttamento della Natura a causare tutto?).

All’inizio molti attivisti e alcuni politici dell’area ‘anti’ (che chiamerò No Triv per comodità da qui in poi) misero in discussione l’imparzialità della commissione: quelli lì hanno avuto contatti a più livelli coi petrolieri, vedrete che uscirà fuori solo la solita ‘sola’, non ce le beviamo.
Poi, una volta reso noto in maniera rocambolesca il rapporto ICHESE (conservato nei cassetti della Regione per un po’ di mesi, con gli assessori regionali che sfacciatamente facevano finta di nulla negli incontri con i No Triv, prima che Science scoperchiasse tutto), tutti a ricredersi: gli scienziati avevano trovato una pistola che forse era fumante nel 2012 nel giacimento di Cavone e chiedeva di fare il ‘guanto di paraffina’ per vedere se quella mano aveva premuto il grilletto. Il famoso “non si può escludere” ecc. ecc.

Il modo in cui sono andate le cose – oltre a far fare una clamorosa figuraccia alla Regione – ha ribaltato anche i piani dei No Triv: “Ah, gli scienziati buoni hanno trovato il colpevole e voi politicanti cattivi ce lo volevate nascondere per poter continuare a rendere la nostra terra una groviera”. I dubbi si sono letteralmente trasformati in certezze: le estrazioni a Cavone hanno determinato la catena di eventi sismici (terminologia non corretta? Portate pazienza…premesse 1, 2 e 3) che ha scombussolato l’Emilia e la Regione (insieme al Mise) stavano tentando di nasconderlo (probabile invece che non sapessero come comportarsi con i propri scettici cittadini di fronte a questioni legate alla probabilità, uno dei grandi e temibili mostri che si frappongono nel rapporto tra scienza e società).

Dopo ICHESE sono successe varie cose: la Regione ha bloccato i nuovi permessi per precauzione (ma ha lasciato stare le attività già in essere, vai a capire il senso logico), una nuova commissione si è formata per fare quel benedetto ‘guanto di paraffina’ al Cavone e, infine, gli esami della polizia scientifica hanno scagionato il principale imputato: Cavone è innocente.
Il test della scientifica è stato ‘validato’, ma solo nei metodi usati, dall’INGV. Questo perché la ‘scientifica’ aveva usato prove un po’ più vecchie rispetto al verificarsi del fatto, prodotte dalla difesa dell’imputato (le avevano trovate gli investigatori dell’Agip prima del sisma) e dunque serviva un ente super partes per confermare che erano utilizzabili.

Il senso di tutta l’operazione è ancora disperso da qualche parte. Tipo: se c’erano già studi considerati dirimenti prima del rapporto ICHESE, perché quest’ultimo non ha fugato subito ogni dubbio utilizzandoli? (non sto accusando, sto proprio chiedendo). Perché nessuno ha chiesto a nessuno come mai dopo la prima scossa (quella del 20) non è stata pre-allertata la popolazione che – magari, forse, non lo sappiamo ma è probabile, non si può escludere – ci sarebbe stata un’altra scossa a breve? Perché nessuno ha chiesto a nessuno lumi sulla terza scossa?

E, ancora e più importante, cosa abbiamo guadagnato tutti quanti da questa storia? Qualcuno dirà – legittimamente – che ne sappiamo di più. Io (che conto quanto una moneta da 500 lire), e su questo convengo con l’ex presidente dell’INGV Enzo Boschi (sempre molto critico in tema) penso che, alla fine, siamo davanti a una vicenda ridicola. Che non ci sta portando da nessuna parte: i No Triv sono diventati No No No No No e ancora No (avete capito? No!) Triv, la Regione annuncia che tutto è ok e che presto si ritorna a bomba. Nel frattempo nessuno si interroga più su una cosa importante: dato che i morti non li fanno i terremoti ma gli edifici non adeguati alle sollecitazioni sismiche, di chi è la vera colpa di tutto quanto è successo? E fino a che punta arriva? E cosa stiamo facendo, nel frattempo che cerchiamo un pistolero che non è mai esistito, per far sì che non accada più o, quantomeno, per mitigare di molto il rischio (stante il fatto che la pericolosità rimane sempre quella)?

Sotto molti aspetti non è cambiato un tubo.

Anzi sì, il modo in cui è stata architettata la storia (a partire dal fatto che la Regione abbia chiesto a un gruppo di esperti se un progetto mai realizzato abbia potuto concretamente dare vita al terremoto: stoccaggio gas a Rivara: un po’ come se chiedeste a un pool di esperti se pensando intensamente e in maniera birichina a Jessica Alba la si possa far rimanere incinta), la mancanza di trasparenza della politica istituzionale, una comunicazione stupida, la caccia al capro espiatorio per far star buoni i rompi balle, hanno prodotto solo peggioramenti: chi pensava prima a cause antropiche, oggi ne è ancora più convinto, chi pensava a cause naturali oggi è convinto come ieri, chi pensava che la scienza e gli scienziati fossero in qualche modo in una posizione di imparzialità si è accorto, casomai ce ne fosse stato ancora bisogno, che a un certo punto tutto viene fagocitato dalle logiche politiche (e economiche), anche quando non si dovrebbe, anche quando l’intento dichiarato era un altro: insomma, dal rapporto ICHESE in giù, la scienza ha perso credibilità agli occhi di molti, la politica idem, le istituzioni idem con patate. Alcune cose – forse quelle più importanti – sembrano cambiate in peggio.

Train to nowhere.

Sì, sono stato superficiale (premesse 1, 2 e 3). Dunque vi rimando a chi è più bravo, tipo Silvia Bencivelli su Strade

Il rischio di comunicare coi piccioni viaggiatori

Mammutones - credits: KInokiart
Mammutones – credits: Kinokiart
Un abbraccio alla mia isola, la mia casa – Daniele

Italia, anno 2013, Neolitico.

Durante l’alluvione in Sardegna la Protezione civile si è dimenticata completamente dell’esistenza dei social network. È un dato di fatto di cui si sono accorti, ovviamente, gli utilizzatori degli stessi social, Twitter in particolare essendo il canale in cui le informazioni passano più velocemente e in tempo reale con tempi di reazione minimi e in cui ci si aspettava una (maggiore) presenza delle istituzioni. In casi di urgenza può essere un canale eccezionale per diffondere informazioni importanti, da parte di fonti autorevoli, in grado di minimizzare o quanto meno ridurre significativamente il rumore tipico di tali mezzi di comunicazione. 

Solo qualche giorno prima (il 15 novembre) la stessa ProCiv organizzava un seminario magnifico dal titolo “La protezione civile e i social media: comunicare il rischio e il rischio di comunicare” (Sic!).  A leggere i motivi per i quali è stato organizzato si capisce quanto il sistema di comunicazione del rischio e dell’emergenza italiano sia rimasto al palo mentre il mondo cambiava: 

I social network stanno diventando a tutti gli effetti i nuovi mass-media, il luogo dove, sempre più, le cose accadono e dove le informazioni viaggiano continuamente. La loro velocità di propagazione, i tempi di reazione e i flussi polidirezionali impattano non solo sulla forma ma anche sui contenuti della comunicazione tradizionale, mettendone in discussione il modello, il linguaggio e le priorità.
Il Sistema di protezione civile non può rimanere indifferente a questi mutamenti. Ma l’utilizzo dei social media, se vuole tradursi in un razionale ed efficace servizio per la comunità, presenta difficoltà e problemi – quali l’attendibilità, la verificabilità e la validazione delle informazioni – che meritano un’attenta riflessione, soprattutto in considerazione della specificità del modello italiano di protezione civile.
Per questo il Dipartimento della Protezione Civile ha deciso di iniziare un percorso di studio con l’intenzione di potenziare e affinare progressivamente gli strumenti di comunicazione con i cittadini. La giornata “La protezione civile e i social media: comunicare il rischio e il rischio di comunicare” vuole essere un primo passo in questa direzione

Siamo ancora al Neolitico dunque. Non lo dico per essere iper-critico, ma non sopporto che un sistema così importante come quello di protezione civile ritenga che i social media “stanno diventando” i nuovi mass-media: sono già dei mass-media! Facebook conta più di 1miliardo di utenti, dei quali 550milioni attivi ogni giorno. Twitter ha numeri inferiori e un po’ meno certi ma le news e lo scambio rapido di informazioni/commenti passano sempre più spesso per i cinguettii, soprattutto quando si tratta di eventi di massa. La scossa di terremoto che ha poi generato lo tsunami in Giappone può darci un esempio: nell’immagine sotto vedete il numero di tweet per minuto provenienti da diverse parti del mondo subito dopo la scossa.

Immagine e dati da Twit-o-Meter
Immagine e dati da Twit-o-Meter

È evidente come Twitter sia un canale privilegiato nel trasportare l’informazione: in caso di emergenza molte persone riportano la loro esperienza e cercano al contempo delle risposte alle loro domande (cosa è successo? Cosa è stato? Cosa devo fare? Dove devo andare?).

Se non fosse chiaro, sempre rimanendo all’esperienza giapponese:

  • La Tepco, nel marzo 2011, dopo lo tsunami ha attivato un account Twitter per comunicare ufficialmente su black-out o perdite radioattive: 190mila followers in meno di un giorno, diventati rapidamente 300mila
  • Successivamente la Tepco ha aperto 25 diversi account specifici per aree diverse per fornire informazioni alla cittadinanza
  • L’ambasciata Usa incoraggia gli americani in territorio giapponese a utilizzare sms e social media (Facebook, Myspace, Twitter…) per mettersi in contatto coi propri cari
  • Il primo ministro giapponese lancia un account Twitter in lingua inglese per fornire aggiornamenti

Tornando agli Usa, dopo l’attentato con le bombe durante la maratona di Boston la polizia attivò subito un account Twitter per fornire informazioni: da lì arrivo anche l’annuncio della cattura dell’attentatore.

Ma anche in Italia a fronte di qualche evento particolare Twitter diventa un canale -se non “il” canale- tramite cui passa molta informazione,: il caso tragico della Sardegna è un esempio lampante. Dove colpevolmente non è arrivata la comunicazione istituzionale (o è arrivata con troppo ritardo) è arrivato il fai da te con l’hashtag #allertameteoSAR (lanciato dall’utente @insopportabile) che ha identificato il flusso di tweet dentro il quale i cittadini -compresi i tanti colpiti dall’alluvione- si scambiavano informazioni.

Il problema in questi casi è che mancano le informazioni qualificate, quelle che permettono di capire quali siano i comportamenti migliori da tenere. Ad esempio il M5S tramite il blog di Beppe Grillo ha invitato chi lo desiderasse e si sentisse pronto a mandare una mail con i propri dati per andare ad aiutare gli operatori della protezione civile, con l’avvertenza che i selezionati avrebbero dovuto essere pronti con sacco, cena, vestiario e spirito adatto nel giro di circa un’ora. Il problema è che la protezione civile non ha richiesto nessun aiuto di questo tipo e mandare allo sbaraglio delle persone, selezionate non si sa in base a cosa -anche con la generosità del gesto- può metterle inutilmente a rischio nonché intralciare l’operato di chi interviene con competenza. In questo caso avere un centro per il controllo del rumore nell’informazione avrebbe permesso di bloccare o quanto meno dare una versione ufficiale della vicenda da parte della ProCiv (ad esempio: “non abbiamo mandato alcuna richiesta di aiuto, rimanete al sicuro, non esponetevi a pericoli”). Un altro esempio, questa volta in un campo più allargato rispetto alla sola Protezione Civile, è quello degli aiuti: se le istituzioni utilizzassero più e meglio i social media si potrebbe controllare la diffusione di conti correnti fasulli cui mandare gli aiuti economici fornendo un elenco di quelli validati e verificando quasi in tempo reale i dubbi dei cittadini.

Siamo al Neolitico, dicevo,  perché la Protezione Civile italiana non può fare “un primo passo” e “iniziare un percorso di studio” a fine 2013 sulla comunicazione tramite i social media virtuali quando questi sono un fenomeno acclarato da tempo nel panorama della comunicazione. Al di là dell’Atlantico, mentre noi iniziamo a studiare, hanno già tirato un paio di righe e tratto delle conclusioni:

Sono finiti i giorni della comunicazione a senso unico, dove solo le fonti ufficiali forniscono bollettini sui disastri. (Dina Fine Maron, How Social Media Is Changing Disaster Response, Scientific American, giugno 2013)

Il National preparedness report della Fema (Federal Emergency Management Agency, la loro Protezione Civile) analizza il ruolo dei social media nella risposta alle emergenze e rileva che:

 […] most emergency management agencies use social media primarily to push information to the public.

Come ha fatto la stessa Fema durante l’uragano Sandy: per limitare il diffondersi di notizie false (e pericolose in una situazione d’emergenza) ha realizzato un sito per il “Rumor Control” e, contemporaneamente ha sfruttato il crowdsourcing per identificare e fare una prima conta dei danni grazie al contributo dei cittadini.

Il concetto, insomma, è quello di coprire i canali più diffusi e utilizzati per fornire informazioni corrette su ciò che è avvenuto, su ciò che sta avvenendo e su ciò che si deve fare per non mettere in pericolo se stessi e gli altri. Qui siamo rimasti, mi pare, all’idea che ci sia la buona informazione (quella fatta attraverso la tv e i giornali di carta) e la cattiva informazione: quella di internet e dei social media virtuali dove tutti possono dire quel che gli pare. Ma è proprio qui il problema: internet e i social media esistono a prescindere dal giudizio di qualità e tramite loro passa l’informazione: esserne consci e coprire al meglio questi territori è uno dei compiti specifici di qualsiasi moderno ed efficiente sistema di protezione civile.

Le previsioni di Luke

Luke Thomas Holmquist, Luke Thomas per tutti, stando al credito che alcuni sulla rete gli danno -magari riportando con dei bei titoloni acchiappalettori le sue ultime uscite e poi discostandosene solo a fine articolo/post- sarebbe un esperto super-duper nella previsione precisa, circostanziata e verificabile dei terremoti: uno che mangia la pastasciutta in testa a Giampaolo Giuliani e al suo radon per intenderci.

Prova ne sia la sua previsione di un terremoto di magnitudo superiore a 5 in Sicilia per lo scorso 16 agosto poi “realizzatasi” in due forti scosse di magnitudo 4.1 e 4.2 nella notte fra il 15 e il 16 agosto.

Sul suo sito –quakeprediction– c’è una lista sempre aggiornata di tali previsioni. Le ultime che riguardano l’Italia sono per il periodo che va dall’11 al 15 novembre con fortissime probabilità che si verifichino nel Nord Italia, in particolare a Pescara e nella zona di Ancona (…eh lo so, diciamo che non siamo proprio in Padania):

Come si può vedere dal grafico, però, qualche decina di capoluoghi di provincia è a fortissimo rischio nella giornata dell’11, con probabilità spesso molto superiori al 90%.

È affidabile?

No.

Stando a quanto riporta Luke Thomas stesso, le sue previsioni si basano sulle seguenti osservazioni:

Thermal temperature changes
ULF or Ultra Low Frequency sounds
Micro earthquakes
Animal behaviour
Human behaviour
Moon phases
Seismic gaps
Satellite earthquake clouds
Water temperature changes

Per sua stessa ammissione nell’intervista rilasciata al giornale locale Pattionline:

Io uso le temperature, il vento, l’umidità e il punto di rugiada di ciascuna delle città per le quali effettuo una previsione di terremoto. Il modello di previsione è basato su molte ore di ricerca

In pratica prevede i terremoti con le previsioni del tempo. Metodo che secondo lo stesso ‘ricercatore’ non dava buoni risultati fino al luglio 2013, ma poi il monte ore dedicato alla ricerca ha raggiunto un punto tale che, magicamente, sarebbe arrivata anche l’accuratezza:

Prima del primo luglio 2013 non potevano essere previsti. Adesso, dopo oltre 15.000 ore di ricerca, ho finalmente scoperto la chiave per la previsione dei terremoti.

Sarà.

Se vi state ancora chiedendo se e come abbia azzeccato le scosse in Sicilia bé, non le azzeccate. La previsione originale riguardava il territorio compreso fra Napoli, Catania, Catanzaro , Messina e anche Pescara (oltre Ancona e Firenze)…

…che, come dire, non è proprio una zona ristretta. Gli eventi sismici di una certa entità -e di molto inferiori rispetto a quanto previsto (ricordiamo che tra magnitudo 4 e 5 c’è un abisso) si sono realizzati poi solo nell’area di Messina.

Possiamo dire che ha azzeccato Messina per puro caso. Se non ci credete, c’è chi da tempo fa, con molto rispetto, le pulci al nostro ricercatore mmerigano, prendendo in considerazione le previsioni fatte dal maggio 2012 ad oggi e quello che poi è successo nella realtà: è il sito web quackpredict.com

Nella pagine dedicata alle previsioni di Luke Thomas Holmiquist potrete notare come il loro grado di accuratezza e affidabilità sia davvero misero: ne ha azzeccate l’1,32%, 3 su 227.

Schermata presa da QackPrediction sulle previsioni di Luke Thomas Holmquist
Schermata presa da QackPrediction sulle previsioni di Luke Thomas Holmquist

I terremoti, ad oggi, non sono prevedibili con un alto tasso di accuratezza e precisione, diffidiamo da chi dice di poterlo fare senza dimostrarlo.