Abbaiare alla luna

damnyouCi risiamo. Due anni fa, più o meno di questi tempi, scrivevo un post intitolato “Due bufale ‘scientifiche’?” dopo aver preso in mano l’annuario Scienza Tecnologia e Società di Observa.

C’era scritto che gli italiani alla fine non sono così ignoranti nei test di ‘cultura scientifica’ come spesso li vediamo dipinti (e come spesso li abbiamo dipinti  e continuiamo a farlo noi che proviamo a comunicare la scienza), ma che i problemi risiedono nella “fragilità di una cultura della scienza e della tecnologia nella società: di una cultura che sappia discutere e valutare i diversi sviluppi e le diverse implicazioni della scienza e della tecnologia evitando le opposto scorciatoie della chiusura pregiudiziale e dell’aspettativa miracolistica”.

Ecco, quest’anno Observa ha pubblicato online un infografica ancora più esplicativa: in 10 anni il grado minimo di conoscenze è cresciuto parecchio, toccando vette mai raggiunte prima. Non siamo un popolo di ‘scienziati’, certo, ma neppure di idioti.

E così – mentre sbattiamo la testa e tra un “popolo di ignoranti” e un’invettiva contro l’analfabetismo scientifico – il problema va forse cercato da un’altra parte, dove le cose sono persino un po’ più difficili. In termini molto generali:

Da un lato la capacità di comprendere la scienza – al di là di alcune nozioni apprese da qualche parte – come ‘pensiero’, ovvero come struttura di ragionamenti, pratiche e regole per cercare di spiegare al meglio la realtà che ci circonda (banalizzando: scienza ‘pura’) e andare un po’ più in là quando si tratta di piegare quella realtà alle nostre esigenze (banalizzando di nuovo: tecnologia).

Dall’altro la capacità del mondo scientifico di capire che ogni pezzetto di conoscenza che costruisce ha implicazioni più o meno grandi nella vita ‘di tutti i giorni’ delle singole persone. E non basta dire ‘questa cosa vi migliorerà la vita’ per farla accettare, perché si inserisce in un contesto complesso, fatto da singoli individui con le loro convinzioni formate nel corso del tempo (e in base a fattori sempre diversi) e società più o meno strutturate che si portano dietro un altro bagaglio di conoscenze, esperienze, cultura e tradizioni con cui dialogare.

Insomma, se un da un lato si preme per far capire, accettare e condividere la complessità dei processi scientifici, dall’altro non si può ignorare che quella complessità va poi adagiata sopra le complessità sociali, dove fare appello alla “razionalità” per distinguere il grado di apertura o chiusura di soggetti, comunità o pubblici differenti non è un buon metro di misura, non se diventa il punto di discrimine tra ‘buoni’ e ‘cattivi’.

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Scienza e complessità

complexityUn po’ di anni fa ero molto contrario – almeno in modo superficiale – alla “vivisezione”. Se mi aveste chiesto cosa ne pensassi degli esperimenti scientifici sugli animali, vi avrei risposto che era roba da multinazionali senza scrupoli.

Un po’ di anni fa ero anche contrario agli Ogm e alle biotecnologie nel campo agro-alimentare. Se mi aveste chiesto cosa ne pensassi, vi avrei risposto che era roba da multinazionali senza scrupoli.

Non ho ricordi precisi, ma non è improbabile che avrei dato credito anche le scie chimiche. Sicuramente, dopo aver ascoltato una conferenza di Giulietto Chiesa dal vivo, propendevo per la “teoria del complotto” sull’11 settembre.

Prendevo per buone le mirabolanti capacità della Biowashball sponsorizzata da Beppe Grillo, energia nucleare rauss. pussa via.

Non ho mai fatto ‘attivismo’, ma probabilmente solo perché non ne ho avuto l’occasione, sono rimasto senza l’impulso giusto.

Poi è successo qualcosa, non so bene cosa. So che mi sono fermato, ho orientato lo sguardo anche dall’altra parte e ho iniziato a cercare. Ho provato a leggere le opinioni di chi non la pensava come me, ad accostarle con quelle che, ai tempi, formavano anche la mia (superficiale) conoscenza delle cose.

Ho scoperto che quel che ritenevo di sapere era perlopiù sbagliato- Semplice, facile da capire, ma sbagliato.

Poi, per diverso tempo, ho avuto una specie di reazione. Sono diventato quasi un ‘talebano della razionalità’ – questo blog ancora conserva campioni di quella reazione e li tengo come memento -, convinto a volte di poter portare l’acqua della verità al mulino dei fessi dal quale ero fuggito. Ero uno da animalari in lungo e in largo per intenderci.

Nel frattempo ho frequentato un master in giornalismo scientifico, mi sono confrontato con altre persone e, anche se ci ho messo un po’, mi sono di nuovo fermato, mi sono di nuovo seduto e i ‘luoghi’ da guardare sono diventati molteplici.

Continuo a pensare che la razionalità sia l’obiettivo primario da raggiungere quando si devono prendere decisioni, e che il metodo scientifico sia il bastone più solido e concreto su cui poggiarsi e fare affidamento per non barcollare troppo. Ma penso anche che il mondo sia molto complesso e che dividere il mondo in due fazioni, da una parte i razionali, dall’altra gli scemi, sia scorretto, oltre che falso. Era un concetto che al master hanno cercato (e si continua a farlo) di costruire fin da subito, ma mi ci è voluto un po’ per apprenderlo e capirlo.

Non sto parlando delle frodi conclamate, ma dei processi che portano le persone a credere in determinate cose e perfino a battersi per esse, non di rado cercando supporti che, per quanto alla fine possano risultare deboli, sono di tipo ‘scientifico’. Oppure della necessità di considerare sempre i fattori e i contesti – sia grandi che piccoli – dai e nei quali si sono sviluppate certe idee, certe prese di posizione, certe battaglie senza limitarsi al giudizio vero/falso, giusto/sbagliato dal solo punto di vista scientifico, perché spesso non basta.

Ora, non voglio tirarvi un pippone su questa “terza fase”, però vorrei condividere alcune osservazioni fatte da Andrea Ferrero sul numero 21 (Anno 6, Primavera 2015, pagg. 62-64) della rivista del Cicap, Query, che ho trovato molto sensate e… razionali per cercare di costruire un dialogo costruttivo. Niente di risolutivo ma, credo, il punto di partenza giusto.

[…] non sempre è possibile isolare i problemi da solo punto di vista scientifico e le posizioni pubbliche che prendiamo limitatamente a quel punto di vista hanno delle conseguenze più generali, di cui non possiamo ignorare la responsabilità.

Lo sottolineo perché l’esperienza mostra che è facile cadere nell’errore di pensare che il punto di vista scientifico sia l’unico che conta, errore che riassumerei nel detto “se tutto quel che hai è un martello, tutti si sembra un chiodo” (succede spesso, per esempio, nel dibattito sulla sperimentazione animale). Per evitarlo bisogna fare uno sforzo di umiltà, cosa non sempre facile, soprattutto per chi è abituato dalla discussione sull’esistenza dei fenomeni paranormali a considerare il proprio punto di vista come risolutivo.
[…] Penso che diventi ancora più importante il principio di criticare le idee anziché le persone e di evitare la divisione artificiale tra “scettici” e “fuffari”: il mondo è complicato e non esistono due fronti omogenei che si fronteggiano, ma tante divisione, diverse a seconda dell’argomento, che si intersecano tra loro.

Dovremmo inoltre evitare di difendere “la scienza” in blocco: non c’è niente di male a difenderne certi aspetti e criticarne altri. Divulgare le conoscenze scientifiche e difendere i metodi e i valori della scienza non significa ignorare i problemi della comunità scientifica o i possibili rischi delle applicazioni tecnologiche.
Per esempio, quando si parla di medicina, oltre a smascherare le bugie degli omeopati, è bene criticare anche quelle dell’industria farmaceutica.
Non è questione di “buonismo” o di politicamente corretto, ma di rigore logico e onestà intellettuale.

Due bufale “scientifiche”?

Nel complesso, dieci anni di rilevazioni di Osservatorio Scienza Tecnologia e Società ci dicono che il vero problema non è l’assenza di una cultura scientifica – numerosi dati […] sfatano ampiamente questo stereotipo. Il nodo critico, in questi dieci anni, resta la fragilità di una cultura della scienza e della tecnologia nella società: di una cultura che sappia discutere e valutare i diversi sviluppi e le diverse implicazioni della scienza e della tecnologia evitando le opposto scorciatoie della chiusura pregiudiziale e dell’aspettativa miracolistica.

La citazione proviene dall’Annuario Scienza Tecnologia e Società 2014 curato da Observa Science and Society pubblicato per i tipi de Il Mulino. E non è l’unica che sfata alcune generalizzazioni stereotipate (bufale?) presenti negli ‘ambienti scientifici’ (inteso in senso ampio, dai ricercatori a chi si occupa di comunicazione e divulgazione della scienza): un altro mito sfatato nell’annuario è quello – ricorrente anche nell’opinione di alcuni giovani comunicatori odierni – che vorrebbe gli scienziati visti sotto una cattiva luce da parte del pubblico (composto da chi, non si sa: altra generalizzazione). Testualmente:

In questi anni, l’Osservatorio Scienza Tecnologia e Società ha registrato rilevante fiducia e significative aspettative da parte degli italiani nei confronti del ruolo degli scienziati allorché emergono questioni di rilevanza pubblica legate alla scienza. Più di un cittadino su due – un dato in crescita sin dal 2009 – vede nei ricercatori l’interlocutore privilegiato su questi temi, mentre molto più ridotta è la quota di chi si affida principalmente al parere di associazioni ambientaliste, giornalisti, esponenti religiosi, politici e imprenditori. Pur rimanendo sempre molto alto per tutte le categorie di intervistati, l’atteggiamento positivo nei confronti degli scienziati è meno diffuso tra i più anziani e i meno istruiti, è più diffuso tra coloro che esprimono un alto grado di apertura al nuovo, mentre non aumenta al crescere di alfabetismo scientifico o del grado di esposizione alla scienza nei media

Sono conclusioni che chi si occupa di comunicazione, soprattutto tra i più giovani (me compreso) dovrebbe tenere bene a mente perché spesso offuscato da quel che vede attorno, specialmente nei social media, dove le varie ‘bolle’ (ma anche l’impatto mediatico di alcune manifestazioni ‘contro’) fanno apparire una realtà – quella della scienza e degli scienziati vittime della diffusa ignoranza del popolo – che, probabilmente, è molto più ridotta e marginale di quel che sembra. Ovvero, buona parte delle persone è spesso in grado di capire la scienza (che non significa comprenderne le sue implicazioni più articolate come esperti) e i suoi sviluppi sulla società e fanno affidamento agli scienziati quando si tratta di ‘sbrogliare’ le matasse più complicate. E il fatto che la fiducia negli scienziati non cresca in maniera rilevante col crescere dell’alfabetizzazione scientifica o del grado di esposizione alla scienza nei media è un dato più che rilevante per chi si occupa di comunicazione e dei processi di decision making. Significa, innanzitutto, che stiamo dando per scontata un’ignoranza di base che nella realtà – pur essendo presente e rilevante – gioca un ruolo più piccolo, portandoci a trattare i diversi pubblici come se fossero dei bambini da prendere per mano facendo resistere (anche in maniera inconsapevole) ancora un modello comunicativo rivelatosi da tempo fallimentare (non che debba sparire, in alcuni casi rimane necessario), quello del deficit, ovvero quello delle spiegazioni che arrivano dall’alto a un popolo i cui cervelli hanno bisogno di essere riempiti dalla verità per poter poi prendere decisioni assennate e razionali.

Quello che mi preoccupa è che, quando leggo alcuni interventi di alcuni bravi e giovani comunicatori della scienza (divulgatori, giornalisti o aspiranti tali), leggo sempre più, nonostante tutto, l’adesione a una visione dei pubblici come impregnati di un’ignoranza scientifica (privi o con pochissima cultura della scienza), più impegnati nell’ ‘impartire’ la scienza che nel cercare gli anelli di congiunzione tra essa e la società e rafforzare quelli già esistenti. Magari è solo una mia impressione, magari la ‘mia bolla’ distorce la mia visuale, ma non vorrei che nel frattempo, impegnati a (quasi) denigrare un popolo di stupidi incapaci di scegliere razionalmente e cercare al contempo di indicare la via giusta, non stessimo tutti – o, almeno, in parecchi – sbagliando strada a nostra volta, auto-impedendoci di cogliere quelle potenzialità in grado di dare davvero un peso maggiore alla “cultura della scienza e della tecnologia nella società”. 

O forse è solo Ferragosto e i miei sono i pensieri liberi di vagare in un cervello in vacanza 😀

Cinguettii

immagine presa da http://fauxrealityentertainment.com

Prologo.

Quando ero un liceale alle prime armi, avevo un paio di scarpe da ginnastica Adidas. Verdi.

Le aveva pure un ragazzo che al tempo stava in quarta. Ogni volta che mi incontrava mi pestava i piedi e mi insultava perché non dovevo indossare le stesse scarpe che aveva lui e che, obiettivamente, erano fichissime.

Un bulletto in carne e ossa che, nonostante non si coprisse il volto, non si è mai presentato.

 

La presidente della Camera Boldrini ritiene che il mondo dei social media debba essere in qualche modo regolamentato con nuove dopo aver ricevuto pesantissime minacce sul suo profilo Facebook da parte di persone che non hanno avuto timore di lasciare il proprio nome e cognome reali.

Mentana annuncia di voler lasciare Twitter per via degli insulti che si leggono in giro. O dentro o fuori è il suo ragionamento, niente censure.

Saviano, che scrive ormai  un po’ su tutto, tira fuori un editoriale su Repubblica in cui invita alla regolamentazione di Twitter, luogo in cui “i bulli” si alimentano della notorietà di alcuni personaggi, insultandoli e proponendo messaggi biliosi, evidenziando come il mezzo comunicativo abbia comportato una degenerazione dei comportamenti individuali: “Chi ti insulta su Facebook -dice Saviano- non riesce a fare lo stesso, però, quando ti incontra di persona perché non ha il coraggio di mettere la faccia su uno sfogo personale che si alimenta di luoghi comuni e leggende metropolitane”. Magari, lo si capisce dall’introduzione dell’articolo, chi ti insulta sui social network, lo fa dietro la barriera dell’anonimato sviluppando quello che lui chiama effetto Gialappa’s: commenti per fare una battuta cattiva, prendere in giro, e più sei cinico, meglio è.

C’è anche chi, come Battista del Corriere, lamenta mancanza di rispetto e aggressività e poi è il primo ad avere difficoltà nel controllare le sue dita che battono insulti e commenti poco rispettosi sulla tastiera sotto il velo della battuta sagace (anche qui effetto Gialappa’s, o no?).

Daniele Oppo, che sarei io, quello che aveva le scarpe verdi,  pensa una cosa: queste quattro rispettabili persone sono degli analfabeti internettiani.

a) Per le minacce di cui si lamenta (giustamente) la Boldrini, ma anche per altri casi meno gravi, esiste già un risposta e la si trova nel codice penale e nelle altre leggi dello Stato sulle quali ogni giorno ci poggiamo:  non c’è bisogno di regole specifiche per il web che quando sono state individuate –interpretando in maniera estensiva quelle esistenti create per contesti specifici come la stampa-   hanno portato all’obbrobrio di riconoscere una responsabilità  in capo ai possessori di blog o siti internet per commenti e opinioni altrui, una porcata clamorosa dove, in nome delle regole e della ricerca forzata di un responsabile, si sacrifica la libertà di individui che non c’entrano nulla. Sintomo del fatto che sia chi “fa” le leggi che chi le applica non ha ancora capito quel che ha davanti e cerca di interpretarlo secondo vecchi schemi mentali secondo i quali tutto ciò che è nuovo ha bisogno di regole specifiche.

b) Ma quel che più mi interessa è parlare della sensazione, che sembra pervadere questi tre personaggi, di un web come il Far West dei film, senza regole e regolatori, senza legge se non quella pistola dove sopravvive solo il pistolero più abile e più furbo (tipo Battista, che “finge” disagio e poi attacca o l’anonimo che commenta forte della sua identità mascherata). Ebbene, è un’idea che appartiene a chi il web lo usa senza averne studiato il libretto d’istruzioni, neppure superficialmente, e non è un caso, a mio avviso, che nell’articolo di Saviano che prendo ad esempio perché è tanto piaciuto e tanto successo ha riscosso in giro (proprio nel web) non si riesca a scorgere neppure una singola proposta. È un atto d’accusa dove si richiedono regole ma è evidente che neppure l’autore sa quali regole chiedere perché, al di là di quelle già esistenti, non ce ne sono altre.

Come i frequentatori più attempati del web sanno, i primi gruppi virtuali e poi ciò che ne è disceso, mailing list e forum in particolare, erano (sono) dotati di un regolamento, di un codice di comportamento, che in tempi che ormai sembrano lontani, si veniva invitati costantemente a leggere e mettere in pratica: la netiquette. Non aveva valore legale, giustamente, ma la sua violazione comportava (comporta) l’altissimo rischio di venir cacciati dal gruppo, esattamente come accade nella vita reale. Nei social network, edizione più evoluta di antichi mezzi associativi, il controllo individuale sull’interazione con gli altri utenti è molto più marcata: se negli ormai quasi obsoleti forum a fronte di una violazione delle regole di comportamento e di fronte alla maleducazione le strade sono o quella dell’abbandono del gruppo o dell’intervento dall’alto di un amministratore, nelle moderne reti sociali virtuali, a fronte di situazioni sgradevoli è lo stesso soggetto che le subisce a poter mettere in essere delle azioni, fornite dagli strumenti di aggregazioni utilizzati (Twitter, Facebook ecc), che gli permettono di non avere più a che fare con viola le norme di comportamento ritenute fondamentali. Si possono bloccare le persone, espellerle dalle proprie cerchie virtuali, non accettarle come amico, evitare che possa importunarci con messaggi privati e quant’altro; perfino segnalare il contenuto di quanto detto o reso pubblico all’amministratore centrale del sistema affinché prenda provvedimenti.

Se è vero che lo schermo di un pc o di un tablet o di uno smartphone riducono i freni inibitori e creano tanti piccoli o grandi leoni da tastiera, come sembra lamentare Saviano, è anche vero che questo effetto viene troppo spesso sovrastimato quando si chiedono nuove regole. Ci siamo dimenticati che i “bulli” agiscono anche con mezzi più tradizionali:  le lettere (di carta) anonime, le scritte sui muri, le telefonate anonime che, a differenza dell’attività sul web, dove un nickname ci scherma ma non ci assicura granché, rischiano di essere addirittura più difficili da rintracciare e dunque essere un problema più arduo da contrastare nei casi specifici. Dato che i nuovi social media sono costruiti attorno al singolo utente, nel senso che è lui a costruire la sua cerchia di amicizie ed è lui che può decidere cosa leggere, scrivere e, addirittura, a chi far leggere o far commentare ciò che dice è bene che tale utente abbia contezza di conoscere gli strumenti che ha a disposizione per fare quello che si consiglia da sempre di fare coi bulli in carne e ossa, come quelli che non vogliono che tu porti le scarpe verdi identiche alle loro: ignorarli finché non si stancano ma con una possibilità in più, evitare proprio di vederli/leggerli.

Insomma, di fronte a problemi di comportamento che non sconfinano ovviamente nella violazione di alcuna legge dello Stato, i mezzi di comunicazione di rete ci permettono, oggi più di ieri, di fare selezione ed eliminare quel che non ci piace. Tutto sta nel saperli usare quei mezzi, senza dare per scontato che funzionino come vogliamo noi perché non è così. Quando Saviano parla di “nuovo diritto ai social network“, immagino per dare forza alla sua richiesta di regolamentazione “forzosa” del mezzo, dice una grossa e confusa fesseria: sono solo spazi, una “gentile concessione” di chi li ha ideati con scopi, meccanismi di funzionamento ben precisi e con regole -ulteriori a quelle determinate dalla legge che ovviamente valgono sempre- che bisogna imparare a conoscere, rispettare e far rispettare; ma i social network in quanto tali non sono un diritto dell’internauta. In questo ambito esiste il “diritto nei social network” ma non ai social network. D’altronde nessuno ci viene a dire che esiste il diritto al bar o all’oratorio a al nostro particolare gruppo di amici.

Esistono libertà e, al loro interno, i diritti (con corrispondenti doveri) e regole comuni di comportamento, nella strada sotto casa come nel web.

c) C’è un problema di educazione. Insultare e fare la gara a chi offende di più è un problema di educazione personale che non si combatte imponendo ulteriori regole o creando leggi apposite per il web (quali e a quale costo in entrambi i casi?), ma imparando regole minime di comportamento già esistenti e facendole rispettare anche utilizzando gli strumenti dati dalla tecnologia utilizzata. Ma è evidente che per ridurre il fenomeno il passo obbligato è quello di imparare ad usare la “nuova” tecnologia conservando lo stesso rispetto per le persone che si è abituati ad usare a contatto più o meno fisico con le persone. Qui servono due cose per due differenti target: 1) una scuola che insegni ad usare la tecnologia anche dal lato sociale, non solo da quello pratico, insegnando ad esempio che l’anonimato in rete è cosa tecnicamente buona in molte occasioni ma che il rispetto degli altri è cosa ancor più buona; 2) come dice Massimo Mantellini, che le persone leggano il “fottuto manuale”, le regole di comportamento, la netiquette, e che ci siano persone, le più esperte, che facciano -anche sui nuovi social media-quel che accadeva nei vecchi: richiamare, spesso con insistenza, alla necessità di rispettare le regole, pena la messa al bando, l’esclusione dal gruppo o dalla discussione.

Si impara anche così che la convivenza virtuale sottostà, coi suoi ovvi difetti e limiti, alle stesse regole di buonsenso civico applicate al bar o nei gruppi di amici; cambia il mezzo e cambiano i modi attuativi la cui padronanza richiede educazione da una parte, tempo, voglia e volontà di apprendere qualcosa di nuovo dall’altra,  prima di lamentarsi e voler pontificare dall’alto, senza argomenti.

 

 

 

Ricostruire una città, tutti insieme

Non c’è bisogno che vi racconti cosa è successo a Napoli e che fine ha fatto la Città della scienza [se non lo sapete potete trovare informazioni quiqui, qui e anche qui]. Fatto sta che è andata in fumo, bruciata per mano di non si sa chi e ancora non si sa per cosa, ma va ricostruita: era un simbolo di cultura, progresso, larghe vedute. Era un simbolo per la tanto bistrattata scienza in Italia. Non ci sono mai stato e me ne rammarico, non potrò più farlo. Potrò, io come tanti altri, andare a vedere ciò che noi tutti, agendo insieme, potremmo costruire già da oggi donando un piccolo contributo in denaro, oppure merci o perfino competenze utili.

Sul sito DeRev troverete tutte le informazioni utili (e ufficiali). Basta poco, ciascuno secondo le sue possibilità in questo momento di crisi. Ma non possiamo lasciare il sorriso stampato sulla faccia di chi ha voluto compiere questo scempio.

Erigere una nuova città della scienza -fino ad oggi  fonte di conoscenza e di lavoro-, un nuovo fortino per il sapere e per l’intelligenza in una città problematica come Napoli è un imperativo per non lasciare l’Italia in mano ai bravi dell’ignoranza e del sopruso. Diamoci da fare.

Sporco avorio

Ho sempre guardato gli elefanti con una certa meraviglia. Da bambino li ho visti in qualche circo e, nonostante siano enormi e con delle zanne lunghissime, non fanno paura. Sarà la proboscide che li rende buffi, o le grandi orecchie che sventolano come ventagli. Oppure sarà che Dumbo, come tutti i cartoni animati che rappresentano animali, mi ha fatto interiorizzare fin da piccolo un’immagine infantile degli elefanti. Per intenderci, quando, sempre al circo, mi misero un cucciolo mezzo addormentato di tigre in braccio per una fotografia io mi stavo letteralmente cagando addosso già a distanza di tre-quattro famigliole felici che venivano prima di me (solo dopo ho scoperto grazie a Tigro, l’amico di Winnie Pooh, che avrebbe potuto saltellare sulla coda ed essere una tigrotto mezzo fesso e innocuo), mentre alla vista di un elefante non ho mai provato paura.

Forse perché nei documentari non fanno altro che camminare, allungare la proboscide su qualche ramo alto e bere acqua e poi camminare, sollevare polvere, camminare…

Di chi ho avuto sempre paura o, meglio, diffidenza, sono i bracconieri. Non che sia un amante della caccia, anche se riconosco il suo ancestrale valore culturale e sociale, ma i bracconieri sono qualcosa di diverso, non hanno rispetto, vedono solo divertimento e profitto. Il bracconaggio è una piaga serissima, una specie di doping nella caccia, la vittoria facile fuori dalle regole, il far fessi gli altri e i propri “concorrenti” animali. Persone poco affidabili.

journal.pone.0059469.g006
Tracce dei bracconieri (immagine presa dallo studio Devastating Decline of Forest Elephants in Central Africa, pubblicato in open access su PlosOne). doi:10.1371/journal.pone.0059469.g006

Il bracconaggio è ciò che nell’Africa centrale, nella foresta fra Congo, Gabon, parte ovest del Camerun e Repubblica del Centro Africa sta molto probabilmente portando alla totale distruzione -alla repentina estinzione- dell’elefante delle foreste.

Già a Febbraio la Wildelife Conservation Society (Wcs) aveva denunciato la scomparsa di 11mila esemplari dal Minkébé National Park che si trova nel nord del Gabon nel periodo fra il 2004 e il 2012. Oggi arriva un’ulteriore denuncia effettuata sempre dal Wcs e contenuta in un articolo pubblicato su PlosOne che descrive una realtà orribile: fra il 2002 e il 2011 la popolazione degli elefanti della foresta (Loxodonta cyclotis) -una specie diversa dagli elefanti della savana (Loxodonta africana) ai quali siamo forse più abituati a pensare- si è ridotta del 62% e il loro ‘raggio d’azione’, ovvero lo spazio nel quale si muovono, si è ridotto del 30%.

La riduzione dell'area occupata dagli elefanti rilevata tramite i residui di letame degli elefanti
La riduzione dell’area occupata dagli elefanti rilevata tramite i residui di letame degli elefanti.
Gli Stati 1–5 sono: Camerun, Repubblica Centro Africana, Repubblica del Congo, Repubblica democratica del Congo, Gabon,
doi:10.1371/journal.pone.0059469.g001

Il motivo? Come preannunciavo, principalmente la caccia di frodo per l’avorio. La richiesta di questo materiale così prezioso e così maledetto in Cina sembra essere salita e la facilità di venderlo è dunque aumentata di conseguenza. Una manna per i bracconieri che, ben armati, possono sfruttare innanzitutto la mancanza di controlli efficaci e poi la creazione di strade illegittime e fuori controllo per entrare nei parchi,sempre più in profondità nella foresta, cacciare e trasportare il bottino illegale.

Anche se in maniera non troppo importante per ora, a costituire una minaccia per la sopravvivenza degli elefanti, ci sono anche la deforestazione e la costruzione di nuovi insediamenti urbani e, soprattutto, lo sviluppo di nuove aziende agricole che creano un conflitto uomo-elefanti, con conseguente caccia e riduzione del loro habitat naturale.

Il dato ancora più allarmante lo si ottiene quando i ricercatori combinano le statistiche sulla popolazione di elefanti negli ultimi 25 anni: la perdita è di più dell’80%  in meno di due generazioni.

L’importanza di questa specie di elefanti -più piccoli e generalmente con una morfologia diversa da quella degli elefanti della savana- è elevata dato che -secondo gli autori dello studio (che citano ovviamente altri articoli a supporto)- contribuiscono a mantenere viva la biodiversità di una delle principali foreste che ‘ripuliscono’ l’aria della Terra dall’anidride carbonica.

Siamo coinvolti, la ricerca incessante e demente dell’avorio, non solo sta portando sulla strada dell’estinzione (non è molto lunga con questi ritmi, attenzione) questa specie di elefanti, ma rischia di compromettere la nostra salute andando a modificare drasticamente una delle riserve economiche che ci permette di respirare. Il grande problema è che la soluzione non è semplice, servono più controlli e di migliore qualità, serve che la Cina blocchi drasticamente il mercato dell’avorio che dal 2006 ha fatto crescere in maniera esponenziale le attività di bracconaggio, serve restituire agli elefanti il loro spazio naturale, serve aiutare i governi dei paesi coinvolti a non cedere alla corruzione e al disinteresse in nome di interessi personali e, infine, serve un’opera di educazione e sensibilizzazione globale.

Lo studio: Maisels F, Strindberg S, Blake S, Wittemyer G, Hart J, et al. Devastating Decline of Forest Elephants in Central AfricaPLoS ONE, 8(3): e59469 DOI:10.1371/journal.pone.0059469 [è Open Acess quindi consultabile gratuitamente senza limiti]

Altra fonte: Wildlife Conservation Society (2013, March 4). Extinction looms for forest elephants: 60 percent of Africa’s forest elephants killed for their ivory over past decade. ScienceDaily. Retrieved March 5, 2013, from http://www.sciencedaily.com­/releases/2013/03/130304211232.htm

 

Sei domandine facili facili…o quasi

Qualcuno, mi pare il direttore de Il Tempo Mario Sechi, nella trasmissione che ha seguito il dibattito fra i candidati alle primarie del PD, aveva fatto notare come nessuno dei “fantastici 5” (fantastici nella caduta di stile e serietà)

presa dal sito del TG3

avesse snocciolato numeri a sostegno della propria posizione. Vero.

Altri, attenti non solo all’economia e alla politica in sé considerata, ma anche a cosa genera economia,  buona politica e tante altre cose della nostra quotidianità, hanno notato invece l’assenza di un’altra cosa: né Renzi, né Puppato, né Tabacci, né Bersani, né Vendola hanno fatto il minimo accenno alla ricerca scientifica.

Ecco che allora questi “altri” di cui sopra si sono organizzati su Facebook e in men che non si dica hanno stilato 6 domande sulla scienza e sulla ricerca da sottoporre ai candidati alle primarie, non solo del PD ma anche del PDL (se mai le faranno). Ovviamente possono rispondere anche altri candidati.

Le domande, pubblicate sul sito internet de Le Scienze (qui) sono le seguenti:

1. Quali politiche intende perseguire per il rilancio della ricerca in Italia, sia di base sia applicata, e quali provvedimenti concreti intende promuovere a favore dei ricercatori più giovani?

2. Quali misure adotterà per la messa in sicurezza del territorio nazionale dal punto di vista sismico e idrogeologico?

3. Qual è la sua posizione sul cambiamento climatico e quali politiche energetiche si propone di mettere in campo?

4. Quali politiche intende adottare in materia di fecondazione assistita e testamento biologico? In particolare, qual è la sua posizione sulla legge 40?

5. Quali politiche intende adottare per la sperimentazione pubblica in pieno campo di OGM e per l’etichettatura anche di latte, carni e formaggi derivati da animali nutriti con mangimi OGM?

6. Qual è la sua posizione in merito alle medicine alternative, in particolare per quel che riguarda il rimborso di queste terapie da parte del SSN?

 

Per diffondere l’iniziativa su Twitter, gli ashtag scelti sono i seguenti:

  • Primarie del centrosinistra: #dibattitoscienza #primarieCSX
  • Primarie del PDL: #dibattitoscienza #primariePDL
  • Elezioni politiche: #dibattitoscienza #politiche

 

L’elenco dei primi firmatari dell’iniziativa è il seguente:

Firmatari
Federico Baglioni, biotecnologo e blogger
Stefano Bagnasco, fisico INFN e blogger
Massimo Barberi, giornalista scientifico
Silvia Bencivelli, giornalista scientifica
Martino Benzi, blogger
Dario Bressanini, chimico e blogger
Michele Castellano, direttore di ricerca INFN
Marco Cattaneo, direttore di Le Scienze e National Geographic
Paola Emilia Cicerone, giornalista scientifica
CICAP, Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale
Manuela Cirilli, fisico, Knowledge Transfer Group, CERN
Moreno Colaiacovo, bioinformatico e blogger
Claudia Di Giorgio, giornalista scientifica
Piero Fabbri, matematico e blogger
Marco Ferrari, giornalista scientifico
Andrea Gentile, giornalista scientifico
Maria Vittoria Guarino, laureanda in valutazione d’impatto e certificazione ambientale
Giulio Matteucci, blogger
Beatrice Mautino, giornalista scientifica
Daniela Ovadia, giornalista scientifica
Paolo Pascucci, blogger
Jacopo Pasotti, giornalista scientifico e direttore di Planete
Emanuele Perugini, giornalista scientifico e direttore di Pianetascienza
Giovanni Sabato, giornalista scientifico
Renato Sartini, giornalista scientifico
Cristina Serra, giornalista scientifica
Giovanni Spataro, giornalista scientifico
SWIM, Science Writers in Italy
Fabio Turone, giornalista scientifico
Paolo Valente, ricercatore INFN

 

Quest’iniziativa fa il paio con un’altra, promossa da Scienza in Rete, che si propone di rilanciare il dibattito per rafforzare la ricerca in Italia, a cui tutti possono contribuire con le proprie idee (i primi firmatari di questa iniziativa sono: Sergio Ferrari, Sveva Avveduto, Carlo Bernardini, Marcello Buiatti, Andrea Cerroni, Massimo Cocco,Gennaro Di Giorgio, Rino Falcone, Pietro Greco, Angelo Guerraggio, Francesco Lenci, Tommaso Maccacaro, Alfonso Marino, Roberto Morabito, Daniela Palma, Giovanni Paoloni, Giorgio Parisi,Caterina Petrillo, Giulio Peruzzi, Luciano Pietronero, Francesco Sinopoli, Francesco Sylos-Labini,Settimo Termini, Romolo Sussolano.

Insomma, vanno bene gli slogan, la pacatezza, la serietà, la gioventù, le riforme, il cambiamento e tutto quanto. Però servono risposte su questioni importanti che da troppo tempo vengono glissate o totalmente aggirate, quando proprio non considerate. E tutti noi dobbiamo farci sentire: discutere di scienza e ricerca all’interno del dibattito politico significa discutere del nostro futuro.

 

link:

http://www.lescienze.it/news/2012/11/15/news/domande_candidati_primarie_pd_politiche_ricerca-1369318/

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/rilanciamo-dibattito-rafforzare-ricerca-italia