Cinguettii

immagine presa da http://fauxrealityentertainment.com

Prologo.

Quando ero un liceale alle prime armi, avevo un paio di scarpe da ginnastica Adidas. Verdi.

Le aveva pure un ragazzo che al tempo stava in quarta. Ogni volta che mi incontrava mi pestava i piedi e mi insultava perché non dovevo indossare le stesse scarpe che aveva lui e che, obiettivamente, erano fichissime.

Un bulletto in carne e ossa che, nonostante non si coprisse il volto, non si è mai presentato.

 

La presidente della Camera Boldrini ritiene che il mondo dei social media debba essere in qualche modo regolamentato con nuove dopo aver ricevuto pesantissime minacce sul suo profilo Facebook da parte di persone che non hanno avuto timore di lasciare il proprio nome e cognome reali.

Mentana annuncia di voler lasciare Twitter per via degli insulti che si leggono in giro. O dentro o fuori è il suo ragionamento, niente censure.

Saviano, che scrive ormai  un po’ su tutto, tira fuori un editoriale su Repubblica in cui invita alla regolamentazione di Twitter, luogo in cui “i bulli” si alimentano della notorietà di alcuni personaggi, insultandoli e proponendo messaggi biliosi, evidenziando come il mezzo comunicativo abbia comportato una degenerazione dei comportamenti individuali: “Chi ti insulta su Facebook -dice Saviano- non riesce a fare lo stesso, però, quando ti incontra di persona perché non ha il coraggio di mettere la faccia su uno sfogo personale che si alimenta di luoghi comuni e leggende metropolitane”. Magari, lo si capisce dall’introduzione dell’articolo, chi ti insulta sui social network, lo fa dietro la barriera dell’anonimato sviluppando quello che lui chiama effetto Gialappa’s: commenti per fare una battuta cattiva, prendere in giro, e più sei cinico, meglio è.

C’è anche chi, come Battista del Corriere, lamenta mancanza di rispetto e aggressività e poi è il primo ad avere difficoltà nel controllare le sue dita che battono insulti e commenti poco rispettosi sulla tastiera sotto il velo della battuta sagace (anche qui effetto Gialappa’s, o no?).

Daniele Oppo, che sarei io, quello che aveva le scarpe verdi,  pensa una cosa: queste quattro rispettabili persone sono degli analfabeti internettiani.

a) Per le minacce di cui si lamenta (giustamente) la Boldrini, ma anche per altri casi meno gravi, esiste già un risposta e la si trova nel codice penale e nelle altre leggi dello Stato sulle quali ogni giorno ci poggiamo:  non c’è bisogno di regole specifiche per il web che quando sono state individuate –interpretando in maniera estensiva quelle esistenti create per contesti specifici come la stampa-   hanno portato all’obbrobrio di riconoscere una responsabilità  in capo ai possessori di blog o siti internet per commenti e opinioni altrui, una porcata clamorosa dove, in nome delle regole e della ricerca forzata di un responsabile, si sacrifica la libertà di individui che non c’entrano nulla. Sintomo del fatto che sia chi “fa” le leggi che chi le applica non ha ancora capito quel che ha davanti e cerca di interpretarlo secondo vecchi schemi mentali secondo i quali tutto ciò che è nuovo ha bisogno di regole specifiche.

b) Ma quel che più mi interessa è parlare della sensazione, che sembra pervadere questi tre personaggi, di un web come il Far West dei film, senza regole e regolatori, senza legge se non quella pistola dove sopravvive solo il pistolero più abile e più furbo (tipo Battista, che “finge” disagio e poi attacca o l’anonimo che commenta forte della sua identità mascherata). Ebbene, è un’idea che appartiene a chi il web lo usa senza averne studiato il libretto d’istruzioni, neppure superficialmente, e non è un caso, a mio avviso, che nell’articolo di Saviano che prendo ad esempio perché è tanto piaciuto e tanto successo ha riscosso in giro (proprio nel web) non si riesca a scorgere neppure una singola proposta. È un atto d’accusa dove si richiedono regole ma è evidente che neppure l’autore sa quali regole chiedere perché, al di là di quelle già esistenti, non ce ne sono altre.

Come i frequentatori più attempati del web sanno, i primi gruppi virtuali e poi ciò che ne è disceso, mailing list e forum in particolare, erano (sono) dotati di un regolamento, di un codice di comportamento, che in tempi che ormai sembrano lontani, si veniva invitati costantemente a leggere e mettere in pratica: la netiquette. Non aveva valore legale, giustamente, ma la sua violazione comportava (comporta) l’altissimo rischio di venir cacciati dal gruppo, esattamente come accade nella vita reale. Nei social network, edizione più evoluta di antichi mezzi associativi, il controllo individuale sull’interazione con gli altri utenti è molto più marcata: se negli ormai quasi obsoleti forum a fronte di una violazione delle regole di comportamento e di fronte alla maleducazione le strade sono o quella dell’abbandono del gruppo o dell’intervento dall’alto di un amministratore, nelle moderne reti sociali virtuali, a fronte di situazioni sgradevoli è lo stesso soggetto che le subisce a poter mettere in essere delle azioni, fornite dagli strumenti di aggregazioni utilizzati (Twitter, Facebook ecc), che gli permettono di non avere più a che fare con viola le norme di comportamento ritenute fondamentali. Si possono bloccare le persone, espellerle dalle proprie cerchie virtuali, non accettarle come amico, evitare che possa importunarci con messaggi privati e quant’altro; perfino segnalare il contenuto di quanto detto o reso pubblico all’amministratore centrale del sistema affinché prenda provvedimenti.

Se è vero che lo schermo di un pc o di un tablet o di uno smartphone riducono i freni inibitori e creano tanti piccoli o grandi leoni da tastiera, come sembra lamentare Saviano, è anche vero che questo effetto viene troppo spesso sovrastimato quando si chiedono nuove regole. Ci siamo dimenticati che i “bulli” agiscono anche con mezzi più tradizionali:  le lettere (di carta) anonime, le scritte sui muri, le telefonate anonime che, a differenza dell’attività sul web, dove un nickname ci scherma ma non ci assicura granché, rischiano di essere addirittura più difficili da rintracciare e dunque essere un problema più arduo da contrastare nei casi specifici. Dato che i nuovi social media sono costruiti attorno al singolo utente, nel senso che è lui a costruire la sua cerchia di amicizie ed è lui che può decidere cosa leggere, scrivere e, addirittura, a chi far leggere o far commentare ciò che dice è bene che tale utente abbia contezza di conoscere gli strumenti che ha a disposizione per fare quello che si consiglia da sempre di fare coi bulli in carne e ossa, come quelli che non vogliono che tu porti le scarpe verdi identiche alle loro: ignorarli finché non si stancano ma con una possibilità in più, evitare proprio di vederli/leggerli.

Insomma, di fronte a problemi di comportamento che non sconfinano ovviamente nella violazione di alcuna legge dello Stato, i mezzi di comunicazione di rete ci permettono, oggi più di ieri, di fare selezione ed eliminare quel che non ci piace. Tutto sta nel saperli usare quei mezzi, senza dare per scontato che funzionino come vogliamo noi perché non è così. Quando Saviano parla di “nuovo diritto ai social network“, immagino per dare forza alla sua richiesta di regolamentazione “forzosa” del mezzo, dice una grossa e confusa fesseria: sono solo spazi, una “gentile concessione” di chi li ha ideati con scopi, meccanismi di funzionamento ben precisi e con regole -ulteriori a quelle determinate dalla legge che ovviamente valgono sempre- che bisogna imparare a conoscere, rispettare e far rispettare; ma i social network in quanto tali non sono un diritto dell’internauta. In questo ambito esiste il “diritto nei social network” ma non ai social network. D’altronde nessuno ci viene a dire che esiste il diritto al bar o all’oratorio a al nostro particolare gruppo di amici.

Esistono libertà e, al loro interno, i diritti (con corrispondenti doveri) e regole comuni di comportamento, nella strada sotto casa come nel web.

c) C’è un problema di educazione. Insultare e fare la gara a chi offende di più è un problema di educazione personale che non si combatte imponendo ulteriori regole o creando leggi apposite per il web (quali e a quale costo in entrambi i casi?), ma imparando regole minime di comportamento già esistenti e facendole rispettare anche utilizzando gli strumenti dati dalla tecnologia utilizzata. Ma è evidente che per ridurre il fenomeno il passo obbligato è quello di imparare ad usare la “nuova” tecnologia conservando lo stesso rispetto per le persone che si è abituati ad usare a contatto più o meno fisico con le persone. Qui servono due cose per due differenti target: 1) una scuola che insegni ad usare la tecnologia anche dal lato sociale, non solo da quello pratico, insegnando ad esempio che l’anonimato in rete è cosa tecnicamente buona in molte occasioni ma che il rispetto degli altri è cosa ancor più buona; 2) come dice Massimo Mantellini, che le persone leggano il “fottuto manuale”, le regole di comportamento, la netiquette, e che ci siano persone, le più esperte, che facciano -anche sui nuovi social media-quel che accadeva nei vecchi: richiamare, spesso con insistenza, alla necessità di rispettare le regole, pena la messa al bando, l’esclusione dal gruppo o dalla discussione.

Si impara anche così che la convivenza virtuale sottostà, coi suoi ovvi difetti e limiti, alle stesse regole di buonsenso civico applicate al bar o nei gruppi di amici; cambia il mezzo e cambiano i modi attuativi la cui padronanza richiede educazione da una parte, tempo, voglia e volontà di apprendere qualcosa di nuovo dall’altra,  prima di lamentarsi e voler pontificare dall’alto, senza argomenti.

 

 

 

Ricostruire una città, tutti insieme

Non c’è bisogno che vi racconti cosa è successo a Napoli e che fine ha fatto la Città della scienza [se non lo sapete potete trovare informazioni quiqui, qui e anche qui]. Fatto sta che è andata in fumo, bruciata per mano di non si sa chi e ancora non si sa per cosa, ma va ricostruita: era un simbolo di cultura, progresso, larghe vedute. Era un simbolo per la tanto bistrattata scienza in Italia. Non ci sono mai stato e me ne rammarico, non potrò più farlo. Potrò, io come tanti altri, andare a vedere ciò che noi tutti, agendo insieme, potremmo costruire già da oggi donando un piccolo contributo in denaro, oppure merci o perfino competenze utili.

Sul sito DeRev troverete tutte le informazioni utili (e ufficiali). Basta poco, ciascuno secondo le sue possibilità in questo momento di crisi. Ma non possiamo lasciare il sorriso stampato sulla faccia di chi ha voluto compiere questo scempio.

Erigere una nuova città della scienza -fino ad oggi  fonte di conoscenza e di lavoro-, un nuovo fortino per il sapere e per l’intelligenza in una città problematica come Napoli è un imperativo per non lasciare l’Italia in mano ai bravi dell’ignoranza e del sopruso. Diamoci da fare.

Sporco avorio

Ho sempre guardato gli elefanti con una certa meraviglia. Da bambino li ho visti in qualche circo e, nonostante siano enormi e con delle zanne lunghissime, non fanno paura. Sarà la proboscide che li rende buffi, o le grandi orecchie che sventolano come ventagli. Oppure sarà che Dumbo, come tutti i cartoni animati che rappresentano animali, mi ha fatto interiorizzare fin da piccolo un’immagine infantile degli elefanti. Per intenderci, quando, sempre al circo, mi misero un cucciolo mezzo addormentato di tigre in braccio per una fotografia io mi stavo letteralmente cagando addosso già a distanza di tre-quattro famigliole felici che venivano prima di me (solo dopo ho scoperto grazie a Tigro, l’amico di Winnie Pooh, che avrebbe potuto saltellare sulla coda ed essere una tigrotto mezzo fesso e innocuo), mentre alla vista di un elefante non ho mai provato paura.

Forse perché nei documentari non fanno altro che camminare, allungare la proboscide su qualche ramo alto e bere acqua e poi camminare, sollevare polvere, camminare…

Di chi ho avuto sempre paura o, meglio, diffidenza, sono i bracconieri. Non che sia un amante della caccia, anche se riconosco il suo ancestrale valore culturale e sociale, ma i bracconieri sono qualcosa di diverso, non hanno rispetto, vedono solo divertimento e profitto. Il bracconaggio è una piaga serissima, una specie di doping nella caccia, la vittoria facile fuori dalle regole, il far fessi gli altri e i propri “concorrenti” animali. Persone poco affidabili.

journal.pone.0059469.g006
Tracce dei bracconieri (immagine presa dallo studio Devastating Decline of Forest Elephants in Central Africa, pubblicato in open access su PlosOne). doi:10.1371/journal.pone.0059469.g006

Il bracconaggio è ciò che nell’Africa centrale, nella foresta fra Congo, Gabon, parte ovest del Camerun e Repubblica del Centro Africa sta molto probabilmente portando alla totale distruzione -alla repentina estinzione- dell’elefante delle foreste.

Già a Febbraio la Wildelife Conservation Society (Wcs) aveva denunciato la scomparsa di 11mila esemplari dal Minkébé National Park che si trova nel nord del Gabon nel periodo fra il 2004 e il 2012. Oggi arriva un’ulteriore denuncia effettuata sempre dal Wcs e contenuta in un articolo pubblicato su PlosOne che descrive una realtà orribile: fra il 2002 e il 2011 la popolazione degli elefanti della foresta (Loxodonta cyclotis) -una specie diversa dagli elefanti della savana (Loxodonta africana) ai quali siamo forse più abituati a pensare- si è ridotta del 62% e il loro ‘raggio d’azione’, ovvero lo spazio nel quale si muovono, si è ridotto del 30%.

La riduzione dell'area occupata dagli elefanti rilevata tramite i residui di letame degli elefanti
La riduzione dell’area occupata dagli elefanti rilevata tramite i residui di letame degli elefanti.
Gli Stati 1–5 sono: Camerun, Repubblica Centro Africana, Repubblica del Congo, Repubblica democratica del Congo, Gabon,
doi:10.1371/journal.pone.0059469.g001

Il motivo? Come preannunciavo, principalmente la caccia di frodo per l’avorio. La richiesta di questo materiale così prezioso e così maledetto in Cina sembra essere salita e la facilità di venderlo è dunque aumentata di conseguenza. Una manna per i bracconieri che, ben armati, possono sfruttare innanzitutto la mancanza di controlli efficaci e poi la creazione di strade illegittime e fuori controllo per entrare nei parchi,sempre più in profondità nella foresta, cacciare e trasportare il bottino illegale.

Anche se in maniera non troppo importante per ora, a costituire una minaccia per la sopravvivenza degli elefanti, ci sono anche la deforestazione e la costruzione di nuovi insediamenti urbani e, soprattutto, lo sviluppo di nuove aziende agricole che creano un conflitto uomo-elefanti, con conseguente caccia e riduzione del loro habitat naturale.

Il dato ancora più allarmante lo si ottiene quando i ricercatori combinano le statistiche sulla popolazione di elefanti negli ultimi 25 anni: la perdita è di più dell’80%  in meno di due generazioni.

L’importanza di questa specie di elefanti -più piccoli e generalmente con una morfologia diversa da quella degli elefanti della savana- è elevata dato che -secondo gli autori dello studio (che citano ovviamente altri articoli a supporto)- contribuiscono a mantenere viva la biodiversità di una delle principali foreste che ‘ripuliscono’ l’aria della Terra dall’anidride carbonica.

Siamo coinvolti, la ricerca incessante e demente dell’avorio, non solo sta portando sulla strada dell’estinzione (non è molto lunga con questi ritmi, attenzione) questa specie di elefanti, ma rischia di compromettere la nostra salute andando a modificare drasticamente una delle riserve economiche che ci permette di respirare. Il grande problema è che la soluzione non è semplice, servono più controlli e di migliore qualità, serve che la Cina blocchi drasticamente il mercato dell’avorio che dal 2006 ha fatto crescere in maniera esponenziale le attività di bracconaggio, serve restituire agli elefanti il loro spazio naturale, serve aiutare i governi dei paesi coinvolti a non cedere alla corruzione e al disinteresse in nome di interessi personali e, infine, serve un’opera di educazione e sensibilizzazione globale.

Lo studio: Maisels F, Strindberg S, Blake S, Wittemyer G, Hart J, et al. Devastating Decline of Forest Elephants in Central AfricaPLoS ONE, 8(3): e59469 DOI:10.1371/journal.pone.0059469 [è Open Acess quindi consultabile gratuitamente senza limiti]

Altra fonte: Wildlife Conservation Society (2013, March 4). Extinction looms for forest elephants: 60 percent of Africa’s forest elephants killed for their ivory over past decade. ScienceDaily. Retrieved March 5, 2013, from http://www.sciencedaily.com­/releases/2013/03/130304211232.htm