Scienza e complessità

complexityUn po’ di anni fa ero molto contrario – almeno in modo superficiale – alla “vivisezione”. Se mi aveste chiesto cosa ne pensassi degli esperimenti scientifici sugli animali, vi avrei risposto che era roba da multinazionali senza scrupoli.

Un po’ di anni fa ero anche contrario agli Ogm e alle biotecnologie nel campo agro-alimentare. Se mi aveste chiesto cosa ne pensassi, vi avrei risposto che era roba da multinazionali senza scrupoli.

Non ho ricordi precisi, ma non è improbabile che avrei dato credito anche le scie chimiche. Sicuramente, dopo aver ascoltato una conferenza di Giulietto Chiesa dal vivo, propendevo per la “teoria del complotto” sull’11 settembre.

Prendevo per buone le mirabolanti capacità della Biowashball sponsorizzata da Beppe Grillo, energia nucleare rauss. pussa via.

Non ho mai fatto ‘attivismo’, ma probabilmente solo perché non ne ho avuto l’occasione, sono rimasto senza l’impulso giusto.

Poi è successo qualcosa, non so bene cosa. So che mi sono fermato, ho orientato lo sguardo anche dall’altra parte e ho iniziato a cercare. Ho provato a leggere le opinioni di chi non la pensava come me, ad accostarle con quelle che, ai tempi, formavano anche la mia (superficiale) conoscenza delle cose.

Ho scoperto che quel che ritenevo di sapere era perlopiù sbagliato- Semplice, facile da capire, ma sbagliato.

Poi, per diverso tempo, ho avuto una specie di reazione. Sono diventato quasi un ‘talebano della razionalità’ – questo blog ancora conserva campioni di quella reazione e li tengo come memento -, convinto a volte di poter portare l’acqua della verità al mulino dei fessi dal quale ero fuggito. Ero uno da animalari in lungo e in largo per intenderci.

Nel frattempo ho frequentato un master in giornalismo scientifico, mi sono confrontato con altre persone e, anche se ci ho messo un po’, mi sono di nuovo fermato, mi sono di nuovo seduto e i ‘luoghi’ da guardare sono diventati molteplici.

Continuo a pensare che la razionalità sia l’obiettivo primario da raggiungere quando si devono prendere decisioni, e che il metodo scientifico sia il bastone più solido e concreto su cui poggiarsi e fare affidamento per non barcollare troppo. Ma penso anche che il mondo sia molto complesso e che dividere il mondo in due fazioni, da una parte i razionali, dall’altra gli scemi, sia scorretto, oltre che falso. Era un concetto che al master hanno cercato (e si continua a farlo) di costruire fin da subito, ma mi ci è voluto un po’ per apprenderlo e capirlo.

Non sto parlando delle frodi conclamate, ma dei processi che portano le persone a credere in determinate cose e perfino a battersi per esse, non di rado cercando supporti che, per quanto alla fine possano risultare deboli, sono di tipo ‘scientifico’. Oppure della necessità di considerare sempre i fattori e i contesti – sia grandi che piccoli – dai e nei quali si sono sviluppate certe idee, certe prese di posizione, certe battaglie senza limitarsi al giudizio vero/falso, giusto/sbagliato dal solo punto di vista scientifico, perché spesso non basta.

Ora, non voglio tirarvi un pippone su questa “terza fase”, però vorrei condividere alcune osservazioni fatte da Andrea Ferrero sul numero 21 (Anno 6, Primavera 2015, pagg. 62-64) della rivista del Cicap, Query, che ho trovato molto sensate e… razionali per cercare di costruire un dialogo costruttivo. Niente di risolutivo ma, credo, il punto di partenza giusto.

[…] non sempre è possibile isolare i problemi da solo punto di vista scientifico e le posizioni pubbliche che prendiamo limitatamente a quel punto di vista hanno delle conseguenze più generali, di cui non possiamo ignorare la responsabilità.

Lo sottolineo perché l’esperienza mostra che è facile cadere nell’errore di pensare che il punto di vista scientifico sia l’unico che conta, errore che riassumerei nel detto “se tutto quel che hai è un martello, tutti si sembra un chiodo” (succede spesso, per esempio, nel dibattito sulla sperimentazione animale). Per evitarlo bisogna fare uno sforzo di umiltà, cosa non sempre facile, soprattutto per chi è abituato dalla discussione sull’esistenza dei fenomeni paranormali a considerare il proprio punto di vista come risolutivo.
[…] Penso che diventi ancora più importante il principio di criticare le idee anziché le persone e di evitare la divisione artificiale tra “scettici” e “fuffari”: il mondo è complicato e non esistono due fronti omogenei che si fronteggiano, ma tante divisione, diverse a seconda dell’argomento, che si intersecano tra loro.

Dovremmo inoltre evitare di difendere “la scienza” in blocco: non c’è niente di male a difenderne certi aspetti e criticarne altri. Divulgare le conoscenze scientifiche e difendere i metodi e i valori della scienza non significa ignorare i problemi della comunità scientifica o i possibili rischi delle applicazioni tecnologiche.
Per esempio, quando si parla di medicina, oltre a smascherare le bugie degli omeopati, è bene criticare anche quelle dell’industria farmaceutica.
Non è questione di “buonismo” o di politicamente corretto, ma di rigore logico e onestà intellettuale.

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I-Care e i finanziamenti simbolici alla ricerca senza animali

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Ci sono 4 assegni nell’area delle scienze biomediche per finanziare la ricerca di metodi alternativi a quelli che utilizzano animali. Parliamo di metodi “alternativi alternativi”, non di quelli complementari da affiancare alla ricerca con animali. Gli assegni li propone rIcerCARE, conosciuta come I-Care (credo, faccio un po’ di fatica a capire come si chiami realmente), l’associazione di Massimo Tettamanti, uno dei ‘guru’ antivivisezionisti italiani.

Si tratta di quattro assegni da 52.500 “destinati a singoli ricercatori (anche stranieri) o gruppi di ricerca, in tutti i casi operanti in strutture italiane autorizzati a svolgere ricerca biomedica, che attualmente utilizzano metodologie che, direttamente o indirettamente, fanno uso di animali.
– Gli assegni di ricerca sono destinati a coprire i costi di riconversione per passare dalla sperimentazione animale a metodologie specie-specifiche per l’essere umano.
Gli assegni di ricerca non possono superare la cifra di 52.500 euro l’uno per uguagliare, simbolicamente, l’intero finanziamento nazionale destinato ai cosiddetti metodi alternativi del 2014“.

Benissimo. Anche se i fondi probabilmente derivano da una raccolta di cui non condivido neppure le virgole (tipo il boicottaggio delle altre associazioni che promuovono la ricerca scientifica, anche con animali), mettere soldi a disposizione per la ricerca di metodi alternativi (alternativi alternativi) è un bene, perché meno animali si possono usare, meglio è. Che poi si debbano destinare cifre simboliche per fare la linguaccia allo Stato è un altro conto, magari oggetto di altre discussioni.

Ho però dei piccoli appunti da fare all’iniziativa. In almeno due punti del bando si accusa lo Stato italiano di stanziare cifre irrisorie alla ricerca sui metodi alternativi. Oltre al punto già citato sopra, tra i “Considerati” del bando si può leggere anche qualcosa in più:

il finanziamento nazionale stanziato per il 2014 per i cosiddetti metodi alternativi pari a un risibile e inutile 52.500 euro (D.L. 26/2014, art. 41, comma 2);

Bé, non è vero. Non è vero che lo Stato finanzia questo tipo di ricerche con soli 52.500 euro. E non è vero che i soldi sono destinati solo agli Istitui Zooprofilatici Sperimentali e non ai tradizionali centri di ricerca.

L’associazione di Tettamanti sembra aver letto solo un pezzettino del lungo comma 2 dell’art. 41 del D.L. 26/2014 (disposizioni finanziarie). Se avesse letto anche tutto il resto avrebbe forse fatto meglio, giusto per correttezza e maggiore trasparenza di intenti, ma forse poi eguagliare quelle cifre con le borse di studio stanziate – meritorie, sen’altro, ma anche risibili e inutili, no? – sarebbe stato un po’ più difficile, così come bullarsi implicitamente di riuscire a fare, con pochi fondi raccolti, quel che lo Stato non vuole fare con i tanti soldi che ha a disposizione per (provare a) cambiare davvero le cose.

Quell’articolo dice che per finanziare la ricerca sui metodi alternativi si procede così:

  • con le entrate derivanti dall’applicazione delle nuove sanzioni pecuniarie amministrative (che vanno da 9.000 a 60.000 euro) di spettanza statale comminate a chi non rispetta la legge sulla soppressione degli animali (ovvero non utilizza i metodi autorizzati dalla legge).
  • con l’importo pari a euro 52.500 a decorrere dall’anno 2014, mediante corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 12, comma 2, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, e successive modificazioni (dunque i famosi 52.500 euro sono solo risorse aggiuntive, non quelle complessive)
  • con un importo annuale pari ad euro 1.000.000 per ciascuno degli anni del triennio 2014-2016 di cui:
    1) per il 50 per cento da destinare alle regioni ed alle province autonome sulla base di apposito riparto da effettuare con decreto del Ministro, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, e d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano per il finanziamento di corsi di formazione ed aggiornamento per gli operatori degli stabilimenti autorizzati ai sensi dell’articolo 20, comma 2;
    2) per il 50 per cento da destinare agli istituti zooprofilattici sperimentali per l’attivita’ di ricerca e sviluppo dei metodi alternativi.

Dunque, a differenza di quanto sostenuto da I-Care, lo Stato non ci mette solo 52.500 euro, ci mette quelli più un milione di euro all’anno per tre anni, più i proventi di alcune sanzioni applicate a chi non rispetta la disciplina sugli abbattimenti degli animali.

Il legislatore si occupa di due cose: da una parte formare il personale delle strutture interessate all’uso di nuove e migliori pratiche, dall’altra finanziare direttamente la ricerca per lo sviluppo di nuovi metodi sperimentali alternativi. Qui fa una scelta – criticata da I-Care, magari anche legittimamente, non lo so – che è quella di affidare la parte di ricerca agli istituti zooprofilattici sperimentali. Per l’associazione di Tettamanti che “il finanziamento nazionale stanziato per gli anni successivi per i cosiddetti metodi alternativi” viene “destinato inaspettatamente e unicamente agli Istituti Zooprofilattici Sperimentali e non ai tradizionali centri di ricerca italiani“.

Può anche essere vero che sia inaspettato, magari anche criticabile. Però, almeno a livello superficiale, che lo Stato finanzi la ricerca pubblica e scelga di finanziare i “suoi” istituti che hanno la funzione  di operare (prendo da Wikipedia) “quale strumento tecnico ed operativo per la sanità animale, il controllo della salute e qualità degli alimenti di origine animale, l’igiene degli allevamenti ed attività correlate” non mi pare una cosa così inaspettata, né strana.

Per finire, dato che nel bando si cita il convegno “Dare un senso ai metodi alternativi alla sperimentazione animale”, sarebbe bello cominciare a dargli un senso riportando anche le iniziative che vanno in tale direzione nel contesto reale nel quale si inseriscono che non è fatto di somme “risibili e inutili” per la ricerca (magari ancora poche, questo è possibile). E non necessità di espedienti dialettici che mascherino (o alterino) la realtà per dare forza alle proprie ragioni, perché poi anche le iniziative in astratto lodevoli rischiano di perdere forza e credibilità.

Nella tana del lupo (considerazioni sparse)

Premessa: sono solo considerazioni sparse.

Premessa 2: se decidi di entrare nella tana del lupo devi essere cosciente di almeno due cose: 1. il lupo è il padrone di casa e la conosce meglio di te; 2. devi essere pronto a mordere più forte e più a fondo del tuo avversario.

Sono stato a una conferenza pubblica organizzata dall’associazione Animal Defenders a Ferrara, tenuta da Massimo Tettamanti (il lupo), big boss di iCare, associazione che si propone di debellare la sperimentazione animale dalla faccia della Terra (detta così, gli auguro di avere successo al più presto. Detta con cognizione di causa, preferirei si occupasse d’altro nella sua vita).

Non lo avevo mai sentito parlare ma adesso so una cosa: sa cosa fare e sa come farlo. Il suo obiettivo dichiarato è raccogliere fondi per la sua associazione e lo fa con una retorica ben calibrata sul suo pubblico e sulla situazione. Per esempio combatte in maniera dialetticamente efficace una tipica obiezione usata contro gli “antivivisezionisti”: il problema non è – dice il lupo – se sia giusto sacrificare un topo per salvare un bambino, ma se sia giusto sacrificare una cavia umana sana ma povera e che si sottopone ai test per soldi, a favore di pochi benestanti che posso trarre vantaggio da un determinato farmaco (non è una citazione testuale, ma l’esempio che ha fatto è questo), facendo capire che è tutto un giochino organizzato dalle grosse aziende farmaceutiche (ecco individuato il nemico condiviso dalla platea).

Ovviamente il substrato è che i test sugli animali siano completamente inutili, le ragioni sono le “solite”: reazioni specie-specifiche come addirittura Silvio Garattini – altro grande nemico – avrebbe riconosciuto in uno studio del 1985 e che poi si sarebbe dimenticato chissà perché. Non solo, Tettamanti fa degli esempi “che potete controllare quando tornate a casa” citando alcuni bugiardini. Uno di questi è quello del Serevent, commercializzato dalla Glaxo. Secondo Tettamanti sarebbe la dimostrazione che i test sugli animali non servono a nulla: anche se hanno effetti avversi sugli animali in gravidanza, questi vengono classificati come specie-specifici e la sperimentazione – dice il lupo – continua comunque sulle cavie umane sane e poi il farmaco finisce in commercio, ergo, la sperimentazione sugli animali non ha senso scientifico. Dato che sono tornato a casa ho controllato il bugiardino e questo è quello che si legge:

Gli studi sull’animale non indicano effetti dannosi, diretti o indiretti relativamente alla tossicità riproduttiva, con l’eccezione di evidenze di alcuni effetti dannosi sul feto a dosi molto elevate (vedere paragrafo 5.3).

Come misura precauzionale è preferibile evitare l’uso di salmeterolo durante la gravidanza.

I dati a disposizione di farmacodinamica e di tossicologia nell’animale hanno mostrato escrezione di salmeterolo nel latte. Non può essere escluso un rischio per il bambino che viene allattato al seno.

La decisione se interrompere l’allattamento al seno o interrompere/sospendere la terapia con salmeterolo deve essere presa tenendo in considerazione il beneficio dell’allattamento al seno per il bambino e il beneficio della terapia con salmeterolo per la donna.

Studi sul propellente HFA-134a non hanno rivelato alcun effetto sulla performance riproduttiva e sulla lattazione di adulti e sulle due successive generazioni di ratti e sullo sviluppo fetale di ratti o conigli.

[paragrafo 5.3] Dati preclinici di sicurezza

Negli studi di tossicità sulla funzione riproduttiva negli animali sono stati osservati nel feto, a dosaggi molto elevati, alcuni degli effetti tipici della classe dei beta2-agonisti.

Negli studi di mutagenesi condotti in vitro (procarioti ed eucarioti) ed in vivo (ratto) il salmeterolo non ha dato luogo a genotossicità.

Studi a lungo termine hanno determinato l’insorgenza di leiomiomi nel mesovario di ratti e nell’utero di topi, correlati alla classe dei beta2-agonisti.

La letteratura scientifica e gli studi di farmacologia condotti forniscono chiara evidenza che questi effetti sono specie-specifici e non presentano alcuna rilevanza nell’impiego clinico.

In pratica il lupo ha letto solo l’ultima parte: è evidente che quegli effetti e solo quelli richiamati nel bugiardino sono specie-specifici e lo sono non a priori, ma perché si sono rivelati tali. Non significa che gli altri effetti lo siano. Basta intendersi sull’italiano. Ma il pubblico ha capito quel che doveva capire.

Tettamanti colora le sue posizioni di scientificità utilizzando, ancora una volta, un arma retorica: uso solo dati della controparte per dimostrarvi che io ho ragione e loro torto. Non ne cita uno, li butta lì e poi… li controllate quando tornate a casa.

Il nostro lupo è promotore di metodi sostitutivi, sa bene che quelli in vitro e in silico non funzionano in tal senso e così propone “metodi di rilevanza umana” come biobanche, coculture, bioreattori, simulatori metabolici, addirittura dei prototipi basilari di cervello (che secondo il lupo sarebbero migliori di quello di un animale a questo punto), tutti basati su tessuti umani e tarati sull’uomo.  Nessuno di questi – ma lo controlliamo a casa come al solito – è in grado di simulare in maniera più decente di un animale un organismo completo (tipo per capire se soffre) che è un particolare non di poco conto quando si vogliono conoscere le reazioni a una certa sostanza, o no? E i famosi effetti teratogeni? C’è un simulatore di organismi completi e gravidi? Ma che importa? Il concetto è: abbiamo delle cose sviluppate a partire dall’uomo per l’uomo e funzionano meglio degli animali e la platea adesso lo sa.

Tettamanti sostiene che sperimentare sugli animali sia una roba che ci portiamo dietro dall’800 e che fa rimanere indietrissimo la ricerca biomedica rispetto a qualsiasi altra cosa. Non solo, per lui è solo un problema legale: serve per mettere al riparo le aziende farmaceutiche ed è per questo che non viene cambiata. Si dimentica di dire che se dovesse cadere il vincolo legale dei test sugli animali le aziende farmaceutiche sarebbero sempre protette in ogni caso in cui venisse seguita alla lettera la nuova legge che, ipoteticamente, sostituirebbe i test in vivo sugli animali con i suoi “metodi di rilevanza umana”. Da uno che si vanta di essere un criminologo forense (oltre che vincitore di ben 6 borse del Cnr) mi sarei aspettato argomenti migliori da questo lato. Quello che pone è un non problema di fatto, ma dal lato retorico ha fatto presa sul pubblico: obiettivo centrato.

Ancora, il lupo gioca abilmente sulla assenza di interlocutori della controparte al tavolo del dibattito: se non ci sono un motivo ci sarà fa capire, colpendo nel segno. Dato il contesto civile in cui si è svolto tutto in questa occasione forse qualcuno dell’Università di Ferrara (che sta costruendo un nuovo stabulario al quale gli Animal Defenders si oppongono) avrebbe potuto accettare il confronto, preparandosi adeguatamente. Qualcuno ha provato a porvi rimedio, si tratta di Riccardo e Gianluca. Li ho ammirati molto per il coraggio e sostanzialmente ho condiviso (quasi) tutto quello che hanno detto cercando di pungere Tettamanti e coglierlo in fallo. Ma, il lupo giocava a casa sua e se accetti di sfidarlo a casa sua nel suo gioco devi usare le sue regole, che sono di retorica non di sostanza. Insomma, se si vuole affrontare Tettamanti, non basta dire le cose come stanno – pur in maniera onesta come hanno fatto Riccardo e Gianluca, ammettendo davanti a un pubblico ostile, i limiti della sperimentazione animale – bisogna giocare con altre armi che si devono conoscere come le conosce Tettamanti. Ovvero usare argomenti che abbiano presa sul pubblico che si ha davanti e, qui è la parte più spinosa perché la controparte ne può fare a meno, rimanere al contempo in un ambito di correttezza scientifica (questo significa saper mordere più forte e più in profondità, e non è facile).

Tettamanti afferma che il Cicap, a differenza di Skeptic, non si muoverà per verificare la scientificità della sperimentazione animale, perché fra i suoi garanti scientifici c’è Silvio Garattini.

A quanto ha affermato, la sua associazione destina circa 28-30 mila euro raccolti con le donazioni al suo programma Ricerare per metodi di sperimentazione senza animali che vengono destinati, per ora, alle attività didattiche dell’università, avendo salvato in questo modo 17 mila animali (con relativi costi per la riabilitazione).

Tettamanti esplicitamente vuole impedire il finanziamento alle ricerche di Telethon, perché usano (anche) animali. Provo non poco ribrezzo per posizioni simili.

Ha affermato: “È vero che sparo un sacco di minchiate, è perché cito solo dati della controparte”. Applausi, ma vorrei far notare che, dato che – a detta sua – cita quelli che dimostrerebbero la fallacia della sperimentazione animale…traetene voi le conclusioni logiche.

Ci voleva Caterina (#iostoconCaterina)

#iostoconCaterina

Ci voleva Caterina Simonsen. Per aver scritto nero su bianco che la sua vita la deve anche alla ricerca fatta sugli animali (ovvero alla sperimentazione animale) è stata insultata e minacciata di morte da alcuni nazi-animalisti ed è diventata un caso mediatico. Da sola ha fatto molto più di quello che in tanti hanno provato a fare con tutte le forze negli ultimi anni, toccare le corde giuste affinché il tema sperimentazione animale e alcune sue implicazioni venissero alla ribalta.

Per difenderla, per difendere la ragionevolezza della sperimentazione animale – senza dimenticarsi i problemi che pone – si è ‘scomodato’ Matteo Renzi ma anche persone che generano opinioni come Michele Serra e Vito Mancuso su Repubblica di domenica 29 dicembre (perfino Gabriele Muccino su Twitter). L’oltranzismo, il radicalismo e l’ideologia malata di una parte di sedicenti animalisti viene finalmente alla ribalta, esposto al pubblico per quello che è – una deriva culturale -, messa in primo piano da una parte politica e culturale che si schiera – pur riconoscendo con Vito Mancuso il problema etico dell’uso degli animali (addirittura di tutta la vita) – a favore non tanto della scienza quanto del raziocinio come metro di misura per rapportarsi con i problemi della modernità, del rapporto dell’uomo con se stesso e con la natura.

Caterina Simonsen è, mediaticamente, la nostra malata di Sma1 nel caso Vannoni, il nostro malato di tumore nel caso Di Bella: è la storia che genera empatia, simpatia, vicinanza, voglia di approfondire e farsi domande. È la storia che ‘buca lo schermo’ a favore della scienza e della razionalità, una testimone che racconta con orgoglio la sua vita grazie alla scienza. Ha tutto quello che spesso è mancato al racconto mediatico della scienza, altrimenti accusata di essere fredda, piana di freddi numeri e statistiche, incapace di dare risposte, capace di disilludere, poco attenta e prona – perché non è fatta di esse – alle storie personali, all’aneddotica: Caterina è la testimonianza di una scienza – quella biomedica in questo caso – che genera futuro, che genera vita, è una bella storia che nella sua tragica fierezza è bello ascoltare. È anche la storia di una persona sola che deve combattere contro un gruppo di bulli invasati che la insulta o, addirittura, la vorrebbe eliminare e lo fa rispondendo colpo su colpo con una grande umanità che genera passione e voglia di camminare a fianco lei per proteggerla e sostenerla. 

È – sempre (e solo) mediaticamente – la stessa arma che spesso viene usata per propagandare l’anti-scienza, cure miracolose o chissà cos’altro ma che questa volta passa di mano e si ritorce contro chi dell’empatia (verso gli animali) fa una bandiera e una idiota ragione di vita (e di morte).

La storia di Caterina è un credibile, genuino, involontariamente potentissimo spot a favore della ricerca e di denuncia verso le barbariche derive di una certa ideologia. L’unica e fondamentale differenza con le storie mediaticamente fortissime raccontate da quei movimenti che di esse si nutrono per portare avanti la propria pseudoscienza è che nessuno la utilizzerà in modo spietatamente strumentale per raccontare verità scientifiche insostenibili.

#iostoconCaterina

Giornalisti e torri d’avorio

Leggo oggi su Prometeus magazine un’interessante riflessione di Federico Baglioni a proposito della recente manifestazione tenutasi a Roma, davanti a Montecitorio, per chiedere al Governo di non recepire le modifiche pericolosamente restrittive votate dal Parlamento alla direttiva Ue 63/2010 sulla sperimentazione animale.

Federico lamenta la scarsa attenzione dei media (se non un video de La Stampa e un servizietto orribile del Tg1) per una manifestazione pacifica con cinquecento persone che si schieravano dalla parte della ricerca. Questa è la parte che ritengo più interessante della sua analisi:

E’ brutto da dirsi, ma la notizia non era sufficientemente interessante.

Intendiamoci: so benissimo quali sono i problemi di un giornalista. Ha poco tempo, deve seguire una linea editoriale e deve stendere un articolo che venga letto da molti e che non crei un controproducente (per lui) vespaio di polemiche. Capisco che sia molto meno compromettente glissare l’argomento e parlare di altro.

Non ci sono stati scontri, non c’è stato il “sangue”

Qualcuno l’ha proprio sentito dire in piazza e la cosa, purtroppo, non mi scandalizza affatto. A differenza delle altre occasioni, non c’è stata alcuna contestazione, nessun “momento di tensione” vero o presunto che fosse, nessuna guerra tra bianchi e rossi. E’ caduto quindi lo scoop,la possibilità di dipingere l’argomento sperimentazione animale come consueta “guerra tra faide”.

“La notizia non era sufficientemente interessante”. È proprio così. In parte concordo col resto dell’analisi, nel senso che uno scontro, una contestazione, ha sicuramente un grado di notiziabilità maggiore all’interno dei quotidiani generalisti. Non sono d’accordo invece sulla parte dei problemi del giornalista: sollevare vespai fa vendere copie o guadagnare accessi sul web e non è detto che esista una linea editoriale su temi complessi come la sperimentazione animale.

Però manifestare a favore della ricerca non è molto più interessante, dal lato giornalistico, della protesta coi caschetti degli operai dell’Alcoa in Sardegna o dell’omofobia di Guido Barilla.  Le ragioni sono tante, non da ultimo l’interesse del pubblico che probabilmente tende a scemare dopo una/due volte che si tratta l’argomento (a meno che, di nuovo, non si compiano azioni eclatanti, ma in questo caso sono tali azioni a fare notizia, non il messaggio che vi sta sotto).

Per Federico,

L’impressione è che quella di stare in una torre d’avorio non sia una scelta degli scienziati, ma una forma di confino cui sono costretti dai media.

E qui credo che sbagli. Uno dei grandi problemi degli scienziati è che scendono in campo a protestare quando vedono calpestata la propria libertà e, se vengono ascoltati bene, se non vengono ascoltati è perché l’Italia non ama la scienza. C’è del vero, senz’altro, ma non è così semplice e credo che il problema nasca un po’ più indietro con ampie responsabilità degli scienziati.

Per portare avanti “la causa” della scienza (qualsiasi cosa voglia dire) non basta protestare quando qualcuno sembra metterle dei paletti davanti o prende decisioni assurde (Stamina, Di Bella ma anche sperimentazione animale e Ogm) e poi continuare a fare quello che si faceva prima. È necessario fare un salto qualitativo: portare quei problemi dove c’è la possibilità di trattarli a livello politico prima e mediatico poi: le organizzazioni politiche, le associazioni e tutto il sottobosco culturale che sfocia in attività, proposte e gruppi di pensiero che influenzano chi deve prendere le decisioni e che ha più facile accesso ai media. Credo che sia ora che la cultura scientifica inizi a diffondersi su più piani. La comunità scientifica deve costituire una sua lobby, non nel senso dispregiativo che diamo in Italia a questo termine, ma nel senso di fare la stessa identica cosa che fanno gruppi super legittimati come Slow Food o Comunione e liberazione (oddio, forse ho fatto esempi non proprio positivi) o le varie fondazioni e associazioni il cui scopo è proprio quello di far emergere su più livelli possibili le proprie idee. Questo è quello che dovrebbe fare la scienza: “scendere in campo” (ho i brividi), portare le sue idee e argomentazioni sul piano politico, a tutti i livelli, non sperare che, semplicemente parlando o facendosi vedere in piazza, qualcuno ascolti ed “esegua” o pretendendo di essere chiamati in causa solo su determinati argomenti in qualità di esperti e pensare che il resto non la riguardi.

Gli scienziati, i ricercatori, intervengano allora più spesso nel dibattito politico, dicano che l’abolizione dell’Imu gli leverà X milioni di risorse per fare le importanti ricerche Y e Z, dicano che per una università in grado di crescere serve una classe politica che sappia prendere decisioni durature, dicano che il signor sindaco ha riconsegnato la città più inquinata di quanto era cinque anni prima, dicano che l’Italia spreca i fondi europei e propongano progetti, denuncino con estrema forza la burocratizzazione, i baronati e le risorse date in base al nome e non al curriculum, dicano qualcosa di politico sull’Ilva o sulla così detta green economy, dicano con forza, durezza e chiarezza che la televisione pubblica non può delegare le tematiche scientifica a Piero Angela (sempre sia lodato) per altri 30 anni e mantenere in vita (professionalmente) Roberto Giacobbo.

In mancanza di tette e culi da mettere in primo piano, l’unico modo per rendere la scienza -compresi i suoi problemi- più notiziabile è quello di rinforzarne la portata comunicativa facendola entrare nel tessuto connettivo sociale e politico. La violenza sulle donne è diventato un problema in Italia non perché siano cresciuti numericamente i reati, ma perché un forte movimento d’opinione ha focalizzato l’attenzione pubblica, di media e politica, su quel problema e si batte per trovare delle soluzioni. Le battaglie sui diritti civili hanno alle spalle associazioni di persone e gruppi di pensiero che elaborano idee e soluzioni e si trovano dei portavoce influenti che inseriscono le proprie idee nel flusso comunicativo, scatenano dibattiti e polemiche, fanno politica. Se è vero che la scienza è un grande movimento culturale, la più avanzata forma di pensiero che l’uomo abbia fin qui sviluppato, allora l’obiettivo è farla penetrare oltre le accademie, oltre gli specialisti o i semplici appassionati. È possibile che il fattore principale del nostro benessere e del nostro avanzamento debba essere relegato ad una specie di nicchia?

La smettano allora di dire e pensare “siamo solo scienziati”, di aver paura di calpestare qualche piede e di pretendere l’attenzione mediatica e politica solo quando le decisioni politiche gli passano accanto, perché così, giusto o sbagliato che sia, non funziona. Se la politica e l’informazione sono miopi quando si parla di scienza, la colpa sta anche (ma non solo, ovviamente) in chi non si è curato troppo della salute di quegli occhi e oggi non riesce a trovargli un buon oculista.

Carogne etiche (+amore)

cibi pieni di carogne eticamente giustificate by ©2013 Almonature

Nessun vantaggio, nessun profitto, nessuna idea o religione, niente giustifica la crudeltà. La sperimentazione sugli animali è crudeltà

È il messaggio fortissimo -il cui primo periodo è condivisibile in toto- che Almo Nature sta consegnando alle nostre orecchie, ai nostri occhi e al nostro cervello in questo periodo tramite una campagna pubblicitaria televisiva contro la sperimentazione sugli animali e in supporto alla raccolta di firme per fermare la vivisezione (che, per inciso, si è già fermata da sola da un bel po’ di anni).

Ovviamente ognuno può pensarla come vuole e fare la campagna pubblicitaria che vuole,  ma Almo Nature è una società che produce e vende cibo “naturale” (+ amore) per gli animali domestici, composto anche, se non soprattutto, da carni varie di vari animali uccisi (carogne, +amore) per essere fatti a brandelli e venire poi venduti sotto forma di gustose crocchette (+amore) e umido in scatolette (+amore). Si vede che i macellai di Almo Nature hanno tanto amore da compensare la perdita di vite animali in gran parte (e in astratto) risparmiabili e si vede che i vantaggi nutrizionali per i nostri cani e gatti e, soprattutto,  i profitti (legittimi) per Almo Nature costituiscono un’ottima giustificazione etica e morale, cosa che la cura delle malattie (comprese quelle di cani e gatti) e la comprensione della biologia non sembrano offrire.

Il discrimine  etico e morale fra le due attività però, almeno per menti sempliciotte come la mia, non è dato saperlo. È bello e semplice accusare gli altri -con un’opera di grande disinformazione (e non parlo della sezione web in cui inscenano un confronto fra pro e contro in cui l’uso sapiente del grassetto* rimarca visivamente il messaggio unico, quello contro ovviamente)-  di infliggere inutili sofferenze negli animali quando ci si arricchisce (legittimamente) foraggiando con le carogne il  “vizio” tutto umano di voler accompagnare la propria esistenza con uno o più (spesso molti più) famelici animali domestici.

 

 

*neppure io uso i grassetti totalmente a caso

 

 

Vabbè, ciao

un saluto al Pd

Non so cosa dire.

Dopo Serracchiani, il ministro Orlando sentito criticare gli ambientalisti e i comitati di cittadini perché non baserebbero le loro posizioni su dati scientifici e poi primo difensore della lotta (senza basi scientifiche) anti-ogm con conseguente decreto, i voti a favore di una milionaria sperimentazione sul nulla di Stamina, il voto di ieri che azzoppa pesantemente la sperimentazione animale, arrivano oggi le dichiarazioni della piddina Silvana Amati direttamente sul sito del partito che sbriciolano ogni minuscola speranza residua in questo pseudopartito di pseudosinistra. Amati, laureata in scienze naturali e che sarebbe anche stata ricercatrice afferma:

Non esiste, se non in modo strumentale, la contrapposizione tra la salute dell’uomo e il benessere animale. L’87% degli italiani nutre sentimenti positivi nei confronti degli animali e più della metà è contraria a qualunque forma di sperimentazione animale. Ci auguriamo dunque che anche la ricerca paludata sappia adeguarsi e finalmente rinnovarsi.

 Come se per valutare le sue ricerche si fosse affidata al sentimento popolare e non a misure e metodi oggettivi propri della scienza.

Il 100% degli occupanti della stanza in cui sto scrivendo ritiene che la signora Amati e i suoi compari parlamentari siano dannosi all’Italia, rappresentanti di una piaga funesta: l’arrogante e ormai paludata cialtroneria politica. Prima di votare partiti simili, politici simili, fosse solo per disperazione e residuo senso del dovere civico, provvederò a cautelarmi tagliandomi le mani. Alle prossime elezioni white is the colour.