Distanze

Ma se uno come Davide Vannoni sente l’esigenza di prendere le distanze da te, suo ex compare di nefaste avventure, tu, Marino Andolina che tipo di persona sei?

Vannoni scarica Andolina e prende le «distanze»

 

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Scienza, giudici e Daubert standard: copiare non basta

hammer-485712_640Negli ultimi anni i legami tra conoscenze scientifiche e diritto sono diventati sempre più evidenti: sempre più spesso i giudici sono chiamati a interpretare teorie scientifiche per decidere sulla colpevolezza delle persone o, addirittura, per trovare nessi causali tra un prodotto della scienza e un evento specifico.

Sentenze ascientifiche. Gli esempi sono tanti: possiamo pensare a tutte le volte che un giudice vede dei nessi tra vaccini obbligatori e insorgenza di malattie (autismo), oppure basa il suo giudizio sull’imputabilità di una persona (concetto fondamentale nel nostro ordinamento) sulla base di specifiche tecniche scientifiche (qualcuno ha parlato di neuroscienze in tribunale?). Altre volte autorizza o meno la prosecuzione di determinate cure che – in quel momento – sono al confine tra scienza e ciarlataneria come accaduto nelle vicende riguardanti il metodo Di Bella e il metodo Stamina (sì, la bilancia pende dalla parte della ciarlataneria).

Com’è possibile? Come può succedere che quando la comunità scientifica e la maggioranza delle “opinioni esperte” si pronunciano per l’ascientificità di determinate correlazioni o di determinate cure un giudice decida il contrario? È un problema del sistema o è solo ignoranza?

Il problema. Le cause sono tante: in tanti tirano in ballo l’analfabetismo scientifico italiano – che sicuramente ha un suo peso non marginale -, ma il vero problema è che un giudice, non essendo esperto di scienza, decide in base a quello che emerge nel processo, non nell’opinione pubblica e nemmeno in quella della comunità degli esperti (intesa in senso allargato: scienziati, commentatori, giornalisti esperti). E, a livello di principi generali, è un bene che sia così. 

Il cerottino. Il sistema prevede dei correttivi per questa “ignoranza” di fondo perfettamente normale: quando si parla di argomenti che richiedono conoscenze specifiche, settoriali, il giudice può (e a certe condizioni deve) fare ricorso agli esperti (periti, consulenti tecnici d’ufficio) per capire meglio le cose e avere le idee più chiare per poi decidere autonomamente in base al suo libero convincimento. Lo deve fare ogni volta in cui siano richieste conoscenze specifiche in settori che non sono propri del giudice (economia, ingegneria, falegnameria, tecniche varie, arte… scienza). 

Il problema rimane. Perché, allora, se gli esperti entrano nel processo con il loro sapere specifico, le cose vanno comunque male? Tra i tanti fattori tre, a mio avviso, sono quelli principali: a) il giudice sceglie il proprio perito da un apposito albo o, in via sussidiaria, può sceglierlo a sua discrezione tra persone particolarmente esperte della materia (ed è lui, in assenza di altre specificazioni, a decidere che quelle persone sono “particolarmente esperte”); b) non esiste una regola o un parametro per la valutazione delle procedure e dei metodi applicati dal perito ab origine: tutto si gioca in fase dibattimentale quando viene esaminato ma il suo pezzetto di conoscenza rimane generalmente lì, a disposizione del giudice, come prova da utilizzare nella decisione; c) il giudice non è in alcun modo vincolato alle conclusioni dell’esperto, potendo discostarsene dandone motivazione.

a) Se l’iscrizione a un apposito albo dà alcune garanzie sull’effettivo possesso dell’expertise dei periti non è una condizione sufficiente a escludere problemi: per l’iscrizione all’albo (che è volontaria), bisogna essere iscritti a uno specifico albo professionale (ingegneri, geometri, architetti ecc), presentare i propri documenti d’identità, i titoli e i documenti che attestano la propria particolare competenza. Un collegio poi deciderà sull’ammissione all’albo dei periti o meno. Sembra tanto ma non lo è, perché alla fine si tratta di requisiti sostanzialmente formali che poco ci dicono, nel caso della prova scientifica, della correttezza del metodo utilizzato nel caso concreto dal perito e dunque del suo vero livello di expertise.

b) e c) Qui forse sta il vulnus più grande di questa parte del sistema processuale: se è richiesta una conoscenza specifica, una volta ammessa nel processo quella del perito, difficilmente un giudice sarà in grado di discostarsene (può accadere, certamente), anche quando quella conoscenza è basata su procedure e metodologie sbagliate, ascientifiche. E deciderà di conseguenza, sbagliando.

Oppure, il giudice può discostarsi dalle conclusioni scientificamente valide del perito, magari convinto dalle posizioni contrarie dei consulenti di parte che però si basano su presupposti (metodi, procedure, studi) non scientifici ma risultati più convincenti in sede dibattimentale. E, ancora una volta, il giudice deciderà di conseguenza, sbagliando. [sto banalizzando, state calmi].

Hello, Mr Daubert. Qui entra in gioco Mr. Daubert. Quando ho deciso di scrivere questo post sono partito da quanto avevo letto su alcuni siti di informazione in merito al caso Stamina: le conclusioni dell’indagine conoscitiva sul caso da parte della commissione Igiene e Sanità del Senato, promossa dalla senatrice Elena Cattaneo. Tra le proposte per evitare altri casi Stamina ce ne sarebbe stata una che mi è subito balzata all’occhio (riporto da Wired, ma non è l’unico ad averla scritta così)

La proposta è quella di adottare i cosiddetti standard Daubert, elaborati dalla Corte suprema statunitense, che impongono al giudice di accertare l’attendibilità scientifica di un trattamento.“La teoria o tecnica deve essere controllabile, falsificabile, deve essere visibile e quindi pubblicata su riviste con sistema di referaggio dei pari (peer review); deve essere definito un tasso di errore; devono esserci standard e controlli per la tecnica costantemente aggiornati; infine, la teoria e la tecnica devono essere generalmente accettate dalla comunità scientifica di riferimento”, recita il testo appena presentato in Senato.

Messa così mi ha fatto venire parecchi dubbi sul reale grado di conoscenza di come e dove si applichi lo standard Daubert (per capire cosa è vi rimando alla pagina di Wikipedia statunitense) da parte degli esperti della commissione. In realtà la proposta è diversa, in modo significativo, rispetto a quanto riportato da Wired (e da altri), perché riguarda l’applicazione dello standard Daubert non per valutare l’attendibilità scientifica del trattamento [oggetto di un giudizio] ma dei metodi applicati dai consulenti tecnici chiamati a portare la loro conoscenza all’interno di un giudizio:

Questa è la versione ufficiale (si tratta della settima proposta di una specie di decalogo):

7) Introduzione nell’ordinamento italiano del cosiddetto standard Daubert

Quanto alla figura del consulente tecnico in ambito giudiziario, questa Commissione ritiene opportuna l’introduzione nel nostro ordinamento di specifici parametri individuabili sulla falsariga del cosiddetto standard Daubert. Tale standard è il risultato di una elaborazione della Corte suprema statunitense che impone al giudice di accertare che il metodo usato dall’esperto ammesso al dibattimento sia attendibile scientificamente. La teoria o tecnica ammessa deve essere controllabile, falsificabile, deve essere visibile e quindi pubblicata su riviste con sistema di referaggio dei pari (peer review); deve essere definito un tasso di errore; devono esserci standard e controlli per la tecnica costantemente aggiornati; infine, la teoria e la tecnica devono essere generalmente accettate dalla comunità scientifica di riferimento

Insomma, la questione è diversa ma ho deciso di scriverne ugualmente perché anche la proposta nella sua versione ufficiale e corretta comporta, secondo me, parecchi dubbi.

Meglio un po’ di preliminari. Lo standard Daubert e i suoi requisiti si applicano nel sistema statunitense – che è abbastanza diverso dal nostro – con uno scopo preciso: eliminare quanto più è possibile l’apporto di prove non scientifiche (o, meglio, non tecniche) in un processo. È lo stesso obiettivo che abbiamo noi in Italia (e un po’ tutti i sistemi giudiziari moderni).

Ora, il problema è questo: nel sistema Usa il processo lo fanno le parti in causa, il giudice lo regola, una giuria decide. Nel suo ruolo di ‘arbitro’ del processo il giudice decide (come da noi) sull’ammissibilità o meno delle prove richieste dalle due parti: nel nostro caso può decidere se ammettere o meno l’expert witnesses’ testimony, ovvero la testimonianza da parte di uno o più esperti, le cui conclusioni verranno poi contrastate e/o confutate nel corso del dibattimento, per poi essere valutate dalla giuria. Siccome non tutte le prove possono essere ammesse e sarebbe troppo semplice presentare Mr X come esperto nella materia Z anche se non lo è, la Corte Suprema ha stabilito degli standard per la loro ammissione nel processo. È un controllo, dunque, che il giudice fa in fase preliminare all’ammissione per evitare quanto più è possibile che nel processo entri la “scienza spazzatura” e lo condizioni.

Sottolineo ammissione perché nella proposta della commissione sembra che il Daubert standard si dovrebbe applicare per la consulenza tecnica (immagino intesa in senso generico) già ammessa dal giudice italiano. La questione si gioca sull’italiano, su quel “consulente (esperto, tecnica, teoria) ammesso(a)” anziché su “ammissibilità” del consulente (esperto, tecnica, teoria).

Insomma, dato che si propone di legiferare, e dato che una legge deve essere chiara, sarebbe stato bello che la commissione avesse formulato la sua proposta in maniera differente: a) per valutare una consulenza tecnica ammessa nel dibattimento il giudice deve usare lo standard Daubert o; b) una consulenza tecnica per essere dichiarata ammissibile dal giudice deve rispettare i criteri dello standard Dabuert;

Nella seconda interpretazione non ci sarebbero grossi problemi (li vediamo dopo comunque): il giudice farebbe normalmente da filtro delle prove ammissibili, come già fa, avendo in mano un set di criteri utili per le sue verifiche.  Spingerebbe inoltre le parti (pm e avvocati) ad utilizzare consulenti e tesi più solide dal punto di vista scientifico, se sono a disposizione.

La prima interpretazione invece porterebbe a due conseguenze non volute e non auspicabili: 1) non viene applicato alcun filtro preliminare alla “scienza spazzatura” che così sarebbe ancora libera di entrare nel processo; 2) si impone al giudice una regola di giudizio – che limita il suo libero convincimento (e abbiamo visto che non è per forza un male) – in fase di valutazione delle prove (dunque troppo tardi per raggiungere al meglio il nostro obiettivo), ma si correrebbe il rischio di lasciargli in mano prove, di fatto, inutili e inutilizzabili perché, appunto, non rispettano una regola di giudizio fissata per legge (come il ragionevole dubbio).

Ultimo problemino. Anche ammettendo che la proposta della commissione vada nella direzione più auspicabile, quella di dare delle regole per l’ammissibilità della consulenza tecnica (o della perizia) e non solo per la sua valutazione, rimane un problema serio: il giudice – ancor di più se ripetiamo più e più volte che sono spesso degli illetterati scientifici – non è a conoscenza (ad oggi) dei meccanismi della scienza, non ha idea, a meno di una formazione particolare ed esclusiva dei singoli, di come verificare nel concreto l’esistenza o meno dei criteri stabiliti dal Dabuert’s standard.

 Nel 2005 il comitato per la Scienza e la Tecnologia della House of Commons britannica scriveva in un documento una cosa valida anche per l’Italia:

The absence of an agreed protocol for the validation of scientific techniques prior to their
being admitted in court is entirely unsatisfactory. Judges are not well-placed to
determine scientific validity without input from scientists. We recommend that one of
the first tasks of the Forensic Science Advisory Council be to develop a “gate-keeping”
test for expert evidence. This should be done in partnership with judges, scientists and
other key players in the criminal justice system, and should build on the US Daubert
test.

Prima di imporre test di ammissibilità che rischiano di perdersi nel nulla sarebbe allora più corretto proporre qualcos’altro: formazione specifica (tra scienziati, giudici e legislatori insieme) e una discussione su quei criteri e sulla loro applicazione nell’ordinamento italiano: copiare le cose che funzionano da altre parti non è garanzia che funzionino anche qui, con un sistema diverso.

Qualche fonte utile:

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=SommComm&leg=17&id=903441

http://www.avvocatinovara.com/wp-content/uploads/2012/07/Dalla-sentenza-Daubert-alla-sentenza-Staso.pdf

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/lisa-giupponi/giudice-lesperto-e-paradosso-della-prova-scientifica/marzo-2013-0

http://www.publications.parliament.uk/pa/cm200405/cmselect/cmsctech/96/96i.pdf

Amedeo Santosuosso, “Diritto, Scienza, Nuove Tecnologie”, Cedam, 2011.

Curami

Medicine_aryballos_Louvre_CA1989-2183Il caso Di Bella ieri e quello Vannoni oggi hanno portato alla ribalta – fra le innumerevoli tematiche – il problema della cosiddetta libertà di cura.

La libertà di cura. Figlia probabilmente del processo che ha portato al riconoscimento, dentro la sfera dell’autodeterminazione, della libertà di rifiutare le cure, oggi può essere configurata come la libertà non solo di curarsi ma anche di scegliere il modo in cui farlo. In parole povere, se vogliamo curarci l’influenza con delle pillole omeopatiche o del paracetamolo, la scelta sta esclusivamente a noi. Questa libertà ormai ampiamente riconosciuta in Italia e, in generale, in Occidente porta con sé un problema molto difficile da risolvere: in un sistema in cui la salute e l’accesso alle cure sono garantiti (con varie gradazioni e con tante differenze tra sistema e sistema) dallo Stato, quest’ultimo è tenuto a garantire e poi a  rimborsare – in tutto o in parte – qualsiasi cura scegliamo per i nostri mali?

Libertà di cura/Gratuità delle cure. La questione è così rilevante che gran parte del dibattito mediatico in casi esemplari come metodo Di Bella e metodo Stamina ha trasformato il problema della libertà di cura in quello della gratuità della cura. Ovvero la libertà di curarsi come meglio si crede – scegliendo gli intrugli di Di Bella anziché quelli di Stamina – ampiamente riconosciuta dallo Stato ha visto l’insorgere di una fortissima domanda per il riconoscimento del corrispettivo diritto all’accesso gratuito di tali cure (mi sforzo di chiamarle tali in questo contesto) offerte da e a carico del Servizio Sanitario Nazionale. L’esempio è dato dai numerosi ricorsi giudiziari che, in alcuni casi, hanno trovato una risposta positiva da parte dei tribunali interpellati: i giudici hanno cioè riconosciuto che quelle cure, per quanto controverse, non solo debbano essere eseguite ma vanno anche rimborsate dallo Stato.

Il caso più recente è anche quello più interessante : il giudice del Lavoro del tribunale di Lecce ha stabilità che l’Asl debba rimborsare le spese per l’effettuazione della cura Di Bella. E lo ha fatto sapendo benissimo che la controversia scientifica, se mai è esistita, non c’è più da un pezzo, da quando cioè lo Stato ha effettuato a furor di popolo (e di Antonio Ricci) una sperimentazione che non ha lasciato spazio a dubbi: il metodo Di Bella non funziona. Per il giudice questo non basta. Stabilito che non c’è controversia scientifica e quindi appurato che i dati (per quanto possibile nella scienza) oggettivi vanno contro il MDB, il criterio adottato per giudicare è diventato quello degli effetti soggettivi della cura su quella specifica paziente.

È un criterio che a molti, a ragione, a fatto drizzare i capelli perché porta con sé la conseguenza logica che la prossima volta sarà possibile mettere a carico del SSN le spese per il chiropratico o per il santone (o, perché no?, per l’esorcista) se, per qualche ragione, si dimostrassero pratiche con una qualche efficacia nel – disperato, perché senza alternative apparenti –  caso specifico. Ovviamente il diritto al rimborso delle cure di un santone difficilmente verrà riconosciuto da un tribunale mentre per casi come Di Bella e Stamina le pronunce a favore non si sono mai fatte pregare tanto. La spiegazione potrebbe essere che, a differenza del santone che recita formule magiche e che ha il sapore di vecchie pratiche magiche buone per l’ignoranza popolare di un tempo, Di Bella e Stamina portano con sé il linguaggio e le movenze più contemporanee della scienza, anche se ad uso e consumo di pratiche che si sono dimostrate non scientifiche.

Il passaggio dalla libertà di cura alla richiesta – quasi inscindibile ormai – della gratuità delle cure in casi più che controversi non è però solo ed esclusivamente il frutto di una diffusa ignoranza scientifica da parte del ‘popolino’ che legge poco e crede a tutto, o di un “pompaggio” mediatico quantomeno discutibile. Credo invece che il problema sia più complesso e difficile:

  • Da un lato la medicina e i medici hanno perso molta della loro autorità man mano che si è diffusa l’istruzione di massa. Alla crescita del livello culturale è corrisposta una minore propensione a soggiacere passivamente ai “consigli dell’esperto” – una tempo quasi unico per grandi fette di popolo e con una conseguente aura di autorità -, una maggiore propensione a fare domande e, soprattutto, influire con una propria scelta sulla cura;
  • La medicina di oggi è progredita in maniera esponenziale rispetto al passato e offre spesso più soluzioni a problemi simili: questo, da un lato, genera la “libertà di terapia” nel medico che può selezionare le cure da ‘offrire’ al paziente all’interno di un certo numero di possibilità valide; dall’altro lato non offre sempre risposte certe ai pazienti (bene o male, sempre più informati) che vogliono interagire e, di nuovo, essere protagonisti delle scelte che valgono per sé stessi. Tale incertezza, inoltre, genera probabilmente una certa propensione a guardare di buon occhio chi offre soluzioni sulla carte e a parole più stabili, efficaci e magari con effetti collaterali – sempre sulla carta – molto, molto ridotti.
  • Le pseudo-cure a cui molti chiedono accesso completo (sia come libertà che come diritti collegati) – e questo è un problema gravissimo – vengono spesso somministrate all’interno del perimetro pubblico, in istituti pubblici o da medici che, per la collettività, rappresentano fino al momento dello scontro, la “medicina ufficiale” e il servizio sanitario dello Stato. Questa situazione non può non generare problemi.
  • La medicina è sempre più intrecciata con altri interessi – economici, politici – che suscitano diffidenza, soprattutto quando non accompagnata dalla dovuta trasparenza. Chi si oppone così alla “medicina ufficiale” denunciando intralci da parte di interessi forti ha più facilità a diventare una sorta di eroe e guadagnare credito per le (pseudo)cure che propone, come accade ancora oggi con Di Bella e con Stamina (ovviamente non tutti quelli che denunciano sono ciarlatani, tutt’altro).

Diritti, giudici e decisioni. Quando tutto questo non solo entra dentro la libertà di cura ma sfocia nella pretesa di vedersi riconosciuti alcuni diritti fondamentali per godere di tale libertà, come il diritto al rimborso da parte del SSN, la questione è per forza di cosa estrememente problematica e, come spesso accade, entra scena un altro protagonista: il diritto e, di conseguenza, chi ha il compito di applicarlo. Il giudizio di Lecce su metodo Di Bella è, di nuovo, esemplare. Non essendoci confini codificati esplicitamente, la libertà di cura si confonde con il diritto alla gratuità delle cure sulle quali si ha libertà. Ovvero, se farsi curare un tumore con il metodo Di Bella rientra senza dubbio nella sfera della libertà di cura, questa sfera viene confusa dal giudice di Lecce con una questione certamente collegata ma diversa: chi paga le cure? Se riconoscere le libertà è un problema politico, la gratuità di certe prestazioni è un problema e una scelta di tipo economico: in questo caso uno Stato ha l’obbligo, quanto meno di natura pratica, di operare delle scelte (perché, banalmente, ha anche altri diritti e libertà su cui investire i suoi soldi) e, se è vero che potenzialmente può pagare per ogni prestazione che garantisca l’effettività della libertà di cura (compreso il ricorso agli sciamani), è anche vero che non può non applicarsi un principio di economicità nelle scelte: pagare (in tutto o in parte, non ci interessa) ciò che – pur in una ineliminabile incertezza di fondo – garantisce più risultati utili ovvero, in questo caso, la medicina basata sulle migliori prove scientifiche a disposizione. D’altronde, quando dobbiamo riparare la nostra automobile non diamo i nostri soldi a chiunque ci dica di poterla mettere a posto, ma ci affidiamo solo a chi ci offre più garanzie di poterlo fare.

Basta la razionalità scientifica? Se tutto sembra facile da risolvere ‘infondendo’ un po’ di ragione scientifica nei giudici o nelle persone o nello Stato, la questione non è per nulla banale e semplice: se i criteri di razionalità scientifica devono fare sicuramente da supporto e da linea guida, è anche vero che le aspettative dei singoli pazienti – con la loro storia e il loro modo di attribuire senso agli eventi – non possono essere del tutto tralasciate quando si tratta di libertà e diritti fondamentali, ancor di più se si realizzerà davvero il percorso che porterà a cure sempre più personalizzate. La complessità sociale, etica e morale nella quale siamo immersi e con la quale anche la medicina, anch’essa sempre più complessa, deve fare i conti non può essere tralasciata nell’elaborazione dei criteri e nella scelta dei pesi da mettere sulla bilancia per garantire le libertà individuali come quella di cura. Trovare una soluzione soddisfacente non sarà così semplice e rappresenta, oggi più che mai, una sfida di primaria importanza.

10 domande per te, adesso #Goliarispondi

Da ormai tanti mesi il programma Le Iene porta avanti una imbarazzante campagna pro Stamina e, soprattutto, pro Davide Vannoni nonostante i mille dubbi provenienti da più parti, non da ultimo, dalla magistratura.

Un programma che fa (farebbe) giornalismo d’inchiesta cade impietosamente davanti a un caso in cui le zone d’ombra su cui far luce sono troppe per esser tralasciate. Invece Giulio Golia, l’autore dei servizi, preferisce dimenticarsi tutto questo e portare avanti una specie di campagna pubblicitaria pro Stamina fatta a suon di immagini di bambini sofferenti e genitori -comprensibilmente- disperati. Un vero e proprio manuale di come NON svolgere correttamente una professione importante quanto delicata come quella del giornalista.

Alcuni giornalisti e comunicatori seri (Marco Cattaneo, Silvia Bencivelli, Salvo Di Grazia/Medbunker, Alice Pace, Emanuele Manietti e Antonio Scalari, con la collaborazione di Letizia Gabaglio) -che già hanno a più riprese e in vario modo messo in evidenza le enormi contraddizioni di tutta la vicenda- hanno deciso di sottoporre 10 domande alla redazione de Le Iene e a Giulio Golia. Eccole.

1. Perché voi delle Iene non spingete Davide Vannoni a rendere pubblico il metodo Stamina? Se è davvero così efficace, non pensa sia giusto dare la possibilità a tutti i medici e pazienti di adottarlo?

2. Nei suoi servizi per Le Iene ci ha mostrato alcuni piccoli pazienti in cura con il metodo Stamina. Dopo otto mesi e quasi 20 puntate, perché non ha mai coinvolto le altre persone che Vannoni dice di aver curato negli ultimi anni, invitandole a mostrare i benefici del metodo stamina?

3. Perché non ha mai sentito la necessità di dare voce anche a quei genitori che, sebbene colpiti dalla stessa sofferenza, non richiedono il trattamento Stamina e anzi sono critici sulla sua adozione?

4. Nel primo servizio su Stamina lei dice che Vannoni prova a curare con le staminali casi disperati «con un metodo messo a punto dal suo gruppo di ricerca». Di quale gruppo di ricerca parla? Di quale metodo?

5. La Sma1 non sarebbe rientrata nella sperimentazione nemmeno se il Comitato l’avesse autorizzata, perché lo stesso Vannoni l’ha esclusa, ritenendola troppo difficile da valutare in un anno e mezzo di studi clinici. Come mai continua a utilizzare i bambini colpiti da questa patologia come bandiera per la conquista delle cure compassionevoli?

6. Perché non ha approfondito la notizia delle indagini condotte dalla procura di Torino su 12 persone, tra cui alcuni medici e lo stesso Vannoni, per ipotesi di reato di somministrazione di farmaci imperfetti e pericolosi per la salute pubblica, truffa e associazione a delinquere?

7. Perché non ha mai interpellato nemmeno uno dei pazienti elencati nelle indagini della procura di Torino?

8. Perché ha omesso ogni riferimento alle accuse di frode scientifica da parte della comunità scientifica a Vannoni, al dibattito attorno alle domande di brevetto e alle controversie che hanno portato a un ritardo nella consegna dei protocolli per la sperimentazione?

9. In trasmissione lei fa riferimento alle cure compassionevoli, regolamentate dal Decreto Turco-Fazio. Perché non ha spiegato che il decreto prevede l’applicazione purché «siano disponibili dati scientifici, che ne giustifichino l’uso, pubblicati su accreditate riviste internazionali»?

10. Se il metodo Stamina si dimostrasse inefficace, che cosa si sentirebbe di dire alle famiglie dei pazienti e all’opinione pubblica?

Fonti:

Marco Cattaneo

Silvia Bencivelli

L’hashtag #Goliarispondi l’ho mutuato da Scientificast

Giornalisti e torri d’avorio

Leggo oggi su Prometeus magazine un’interessante riflessione di Federico Baglioni a proposito della recente manifestazione tenutasi a Roma, davanti a Montecitorio, per chiedere al Governo di non recepire le modifiche pericolosamente restrittive votate dal Parlamento alla direttiva Ue 63/2010 sulla sperimentazione animale.

Federico lamenta la scarsa attenzione dei media (se non un video de La Stampa e un servizietto orribile del Tg1) per una manifestazione pacifica con cinquecento persone che si schieravano dalla parte della ricerca. Questa è la parte che ritengo più interessante della sua analisi:

E’ brutto da dirsi, ma la notizia non era sufficientemente interessante.

Intendiamoci: so benissimo quali sono i problemi di un giornalista. Ha poco tempo, deve seguire una linea editoriale e deve stendere un articolo che venga letto da molti e che non crei un controproducente (per lui) vespaio di polemiche. Capisco che sia molto meno compromettente glissare l’argomento e parlare di altro.

Non ci sono stati scontri, non c’è stato il “sangue”

Qualcuno l’ha proprio sentito dire in piazza e la cosa, purtroppo, non mi scandalizza affatto. A differenza delle altre occasioni, non c’è stata alcuna contestazione, nessun “momento di tensione” vero o presunto che fosse, nessuna guerra tra bianchi e rossi. E’ caduto quindi lo scoop,la possibilità di dipingere l’argomento sperimentazione animale come consueta “guerra tra faide”.

“La notizia non era sufficientemente interessante”. È proprio così. In parte concordo col resto dell’analisi, nel senso che uno scontro, una contestazione, ha sicuramente un grado di notiziabilità maggiore all’interno dei quotidiani generalisti. Non sono d’accordo invece sulla parte dei problemi del giornalista: sollevare vespai fa vendere copie o guadagnare accessi sul web e non è detto che esista una linea editoriale su temi complessi come la sperimentazione animale.

Però manifestare a favore della ricerca non è molto più interessante, dal lato giornalistico, della protesta coi caschetti degli operai dell’Alcoa in Sardegna o dell’omofobia di Guido Barilla.  Le ragioni sono tante, non da ultimo l’interesse del pubblico che probabilmente tende a scemare dopo una/due volte che si tratta l’argomento (a meno che, di nuovo, non si compiano azioni eclatanti, ma in questo caso sono tali azioni a fare notizia, non il messaggio che vi sta sotto).

Per Federico,

L’impressione è che quella di stare in una torre d’avorio non sia una scelta degli scienziati, ma una forma di confino cui sono costretti dai media.

E qui credo che sbagli. Uno dei grandi problemi degli scienziati è che scendono in campo a protestare quando vedono calpestata la propria libertà e, se vengono ascoltati bene, se non vengono ascoltati è perché l’Italia non ama la scienza. C’è del vero, senz’altro, ma non è così semplice e credo che il problema nasca un po’ più indietro con ampie responsabilità degli scienziati.

Per portare avanti “la causa” della scienza (qualsiasi cosa voglia dire) non basta protestare quando qualcuno sembra metterle dei paletti davanti o prende decisioni assurde (Stamina, Di Bella ma anche sperimentazione animale e Ogm) e poi continuare a fare quello che si faceva prima. È necessario fare un salto qualitativo: portare quei problemi dove c’è la possibilità di trattarli a livello politico prima e mediatico poi: le organizzazioni politiche, le associazioni e tutto il sottobosco culturale che sfocia in attività, proposte e gruppi di pensiero che influenzano chi deve prendere le decisioni e che ha più facile accesso ai media. Credo che sia ora che la cultura scientifica inizi a diffondersi su più piani. La comunità scientifica deve costituire una sua lobby, non nel senso dispregiativo che diamo in Italia a questo termine, ma nel senso di fare la stessa identica cosa che fanno gruppi super legittimati come Slow Food o Comunione e liberazione (oddio, forse ho fatto esempi non proprio positivi) o le varie fondazioni e associazioni il cui scopo è proprio quello di far emergere su più livelli possibili le proprie idee. Questo è quello che dovrebbe fare la scienza: “scendere in campo” (ho i brividi), portare le sue idee e argomentazioni sul piano politico, a tutti i livelli, non sperare che, semplicemente parlando o facendosi vedere in piazza, qualcuno ascolti ed “esegua” o pretendendo di essere chiamati in causa solo su determinati argomenti in qualità di esperti e pensare che il resto non la riguardi.

Gli scienziati, i ricercatori, intervengano allora più spesso nel dibattito politico, dicano che l’abolizione dell’Imu gli leverà X milioni di risorse per fare le importanti ricerche Y e Z, dicano che per una università in grado di crescere serve una classe politica che sappia prendere decisioni durature, dicano che il signor sindaco ha riconsegnato la città più inquinata di quanto era cinque anni prima, dicano che l’Italia spreca i fondi europei e propongano progetti, denuncino con estrema forza la burocratizzazione, i baronati e le risorse date in base al nome e non al curriculum, dicano qualcosa di politico sull’Ilva o sulla così detta green economy, dicano con forza, durezza e chiarezza che la televisione pubblica non può delegare le tematiche scientifica a Piero Angela (sempre sia lodato) per altri 30 anni e mantenere in vita (professionalmente) Roberto Giacobbo.

In mancanza di tette e culi da mettere in primo piano, l’unico modo per rendere la scienza -compresi i suoi problemi- più notiziabile è quello di rinforzarne la portata comunicativa facendola entrare nel tessuto connettivo sociale e politico. La violenza sulle donne è diventato un problema in Italia non perché siano cresciuti numericamente i reati, ma perché un forte movimento d’opinione ha focalizzato l’attenzione pubblica, di media e politica, su quel problema e si batte per trovare delle soluzioni. Le battaglie sui diritti civili hanno alle spalle associazioni di persone e gruppi di pensiero che elaborano idee e soluzioni e si trovano dei portavoce influenti che inseriscono le proprie idee nel flusso comunicativo, scatenano dibattiti e polemiche, fanno politica. Se è vero che la scienza è un grande movimento culturale, la più avanzata forma di pensiero che l’uomo abbia fin qui sviluppato, allora l’obiettivo è farla penetrare oltre le accademie, oltre gli specialisti o i semplici appassionati. È possibile che il fattore principale del nostro benessere e del nostro avanzamento debba essere relegato ad una specie di nicchia?

La smettano allora di dire e pensare “siamo solo scienziati”, di aver paura di calpestare qualche piede e di pretendere l’attenzione mediatica e politica solo quando le decisioni politiche gli passano accanto, perché così, giusto o sbagliato che sia, non funziona. Se la politica e l’informazione sono miopi quando si parla di scienza, la colpa sta anche (ma non solo, ovviamente) in chi non si è curato troppo della salute di quegli occhi e oggi non riesce a trovargli un buon oculista.