Il rischio di comunicare coi piccioni viaggiatori

Mammutones - credits: KInokiart
Mammutones – credits: Kinokiart
Un abbraccio alla mia isola, la mia casa – Daniele

Italia, anno 2013, Neolitico.

Durante l’alluvione in Sardegna la Protezione civile si è dimenticata completamente dell’esistenza dei social network. È un dato di fatto di cui si sono accorti, ovviamente, gli utilizzatori degli stessi social, Twitter in particolare essendo il canale in cui le informazioni passano più velocemente e in tempo reale con tempi di reazione minimi e in cui ci si aspettava una (maggiore) presenza delle istituzioni. In casi di urgenza può essere un canale eccezionale per diffondere informazioni importanti, da parte di fonti autorevoli, in grado di minimizzare o quanto meno ridurre significativamente il rumore tipico di tali mezzi di comunicazione. 

Solo qualche giorno prima (il 15 novembre) la stessa ProCiv organizzava un seminario magnifico dal titolo “La protezione civile e i social media: comunicare il rischio e il rischio di comunicare” (Sic!).  A leggere i motivi per i quali è stato organizzato si capisce quanto il sistema di comunicazione del rischio e dell’emergenza italiano sia rimasto al palo mentre il mondo cambiava: 

I social network stanno diventando a tutti gli effetti i nuovi mass-media, il luogo dove, sempre più, le cose accadono e dove le informazioni viaggiano continuamente. La loro velocità di propagazione, i tempi di reazione e i flussi polidirezionali impattano non solo sulla forma ma anche sui contenuti della comunicazione tradizionale, mettendone in discussione il modello, il linguaggio e le priorità.
Il Sistema di protezione civile non può rimanere indifferente a questi mutamenti. Ma l’utilizzo dei social media, se vuole tradursi in un razionale ed efficace servizio per la comunità, presenta difficoltà e problemi – quali l’attendibilità, la verificabilità e la validazione delle informazioni – che meritano un’attenta riflessione, soprattutto in considerazione della specificità del modello italiano di protezione civile.
Per questo il Dipartimento della Protezione Civile ha deciso di iniziare un percorso di studio con l’intenzione di potenziare e affinare progressivamente gli strumenti di comunicazione con i cittadini. La giornata “La protezione civile e i social media: comunicare il rischio e il rischio di comunicare” vuole essere un primo passo in questa direzione

Siamo ancora al Neolitico dunque. Non lo dico per essere iper-critico, ma non sopporto che un sistema così importante come quello di protezione civile ritenga che i social media “stanno diventando” i nuovi mass-media: sono già dei mass-media! Facebook conta più di 1miliardo di utenti, dei quali 550milioni attivi ogni giorno. Twitter ha numeri inferiori e un po’ meno certi ma le news e lo scambio rapido di informazioni/commenti passano sempre più spesso per i cinguettii, soprattutto quando si tratta di eventi di massa. La scossa di terremoto che ha poi generato lo tsunami in Giappone può darci un esempio: nell’immagine sotto vedete il numero di tweet per minuto provenienti da diverse parti del mondo subito dopo la scossa.

Immagine e dati da Twit-o-Meter
Immagine e dati da Twit-o-Meter

È evidente come Twitter sia un canale privilegiato nel trasportare l’informazione: in caso di emergenza molte persone riportano la loro esperienza e cercano al contempo delle risposte alle loro domande (cosa è successo? Cosa è stato? Cosa devo fare? Dove devo andare?).

Se non fosse chiaro, sempre rimanendo all’esperienza giapponese:

  • La Tepco, nel marzo 2011, dopo lo tsunami ha attivato un account Twitter per comunicare ufficialmente su black-out o perdite radioattive: 190mila followers in meno di un giorno, diventati rapidamente 300mila
  • Successivamente la Tepco ha aperto 25 diversi account specifici per aree diverse per fornire informazioni alla cittadinanza
  • L’ambasciata Usa incoraggia gli americani in territorio giapponese a utilizzare sms e social media (Facebook, Myspace, Twitter…) per mettersi in contatto coi propri cari
  • Il primo ministro giapponese lancia un account Twitter in lingua inglese per fornire aggiornamenti

Tornando agli Usa, dopo l’attentato con le bombe durante la maratona di Boston la polizia attivò subito un account Twitter per fornire informazioni: da lì arrivo anche l’annuncio della cattura dell’attentatore.

Ma anche in Italia a fronte di qualche evento particolare Twitter diventa un canale -se non “il” canale- tramite cui passa molta informazione,: il caso tragico della Sardegna è un esempio lampante. Dove colpevolmente non è arrivata la comunicazione istituzionale (o è arrivata con troppo ritardo) è arrivato il fai da te con l’hashtag #allertameteoSAR (lanciato dall’utente @insopportabile) che ha identificato il flusso di tweet dentro il quale i cittadini -compresi i tanti colpiti dall’alluvione- si scambiavano informazioni.

Il problema in questi casi è che mancano le informazioni qualificate, quelle che permettono di capire quali siano i comportamenti migliori da tenere. Ad esempio il M5S tramite il blog di Beppe Grillo ha invitato chi lo desiderasse e si sentisse pronto a mandare una mail con i propri dati per andare ad aiutare gli operatori della protezione civile, con l’avvertenza che i selezionati avrebbero dovuto essere pronti con sacco, cena, vestiario e spirito adatto nel giro di circa un’ora. Il problema è che la protezione civile non ha richiesto nessun aiuto di questo tipo e mandare allo sbaraglio delle persone, selezionate non si sa in base a cosa -anche con la generosità del gesto- può metterle inutilmente a rischio nonché intralciare l’operato di chi interviene con competenza. In questo caso avere un centro per il controllo del rumore nell’informazione avrebbe permesso di bloccare o quanto meno dare una versione ufficiale della vicenda da parte della ProCiv (ad esempio: “non abbiamo mandato alcuna richiesta di aiuto, rimanete al sicuro, non esponetevi a pericoli”). Un altro esempio, questa volta in un campo più allargato rispetto alla sola Protezione Civile, è quello degli aiuti: se le istituzioni utilizzassero più e meglio i social media si potrebbe controllare la diffusione di conti correnti fasulli cui mandare gli aiuti economici fornendo un elenco di quelli validati e verificando quasi in tempo reale i dubbi dei cittadini.

Siamo al Neolitico, dicevo,  perché la Protezione Civile italiana non può fare “un primo passo” e “iniziare un percorso di studio” a fine 2013 sulla comunicazione tramite i social media virtuali quando questi sono un fenomeno acclarato da tempo nel panorama della comunicazione. Al di là dell’Atlantico, mentre noi iniziamo a studiare, hanno già tirato un paio di righe e tratto delle conclusioni:

Sono finiti i giorni della comunicazione a senso unico, dove solo le fonti ufficiali forniscono bollettini sui disastri. (Dina Fine Maron, How Social Media Is Changing Disaster Response, Scientific American, giugno 2013)

Il National preparedness report della Fema (Federal Emergency Management Agency, la loro Protezione Civile) analizza il ruolo dei social media nella risposta alle emergenze e rileva che:

 […] most emergency management agencies use social media primarily to push information to the public.

Come ha fatto la stessa Fema durante l’uragano Sandy: per limitare il diffondersi di notizie false (e pericolose in una situazione d’emergenza) ha realizzato un sito per il “Rumor Control” e, contemporaneamente ha sfruttato il crowdsourcing per identificare e fare una prima conta dei danni grazie al contributo dei cittadini.

Il concetto, insomma, è quello di coprire i canali più diffusi e utilizzati per fornire informazioni corrette su ciò che è avvenuto, su ciò che sta avvenendo e su ciò che si deve fare per non mettere in pericolo se stessi e gli altri. Qui siamo rimasti, mi pare, all’idea che ci sia la buona informazione (quella fatta attraverso la tv e i giornali di carta) e la cattiva informazione: quella di internet e dei social media virtuali dove tutti possono dire quel che gli pare. Ma è proprio qui il problema: internet e i social media esistono a prescindere dal giudizio di qualità e tramite loro passa l’informazione: esserne consci e coprire al meglio questi territori è uno dei compiti specifici di qualsiasi moderno ed efficiente sistema di protezione civile.

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Cinguettii

immagine presa da http://fauxrealityentertainment.com

Prologo.

Quando ero un liceale alle prime armi, avevo un paio di scarpe da ginnastica Adidas. Verdi.

Le aveva pure un ragazzo che al tempo stava in quarta. Ogni volta che mi incontrava mi pestava i piedi e mi insultava perché non dovevo indossare le stesse scarpe che aveva lui e che, obiettivamente, erano fichissime.

Un bulletto in carne e ossa che, nonostante non si coprisse il volto, non si è mai presentato.

 

La presidente della Camera Boldrini ritiene che il mondo dei social media debba essere in qualche modo regolamentato con nuove dopo aver ricevuto pesantissime minacce sul suo profilo Facebook da parte di persone che non hanno avuto timore di lasciare il proprio nome e cognome reali.

Mentana annuncia di voler lasciare Twitter per via degli insulti che si leggono in giro. O dentro o fuori è il suo ragionamento, niente censure.

Saviano, che scrive ormai  un po’ su tutto, tira fuori un editoriale su Repubblica in cui invita alla regolamentazione di Twitter, luogo in cui “i bulli” si alimentano della notorietà di alcuni personaggi, insultandoli e proponendo messaggi biliosi, evidenziando come il mezzo comunicativo abbia comportato una degenerazione dei comportamenti individuali: “Chi ti insulta su Facebook -dice Saviano- non riesce a fare lo stesso, però, quando ti incontra di persona perché non ha il coraggio di mettere la faccia su uno sfogo personale che si alimenta di luoghi comuni e leggende metropolitane”. Magari, lo si capisce dall’introduzione dell’articolo, chi ti insulta sui social network, lo fa dietro la barriera dell’anonimato sviluppando quello che lui chiama effetto Gialappa’s: commenti per fare una battuta cattiva, prendere in giro, e più sei cinico, meglio è.

C’è anche chi, come Battista del Corriere, lamenta mancanza di rispetto e aggressività e poi è il primo ad avere difficoltà nel controllare le sue dita che battono insulti e commenti poco rispettosi sulla tastiera sotto il velo della battuta sagace (anche qui effetto Gialappa’s, o no?).

Daniele Oppo, che sarei io, quello che aveva le scarpe verdi,  pensa una cosa: queste quattro rispettabili persone sono degli analfabeti internettiani.

a) Per le minacce di cui si lamenta (giustamente) la Boldrini, ma anche per altri casi meno gravi, esiste già un risposta e la si trova nel codice penale e nelle altre leggi dello Stato sulle quali ogni giorno ci poggiamo:  non c’è bisogno di regole specifiche per il web che quando sono state individuate –interpretando in maniera estensiva quelle esistenti create per contesti specifici come la stampa-   hanno portato all’obbrobrio di riconoscere una responsabilità  in capo ai possessori di blog o siti internet per commenti e opinioni altrui, una porcata clamorosa dove, in nome delle regole e della ricerca forzata di un responsabile, si sacrifica la libertà di individui che non c’entrano nulla. Sintomo del fatto che sia chi “fa” le leggi che chi le applica non ha ancora capito quel che ha davanti e cerca di interpretarlo secondo vecchi schemi mentali secondo i quali tutto ciò che è nuovo ha bisogno di regole specifiche.

b) Ma quel che più mi interessa è parlare della sensazione, che sembra pervadere questi tre personaggi, di un web come il Far West dei film, senza regole e regolatori, senza legge se non quella pistola dove sopravvive solo il pistolero più abile e più furbo (tipo Battista, che “finge” disagio e poi attacca o l’anonimo che commenta forte della sua identità mascherata). Ebbene, è un’idea che appartiene a chi il web lo usa senza averne studiato il libretto d’istruzioni, neppure superficialmente, e non è un caso, a mio avviso, che nell’articolo di Saviano che prendo ad esempio perché è tanto piaciuto e tanto successo ha riscosso in giro (proprio nel web) non si riesca a scorgere neppure una singola proposta. È un atto d’accusa dove si richiedono regole ma è evidente che neppure l’autore sa quali regole chiedere perché, al di là di quelle già esistenti, non ce ne sono altre.

Come i frequentatori più attempati del web sanno, i primi gruppi virtuali e poi ciò che ne è disceso, mailing list e forum in particolare, erano (sono) dotati di un regolamento, di un codice di comportamento, che in tempi che ormai sembrano lontani, si veniva invitati costantemente a leggere e mettere in pratica: la netiquette. Non aveva valore legale, giustamente, ma la sua violazione comportava (comporta) l’altissimo rischio di venir cacciati dal gruppo, esattamente come accade nella vita reale. Nei social network, edizione più evoluta di antichi mezzi associativi, il controllo individuale sull’interazione con gli altri utenti è molto più marcata: se negli ormai quasi obsoleti forum a fronte di una violazione delle regole di comportamento e di fronte alla maleducazione le strade sono o quella dell’abbandono del gruppo o dell’intervento dall’alto di un amministratore, nelle moderne reti sociali virtuali, a fronte di situazioni sgradevoli è lo stesso soggetto che le subisce a poter mettere in essere delle azioni, fornite dagli strumenti di aggregazioni utilizzati (Twitter, Facebook ecc), che gli permettono di non avere più a che fare con viola le norme di comportamento ritenute fondamentali. Si possono bloccare le persone, espellerle dalle proprie cerchie virtuali, non accettarle come amico, evitare che possa importunarci con messaggi privati e quant’altro; perfino segnalare il contenuto di quanto detto o reso pubblico all’amministratore centrale del sistema affinché prenda provvedimenti.

Se è vero che lo schermo di un pc o di un tablet o di uno smartphone riducono i freni inibitori e creano tanti piccoli o grandi leoni da tastiera, come sembra lamentare Saviano, è anche vero che questo effetto viene troppo spesso sovrastimato quando si chiedono nuove regole. Ci siamo dimenticati che i “bulli” agiscono anche con mezzi più tradizionali:  le lettere (di carta) anonime, le scritte sui muri, le telefonate anonime che, a differenza dell’attività sul web, dove un nickname ci scherma ma non ci assicura granché, rischiano di essere addirittura più difficili da rintracciare e dunque essere un problema più arduo da contrastare nei casi specifici. Dato che i nuovi social media sono costruiti attorno al singolo utente, nel senso che è lui a costruire la sua cerchia di amicizie ed è lui che può decidere cosa leggere, scrivere e, addirittura, a chi far leggere o far commentare ciò che dice è bene che tale utente abbia contezza di conoscere gli strumenti che ha a disposizione per fare quello che si consiglia da sempre di fare coi bulli in carne e ossa, come quelli che non vogliono che tu porti le scarpe verdi identiche alle loro: ignorarli finché non si stancano ma con una possibilità in più, evitare proprio di vederli/leggerli.

Insomma, di fronte a problemi di comportamento che non sconfinano ovviamente nella violazione di alcuna legge dello Stato, i mezzi di comunicazione di rete ci permettono, oggi più di ieri, di fare selezione ed eliminare quel che non ci piace. Tutto sta nel saperli usare quei mezzi, senza dare per scontato che funzionino come vogliamo noi perché non è così. Quando Saviano parla di “nuovo diritto ai social network“, immagino per dare forza alla sua richiesta di regolamentazione “forzosa” del mezzo, dice una grossa e confusa fesseria: sono solo spazi, una “gentile concessione” di chi li ha ideati con scopi, meccanismi di funzionamento ben precisi e con regole -ulteriori a quelle determinate dalla legge che ovviamente valgono sempre- che bisogna imparare a conoscere, rispettare e far rispettare; ma i social network in quanto tali non sono un diritto dell’internauta. In questo ambito esiste il “diritto nei social network” ma non ai social network. D’altronde nessuno ci viene a dire che esiste il diritto al bar o all’oratorio a al nostro particolare gruppo di amici.

Esistono libertà e, al loro interno, i diritti (con corrispondenti doveri) e regole comuni di comportamento, nella strada sotto casa come nel web.

c) C’è un problema di educazione. Insultare e fare la gara a chi offende di più è un problema di educazione personale che non si combatte imponendo ulteriori regole o creando leggi apposite per il web (quali e a quale costo in entrambi i casi?), ma imparando regole minime di comportamento già esistenti e facendole rispettare anche utilizzando gli strumenti dati dalla tecnologia utilizzata. Ma è evidente che per ridurre il fenomeno il passo obbligato è quello di imparare ad usare la “nuova” tecnologia conservando lo stesso rispetto per le persone che si è abituati ad usare a contatto più o meno fisico con le persone. Qui servono due cose per due differenti target: 1) una scuola che insegni ad usare la tecnologia anche dal lato sociale, non solo da quello pratico, insegnando ad esempio che l’anonimato in rete è cosa tecnicamente buona in molte occasioni ma che il rispetto degli altri è cosa ancor più buona; 2) come dice Massimo Mantellini, che le persone leggano il “fottuto manuale”, le regole di comportamento, la netiquette, e che ci siano persone, le più esperte, che facciano -anche sui nuovi social media-quel che accadeva nei vecchi: richiamare, spesso con insistenza, alla necessità di rispettare le regole, pena la messa al bando, l’esclusione dal gruppo o dalla discussione.

Si impara anche così che la convivenza virtuale sottostà, coi suoi ovvi difetti e limiti, alle stesse regole di buonsenso civico applicate al bar o nei gruppi di amici; cambia il mezzo e cambiano i modi attuativi la cui padronanza richiede educazione da una parte, tempo, voglia e volontà di apprendere qualcosa di nuovo dall’altra,  prima di lamentarsi e voler pontificare dall’alto, senza argomenti.