A passo di gambero

L’utilizzo dell’ipno-rospo da parte di alcune influenti associazioni è l’unica spiegazione plausibile per le scelte fatte dal nostro Parlamento su materie afferenti la scienza.

Diceva la mia insegnante di storia e filosofia del liceo nei periodi di resa scolastica fiacca: “Oppo, fai come il gambero? Anziché andare avanti cammini all’indietro!”.

Mutatis mutandis (che, come diceva un altro, compianto, professore di latino, “non significa cambiandosi le mutande”) è quello che potremo dire oggi al Governo italiano quando si mette a legiferare su temi che riguardano la scienza.

Dal metodo Stamina, per il quale è stata approvata una costosissima sperimentazione -senza che il filosofo eroe avesse mai elaborato uno straccio di protocollo ma solo per la spinta mediatica dovuta alla vergognosa faccia di bronzo di Giulio Golia, abilissimo nel giocare coi sentimenti più profondi delle persone-, al vergognoso decreto, bipartisan, contro gli ogm salutato come il salvatore del made in Italy quando in realtà è solo l’ennesima misura conservatrice approvata da chi sogna di ritornare alla vecchia e romantica agricoltura di una volta, quella che sfamava a malapena i contadini quando si viveva bene. L’ultimo colpo alla scienza è arrivato, annunciatissimo, nelle ultime ore: il Parlamento ha infatti approvato la delega al Governo per l’attuazione della direttiva europea 63 del 2010 in materia di sperimentazione animale, quella che codifica il così detto principio delle 3R (rimpiazzare, ridurre, rifinire) alla ricerca, un compromesso che bada sia alle esigenze della ricerca, ancora oggi necessariamente dipendente dai modelli animali, e che allo stesso tempo cerca di evitare il più possibile l’uso (o l’abuso) degli animali stessi quando non necessario ponendo la ricerca biomedica, quando possibile, nella prospettiva di utilizzare e ricercare altri modelli altrettanto o addirittura più utili. Fin qui niente di sbagliato, ma la convinzione dell’italica politica di saperne più degli altri anche quando non se ne sa nulla ha portato i nostri eroi parlamentari ad approvare un testo che modifica la portata della direttiva Ue in modo restrittivo e peggiorativo non solo per la libertà di ricerca ma anche per gli animali stessi.

In particolare, la delega approvata dal Parlamento e salutata in maniera grossolana ed errata anche dall’Ansa come “norma Ue che vieta Green Hill” (nessuna norma Ue vieta  nessuna “Green Hill”), all’articolo 13 prevede alcune disposizioni che conducono anche la ricerca biomedica in un tristissimo valzer a passo di gambero.

La lettera d) prevede, ad esempio, di “vietare gli esperimenti e le procedure che non prevedono anestesia o analgesia, qualora esse comportino dolore all’animale, ad eccezione dei casi di sperimentazione di anestetici o di analgesici”. È una disposizione che di primo acchito, istintivamente, può sembrare ragionevole e infatti è stata fortemente richiesta dalle associazioni animaliste che hanno trovato sponde pronte a rilanciare la proposta anche in Parlamento, ma che in realtà peggiora quanto previsto dalla direttiva Ue la quale esclude l’uso di anestesia quando questa comporti un disagio maggiore all’animale. L’esempio che i ricercatori fanno è quello del prelievo di sangue: si dovrà farlo con l’anestesia, sapendo benissimo che il dolore di una puntura è davvero poco comparabile con lo stordimento successivo all’anestesia (che inoltre allunga implicitamente anche i tempi e i costi di una procedura così banale).

Ancora, andando avanti, alla lettera f), viene fatto divieto di utilizzare gli animali “per gli xenotrapianti e per le ricerche su sostanze d’abuso”. Ovvero si azzoppa in maniera incredibile la ricerca –come quella sui tumori e quella sui meccanismi di azione delle droghe, per molti versi ancora sconosciuti- ma anche le possibilità di una vita migliore per molte persone e penso ad esempio, oltre alla sperimentazione di nuove soluzioni, alle valvole cardiache prese dai maiali o alle altre possibilità di utilizzare parti di organi animali per far continuare a vivere migliaia di persone.

Continuando la lettura dell’art. 13, anche la lettera g), il cui testo è quello che vieterebbe altre Green Hill, è uno schiaffo al benessere animale prima che alla possibilità di fare ricerca in quanto dispone di “vietare l’allevamento nel territorio nazionale di cani, gatti e primati non umani destinati alla sperimentazione”. Come si può facilmente capire, non c’è scritto che la sperimentazione su cani, gatti e primati non umani è vietata in Italia. Ciò che è vietato è il loro allevamento ai fini della sperimentazione. Risultati pratici: quegli animali verranno allevati altrove facendoci così diventare dipendenti dagli altri Stati (gli affezionati del complotto potrebbero interessarsene alla voce “sovranità”), senza avere controllo diretto sulle condizioni degli allevamenti; gli animali dovranno sopportare il forte stress dei viaggi (chi ha un gatto, ad esempio, sa bene quanto questi animali decisamente non adorino spostarsi); la ricerca subirebbe un deciso aumento dei costi, facendole perdere ulteriore potenzialità che sprecata negli ennesimi passaggi inutili (perché aumenterà anche il livello di burocrazia) in una realtà come quella italiana, dove i fondi per la ricerca sono stanziati molto malvolentieri.

Un’ulteriore disposizione è invece sintomo della maniacalità normativa italiana e, come al solito, fioriera di interpretazioni e applicazioni che potrebbero di fatto annullare alcuni tipi di studi. Mi riferisco alla lettera e) dove si prevede che “la generazione di ceppi di animali geneticamente modificati deve tener conto della valutazione del rapporto tra danno e beneficio, dell’effettiva necessità della manipolazione e del possibile impatto che potrebbe avere sul benessere degli animali, valutando i potenziali rischi per la salute umana e animale e per l’ambiente”. È la traduzione normativa della fobia verso qualcosa che sia “geneticamente modificato”, la porta per l’ennesima applicazione stupida, retrograda, conservatrice della “clausola di salvaguardia”, arma giuridica importantissima ma che i nostri politici, malamente consigliati, sono riusciti ormai a svuotare da ogni significato invocandola come se fosse la preghiera preferita della divinità salvatrice.  Gli animali modificati geneticamente sono fondamentali per la ricerca odierna e le precisazioni della lettera e), nate per essere applicate in modo restrittivo (altrimenti non avrebbero senso, dato che nessuno è autorizzato mettere deliberatamente a rischio la salute umana, animale e ambientale) sono inutili se si vuole una ricerca libera –dunque migliore- ma utilissime se si pensa che la politica debba direzionare e decidere finalità e metodi della scienza, ovvero abbia il potere sovrano di ucciderla per soffocamento.

Questo è quello che il nostro Parlamento ha approvato –senza neppure aver ascoltato la diretta interessata: la comunità scientifica italiana-: una delega che avrebbe solamente dovuto recepire una direttiva finalizzata ad armonizzare le legislazioni europee è riuscita a creare ulteriori inutili distinzioni fra noi e il resto del mondo avanzato in nome di etiche spirituali, quasi religiose, sui disant migliori per il semplice fatto di giudicarsi tali, in grado di permeare il pensiero del legislatore e talmente autoreferenziale da non accorgersi di generare mostri più grandi di quelli che cercherebbe di combattere.

Di fronte all’insormontabile pericolo di decidere con razionalità e di affidarsi a chi di questa dote fa virtù, i nostri campioni politici diventano abilissimi gamberi che balzano all’indietro per rifugiarsi nelle acque più accomodanti di chi è stato bravo, negli anni, a pettinare lo stomaco sensibile dell’opinione pubblica con informazioni traviate, false, modellate a piacere per creare la sensazione di disgusto e, quindi, di rifiuto. Sono le acque dell’irrazionalità, dove la corrente va in direzione opposta rispetto al futuro.

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Curiosità, scienza e crescita economica

In questi giorni bui per la nostra economia e per il nostro futuro, in cui si sente tanto parlare di ripartenze, investimenti, revisione della spesa (anzi no, spending review), crescita, decrescita ecc ecc ma poco di scienza (tranne dalle parti di Super Quark) che invece potrebbe essere il volano per una reale ripresa e una reale stabilità futura. Quando lo si fa, in ambito politico perlomeno, purtroppo le cose non vanno bene. Pietro Greco, su Scienzainrete, ha scritto un bell’articolo che ci spiega il perché, e io lo ripropongo qui.

Il titolo è La scienza di base alla prova delle sirene pragmatiste.

 

C’è un’idea di politica della ricerca che si sta facendo strada in Italia e anche in Europa: dobbiamo fare come negli Stati Uniti d’America. Farci guidare dalla legge dura ma efficiente del mercato. Niente più lussi, dunque. Niente più ozi intellettualmente appaganti. Per far crescere l’economia occorre rinunciare a finanziare la “bella” scienza di base, che produce conoscenze non immediatamente utili, e finanziare con fondi pubblici, mobilitando gli scienziati pagati con soldi pubblici, lo sviluppo rapido di prodotti innovativiche possono essere immediatamente messi sul mercato. Il tutto sarà anche esteticamente meno appagante, ma è molto più redditizio.

Questa idea è quasi sempre solo abbozzata. È più uno slogan che un piano. Tuttavia produce effetti concreti. Anche perché molti economisti e soprattutto molti commentatori di economia, più o meno autorevoli, pensano che non c’è migliore regolatore possibile, anche in fatto di produzione di nuova conoscenza, che il mercato. Sebbene sia solo abbozzata, sebbene sia poco più che uno slogan, quest’idea produce effetti concreti. In Italia, per esempio, i finanziamenti alla ricerca di base – o, come si dice oggicuriosity-driven – tendono a diminuire fino a rischiare di scendere, in molti settori, sotto la soglia della sopravvivenza, come ha denunciato tra gli altri e con più forza degli altri Fernando Ferroni, il presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) proprio mentre i suoi ricercatori ottenevano risultati scientifici di assoluto valore, contribuendo in maniera determinante a quella “cattura” del bosone di Higgs di cui ha parlato il mondo intero. Ma l’idea sta producendo effetti concreti anche in Europa. A questa filosofia pragmatista, infatti, è largamente ispirato Horizon 2020, il piano di investimenti dell’Unione Europea che dovrà sostituire, a partire dal 2014 e fino, appunto, al 2020, il VII Programma Quadro.

Ebbene, questa idea è tre volte sbagliata. Predica il falso quando afferma che, per muovere l’economia, occorre un investimento pubblico e una mobilitazione degli scienziati accademici nello sviluppo rapido di prodotti innovativi da immettere sul mercato. Predica il falso quando dice che la ricerca di base o curiosity-driven è un lusso che non possiamo permetterci in tempi di vacche magrissime. E predica il falso, infine, quando sostiene che questo è il modello market-oriented che ha successo negli Stati Uniti d’America.

Scienzainrete ha, anche di recente, cercato di smascherare i primi due falsi, quelli relativi al valore decisivo, anche economico, della scienza di base finanziata con fondi pubblici. Conviene ora smascherare il terzo falso, quello secondo cui negli Stati Uniti la grande capacità di innovazione tecnologica è il frutto di investimenti diretti da parte del governo federale. È vero, invece, il contrario. Dall’immediato dopoguerra a oggi negli Stati Uniti c’è stato un patto chiaro tra governo federale e imprese: lo stato finanzia la scienza di base o curiosity-driven e le imprese finanziano lo sviluppo tecnologico.

Da oltre sei decenni il patto funziona. Il governo federale investe ormai ogni anno in ricerca ben oltre 100 miliardi di dollari. Le imprese investono in sviluppo tecnologico ben oltre 200 miliardi di dollari. Gli investimenti pubblici riguardano sia la ricerca militare che quella civile. Limitiamoci, per semplicità, a quella civile. Il governo federale ha due agenzie principali attraverso cui finanza la ricerca di base o curiosity-driven: il National Institutes of Health (NIH), che seleziona e finanzia progetti in ambito biomedico e laNational Science Foundation (NSF) che seleziona e finanzia i progetti di ricerca nell’ambito delle altre discipline scientifiche.
Sono questi le due più grandi officine di produzione di nuova conoscenza negli Stati Uniti e nel mondo. Il meccanismo di finanziamento è semplice. Tutti possono presentare progetti: gruppi e singoli che lavorano in università e laboratori, pubblici e privati. I progetti vengono finanziati sulla base della loro qualità scientifica, non sulla base delle loro possibili applicazioni immediate. La competizione per i grants (per i finanziamenti) è durissima, ma tutti sanno che la selezione è fondata sul merito. Il combinato disposto di grandi risorse disponibili e di efficacia della selezione garantisce un’elevata qualità media della ricerca. In campo biomedico, per esempio, il 90% delle formule completamente nuove nella produzione dei farmaci sono state prodotte, come rileva Marcia Angell, per molti anni alla direzione del New England Journal of Medicine, da ricercatori finanziati dagli NIH, sebbene gli investimenti in ricerca e sviluppo delle imprese private sia quasi dieci volte superiore.

Perché allora le imprese investono ben oltre 200 miliardi di dollari ogni anno in ricerca e, soprattutto, sviluppo? Beh, perché cercano di tradurre in beni commerciali le nuove conoscenze fondamentali prodotte dagli scienziati con fondi pubblici.

In realtà il cerchio dell’innovazione si chiude anche perché lo stato federale, al di là dei finanziamenti a NIH e NSF, propone in continuazione grandi progetti – dalla conquista spaziale negli anni ’60 alla guerra contro il cancro degli anni ’70 alla costruzione di nuovi sistema d’arma – che evocano una formidabile domanda di alta tecnologia. Domanda che le imprese sono stimolate a soddisfare. Ne deriva che proprio nella patria del liberismo economico la ricerca scientifica è sostanzialmente sottratta alla logica del mercato. Non è market-oriented. È lo sviluppo tecnologico che, invece, è lasciato al mercato, anche se la mano pubblica è tutt’altro che invisibile e tutt’altro che leggera.

Se dunque in Italia e in Europa si intende seguire il modello americano, è questo modello niente affatto pragmatista e niente affatto liberista che dovrebbe essere realizzato.

In realtà anche negli Stati Uniti, come in tutto il mondo, le sirene pragmatiste cantano. E, secondo alcuni, il loro canto sta ottenendo risultati concreti. Il professor Paolo Bianco, del Dipartimento di Medicina Molecolare dell’università La Sapienza di Roma, su Il Sole 24 Ore ha fatto di recente notare, per esempio, che la pressione delle grandi imprese farmaceutiche (Big Pharma) sta portando il governo federale lungo una strada inesplorata: il finanziamento dello «sviluppo rapido di prodotti rapidamente commerciabili, direttamente da parte di ricercatori accademici e startup companies create ad hoc». Ne sono un esempio il finanziamento, per 14 milioni di dollari, di strategie che rendano possibile l’acquisto della sequenza del proprio genoma con appena 1.000. O anche la nascita del National Center for Advancements in Translational Science (NCATS), con un bilancio di ben 2 miliardi di dollari per anno, il cui obiettivo è proprio quello di ottenere quello che le imprese private non riescono più a fare: la realizzazione di beni immediatamente utilizzabili e commerciabili.

L’approccio pragmatista sembra essere quello prevalente anche tra le potenze scientifiche emergenti (Cina, India, Brasile). Il rischio è evidente: è come se si portassero sempre nuovi cavalli ad abbeverarsi a una fiume (il fiume delle nuove conoscenze), mentre a monte si costruisce una diga sempre più alta. Prima o poi il fiume si inaridisce. E i cavalli non avranno più nulla da bere.

Non è un’ipotesi di scuola. In passato è già avvenuto. Come ha raccontato Lucio Russo in un bel libro di qualche anno fa, La rivoluzione dimenticata, l’eccesso di pragmatismo dei romani ha ucciso la scienza ellenistica. E mentre il delitto si consumava nessuno aveva più gli occhi per avvedersene. La fine della scienza è stata tra le cause della crisi economica plurisecolare che ha investito l’Europa in quelli che oggi chiamiamo i “secoli bui” del Medio Evo.

Sono passati quasi due millenni prima che la scienza venisse riscoperta. E l’economia ripartire.