Il sonno della ragione genera gatti vegani

Ho letto, anzi riletto, un delirante sito web in cui si incoraggiano i possessore di animali domestici quali cani e gatti a nutrirli con un’alimentazione vegana, anziché onnivoro-carnivora come sarebbe giusto per loro natura, perché d’altronde ” i nostri cani e gatti non vivono in natura” e dargli scatolette e crocchette non è mica naturale come cacciare un uccellino o un coniglio in aperta campagna. E allora tanto vali nutrirli come ci nutriamo noi, in forza del principio  “mangio senza crudeltà”.

Ora, a parte il fatto che nutrire specie animali secondo principi propri di un’altra specie (la nostra) e peraltro di una sua ristretta minoranza, mi sembra tutto meno che rispettoso della loro “natura”, mi ha colpito la considerazione che

 I gatti selvatici non mangiano certo mucche, né tonni, e nemmeno conigli o galline. Mangiano piccoli roditori, uccellini e altri piccoli animali. Più o meno lo stesso si può dire per i cani. Possono predare conigli e uccelli più grandi, ma non certo mucche! E poi, quanto “naturale” è la vita di un cane in un appartamento, o anche in una casa con giardino? Ben poco. Perché dunque porsi il problema di quanto sia naturale una loro nutrizione vegetariana, quando la loro nutrizione è comunque del tutto innaturale?”

Che i gatti selvatici non mangino quegli animali mi sembra un’affermazione azzardata. Il tonno non lo cacciano dato l’odio per l’acqua, ma non credo nascerebbero problemi se ne incontrassero una carcassa. Idem per una mucca, le cui dimensioni scoraggiano gli attacchi ma, in versione carcasse sarebbe un altro discorso. Galline e conigli non credo costituiscano un problema: dando un rapido sguardo alla pagina wiki sul gatto selvatico si può leggere:

Il gatto selvatico è essenzialmente carnivoro; insetti e vegetali costituiscono solo una piccolissima parte della sua dieta. A prescindere dalla sottospecie, le prede preferite sono piccoli mammiferi, in particolare roditori e conigli, con le lucertole che costituiscono la terza preda principale in Portogallo, e gli uccelli la meno comune. È, tuttavia, un predatore opportunista, che in vari casi è stato visto anche divorare anfibi, pesci, mustelidi, scorpioni e perfino piccoli di capriolo o antilope.

Insomma hanno la malsana abitudine di mangiare altri animali. Non solo quelli selvatici, dato che anche i gatti domestici lasciati liberi o quelli randagi sono talmente ghiotti di altri animali, che uno studio recentissimo uscito su Nature ha stimato che essi uccidono, nei soli Stati Uniti, da 1,4 a 3,7 miliardi di uccelli e da 6,9 a 20,7 miliardi di mammiferi. Altro che crocchette e scatolette. Secondo i ricercatori i gatti liberi di cacciare e i gatti randagi sarebbero la principale causa -di origine antropica, dato che l’uomo si considera responsabile degli animali addomesticati- di mortalità di uccelli e mammiferi negli Usa. Queste ultime considerazioni potrebbero anche essere esagerate, ma è evidente che i gatti sono animali dannatamente carnivori anche nella loro “innaturale” vita domestica.

Il ragionamento alla base della scelta vegana letta sul sito web, quello per il quale se i gatti e i cani fanno già qualcosa che si può considerare innaturale (mangiare scatolette e crocchette), tanto vale andare anche oltre (farli diventare vegani) e conformarli ai nostri principi, ha qualcosa di estremamente contorto: implica che qualsiasi meccanismo di raffinazione, produzione o procacciamento di cibo, modificando ampiamente il prodotto naturale e lo stile “selvatico-naturale” di approvvigionamento, trasformi tutto in qualcosa di innaturale. Mi spiego: se le crocchette sono considerate cibo innaturale, allora pressoché tutto il cibo che ingeriamo, vegano compreso, è da considerarsi innaturale: praticamente nessuno si procura in natura il cibo di cui ha bisogno, la maggior parte del nostro cibo è un prodotto della nostra selezione e molto spesso non lo mangiamo nelle condizioni in cui si presenta “naturalmente”.

Volendo, ci si potrebbe spingere oltre ad utilizzare quel ragionamento. Dato che gli animali domestici a seguito dell’addomesticazione sono “innaturali” potremmo alternativamente a) combattere per inselvatichirli; b) pretendere che rispettino per filo e per segno i nostri dettami: pipì e cacca nel Wc, lavarsi le zampette prima di mangiare e non accoppiarsi dove capita. Andando oltre, potremmo pretendere dalle piantine che abbiamo in casa di crescere senza acqua per rispetto di quelle popolazioni e quegli animali che di acqua ne hanno sempre meno. Oppure chiedere alle nostre amate verdure di non fare la guerra ai poveri insetti e ai poveri batteri che altrimenti morirebbero di fame. Insomma sulla base della presunta definizione di innaturale data a qualche comportamento potremmo giustificare le stramberie più varie su soggetti non umani che con i nostri principi etici e morali non hanno nulla a che fare.

Nel nutrire gli animali domestici secondo una dieta vegana c’è una miopia di fondo che non considera affatto la natura essenzialmente carnivora di quegli animali ma che da voce quasi esclusiva a un principio, di carattere puramente morale e puramente umano, che è quello di non usare crudeltà per sfamarsi, giustificato su basi inesistenti. Quella crudeltà, che in natura è praticamente la regola, noi possiamo individuarla e perfino attivarci per ridurla nella nostra società, ma possiamo e dobbiamo farlo per quanto riguarda noi, non per le altre specie: perché non far diventare vegani anche tigri, leoni o squali se l’unica cosa importante è: “dar loro un cibo sano che non li privi di alcun elemento essenziale e che non li faccia ammalare“? Perché il sonno della ragione genera mostri: convincersi che il mondo possa sottostare ai nostri volatili e temporanei principi morali del cruelty free è un crudele abominio che giungerebbe a negare perfino la continua, quotidiana e spesso cruenta lotta per la sopravvivenza che ogni essere vivente sperimenta ogni singolo secondo della sua vita.

Il gatto preso ad esempio, è carnivoro e spesso crudele, è la sua maledettissima natura e, detto fra noi, se ne frega se per mangiare deve essere sacrificata la vita di un topo, di una lucertola,di un cardellino, di una mucca o di un tonno. Quella è una questione che riguarda noi e quel che noi facciamo, il nostro stile di vita, la nostra sensibilità etica verso certi temi e, soprattutto, la nostra possibilità di scelta consapevole, dettata dal benessere contemporaneo e dall’avanzamento delle conoscenze su noi stessi, di poterci nutrire in modi molto diversi, sfruttando la  globalizzazione del mercato alimentare che ci permette di poter scegliere fra una sterminata varietà di cibi senza dover passare necessariamente per la carne o per i prodotti animali.

Mangiare cruelty free è una scelta etica e morale esclusivamente umana e tale è bene che rimanga.

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