10 risposte sulla sperimentazione animale

Ieri delle domande, oggi delle risposte, ma i contesti sono molto differenti.

Se ieri ho dato spazio a un’iniziativa presa da alcuni giornalisti/blogger/appassionati di scienza (di cui sono fiero firmatario) che prevede sei domande sul futuro della ricerca e della scienza in Italia rivolte ai candidati alle primarie del PD (e a tutti gli altri schieramenti che proporranno un meccanismo simile di scelta dei candidati), oggi do spazio a 10 risposte, provenienti dall’Istituto Farmacologico Mario Negri e pubblicate in anteprima dall’associazione Pro-Test Italia.

10 risposte a cosa? Alle domande del dottor Stefano Cagno, pubblicate sul sito Liberazione (e un po’ ovunque negli ambienti dell’attivismo animalista), che intendono fare un po’ come le 10 domande di Repubblica a Berlusconi, con Cagno nei panni di D’Avanzo, ovvero fare le pulci ai “vivisettori”, che in italiano si chiamerebbero ricercatori (mal pagati) o sperimentatori.

Chi sia Stefano Cagno e quali siano le sue competenze specifiche in materia credo di averlo già esplicato un’altra volta, in ogni caso potete sempre fare riferimento a questa pagina di Wikipedia o alle sue pubblicazioni scientifiche, oppure ai sui libri di divulgazione.

Finalmente ecco le risposte che aspettava (e anche qualche bacchettata sulle mani) provenienti da alcuni ricercatori di prestigio, un nome su tutti, che da queste parti leggete spesso, Silvio Garattini (anche qui).

Buona, lunga, lettura:

 

Tutti ricordano le 10 domande che la Repubblica ha posto a Berlusconi senza, per altro, ricevere alcuna risposta. Analogamente presento 10 domande che invio ai vivisettori, ritenendole comunque uno stimolo di riflessione per tutti su un tema che è sempre più sentito dall’opinione pubblica.

(Dott. Stefano Cagno)

 

 

 

Qui comincia la disinformazione alla base della propaganda delle organizzazioni animaliste, LAV in testa, che vorrebbero, addirittura, far passare i ricercatori impegnati nella ricerca biomedica come incapaci di reggere il confronto con le loro argomentazioni. Così non è. Come si può vedere nelle pagine seguenti dalle risposte di autorevoli studiosi impegnati a vario titolo nel campo della ricerca scientifica, le cui pacate ma esaurienti argomentazioni sono anche una risposta ad un’altra scorrettezza, quella di indicarli come ‘vivisettori’, per cercare di squalificarli preventivamente, sapendo benissimo che ciò non corrisponde al vero.

 

Agli slogan, crediamo sia più giusto rispondere con spiegazioni e dati di fatto, nella speranza che si apra un confronto con chi in buona fede è convinto del contrario. Dal dialogo e dal reciproco rispetto potrebbero uscire anche soluzioni ancor più avanzate a tutela del benessere degli animali e non solo nell’ interesse della salute umana.

 

(A partire dal 20 Novembre 2011)

Anche su www.marionegri.it

le 10 risposte di:

Prof. Paolo de Girolamo, Professore ordinario di Anatomia veterinaria, Direttore Centro Servizi Veterinari – Università degli Studi di Napoli Federico II, Presidente Associazione Italiana per le Scienze degli Animali da Laboratorio.

 

Dr Gianni Dal Negro, Past-President AISAL

 

Prof. Giuseppe Remuzzi, Coordinatore delle Ricerche Mario Negri Institute for Pharmacological Research – Centro Anna Maria Astori, Bergamo.

 

Prof. Silvio Garattini, Direttore Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’.

 

Dr. Giuliano Grignaschi, Responsabile Stabulario Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’

 

Lorenzo Moja, MD, MSc, Dr Pub Health, Assistant Professor | University of Milan.

 

Prof. Bruno Cozzi, Professore ordinario di Anatomia veterinaria – Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione Università di Padova.

 

Dr. Gianluigi Forloni, Head of Department of Neuroscience, Head of Biology of Neurodogenerative Disorders Lab – “Mario Negri” Institute for Pharmacological Research.

 

Prof. Roberto Caminiti, Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia – Università di Roma SAPIENZA

 

Prof. Filippo Drago, Dept. of Clinical and Molecular Biomedicine University of Catania, School of Medicine Catania, Italy

 

 

1) Se la vivisezione poggiasse su basi scientifiche: perché esistono farmaci ad uso umano e farmaci ad uso veterinario?

Tutti sanno che i farmaci ad uso umano e quelli ad uso veterinario non sono gli stessi ed anche quelli per i cani non sempre si usano per i gatti e viceversa. Quale prova più evidente per dimostrare che ogni specie ha un proprio funzionamento e i dati ottenuti su una specie non sono automaticamente estrapolabili a nessun’altra?

 

Da medico veterinario nonché da ricercatore ritengo che il dubbio sollevato dal dr. Cagno sia null’altro che un’interrogazione retorica, tra l’altro contraddetta dalla sue successive affermazioni.

 

E’ PROPRIO L’ESISTENZA DI FARMACI AD USO VETERINARIO E AD USO UMANO CHE RENDE EVIDENTE LA SCIENTIFICITA’ DELL’UTILIZZO DEGLI ANIMALI NELLA SPERIMENTAZIONE, POTENDONE STUDIARE GLI EFFETTI SULLE DIFFERENTI SPECIE E DETERMINANDO LE DOSI IN BASE ALLA SPECIE E LA POSSIBILE TOSSICITA’.

 

Naturalmente un argomento così complesso non può essere esaurito con una semplice battuta, quindi cercherò in modo sintetico di chiarire quelli che ritengo siano i punti salienti da considerare sia in termini di legge che logistici riportando l’esempio di farmaci (principi attivi, senza

denominazioni commerciali) molto diffusi ed in uso in medicina umana e veterinaria.

1. Regolamento di polizia veterinaria per gli animali d’affezione e gli equidi che siano stati dichiarati non destinati alla produzione di alimenti (non ci inoltriamo nel problema delle terapie per gli animali destinati alla produzione di alimenti che altrimenti ci allontanerebbe dal fulcro della discussione). Il veterinario ha l’obbligo di usare e di prescrivere medicinali ad uso veterinario che siano registrati per la specie e l’affezione da trattare. Il problema è che sul mercato non esiste una disponibilità di farmaci ad uso veterinario sufficiente a coprire le necessità terapeutiche, quindi la legge permette l’utilizzo in deroga, a condizioni e nel perseguimento di finalità ben precise. Pertanto, in mancanza di un medicinale veterinario registrato per la specie e l’affezione da trattare, il veterinario potrà in deroga utilizzare direttamente o prescrivere un altro medicinale veterinario autorizzato in Italia per l’uso su un’altra specie o per un’altra affezione; in mancanza di tale farmaco, il veterinario può scegliere tra un medicinale autorizzato per l’uso umano o un medicinale autorizzato ad uso veterinario in un altro Stato europeo, per l’uso nella stessa specie o in altra specie per la stessa affezione o per un’altra affezione, oppure una preparazione estemporanea preparata dal farmacista.

TUTTA QUESTA PREMESSA, E QUINDI IL REGOLAMENTO DI POLIZIA VETERINARIA NON AVREBBERO MOTIVO DI ESISTERE SE FOSSE VERA L’AFFERMAZIONE DI CUI SOPRA.

2. Amoxicillina/acido clavulanico: come è noto (o dovrebbe essere) a medici e veterinari l’amoxicillina è un antibiotico appartenente al gruppo delle penicilline. Generalmente è associato ad una sostanza, l’acido clavulanico, che ne aumenta l’attività nei confronti di alcuni batteri, che altrimenti sarebbero penicillino-resistenti. Questa combinazione è diffusissima sia in medicina umana che veterinaria. In particolare, in medicina veterinaria è utilizzata per il trattamento di un’ampia varietà di condizioni patologiche (infezioni della cute, dell’apparato urinario, delle vie respiratorie superficiali e profonde ecc…) dei cani e dei gatti, non deve essere utilizzata in conigli, cavie e criceti e deve essere utilizzata con cautela in tutti gli altri piccoli erbivori. OVVIAMENTE, così come in medicina umana, il farmaco dovrà essere utilizzato con il dovuto rispetto delle dosi che saranno state preventivamente verificate nella fase di sviluppo del farmaco.

3. Paracetamolo: farmaco ad azione analgesica largamente utilizzato in medicina umana (a tal proposito credo sia inutile aggiungere altro). Nel cane deve essere utilizzato con attenzione come analgesico per via orale. Il paracetamolo (acetominofene), infatti, si distingue dagli

altri FANS (Farmaci Antinfiammatori Non Steroidei) per un profilo di maggiore tollerabilità e sicurezza, una maggiore attività antalgica, una minore attività antinfiammatoria e minori effetti collaterali. A tali pregi, il paracetamolo associa un’azione anti-nocicettiva sia a livello

spinale che sopra-spinale con effetti sinergici tra tali siti di azione. A differenza del cane, è controindicato l’impiego nel gatto a qualsiasi dosaggio. Anche in questo caso, la sperimentazione animale ha fornito un servizio eccellente alla specie umana e non solo, mettendo ben in evidenza le controindicazioni per specie e indirizzando al meglio l’utilizzo del farmaco.

4. Morfina, butorfanolo, buprenorfina, meperidina, ossimorfone ecc… anestetici oppiacei tradizionali e di sintesi che, con caratteristiche e peculiarità diverse, vengono largamente utilizzati sia in medicina umana che in medicina veterinaria. Ancora il tutto deriva dalla preliminare sperimentazione fatta su animali.

5. Miltefosina, Antimoniato di N-metilglucamina, Ambisone (che però ha dei costi elevatissimi): tutti principi attivi largamente utilizzati in medicina umana e medicina veterinaria contro la leishmaniosi, di cui per anni sono stati prescritti quelli ad uso umano, non essendo in commercio sottoforma di farmaci veterinari. La lista potrebbe essere ancora molto lunga. Per completezza e sintesi chi è interessato al problema può approfondire l’argomento leggendo un qualsiasi trattato di farmacologia e farmacoterapia. In questo caso l’approccio al problema sarebbe scientifico e non ideologico, così come mi auguro avvenga in futuro per il progresso della ricerca biomedica e la salvaguardia della salute della specie umana e dei nostri fratelli animali.

 

Prof. Paolo de Girolamo

Professore ordinario di Anatomia veterinaria

Direttore Centro Servizi Veterinari

Università degli Studi di Napoli Federico II

Presidente Associazione Italiana per le Scienze degli Animali da Laboratorio

 

 

2) Perché i ricercatori non vogliono che si avvii un processo di validazione dei modelli animali?

I metodi sostitutivi la vivisezione sono sottoposti a processi di validazione, ossia di dimostrazione della loro validità scientifica, mentre i modelli animali non sono mai stati validati. Nonostante ciò, la prima proposta che i vivisettori rifiutano è proprio quella di validare i propri modelli. Strano per chi afferma di essere dalla parte della ragione. Se infatti i modelli animali venissero validati, gli antivivisezionisti scientifici non avrebbero più argomenti e quindi proprio i vivisettori dovrebbero essere i primi a chiederne la validazione.

 

Ci sono almeno tre affermazioni errate in questa domanda, cui desidero rispondere una per una:

1) “I metodi sostitutivi la vivisezione sono sottoposti a processi di validazione, ossia di dimostrazione della loro validità scientifica.” In realtà, la validazione di un qualsivoglia metodo viene inteso dai ricercatori e, se di loro pertinenza, dalle autorità competenti (per esempio enti

regolatori) come un processo continuo di caratterizzazione del metodo stesso, che continua fintanto che il metodo viene utilizzato, e che prevede i tre parametri Reliability, Reproducibility, Predictivity: E’ intuitivo che più dati vengano prodotti con un determinato metodo, più esso

venga caratterizzato. Tale approccio si applica universalmente, ma in modo più o meno formale, in base alla tipologia del metodo oggetto della validazione. Per esempio, i modelli ufficialmente validati da organizzazioni preposte quali ECVAM, ICCVAM (o dagli altri….VAM nel resto del mondo) seguono un iter complesso e molto lungo. Tale iter non è realisticamente applicabile a tutti i modelli in vitro o in silico utilizzati ogni giorno nei diversi settori. Inoltre, i modelli ufficialmente validati da questi organi sono pochissimi e limitati all’ambito tossicologico, dove

lo scopo finale è l’accettazione nelle linee guida internazionali (ICH, OECD).

2) “…..mentre i modelli animali non sono mai stati validati. Nonostante ciò, la prima proposta che i vivisettori rifiutano è proprio quella di validare i propri modelli.” Per quanto riguarda i modelli animali, il fatto che non esista un processo di validazione ufficiale ECVAM-like

non significa che non esista un processo di validazione. Innanzitutto bisogna considerare che, contrariamente ai modelli in vitro o in silico, non sarebbe eticamente accettabile ripetere N volte un esperimento su animali solo per valutarne la riproducibilità. Inoltre, bisogna considerare che ogni sostanza saggiata in un modello animale è diversa da qualunque altra: l’impossibilita` di ripetere lo stesso esperimento con la stessa sostanza e la diversità di “comportamento” biologico di ogni sostanza rende ogni esperimento unico. Per questo motivo viene riconosciuto dalla comunità scientifica e da alcuni enti regolatori il concetto di “valido” in alternativa al concetto di “validato”. La validità scientifica di un modello in-vivo si misura in termini di traslazionalità nei confronti dell’uomo, ovvero, in termini di predittività di eventi accaduti nell’uomo ed è tanto più robusta quanto più la casistica si arricchisce. Questo processo di validazione alternativo, l’unico applicabile peraltro, viene adottato sia in ambito regolatorio, sia nell’ambito della ricerca di base e ricerca applicata. Secondo questo meccanismo, l’analisi retrospettiva continua di un modello animale alla luce dei dati ottenuti sull’uomo è, a tutti gli effetti, un processo di validazione. A supporto di quanto affermato sopra, si consideri a titolo di esempio che ogni linea guida ICH (The International Conference on Harmonisation of Technical Requirements for Registration of Pharmaceuticals for Human Use), viene periodicamente rivista ed i modelli animali in essa contenuti vengono ridiscussi dal punto di vista della loro predittività e dei loro punti deboli, in base alla casistica accumulata.

3) “…gli antivivisezionisti scientifici non avrebbero più argomenti “. Non esistono antivivisezionisti scientifici. Lo dimostra la totale assenza di lavori pubblicati su riviste peer reviewed.

 

Dr Gianni Dal Negro

Past-President AISAL

 

 

3) Perché sono stati creati animali modificati geneticamente e quindi umanizzati? Nonostante possiamo contare su centinaia di specie differenti, i vivisettori negli ultimi 20 anni hanno creato migliaia di animali modificati geneticamente, aggiungendo un gene umano, oppure togliendo un gene che gli animali possiedono al contrario dell’uomo. Quindi in entrambi i casi, di fatto, gli animali sono stati “umanizzati”, ossia resi geneticamente più simili a noi. Non è questa una prova per dimostrare che la distanza tra gli esseri umani e tutte le altre specie è così elevata che dobbiamo umanizzare gli animali per pensare che possano essere utili per la ricerca?

 

Forse la domanda non è posta in maniera corretta. Quando si parla di animali geneticamente modificati si dovrebbero distinguere vari casi. Ci sono animali in cui un dato gene della stessa specie viene “aggiunto” o “spento” con lo scopo di studiare la funzione della proteina da esso

codificata, in condizioni normali o di sviluppo. In altri casi la manipolazione genetica viene utilizzata per mimare malattie genetiche dell’uomo ed identificare/ sviluppare terapie che possano avere un’applicazione in clinica. Per molte malattie dell’uomo su base genetica non esistono infatti rimedi efficaci e la possibilità di utilizzare animali geneticamente modificati può essere l’unico strumento valido. Ci si riferisce ad animali cosiddetti “umanizzati” nel caso dello xenotrapianto quando si modifica geneticamente l’organo di un animale donatore per renderlo “compatibile” con l’uomo. Un esempio ha riguardato lo sviluppo di maiali transgenici per proteine regolatorie del complemento umano che hanno migliorato la sopravvivenza dell’organo di maiale trapiantato in primati. Un diverso utilizzo di animali geneticamente modificati è rappresentato dalla possibilità di far produrre agli animali grandi quantità di farmaci, anticorpi o vaccini. Per esempio, vitelli sono stati modificati nel DNA con il precursore del gene dell’insulina umana con l’obiettivo di ottenere l’insulina dal latte.

 

Prof. Giuseppe Remuzzi

Coordinatore delle Ricerche

Mario Negri Institute for Pharmacological Research

Centro Anna Maria Astori, Bergamo

 

 

4) Perché dopo la sperimentazione sugli animali bisogna obbligatoriamente sperimentare sugli esseri umani? I vivisettori spesso ripetono che, se non si sperimentasse sugli animali, bisognerebbe farlo sugli esseri umani. In realtà in tutto il mondo le leggi impongono la sperimentazione umano dopo quella animale, prova indiscutibile che non possiamo fidarci dei dati ottenuti negli animali.

 

La risposta a questa domanda può sembrare un gioco di parole ma non lo è, infatti, dopo la sperimentazione animale, non è obbligatorio effettuare ricerche sull’uomo. Anzi, nella maggior parte dei casi, la fase della sperimentazione animale permette di evitare la sperimentazione umana qualora il trattamento sia risultato poco attivo o addirittura molto tossico. La sperimentazione animale è pertanto necessaria poiché permette di selezionare i farmaci per la successiva fase clinica. E’ vero che in alcuni casi accade che i risultati negli animali non siano riproducibili nell’uomo, ma anche questi risultati sono utili perché stimolano riflessioni che ci aiutano a migliorare i modelli sperimentali e ad approfondire le conoscenze. Gli animali non sono l’uomo, sono un “modello”, il migliore che abbiamo a disposizione per non andare alla cieca sperimentando nell’uomo. La ricerca è dinamica, fatta di prove e riprove, fallimenti e successi che consentono di giungere, alla fine, a quei progressi che contraddistinguono la moderna terapia.

 

Prof. Silvio Garattini

Direttore Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’

 

 

5) Perché è praticamente impossibile entrare nei laboratori? Entrare in un laboratorio di vivisezione è impresa quasi impossibile, anche quando si vuole concordare la visita. Ne sanno qualcosa i giornalisti di “Report” che quando hanno registrato una trasmissione sulla vivisezione non sono riusciti ad entrare nei laboratori dell’Istituto Superiore di Sanità. Tutto ciò è molto strano per un’attività che è considerata da chi la pratica lodevole e ben condotta.

 

Non è facile dare una risposta ad una domanda priva di fondamento (partendo dallo scorretto utilizzo del termine “vivisezione” che assolutamente non accetto) ma cercherò di farlo nella maniera più chiara e documentata possibile; per questa ragione vorrei iniziare sottolineando il fatto che un laboratorio è, per definizione, un luogo di lavoro a cui l’accesso deve essere regolamentato sia per motivi organizzativi che per motivi di sicurezza personale (Testo unico della sicurezza; D.Lgs 81/08 e 106/09) esattamente come è regolamentato l’ingresso ai laboratori ospedalieri o a quelli di una qualsiasi azienda . Regolamentato però non significa vietato, tanté che ogni anno la nostra struttura ha circa 150 visitatori da tutto il mondo tra cui numerose troupe televisive quali ad esempio quelle di Bau Boys (Italia 1), Le Jene (Italia 1), Superquark (RAI), TG5 (Canale 5), Vanguard (Current TV) nonché quella di Report (citata dallo stesso Dr Cagno); in particolare, nel servizio delle Jene visibile integralmente da questo sito, era già stata data una risposta a questa domanda che in quella occasione fu posta dalla Dott.ssa Kuan. Il problema quindi non sembra risiedere nell’ottenere il permesso di entrata ma, al contrario, nella capacità di chiederlo in maniera corretta e, soprattutto, nella disponibilità ad utilizzare il materiale ottenuto senza manipolazioni. Credo infatti di dire una cosa quasi banale sostenendo che molte volte l’informazione (in audio o in video) viene distorta per poter essere funzionale ad una precisa teoria, come nel caso delle immagini vecchie di almeno 30 anni , se non addirittura clamorosamente false (vedi la foto tratta dal film horror “Una lucertola con la pelle di donna” e spacciata per vera), che continuamente vengono utilizzate da chi vuole a tutti i costi dimostrare una violenza che non esiste. Credo con questa risposta di aver dato, ancora una volta, ampia dimostrazione della infondatezza della domanda posta dal Dr. Cagno.

 

Dr. Giuliano Grignaschi

Responsabile Stabulario Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’

 

 

6) Perché oltre il 50 per cento dei farmaci presentano gravi reazioni avverse dopo la commercializzazione? Gli antivivisezionisti sono a volte accusati di utilizzare i pochi casi in cui il comportamento degli animali si è dimostrato differente rispetto al nostro. Tuttavia i dati statunitensi hanno dimostrato che il 51 per cento dei farmaci hanno presentato dopo la commercializzazione gravi reazioni avverse che non si erano evidenziate negli animali da laboratorio e per questo motivo ogni anno muoiono circa centomila cittadini statunitensi. Come negare che questa strage dipenda da un modello sperimentale sbagliato?

 

Il Dott. Cagno ha toccato un punto importante. Gli interventi in medicina non sono privi di effetti non voluti, a volte anche gravi. I farmaci infatti sono scelti sulla base del loro beneficio netto, ovvero scontati gli effetti indesiderati che portano con sé. Devono cioè fare più bene che male e in qualche caso, pochi, questa differenza tra bene e male può essere piccola. 

Prendiamo ora il dato che il 51% dei farmaci hanno presentato dopo la commercializzazione almeno una grave reazione avversa. Si tratta di un dato che comprende l’intera storia di un farmaco, ovvero tutte le volte che è stato somministrato, spesso in tante migliaia di individui, e spesso molte volte per individuo. Almeno una volta si è avuto un effetto avverso grave. E’ molto diverso dal dire che nel 51% delle volte che un farmaco è stato somministrato si ha un effetto avverso grave. Siamo quindi all’interno di un sistema terapeutico agisce per il bene dei pazienti, ovvero espone in un numero limitato di casi a eventi indesiderati, e nella maggioranza dei casi ci aiuta a guarire. L’ultima considerazione è che il totale annullamento della sperimentazione animale porterebbe non a una diminuzione o sostanziale pareggio di quel 51 % di farmaci cha hanno causato almeno un evento avverso, ma a un suo probabile aumento. Infatti a noi medici mancherebbe il dato di tossicità nell’animale e ci troveremmo a testare il farmaco su uomini e donne, senza avere i dati prima in altri organismi viventi. Culture cellulari sarebbero di aiuto, ma non tanto quanto organismi complessi, con la loro capacità di aprirci gli occhi su possibili effetti sul fegato, reni e cuore. Sarebbe un momento drammatico somministrare un farmaco su una persona e poco prima dire:

“Penso che questa sostanza potrebbe aiutarla, ma non so esattamente quanto fa bene e, soprattutto, quanto fa male, non so bene il dosaggio, non l’abbiamo mai sperimentata e lei è il primo essere vivente che la prova. Auguri.”

 

Lorenzo Moja, MD, MSc, Dr Pub Health

Assistant Professor | University of Milan

 

 

7) Perché si utilizzano prevalentemente roditori anche se sono animali lontani da noi da un punto di vista evolutivo? Oltre l’80 per cento degli animali utilizzati sono roditori, nonostante siano piuttosto lontani da noi da un punto di vista evolutivo. È vero che con loro condividiamo il 95 per cento del dna, ma con gli scimpanzé condividiamo il 99 per cento del dna. Certamente i roditori sono piccoli, mansueti, poco costosi e stimolano poca empatia nella gente. Sospetto che questi siano i criteri, “poco” scientifici, che li fanno preferire a tutte le altre specie più evolute.

 

La sperimentazione animale è una pratica scientifica che si basa su criteri razionali e che richiede risposte affidabili. L’obiettivo di testare un farmaco o un composto chimico o anche semplicemente di valutare una risposta fisiologica a stimoli indotti può essere realizzato solamente se il dato che si ottiene è attendibile e riproducibile. In sintesi non basta che un singolo animale risponda in un certo modo, ma è necessario che le prove siano condotte su un numero adeguato di animali (sufficiente cioè ad ottenere un dato statisticamente valido). Per questo dovendo scegliere una specie utilizzabile (ed allevabile) in grandi numeri, che sia di piccola taglia e che fornisca risposte standardizzate, i roditori siano i candidati migliori. 

Anche se il genoma dei roditori non è uguale a quello dell’uomo, è comunque largamente sovrapponibile. Questo consente di avere modelli sufficientemente simili all’uomo per molti, moltissimi tipi di sperimentazione. La maggior semplicità dell’organismo murino rappresenta inoltre un vantaggio perché consente di comprendere meglio e prima i meccanismi molecolari che rappresentano la base della risposta fisiologica e farmacologica. I risultati ottenuti sui roditori non danno una risposta definitiva, ma sono utili per giungere a quello scopo.

Rispetto a qualche decennio fa le cavie (Cavia porcellus) sono state sostituite dai ratti (Rattus norvegicus, Rattus rattus) per motivi di facilità di allevamento e di brevità di ciclo riproduttivo. Per gli stessi motivi, e la maggior facilità di manipolazione, negli ultimi anni i topi (Mus musculus) sono proporzionalmente preferiti rispetto ai ratti. Sempre nell’ottica di una semplificazione affidabile, si adoperano anche sempre di più modelli basati su organismi elementari: si pensi al moscerino della frutta (Drosophila melanogaster) utilizzata in genetica per la sua versatilità, semplicità e presenza di geni omologhi ben conservati.

È vero che i roditori sono più distanti dall’uomo rispetto ai primati ma certo non è pensabile – e nemmeno eticamente accettabile – utilizzare un grande numero di scimmie per la sperimentazione quando le risposte fornite dai roditori sono per la stragrande maggioranza degli esperimenti e dei test perfettamente accettabili ai fini della valutazione scientifica del dato. Per quei casi particolari in cui la risposta data dai roditori non è sufficiente (es. vaccino contro l’AIDS) allora si rende necessario anche l’uso dei primati, nel minor numero possibile.

Infine è vero che il grande pubblico non nutre molta empatia per i roditori, ma questo non è necessariamente importante dal punto di vista scientifico. Il grande pubblico non nutre molta empatia nemmeno per le pecore, i maiali, i dromedari, le iene, i formichieri etc – tuttavia queste specie non presentano caratteristiche di mole, facilità di allevamento e standardizzazione che le rendano utili per la ricerca biomedica. Bisogna al contrario anche notare che alcuni roditori (criceti, gerbilli, gli stessi topi) stanno acquistando una crescente popolarità presso il pubblico e rappresentano un gruppo di pets di crescente diffusione.

 

Prof. Bruno Cozzi

Professore ordinario di Anatomia veterinaria

Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione

Università di Padova

 

 

8) Perché si studiano le malattie croniche e degenerative nei roditori che vivono solo 2-3 anni? Sono studiate negli animali malattie come i tumori, le epilessie, la demenza, la schizofrenia e molte altre che necessitano di molti anni, a volte di decenni, per potersi sviluppare. Nella maggior parte di questi casi si utilizzano roditori, come topi e ratti, che vivono al massimo 2-3 anni. Non è questa una differenza sufficiente per invalidare qualsiasi risultato?

 

La ricerca scientifica quando non ha a disposizione la verifica diretta delle proprie indagini sfrutta dei modelli in grado, in tutto o in parte, di simulare le condizioni reali. In ambito farmacologico la valutazione di quanto questi modelli sperimentali siano predittivi di ciò che potrà avvenire nel contesto della patologia umana è un tema che costantemente preoccupa e impegna ogni serio ricercatore. Sebbene a volte ci siano delle forzature, tutti sono consapevoli dell’impossibilità di avere a disposizione modelli sperimentali in grado di riprodurre completamente le condizioni patologiche umane. In particolare, per quanto riguarda le malattie croniche, lo sforzo è quello di capire il contesto in cui una determinata informazione è stata ottenuta; se la complessità di una patologia che impiega, nell’uomo, decenni a svilupparsi non può essere riassunta completamente in un modello animale, alcuni aspetti parziali relativi al target farmacologico, al meccanismo d’azione alla biodisponibilità sono certamente acquisibili solo in un organismo vivente. La scelta del modell  animale è dettata innanzitutto dal rispetto delle normative vigenti (e del principio delle 3R) che prevedono, a parità di validità predittiva, l’utilizzo “di animali a più basso sviluppo neurologico” (Art. 4, Comma 2, Dlgs 116/92); conseguentemente, anche per lo studio di malattie croniche e degenerative, sono utilizzati roditori poiché in essi sono molto ben rappresentati numerosi meccanismi patogenetici tipici delle malattie umane.

 

Dr. Gianluigi Forloni

Head of Department of Neuroscience

Head of Biology of Neurodogenerative Disorders Lab

“Mario Negri” Institute for Pharmacological Research

 

 

9) Perché si studiano le malattie della mente negli animali che non sanno parlare? Il professor Pietro Croce affermava che la vivisezione poggia su un errore metodologico, ossia l’illusione di potere estrapolare i dati ottenuti negli animali nella nostra specie. In campo psichiatrico l’errore è doppio, poiché con gli animali non possiamo comunicare attraverso il linguaggio. Come si fa a capire se un animale è delirante, o allucinato, o ha idee suicidarie se non parla? Inoltre nelle ricerche in psichiatria e psicologia si somministrano sostanze psicoattive agli animali o si distruggono parti del loro cervello, condizioni che i clinici utilizzano proprio per escludere negli esseri umani una malattia psichica.

 

Da oltre 100 anni, cioè dagli albori della psicofisica sensoriale, è ben noto che il linguaggio non costituisce l’unico modo attraverso il quale è possibile comunicare con esseri viventi non dotati di tale proprietà.

Ad esempio, le tecniche di operant conditioning permettono di capire e quantificare come gli animali discriminino stimoli sensoriali lungo un continuum di intensità, producano risposte motorie diverse a seconda delle istruzioni ricevute, siano in grado di comunicare stati mentali legati ad esperienze gradevoli od avverse, così come il risultato di operazioni neurali più complesse, quali quelle basate sulle inferenze, sulle catergorizzazioni e sulla discriminazione della numerosità, etc.

Tutto ciò non sorprende, se solo si pensa che gli animali e noi non apparteniamo a sfere celesti diverse, ma siamo espressione di stadi diversi dell’Evoluzione. Il problema per gli sperimentatori (non vivisettori, parola inesistente nel vocabolario della lingua italiana!) nell’affrontare i modelli animali delle malattie mentali non è pertanto particolarmente diverso da quello che si pone quando si approntano modelli sperimentali di malattie più “semplici”: studiarne i fondamenti biologici.

E’ ormai accertato, ad esempio, come malattie degenerative della corteccia cerebrale e dei suoi fasci di fibre efferenti siano alla base di alcune forme di demenza, come alterazioni delle connessioni tra diverse aree del cervello e delle loro interazioni dinamiche siano frequenti nei pazienti schizofrenici, come alterazioni del metabolismo di alcuni mediatori chimici, ad esempio, la serotonina in alcuni circuiti cerebrali, siano alla base delle sindromi depressive.

Le malattie dello spettro dell’autismo hanno una componente genetica importante, del tutto ignota solo 20 anni orsono, ed il suo studio sta rilevando alterazioni specifiche, o comuni ad altre forme di ritardo mentale, che andranno approfondite e capite nella loro genesi ed espressione fenotipca al di la della difficoltà da parte di questi pazienti o di qualunque animale sperimentale di comunicare in maniere efficace i loro stati mentali. Queste ricerche non risolvono il problema tout court, ma ne focalizzano gli aspetti fondamentali sui quali sviluppare la ricerca. I modelli animali sono volti a stabilire nessi di causalità, non solo di correlazione, tra le varie alterazioni di cellule, tessuti, neurotrasmettitori e circuiti cerebrali, e patologie che ne conseguono.

Le manipolazioni che essi permettono non sono eticamente e legalmente possibili nell’Uomo. I più moderni approcci, come l’optogenetics, consentono di manipolare selettivamente ed in maniera reversibile determinati circuiti nervosi e studiarne le conseguenze su forme semplici e complesse di comportamento senza indurre in tali animali alcuna lesione irreversibile. I tempi della lobotomia frontale alla Moniz sono, per fortuna, tramontati, ed agli approcci chirurgici si sono sostituiti metodi di inattivazione funzionale. Piena consapevolezza delle prospettive e dei limiti di questi modelli, quindi, ma nessun doppio errore.

Certamente una doppia ignoranza, metodologica e concettuale, da parte di chi queste domande pone in tal modo.

 

Prof. Roberto Caminiti

Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia

Università di Roma SAPIENZA

 

 

10) Perché farmaci tossici negli animali sono stati lo stesso commercializzati? Di solito la gente crede che la vivisezione serva a selezionare le sostanze sicure da quelle tossiche per la nostra specie, tuttavia il prontuario farmaceutico è pieno di farmaci tossici negli animali che sono stati lo stesso sperimentati negli esseri umani e poi commercializzati. Forse gli stessi vivisettori non credono nelle loro ricerche e quindi dopo avere investito molti soldi nei test sugli animali, continuano in ogni caso le ricerche anche sugli esseri umani. È questa vera scienza?

Una sola di queste domande sarebbe sufficiente per mettere in seria discussione la validità scientifica della vivisezione, tutte insieme sono una dimostrazione che la ricerca medico-scientifica deve prendere strade diverse se vuole essere affidabile nei fatti e non solo a parole.

 

La normativa sulla sicurezza dei farmaci è estremamente rigorosa e non ne consente la commercializzazione se non quando sia stata dimostrata la loro tollerabilità prima sugli animali e poi sull’uomo. Nessun farmaco che si è dimostrato tossico sugli animali da esperimento è stato poi studiato sull’uomo; è vero, semmai, che in passato farmaci poco studiati sugli animali prima che sugli uomini sono stati causa di effetti avversi su questi ultimi. E’ il caso della talidomide che ha provocato gravi malformazioni nell’uomo, non prevedibili perché il farmaco non era stato studiato su cavie in stato di gravidanza.

 

Prof. Filippo Drago

Dept. of Clinical and Molecular Biomedicine

University of Catania

School of Medicine

Catania, Italy

 

 

I vaccini e le turbe di Lannes

Di Photo Credit: Content Providers(s): CDC/Dr. M.S. Mitchell [Public domain], attraverso Wikimedia Commons
Ho già parlato un’altra volta di Gianni Lannes, giornalista che tempo fa aveva acquisito ampio credito e che poi si è tuffato con un triplo salto carpiato nel calderone delle teorie del complotto. Al tempo lo feci in merito alle sue affermazioni riguardanti il terremoto emiliano (che, ricordo, ho vissuto in prima persona) che lui sostiene essere stato provocato “a mano” dai Grandi Padroni del Mondo. Il che mi fece incazzare parecchio, perché la gente che subisce un trauma del genere ha bisogno di un sacco di cose tranne che si sentirsi raccontare cazzate apocalittiche.

Ieri invece è uscito sul suo blog un articolo di denuncia sulle sperimentazioni cliniche dei vaccini che “non servono alla salute dei bambini, ma esclusivamente ad alimentare i profitti delle multinazionali farmaceutiche“. Manco a dirlo, la sua “denuncia” ha avuto ampia eco sui soliti siti che si spacciano per canali di “vera” informazione, “senza censura” (eh..provate e commentare dicendo cose che non gradiscono) ecc ecc, insomma canali di gente che è convinta di essere l’unica a dare voce ai terribili segreti del Nuovo Ordine Mondiale (dal signoraggio bancario ai cattivi ebrei passando per il buon governo iraniano) che loro scoprono stando comodamente seduti davanti al pc (qui un esempio e qui un altro).

Di cosa si tratta? Bene, Lannes ha spulciato i verbali degli atti del Senato e ha letto una cosa che lo ha sconvolto: un atto di sindacato ispettivo durante la XV legislatura in cui la senatrice Monacelli aveva chiesto al Ministro della Salute se non fosse il caso di intervenire nel merito di una procedura di sperimentazione clinica (fase III)di un nuovo e più potente vaccino contro il batterio streptococcus pneumoniae.

Oggi, si utilizza il vaccino epta-valente 7vPnC (sui bambini che hanno meno di due anni) che protegge contro sette sottotipi di streptococcus. L’obiettivo della sperimentazione, condotta dalla casa farmaceutica WYETH LEDERLE per il tramite della Charles River era quello di testare un vaccino 13-valente (13vPnC)  con uno “Studio clinico di fase 3, randomizzato, con controllo attivo, in doppio cieco per valutare la sicurezza, la tollerabilita` e l`immunogenicita“.

Monacelli evidenziava che nell’informativa redatta dalla Charles River c’erano dei punti di criticità, come il fatto che “alcuni di questi 13 ceppi risulterebbero praticamente inesistenti in Italia, pertanto ciò comporterebbe un’inutile aggressione al sistema immunitario dei bambini sottoposti a tale sperimentazione dal servizio vaccinazioni della ASL RM E” e in particolare questo passaggio:

Non c’è garanzia che risposte saranno registrate con questo vaccino 13-valente o se eventuali risposte mostrate daranno protezione. Questo vaccino sperimentale potrebbe non proteggere suo figlio da infezione da Streptoccoccus pneumoniae. Questo vaccino sperimentale potrebbe non essere d’aiuto per suo figlio, ma altri potrebbero beneficiare delle informazioni ottenute da detto studio”.

Riguardo al primo punto di criticità, non sono in grado così su due piedi di verificarne la veridicità ma mi pare un problema di poco conto dato che l’obiettivo del test era verificare la sicurezza, la tollerabilità e l’immunogenicità, ovvero e in parole povere, le reazioni e la risposta immunitaria sui bambini. Inoltre “praticamente inesistenti” non capisco bene cosa significhi e quanto valore possa avere in questo contesto.

Sul secondo punto, ovvero sul fatto che il test clinico avrebbe potuto non portare vantaggi ai bambini sottoposto alla sperimentazione, mi sento di poter affermare che non vi leggo nulla di strano per un semplice motivo: si tratta di una sperimentazione di un vaccino per bambini e in quanto tale nessun trattamento può garantire alcunché. E’ vero che la legge richiede che i pazienti che si sottopongono al test possano trarre “qualche beneficio diretto”, ma bisogna stare attenti a non confondere i potenziali benefici con la garanzia che quei benefici ci saranno.

Detto questo, sorvegliare, stare attenti e chiedere maggior cautela non fa ma mai male. A quella interrogazione, il Ministero rispose, per mezzo di Antonio Gaglione, allora Sottosegretario di Stato per la salute quanto segue:

Si segnala che il Comitato Etico del Centro coordinatore (Ospedale Maggiore di Milano) ha espresso al riguardo parere positivo nella seduta del 14 luglio 2006; gli altri Comitati Etici coinvolti, tra cui quello della ASL RM E, hanno espresso in piena autonomia la loro accettazione o il loro rifiuto alla partecipazione a tale studio.
        Va sottolineato che, prima della formulazione del rispettivo parere, i Comitati Etici verificano la specifica documentazione (tra cui il protocollo, il certificato di assicurazione, il foglio informativo per i pazienti, il consenso informato ecc.), e solo successivamente alla valutazione di questi parametri è possibile per i Comitati esprimersi in merito ai potenziali rischi e ai benefici di una sperimentazione clinica.
        Nel caso in esame, peraltro, il Comitato Etico della ASL RM E ha evidenziato, a tutela della salute dei bambini, le seguenti raccomandazioni per il medico sperimentatore:
            1) le dosi dei vaccini non debbono essere somministrate in concomitanza con altri vaccini di routine, al fine di evitare possibili interazioni;
            2) non debbono essere arruolati soggetti nati prematuri o che hanno manifestato episodi convulsivi, per evitare il possibile manifestarsi di episodi di apnea;
            3) deve essere spiegato ai genitori (o rappresentanti legali) del bambino il significato del termine «apnea», al quale si fa cenno nel foglio informativo, e debbono essere fornite precise indicazioni sui comportamenti da tenere, qualora si verifichi tale episodio.

Insomma, gli istituti cui è preposta la scelta di eseguire o meno la sperimentazione, hanno autonomamente verificato le premesse e concesso o meno l’autorizzazione e il Governo evidenziava, nella risposta, l’esecuzione delle procedure corrette.

Quale sarebbe lo scandalo? Io non ne vedo. Secondo Lannes invece c’è ed è questo: “Ecco il caso di una sperimentazione ignota all’opinione pubblica, realizzata usando bimbi in piena salute come cavie […] Certe cose il potere politico – condizionato da quello economico (alla voce corruzione) – non ci tiene a farle sapere in giro. Dopo la vivisezione sugli animali da almeno un lustro queste bestie senza scrupoli testano i pargoli.

Siamo arrivati al vero clou della vicenda, per sintetizzare, sempre con le parole di Lannes  “la vicenda è stata insabbiata dalle istituzioni di controllo“.

E’ davvero così?

Prima considerazione: la sperimentazione sui bambini non è nata nel 2006 con questa vicenda ma, ovviamente si fa molto più spesso di quanto Lannes creda, tipo ogni volta che si deve commercializzare un farmaco a loro destinato. E’ vero che valgono regole più stringenti (come è giusto che sia) quando il trial clinico si svolge su minori, ma la legge, giustamente, non li vieta. Inoltre, ad un primo esame giuridico fatto in casa da me, la richiesta era conforme al decreto legislativo n. 211 del 24 giugno 2003 (Attuazione della direttiva 2001/20/CE relativa all’applicazione della buona pratica clinica nell’esecuzione delle sperimentazioni cliniche di medicinali per uso clinico).

Si chiama trial clinico e segue quello animale che a sua volta segue i test in vitro e in silico (e altre diavolerie). Si giunge infine ai destinatari delle cure: gli umani e l’obiettivo è sempre il solito: verificare che il farmaco sia il più sicuro possibile utilizzando gli strumenti, rozzi ed eticamente problematici quanto vogliamo, che abbiamo a disposizione: Ripeto per l’ennesima volta: se qualcuno ha soluzione migliori, si faccia avanti (Nobel assicurato), non vediamo l’ora di non mettere più mano a qualsiasi tipo di cavia.

Seconda considerazione: per Lannes questa è una vicenda che è stata insabbiata. Ma se insabbiare significa nascondere mi spiegherà come ha fatto a trovare l’interrogazione parlamentare o come ho fatto io a trovarla in cinque minuti senza dover utilizzare la copia da lui salvata su un server di storage di immagini, magari qui? In un luogo virtuale libero e accessibile gratuitamente da chiunque?. Mi spiegherà anche come mai, nonostante l’insabbiamento, l’agenzia per il farmaco (AIFA) conserva tutta la vicenda, di nuovo in una pagina web liberamente accessibile e consultabile in cui sono scritti gli obiettivi del test, i soggetti a cui era rivolto e il numero identificativo e la società farmaceutica responsabile (qui e poi  qui)?

So già che non arriveranno risposte, l’importante è gridare allo scandalo e puntare il dito contro presunti complotti magari cavalcando qualche fatto di cronaca come i medici che si fanno pagare le vacanze per prescrivere farmaci o il ritiro di alcuni vaccini anti-influenzali dalla commercializzazione perché pericolosi (ma come? non volevano annientarci coi vaccini?).

Invece io vorrei rispondere a Lannes che, a fine articolo, chiede “Ma la civiltà di un popolo non si misura dal grado di attenzione e di rispetto per i bambini?“.

Si caro Gianni, si misura (anche) così, e vaccinarli e un modo per prendersi cura di loro, farli crescere sani e forti. Per farlo, converrai anche tu, dobbiamo testare i farmaci e non possiamo testarli sui muri per vedere se sono efficaci sull’uomo (ma se hai altre opzioni libero di renderci edotti, ripeto, Nobel assicurato). La polio non ha insegnato proprio nulla, oppure oggi è talmente scontato viverci senza che anche chi dovrebbe averla vista e vissuta se n’è dimenticato, scordandosi anche come si è giunti a debellarla quasi del tutto?

Talidomide, la (mancata) vergogna di LAV e Equivita

Giovanardi, politico di cui ho bassa stima (e chissene) qualche giorno fa ha detto, a proposito del Talidomide che:

“Furono le donne incinta a fare da cavia: se la sperimentazione fosse stata fatta sugli animali si sarebbero evitate drammatiche conseguenze per migliaia di persone. È un terribile esempio da tenere ben in mente nel momento in cui alcune associazioni hanno lanciato una campagna per abrogare l’obbligo della sperimentazione scientifica sugli animali prima di mettere in commercio i farmaci.”

Gli ha risposto la LAV (Lega Anti Vivisezione) tramite la dott.ssa Kuan, la quale ha sostenuto che: “Tali frasi sono assolutamente prive di fondamento ed è paradossale come un esponente politico rilasci citazioni così palesemente soggettive e tendenziose

A questa, e in difesa di Giovanardi, ha risposto prima Silvio Garattini e poi, il che è importante, anche l’associazione vittime talidomide che, per bocca del presidente onorario (nonché responsabile scientifico del Centro Studi Talidomide di Padova) Nadia Malvasi  ha affermato: «È proprio falso quello che dice Kuan […] C’è un’ampia bibliografia scientifica che ha dimostrato come i test del talidomide erano stati eseguiti solo su animali non gravidi prima che esplodesse lo scandalo. La realtà è che fino alla scoperta degli effetti sulla morfogenesi degli embrioni umani, grazie alla nostra nefanda esperienza, non si sapeva niente. I test eseguiti nel 1962 hanno variamente evidenziato danni agli arti, alla spina dorsale, al cranio anche per i feti animali […] Io sono disturbata da questo atteggiamento degli animalisti oggi proprio perché sono un’amante degli animali, che mi hanno regalato molto affetto nella vita e mi hanno aiutata: ho un cane e un gatto. Ma il punto è che invece su di noi vengono dette molte falsità: gli antivivisezionisti cavalcano l’onda delle notizie pubblicate prima del ’61, e si fermano a quelle per dimostrare che è inutile sperimentare su certi tipi di animali». (la fonte è un articolo che troverete linkato più giù)

Insomma, attivisti smentiti da chiunque, soprattutto dalle vittime del talidomide che, a meno che qualcuno non si azzardi a dargli dei venduti, qualche ragione in cerca della verità la avrebbero. Sicuramente più di LAV e Equivita.

Ma, ciechi davanti ad ogni evidenza,  si difendono dalle citazioni di studi e ricerche con citazioni prese dal libro del loro padrino spirituale, Hans Ruesch (efficacemente smontato qui),  il quale a sua voltava riportava una frase del dott. Raymond Green (non so se sia corretta dato che non ho accesso all’articolo cui si riferisce): ‘Dobbiamo riconoscere che anche le prove più rigorose sugli animali per stabilire l’effetto d’un nuovo farmaco non possono darci che scarse informazioni circa il suo effetto sull’uomo. Senza alcun dubbio il Talidomide era stato sottoposto alle prove più complete (…) Non esistono farmaci benefici che non possono causare danni. La sperimentazione animale non può eliminare questo rischio e può impedire l’uso di ottime sostanze” . Frase che, se riportata correttamente, oggi sappiamo essere sbagliata. Il Talidomide non era stato assolutamente sottoposto alle prove più complete. Lo erano per gli standard dei tempi, purtroppo, e con distinguo enormi dato sappiamo che la casa farmaceutica che produceva il farmaco ha volontariamente travisato alcuni studi e fatto spesso orecchie da mercante.

Poi la stupidata, sempre citata da Ruesch: “La lezione del Talidomide non sembrava essere servita a nulla.” E invece è servita dato che da li in poi i parametri per la sperimentazione sono diventati più stringenti.

Ma le parole di Nadia Malvasi valgono più delle mie “Solo nel 1963 nacque la farmacovigilanza con regole precise per evitare i rischi di effetti collaterali gravissimi, specialmente in gravidanza.” ha affermato in una nota,  concludendo con una stoccata micidiale ‘Dopo di noi, anche i figli degli antivivisezionisti sono nati belli, biondi e tondi. I diritti umani di più di 10mila bambini thalidomidici (cifra per difetto) sono stati calpestati per la mancata o manipolata sperimentazione sugli animali, che pur noi amiamo e rispettiamo.”

Insomma, pur di difendere la propria causa, senza prove a disposizione, LAV e Equivita e chi con loro,  non si fanno scrupolo di cavalcare una tragedia utilizzando le fonti che gli fanno comodo (poche reali, e tutte autoprodotte dal libro di Ruesch che da questo punto di vista vale ovviamente meno di zero).

In una vicenda in cui la sofferenza, il senso di abbandono e di ingiustizia sono stati oltremodo abbondanti, fare tutta questa disinformazione, mirata all’obiettivo di perseguire un’ ideologia senza fondamento (se non i movimenti di pancia) è roba di cui ci si dovrebbe vergognare e di cui invece, invasati dallo spirito animalaro, LAV e Equivita (e chi con loro) vanno tremendamente fieri.

P.S.

1) Sono passati 50 anni dalla tragedia e le vittime hanno ricevuto una lettera di scuse e una pacca sulle spalle dallo Stato, magari battersi per questa reale ingiustizia verso degli animali umani sarebbe oggi più importante in questa vicenda.

2) Per sapere come sono andate realmente le cose e del perché la sperimentazione animale sarebbe stata necessaria anche per il talidomide potete controllare questo link (in inglese) dove vengono citati gli studi effettuati e non le interpretazioni o le citazioni delle citazioni di Ruesch (vero Equivita?).

3) Quei bravi ragazzi di Resistenza Razionalista ovviamente hanno provveduto, a più riprese, a trattare meglio di me l’argomento: https://difesasperimentazioneanimale.wordpress.com/2012/09/14/le-comiche-della-kuan-della-lav/. AGGIORNAMENTO: hanno fatto anche di meglio, hanno smontato le affermazioni della LAV (della dott.ssa Kuan in particolare) pezzo per pezzo: http://difesasperimentazioneanimale.wordpress.com/2012/09/20/la-kuan-della-lav-persevera-nellerrore/#comment-2823

Usi e abusi di Schopenhauer nella pseudoscienza

C’è una piccola formuletta, molto di moda negli ambienti “contro” o “alternativi”, principalmente in ambito pseudoscientifico (dall’animalarismo, all‘omeopatia passando per il complottismo e le scie chimiche), per essere matematicamente sicuri di essere nella parte del giusto. E’ una citazione, presa da qualche raccolta di aforismi (non sono riuscito a trovare una fonte, ma solo la citazione senza alcun rimando a dove si trovi), di Schopenhauer:

Tutte le verità passano attraverso tre stadi. Primo: vengono ridicolizzate; secondo: vengono violentemente contestate; terzo: vengono accettate dandole come evidenti.

Fatto, basta che qualcuno contesti e confuti le nostre teorie, le nostre posizioni per essere automaticamente dei rivoluzionari della verità. Ogni cazzata passa così per essere automaticamente ammantata dal sacro dono della Verità, in quanto ridicolizzabile e contestabile.

Mi fa strano che questa massima venga molto utilizzata -fra tanti altri- dagli animalari (termine giusto per distinguere animalisti dalle loro incarnazioni più estreme e irrazionali). Gli stessi animalari che “ridicolizzano” i risultati della medicina e della ricerca scientifica così come oggi viene fatta sostenendo che sia priva di risultati, che non abbia portato a miglioramenti tangibili e che sia inutile. Gli stessi animalari che -in opposizione agli “specisti” o ai difensori della sperimentazione animale- violentemente contestano la scienza odierna (e passata), violentemente agiscono (con insulti, molestie, azioni distruttive, taglie sui ricercatori ecc ecc) per propugnare la propria causa.

Gli stessi soggetti che, in pratica, mettono in moto i primi due stadi previsti dal filosofo tedesco, e che magari saranno gli stessi che affronteranno, si spera, anche il terzo stadio previsto per le “verità”. Ovvero quello di prendere come “evidente” il fatto che la sperimentazione animale sia, ad oggi, ancora necessaria. E forse sono coerenti in questo, dato che seguendo sempre gli insegnamenti dello stesso applicano anche un’altra massima: Quando ci si accorge che l’avversario è superiore e si finirà per avere torto, si diventi offensivi, oltraggiosi, grossolani, cioè si passi dall’oggetto della contesa (dato che lì si ha partita persa) al contendente e si attacchi in qualche modo la sua persona (L’arte di ottenere ragione).

E’ bastato applicare le massime di Schopenhauer ai loro comportamenti per ribaltare il tavolo e lo si potrebbe fare con tanti altri gruppi di pensiero convinti che la contestazione e l’opposizione alla c.d. “scienza ufficiale” o alle versioni ufficiali di qualche evento (un esempio a caso, l’11 settembre 2001) contenga di per se, per il solo fatto di essere sorta, un valore di verità.

Ovviamente da ciò non si potrà trarre la conclusione che la ragione stia dalla parte a loro avversa, anche perché la massima, contrariamente all’aurea perentoria che assume nei vari discorsi (magari perché proveniva da un filosofo contrario alla vivisezione), non ha alcun valore; ogni verità significa che tutte le verità subiscono questo processo, ma basta un esempio banale per smontarla: accendete una luce in casa e chiedete a chi sta con voi se la luce è accesa o è spenta. Se vi dirà che è accesa vi ha appena detto una verità, per quanto piccola, senza ridicolizzarla e contestarla violentemente. Oppure significa che quella lampadina accesa, in quanto non contestata e sbeffeggiata è in realtà spenta, virando nel nonsense?.

Semplicemente, ci sono alcune verità che faticano ad emergere, ma il merito di ciò, storicamente, va assegnato a menti chiuse, ideologiche, irrazionali e ascientifiche, non alla scienza, che è l’unica forma di pensiero che in sé non è  ottusamente ideologica: quando si accorge di aver percorso la strada sbagliata, torna indietro e ne segue un’altra che dia più certezze. Lo fa basandosi su “segnali stradali” che sono costituiti dalle “prove”, non dalla filosofia e non dalle massime prese da internet. Se non funziona, non funziona.

Questo non vuol dire che non ci siano scienziati ottusi al mondo (o che la scienza sia un mondo fantastico dove tutto è perfetto), ma attorno a loro c’è una comunità piuttosto ampia, critica, che è pronta ad andare oltre i singoli e farsi guidare dalle prove, dai dati, dai numeri, sbagliando tantissime volte, ma arrivando alla fine sulla Luna o su Marte oppure debellando la polio o, più in generale, permettendoci di passare buona parte del nostro tempo seduti davanti a uno schermo a scrivere ciò che pensiamo anziché spaccarci la schiena sui campi e sperare che stanotte non grandini. E non significa che non ci saranno mai alternative al modo di fare odierno, nello specifico della sperimentazione animale ad esempio, non significa che un giorno diventi completamente inutile e completamente rimpiazzabile con soluzioni più etiche e perfino migliori dal punto di vista dei risultati. Ma sarà così solo quando qualcuno lo dimostrerà, non filosofeggiando, ma presentando alla comunità (che include anche noi tutti non scienziati) i risultati di studi e ricerche.

Vabbè, ho divagato, ma tutto ciò per dire che quell’aforisma di Schopenhauer è un pensiero vuoto usato per riempire tesi altrettanto vuote: le prove, i dati, i fatti, le teorie verificate e verificabili, le analisi e infine le alternative che si dimostrano tali sono gli unici argomenti che possono riempire di contenuto le nostre teorie, sono gli unici segnali in una strada irta di ostacoli e che non sappiamo se ci porterà dove vogliamo andare. Attribuire a quella frase una potenza tale da rendere automaticamente vero ogni  pensiero “contro”, portando come attributo di valore il fatto che appartenga a un filosofo di grande spessore, potrebbe portarmi, infine, a chiedere ai suoi utilizzatori se pensano che anche un’altro pensiero dello stesso Autore abbia una forza tale da dover costituire fondamento e giustificazione di qualche altra azione futura:

Quando le leggi concessero alle donne gli stessi diritti degli uomini, avrebbero anche dovuto munirle di un’intelligenza maschile. (Schopenhauer, L’arte di trattare le donne). 

Certo, parla di altre cose, ma perché il primo aforisma dovrebbe essere più valido di quest’ultimo? Solo perché avvolge, con una bolla di sapone pronta a scoppiare, l’aria fritta di certe teorie?

edit: mi è stato fatto notare di aver scritto pedissequamente Schopenhauer senza “ch”. Corretto.