Su oblio, mozzarelle scadute e occhiali nuovi

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10. DIRITTO ALL’OBLIO
Ogni persona ha diritto di ottenere la cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei dati che, per il loro contenuto o per il tempo trascorso dal momento della loro raccolta, non abbiano più rilevanza.
Il diritto all’oblio non può limitare la libertà di ricerca e il diritto dell’opinione pubblica a essere informata, che costituiscono condizioni necessarie per il funzionamento di una società democratica. Tale diritto può essere esercitato dalle persone note o alle quali sono affidate funzioni pubbliche solo se i dati che le riguardano non hanno alcun rilievo in relazione all’attività svolta o alle funzioni pubbliche esercitate.
Se la richiesta di cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei dati è stata accolta, chiunque ha diritto di conoscere tali casi e di impugnare la decisione davanti all’autorità giudiziaria per garantire l’interesse pubblico all’informazione.

Quello che avete appena letto è l’articolo 10 della bozza di una “Dichiarazione dei diritti in Internet” per l’Italia. Una sorta di Carta o, addirittura, di Costituzione della Repubblica Italiana su Internet. L’articolo ‘codifica’ il cosiddetto “diritto all’oblio” per il web, una forma di garanzia per la privacy e per la propria reputazione esercitabile online.

Il diritto all’oblio è la possibilità di cancellare, anche a distanza di anni, dagli archivi online, il materiale che può risultare sconveniente e dannoso per soggetti che sono stati protagonisti in passato di fatti di cronaca (fonte: Wikipedia). 

Ci tornerò un’altra volta prossimamente, ma al momento rilevo una questione che mi mette molto a disagio nel riconoscere l’effettiva validità di un diritto simile, soprattutto se codificato come sulla Carta che punta tutto sul concetto di rilevanza dei dati e, dunque, dell’informazione.

Quando un dato o un informazione è rilevante? Il criterio scelto in Italia è uguale a quello scelto in Europa: il tempo. Se un’informazione è vecchia è più probabile che sia irrilevante e dunque i diretti interessati hanno il diritto (ma è davvero tale?) a chiedere che sparisca dagli archivi online e venga resa, di fatto, irraggiungibile ai più.

Luciano Floridi, filosofo, ordinario di Filosofia e Etica dell’Informazione dell’Università di Oxford e unico italiano chiamato da Google nell’Advisory Council sul diritto all’oblio è stato molto chiaro su questo punto durante una lectio magistralis all’Università di Ferrara. Quando gli ho chiesto come si muoveranno ‘loro di Google’ sul tema mi ha risposto (vado a memoria) che il diritto all’oblio non è un diritto, ma una semplice richiesta di de-linkare l’informazione (ovvero renderla irraggiungibile) e che il criterio della rilevanza cronologica non ha senso: “Giudicare la rilevanza come richiede la Corte europea con il suo criterio cronologico non ha senso – dice Floridi -. L’informazione non è una mozzarella che scade invecchiando”.

Sono molto vicino a questa interpretazione: basare la rilevanza di un’informazione stabilendo se è abbastanza vecchia è come metterci sopra una data di scadenza: dopo due mesi è ancora utilizzabile? Dopo un anno? E dopo dici? Se Mister X, da perfetto signor nessuno viene pizzicato a rubare le caramelle a tutti i bambini che incontra, dopo 10 anni ha il diritto di vedere quell’informazione resa irraggiungibile (e dunque inutilizzabile) su internet? E se dopo 12 anni dovesse diventare Presidente della Repubblica (o semplicemente un assessore comunale) quell’informazione vecchia sarebbe davvero da considerare scaduta come una mozzarella?

Pensare di proteggere la propria privacy e la propria reputazione su una definizione inesistente e molto discutibile della rilevanza di un’informazione si porta dietro molti problemi.

Problema temporale. È quello che ho scritto sopra: l’informazione non è una mozzarella che scade e diventa immangiabile con il tempo. Uno storico – da ora in poi e in un mondo sempre più digitalizzato – dovrebbe fare i conti solo con dati estremamente contemporanei? Non credo.

Problema spaziale. Se un’informazione è giudicata irrilevante in Italia e ne si ottiene la cancellazione dagli archivi, chi ci garantisce che quell’informazione non sia invece rilevante in un altro punto del mondo?

Un problema in sé. Decidere quando un’informazione sia rilevante tout court è impossibile: la rilevanza dipende sempre da tanti fattori, mutevoli nel tempo, oltre che dal contesto in cui la si guarda. È un concetto relativo, non assoluto e quindi impossibile da definire in base a un criterio esclusivamente temporale.

È vero che l’articolo 10 della ‘nostra’ Carta prevede qualche scappatoia nel caso di personaggi pubblici (ma, di nuovo: un’informazione potrebbe essere stata resa irraggiungibile in una fase precedente all’arrivo della notorietà dei soggetti in questione) ed è vero che prevede anche un diritto ad impugnare la decisione positiva in merito alla richiesta di cancellazione, ma l’impugnazione, ancora una volta, non si capisce bene su quali criteri dovrebbe poggiare dato che quello principale usato per riconoscere il (presunto) diritto è vago e inapplicabile razionalmente.

Un problema grande. Il diritto di ottenere il de-link (l’obilio) non comporta il diritto alla cancellazione dei dati che vengono resi irreperibili ai più ma rimangono reperibilissimi per chi ha potenti mezzi di scansione della rete, prime fra tutte le grandi aziende che oggi ci fanno tanta paura per la loro forza nel raccogliere dati su di noi. Il diritto all’oblio rischia di offrire loro un altro privilegio sul diritto alla privacy, sulle nostre informazioni e sul loro trattamento più o meno chiaro.

Oblio e informazione. La Carta recita:

Il diritto all’oblio non può limitare la libertà di ricerca e il diritto dell’opinione pubblica a essere informata, che costituiscono condizioni necessarie per il funzionamento di una società democratica.

Si ripropone il solito scontro esistente nel mondo ‘reale’ (anche se la distinzione con quella virtuale ormai è, secondo me, inesistente, come dice Floridi la nostra vita è onlife), tra diritto all’informazione e diritto alla privacy e alla reputazione. Ma se, da un lato, un’informazione, per quanto errata e al momento irrilevante (se Tizio sposa Caia e non hanno nessuna notorietà, rendere pubbliche le foto del loro matrimonio, oltre a non avere senso, costituisce una informazione irrilevante e viola il loro diritto alla riservatezza, un po’ meno se Tizio e Caia sono due noti personaggi pubblici) rimane sempre reperibile sui supporti fisici (libri, quotidiani o riviste cartacee), esercitare il diritto all’oblio online comporterebbe che quell’informazione, momentaneamente irrilevante, venisse cancellata, de-linkata e resa, di fatto, irraggiungibile anche quando, in futuro, dovesse divenire rilevante. Esempio (banalizzato). Se Mister Y si sposa con un Mister Z, la loro unione omosessuale è un’informazione irrilevante. Entrambi chiedono il de-link di tale dato e lo ottengono. Dopo 10 anni, un sacco di tempo online, Mister Y diventa paladino delle lotte omofobe. In questo caso, il precedente matrimonio diventerebbe rilevante, dunque l’informazione diventerebbe rilevante ma irraggiungibile (su Internet) con tutto quel che ne consegue in merito al diritto di essere informati (e informati tempestivamente).
Facciamo finta che questa informazione venga di nuovo riportata in auge da un giornalista online che, imbeccato bene, sia andato a spulciare i registri civili delle unioni. L’informazione ricavata (vecchia e, dunque, teoricamente irrilevante) sarebbe così al contempo rilevante oggi, presentata come nuova. Vivrebbe in uno stato di dualità: raggiungibile e irraggiungibile, linkata e de-linkata anche se parliamo della stessa informazione, solo considerata in momenti diversi, su presupposti diversi. Ieri irrilevante, oggi molto rilevante. Ha senso, dunque, renderla irreperibile facendo una proiezione totalemente sconclusionata sulla sua rilevanza futura? Secondo me no.

Cambiare gli occhiali. Il fatto che grandi esperti (tra cui Stefano Rodotà) codifichino un diritto in maniera non chiara e, di fatto, inapplicabile o applicabile ma con conseguenze pericolose è, a mio avviso, sintomatico di come la materia Internet sia lasciata nelle mani di chi non la ha compresa e non la comprende fino in fondo. Se è vero che si tratta solo di una tecnologia, di uno strumento, è anche vero che vive, in parte, di regole proprie che vanno conosciute e valutate a fondo prima di metterci mano, evitando magari di forzare interpretazione che (forse) andavano bene fino a 20 anni fa ma che oggi mostrano la necessità di adeguarsi a qualcosa di nuovo (ma ormai neppure tanto) e dalla forza dirompente.

Per regolare Internet e per costruire una carta di diritti e doveri servirebbe prima osservarla con un altro paio di occhiali che montano lenti nuove, in grado, come i futuri Google Glass (o quello che il mercato tirerà fuori) di farci vedere il mondo che ci circonda (la nostra vita onlife per riprendere ancora Floridi) non solo meglio ma anche di più.

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La salute e il lato buono di internet

Internet è un grande strumento di comunicazione, questo lo sanno anche i sassi e dirlo è ormai diventato una space di mantra. La sua libertà, più o meno ampia, comporta che chiunque possa scrivere ciò che vuole e che chiunque possa informarsi su ciò che gli interessa come e dove vuole. Rimane il problema della credibilità delle fonti che sulla rete sono spesso nascoste quando non del tutto assenti. È spesso assente anche una verifica della plausibilità delle notizie che è -grossolanamente- ciò che dovrebbe distinguere il lavoro giornalistico dallo semplice scribacchiare sul web (spessissimo non è così, anche perché è un’attività sempre più difficile, ma  questo è un problema a parte).

Uno dei campi in cui le informazioni sbagliate hanno un grande potenziale dannoso è quello della salute/medicina. Una pratica particolare che credo coinvolga più o meno tutti è quella infatti di cercare informazioni riguardo alle malattie che ci colpiscono o che hanno colpito qualcuno a noi vicino. Anche qui si trova di tutto online e spesso è meglio resistere all’impulso di gugolare in cerca di risposte mediche: si rischiano l’ipocondria e la paranoia a leggere i resoconti delle persone, oppure ci si improvvisa medici di se stessi applicando sintomi letti su wikipedia in rapporto a quello che succede a noi o agli amici/parenti. Quando va bene andiamo dal medico e dopo 10 minuti (sempre che la visita arrivi così lontano) pensiamo che lui si sbagli e che noi ne sappiamo di più.

Quando va male si incappa nella trappola omoeopatica o di tutte le altre medicine alternative che promettono guarigioni naturali e indolori alla faccia dei produttori di medicine brutti e cattivi.

Quando va male male male, complice uno stato di disperazione e rassegnazione, la trappola è quella dei guaritori simil filippini, quelli che estirpano il male a mani nude senza ferirci o che ci impongono le mani manco fossero Gesù cristi o re francesi taumaturghi in grado di sanare lebbrosi e scrofolosi.

Eppure, il solo fatto che su internet si possano trovare tante informazioni che hanno a che fare con la salute sembra avere un lato molto positivo, almeno negli Usa.

Secondo uno studio condotto su 2489 persone fra i 40 e i 70 anni da Chul-joo Lee,dell’Università dell’ Illinois at Urbana-Champaign, Jeff Niederdeppe della Cornell University, e Derek Freres,  dell’Università della Pennsylvania e pubblicato sul Journal of Communication, gli americani, specie i meno abbienti e meno ‘letterati’ grazie ad internet cambiano la loro visione “fatalista” sui tumori. In sostanza, avere accesso a una serie di informazioni riguardo i tumori, la loro prevenzione e il loro trattamento scombina la forma mentis che traduce il cancro in una mera questione di fortuna o ‘fato’ e riduce questa visuale fatalista in favore di una più razionale.

Il bello è che secondo i ricercatori questa ‘riduzione’ si ha fra le classi di popolazione più ignoranti e questo non può non significare che l’accesso alla conoscenza, seppure non profonda, è un fattore fondamentale per cambiare i punti di vista nella propria vita. Essere convinti che un tumore dipenda dalla fortuna/sfortuna o dalla volontà di qualche divinità e sapere che invece un fattore fondamentale è lo stile di vita, compreso quello alimentare, fa tutta la differenza del mondo nella prevenzione. Così come la fa sapere che esistono cure (anche se non per tutto) che possono allungare la speranza di vita quando non sconfiggere totalmente il cancro, donando -laddove possibile- speranza anziché rassegnazione a qualcosa che si pensa sia al di là del controllo non solo personale ma proprio umano.

Avere facile accesso alla conoscenza è ciò che contraddistingue la nostra società, tanto che qualcuno la chiama proprio “società della conoscenza”. È uno dei grandi vantaggi che noi umani di oggi abbiamo nei confronti di chi ci ha preceduti non solo per poter essere potenzialmente sempre più liberi, ma anche per essere -imparando a conoscerla e capirla- sempre più padroni della nostra salute e dunque della nostra vita.

Internet, se ben usato, si mostra così come un potente antidoto contro l’ignoranza (e l’irrazionalità).