Comunicare la scienza: una presuntuosa rilettura di Gramsci

«In realtà, poiché si aspetta troppo dalla scienza, la si concepisce come una superiore stregoneria, e perciò non si riesce a valutare realisticamente ciò che di concreto la scienza offre»

Antonio Gramsci aveva una concezione del ruolo culturale e ideologico della scienza piuttosto avanzata, problematica, poco prona allo scientismo e capace di individuarne alcuni punti critici della sua comunicazione che appaiono ancora molto contemporanei, nostro malgrado, nonostante decenni di PUS e PEST e altre poco riuscite sigle.

Qualche giorno fa un caro amico mi ha mandato su WhatsApp un estratto del paragrafo 39 del Quaderno 11, dei Quaderni del Carcere*. La citazione di sopra è la sua parte conclusiva. Questo è il resto ed è il fulcro:

«È da notare che accanto alla più superficiale infatuazione per le scienze, esiste in realtà la più grande ignoranza dei fatti e dei metodi scientifici, cose molto difficili e che sempre più diventano difficili per il progressivo specializzarsi di nuovi rami di ricerca. La superstizione scientifica porta con sé illusioni così ridicole e concezioni così infantili che la stessa superstizione religiosa ne viene nobilitata. Il progresso scientifico ha fatto nascere la credenza e l’aspettazione di un nuovo Messia, che realizzerà in questa terra il paese di Cuccagna; le forze della natura, senza nessun intervento della fatica umana, ma per opera di meccanismi sempre più perfezionati, daranno alla società in abbondanza tutto il necessario per soddisfare i suoi bisogni e vivere agiatamente. Contro questa infatuazione, i cui pericoli sono evidenti (la superstiziosa fede astratta nella forza taumaturgica dell’uomo, paradossalmente porta ad isterilire le basi stesse di questa stessa forza e a distruggere ogni amore al lavoro concreto e necessario, per fantasticare, come si si fosse fumato una nuova specie di oppio) bisogna combattere con vari mezzi, dei quali il più importante dovrebbe essere una migliore conoscenza delle nozioni scientifiche essenziali, divulgando la scienza per opera di scienziati e di studiosi seri e non più di giornalisti onnisapienti e di autodidatti presuntuosi».

È interessante rileggerlo oggi, in mezzo a una pandemia che non finisce, in un momento in cui si nota ancora di più l’importanza di una corretta comunicazione e divulgazione della scienza, anche da parte dei suoi attori principali, e del ruolo dei giornalisti.

Questo di Gramsci, così mi pare almeno, è un passo che viene usato spesso per evidenziare come anche per il filosofo sardo i giornalisti siano d’ostacolo per la costruzione di una buona cultura “scientifica”: è una posizione che molti scienziati – o semplici infatuati della scienza – o critici del giornalismo ancora mantengono tra il serio e il faceto.

Non sempre a torto: è vero che il giornalismo «onnisapiente», quello che ancora oggi nella maggior parte delle redazioni italiane è affidato a chi di scienza e dei suoi metodi sa molto poco e dunque non sa neppure raccontarli, il più delle volte fa danni.

Ed è vero che danni ne fanno anche gli «autodidatti presuntuosi», con tutta evidenza esistenti da lungo tempo, ma che con Internet e i social network (ma potremmo dire i mass media in generale) hanno acquisito più rilevanza, almeno nella produzione di rumore.

Ma è una posizione che ha delle sfaccettature e che forse oggi Gramsci stesso aggiornerebbe, rendendola più analitica.

Oggi ci sono infatti anche giornalisti non onnisapienti, i “giornalisti scientifici”, che conoscono molto bene la materia che maneggiano, ne conoscono molto bene anche i limiti e li evidenziano nel tentativo, appunto, di non far diventare la scienza una stregoneria.

I giornalisti scientifici sono (dovrebbero essere) anche un apparato critico ‘popolare’ in grano di rispondere a chi pensa fideisticamente che “anche questa volta scienza e tecnologia ci tireranno fuori da questo casino” – ecco la «forza taumaturgica» – che sì, forse sarà così in molti casi, ma non è detto e nel frattempo ne mettono a nudo i limiti.

E di contro, oggi più che mai e paradossalmente, fin troppi “scienziati e studiosi seri” hanno reso ancora più difficile «valutare realisticamente ciò che di concreto la scienza offre». Lo hanno fatto mistificando le sue capacità, bypassando i suoi meccanismi e appiattendone la complessità, regalando magari pillole di ottimismo «illusioni ridicole», magiche sorti future che hanno il sapore proprio della «superstizione». Succede con Convid-19, succede ancora di più con il cambiamento climatico dove l’idea fideistica che la tecnoscienza possa risolvere qualsiasi problema contrasta proprio con quanto la scienza è in grado di predire e di conoscere.

È in questo modo che dopo decenni passati a credere ingenuamente in una certa ‘neutralità’ della (tecno)scienza e dello scienziato, oggi più che mai ci stiamo accorgendo di quanto sia illusorio quel concetto e di quanto anche quel mondo sia in misura rilevante, spesso molto rilevante, non solo permeato ma anche plasmato dall’ideologia** e dall’attribuzione di valori di parte.

Ideologia e valori che entrano in campo anche quando si fa il racconto della scienza, facendola diventare troppo spesso ciò che non è, facendole dire troppe volte quel che non dice. Le si mette una maschera e la si rende, di fatto, intimamente incomprensibile.

E allora quel passo di Gramsci va forse letto (adattato?) in maniera diversa dal significato che abitualmente mi pare gli venga assegnato.

Per evitare i pericoli insiti in una concezione sbagliata della scienza, di quel che è e di quel che può dare, servono giornalisti non onnisapienti, ma esperti; servono ovviamente scienziati e studiosi ma va calcato l’aggettivo «seri» usato da Gramsci, ovvero consci della responsabilità che hanno quando parlano: si badi bene, non significa nascondere le proprie idee e convinzioni a favore di una pretesa oggettività, significa parlare chiaro, sforzarsi di essere trasparenti anche sulle proprie idee e convinzioni, sui propri bias, non camuffandoli da scienza anche quando si divulga e si comunica.

Certo, rimangono fuori dalla mia presuntuosa rilettura gramsciana proprio gli «autodidatti presuntuosi». Ma già non dar loro sponde e appigli in qualche modo autorevoli, forse aiuterebbe a renderli più silenziosi e un po’ meno pericolosi.

* Faccio riferimento all'edizione dei Quaderni del 1975 curata da Valentino Giarratana e che si può trovare online qui.

**Gramsci stesso ne sembra già ben consapevole.

Il coronavirus e le nostre libertà

In un momento come questo, con l’emergenza coronavirus Covid-19 in pieno corso in Italia, ha forse più senso che mai discutere del rapporto tra le nostre libertà e responsabilità individuali. Lo è perché troppo spesso – anche, se non soprattutto, in questa situazione – tendiamo a non vederle in maniera unitaria, con grave rischio per tutti.

A mio avviso ci sono due argomenti per comprendere quanto siano in gioco – e debbano esserlo – in questa situazione. Provo a illustrali, conscio di non essere in grado di essere pienamente esauriente.

Il primo è che una non banale parte dell’eventuale successo delle misure per evitare il contagio è nelle mani di noi come singoli.

Il secondo è che l’autoresponsabilizzazione – dei singoli prima e dei gruppi man mano più grandi poi –  misura la nostra forza di contrasto alle decisioni d’imperio, determinando la capacità di riuscita di una società libera, così come la intendiamo oggi, che rifugge l’autoritarismo, sia esso ricercato esplicitamente come è il caso della sempre più forte destra europea, sia esso conseguenza di misure d’emergenza sempre più penetranti che – come spesso accade – poi rimangono la norma.

In altre parole: più siamo responsabili delle nostre azioni in questo momento, meno spazio verrà sperabilmente concesso alle norme che limitano le nostre libertà.

Il primo argomento penso possa essere spiegato così, non in breve: se gli esperti, oltre che chiudere le scuole e vietare manifestazioni affollate, ritengono che sia necessario adottare per un certo lasso di tempo determinati comportamenti individuali, che sicuramente incidono sulla nostra libertà e sulla nostra vita, la responsabilità nostra è quella di adeguarci il più possibile.

Sono tutti comportamenti che dipendono in buona misura dalla nostra volontà e/o dalla nostra valutazione personale: rispettare le norme igieniche; non andare a lavoro (e non pretendere che ci si vada) se si hanno dei sintomi di malessere prima ancora che arrivi al febbre; non frequentare posti affollati, non intasare i pronto soccorso ecc ecc.

Eppure in questi giorni non sono mancate le reazioni contrarie a questa impostazione, sia da esponenti delle categorie economiche (giustamente) preoccupati per i mancati introiti, che da esponenti del soi disant “partito della scienza”, fino ai critici d’arte con la tendenza alla coprolalia. Ad esempio invitare a fare ciò che si faceva prima, come gli aperitivi ai Navigli o le rimpatriate al bar o frequentare i soliti luoghi pubblici, perché tanto non succederà nulla. Ma è esattamente il contrario: adottando comportamenti non conformi, credendo di esercitare la nostra libertà al suo massimo, si aumenta il rischio che succeda e che ci si faccia male sia come singoli che come società. Si agisce, in altre parole, in modo irresponsabile.

La posta in gioco non è evitare la pestilenza finale, ma non è neppure avere a che fare con una normale influenza (normale, non banale, l’influenza non è banale) o con un raffreddore stagionale: è non mettere a repentaglio la vita di quelle persone che avranno la sfortuna di subire le complicanze che il Covid-19 si porta dietro e farlo in una situazione in cui il carico potrebbe non essere affrontabile dal sistema sanitario (che è già messo in crisi in una parte di quello lombardo), con tutte le conseguenze che verrebbero a cascata per tutti quanti.

(Il tutto col rischio ulteriore, peraltro, di vanificare i già grandi sforzi fin qui fatti sia a livello generale che individuale: penso in questo caso a una parte delle imprese, agli autonomi, ai lavoratori già in condizioni molto precarie.)

Finora, e vengo al secondo argomento, l’autorità statale ci dice che sarebbe meglio comportarsi in un determinato modo, ma non lo impone (non c’è sanzione, non c’è un reale enforcement), in un bilanciamento tra le esigenze di tutela della salute pubblica (i divieti imposti) e quelle economiche e sociali (i comportamenti lasciati al nostro giudizio responsabile).

Significa che l’autorità statale lascia a noi la libertà – o il dovere? – di fare la nostra parte nel contenimento dell’epidemia e nella gestione dell’emergenza. Si fida, per ora.

Non è una cosa scontata, perché in situazioni di emergenza le misure autoritarie hanno spesso estese praterie davanti a loro, anche nelle società democratiche e “libere”, a destra come a sinistra. Ecco perché la buona riuscita delle misure di contenimento odierne potrebbe determinare anche il perimetro delle nostre libertà attuali e future, di quando, in un momento che non sarà così lontano, si affaccerà una nuova grande epidemia.

In una società libera, in cui gli individui sono responsabilizzati e si autoresponsabilizzano per perseguire un fine comune e generalizzato, è più difficile aprire la strada a misure pesantemente liberticide.

Il fallimento di oggi – pur riconoscendo che sia sempre possibile anche per fattori strettamente legati alle capacità del Covid-19 – potrebbe essere letto in futuro come un fallimento dovuto non tanto alla gestione statale in sé, che rimarrà, quanto alla mancata adozione di misure molto più drastiche -come i confini chiusi e le quarantene chiesti a gran voce all’inizio dell’epidemia da chi poi si è rimangiato tutto – con annesso enforcement severo dei divieti e dei comportamenti da adottare.

L’accoppiata libertà-responsabilità rischierebbe di essere eliminata a favore di quella obbligo-sanzione. Dimostrare collettivamente come singoli che siamo in grado di fare la nostra parte potrebbe essere l’argine non solo all’espansione dell’epidemia, ma anche all’onda dell’autoritarismo?

PS
Questo post è stato in parte ispirato da questo video di Roberta Villa, medico e bravissima giornalista scientifica, che vi consiglio caldamente di seguire sia su Twitter che Instagram.

Appunti per cambiare il nostro modo di raccontare gli Ogm

 

Negli ultimi giorni è stato pubblicato uno studio dell’Università di Pisa che ha “assolto” le coltivazioni di mais Ogm per quanto riguarda i loro (molto, molto, molto) presunti rischi sanitari, evidenziando che anzi, comportando una riduzione delle pericolose micotossine, risulta anche più sicuro. Si tratta di una metanalisi condotta sulle migliori ricerche effettuate negli ultimi 21 anni, ovvero da quando il mais Ogm è entrato in commercio e ha iniziato ad esser coltivato e venduto.

Ne hanno scritto in tanti, non mi dilungo oltre. Nel frattempo si è riaperto il dibattito pubblico, con i soliti due schieramenti: chi insiste che sia ora che anche l’Italia apra le porte (quelle dei campi soprattutto) agli Ogm e chi, di contro, ribadisce che mai e poi mai l’agricoltura italiana produrrà la farina del Diavolo. È un dibattito sterile, il solito da 20 anni o più, la cui conclusione è già arrivata: ha vinto il divieto.

Riaprilo sulle stesse basi di prima – bianchi contro neri, favorevoli contro contrari, scientisti contro antiscientisti, biotech contro bio e basta – è una inutile perdita di tempo. Non farà cambiare idea a nessuno: chi da 20 anni è convinto che gli Ogm siano il male rimarrà convinto di ciò; chi da 20 anni cerca di dire in tutti i modi che sono vantaggiosi, più sicuri, benefici per l’ambiente e perfino salvifici continuerà a farlo ed entrambi gli schieramenti continueranno a rinfacciarsi i reciproci fallimenti (“ah, guarda quanto mais pieno di micotossine dovete buttare, tutt’altra cosa se solo fosse stato ogm!” o “ah guarda, si sono sviluppate le resistenze, non rende più del mio mais bio”).

A meno che non piaccia così tanto la rissa o il confronto urlato (ma c’è sempre uno Sgarbi o un Cacciari in tv per divertirsi), chi davvero ha intenzione di continuare a perorare la causa a favore degli Ogm è bene, forse, che faccia un passo indietro e inizi a raccontarli in un altro modo. Non alimentando lo scontro tra tifoserie opposte brandendo la mazza della scienza contro i bifolchi ignoranti. Non insistendo nel voler convertire i convertiti, ma agendo a beneficio di quelli che non ne hanno un’idea, che vorrebbero sapere, ché probabilmente sono tanti anche se seguono il vento e che rischiano di rimanere incastrati in una delle due narrative, accettando l’una o l’altra in maniera passiva, acritica, perché la raccontano persone o enti o istituzioni che sembrano affidabili o, semplicemente, più presenti sul piano comunicativo (ogni riferimento a Coldiretti non è puramente casuale). In nessun caso sarebbe un risultato a cui puntare: da una parte, ovvio, vi sarebbe il dissenso; dall’altra la totale incomprensione in una materia, l’agricoltura, che per lo più è raccontata come un mondo da fiaba a cui si aggiungerebbe solamente un altro magico personaggio.

Dato che l’agricoltura non è affatto una fiaba ma sotto molteplici aspetti è una sfida continua, un mondo sempre in bilico, soggetto a una quantità innumerevole di variabili, alcune di esse difficilmente controllabili, iniziamo a raccontarla non nascondendo la sua complessità. Ed è in questa complessità che va inserito il discorso Ogm. Non nella riduzione all’inutile e sbagliata domanda “siete favorevoli o contrari agli Ogm?” ma, anzi, combattendo questa ipersemplificazione della questione, rifiutando di ridurre la risposta a un secco “sì” o “no”, facendo emergere un racconto che sia in grado di dare conto di come, quando, dove e perché gli Ogm possono rappresentare un’alternativa migliore a tutto il resto, senza attribuirgli proprietà che non hanno – come la cancellazione della fame nel mondo, grande mantra del passato -, presentandoli non come una chiave universale, ma come un’attrezzo in più che a determinate condizioni – caratteristiche del terreno, fauna e microfauna, clima, dimensione della produzione ecc ecc – è in grado di aiutarci a far bene e meglio una delle attività umane più importanti per la nostra sopravvivenza da quando siamo diventati animali stanziali.

E i primi a cui rivolgersi dovrebbero essere gli agricoltori, ovvero i soggetti che ogni giorno combattono per sopravvivere e far sopravvivere i loro campi, possibilmente nella maniera più produttiva possibile, lavorando la terra, seminando, curando le piante, sperimentando nuovi approcci e varietà e sperando in un raccolto migliore dell’anno passato. Andrebbe insegnato anche a loro a vedersi e raccontarsi in un modo diverso, meno bucolico, più di persone che si spaccano le mani e spendono soldi per produrre quella roba che poi finisce nei nostri piatti, con le caratteristiche di simil perfezione che oggi noi consumatori chiediamo. Perché se oggi dominano le ‘campagne amiche’, è perché domina l’idea di un’agricoltura spicciola, familiare, da mercatino rionale. Bella, romantica ma che non è quella che fa girare il mondo dell’agroalimentare. Se davvero vogliamo seriamente riaprire le porte del dibattito sugli Ogm con l’obiettivo di farli finalmente entrare, i primi da prendere in consegna con una comunicazione mirata, con la formazione e l’informazione sono gli agricoltori stessi. Sono loro che devono tastare con mano che, in fondo, gli Ogm non rappresentano il male, non sono una sconfitta, una minaccia, ma una possibile soluzione ad alcuni problemi e come tale da prendere in considerazione in maniera laica, soppesando la loro utilità nello stesso modo in cui si soppesano altre colture migliorate per altre vie più “tradizionali”. Sono loro che devono arrivare a dire “vogliamo la possibilità di usare i frutti di questa tecnologia a nostro vantaggio e a vantaggio di tutti”. Se questo passaggio non viene fatto con gli agricoltori per primi, se non sono convinti loro per primi, nessuna politica rivedrà mai le proprie posizioni, perché mancherà la spinta verso l’auspicato cambiamento e questo la sappiamo perché oggi subiamo gli effetti della costante spinta contraria.

In poche parole la proposta è questa: prendiamoci del tempo e ripartiamo (quasi) da zero con la comunicazione sugli Ogm e sull’agricoltura.