Appunti per cambiare il nostro modo di raccontare gli Ogm

 

Negli ultimi giorni è stato pubblicato uno studio dell’Università di Pisa che ha “assolto” le coltivazioni di mais Ogm per quanto riguarda i loro (molto, molto, molto) presunti rischi sanitari, evidenziando che anzi, comportando una riduzione delle pericolose micotossine, risulta anche più sicuro. Si tratta di una metanalisi condotta sulle migliori ricerche effettuate negli ultimi 21 anni, ovvero da quando il mais Ogm è entrato in commercio e ha iniziato ad esser coltivato e venduto.

Ne hanno scritto in tanti, non mi dilungo oltre. Nel frattempo si è riaperto il dibattito pubblico, con i soliti due schieramenti: chi insiste che sia ora che anche l’Italia apra le porte (quelle dei campi soprattutto) agli Ogm e chi, di contro, ribadisce che mai e poi mai l’agricoltura italiana produrrà la farina del Diavolo. È un dibattito sterile, il solito da 20 anni o più, la cui conclusione è già arrivata: ha vinto il divieto.

Riaprilo sulle stesse basi di prima – bianchi contro neri, favorevoli contro contrari, scientisti contro antiscientisti, biotech contro bio e basta – è una inutile perdita di tempo. Non farà cambiare idea a nessuno: chi da 20 anni è convinto che gli Ogm siano il male rimarrà convinto di ciò; chi da 20 anni cerca di dire in tutti i modi che sono vantaggiosi, più sicuri, benefici per l’ambiente e perfino salvifici continuerà a farlo ed entrambi gli schieramenti continueranno a rinfacciarsi i reciproci fallimenti (“ah, guarda quanto mais pieno di micotossine dovete buttare, tutt’altra cosa se solo fosse stato ogm!” o “ah guarda, si sono sviluppate le resistenze, non rende più del mio mais bio”).

A meno che non piaccia così tanto la rissa o il confronto urlato (ma c’è sempre uno Sgarbi o un Cacciari in tv per divertirsi), chi davvero ha intenzione di continuare a perorare la causa a favore degli Ogm è bene, forse, che faccia un passo indietro e inizi a raccontarli in un altro modo. Non alimentando lo scontro tra tifoserie opposte brandendo la mazza della scienza contro i bifolchi ignoranti. Non insistendo nel voler convertire i convertiti, ma agendo a beneficio di quelli che non ne hanno un’idea, che vorrebbero sapere, ché probabilmente sono tanti anche se seguono il vento e che rischiano di rimanere incastrati in una delle due narrative, accettando l’una o l’altra in maniera passiva, acritica, perché la raccontano persone o enti o istituzioni che sembrano affidabili o, semplicemente, più presenti sul piano comunicativo (ogni riferimento a Coldiretti non è puramente casuale). In nessun caso sarebbe un risultato a cui puntare: da una parte, ovvio, vi sarebbe il dissenso; dall’altra la totale incomprensione in una materia, l’agricoltura, che per lo più è raccontata come un mondo da fiaba a cui si aggiungerebbe solamente un altro magico personaggio.

Dato che l’agricoltura non è affatto una fiaba ma sotto molteplici aspetti è una sfida continua, un mondo sempre in bilico, soggetto a una quantità innumerevole di variabili, alcune di esse difficilmente controllabili, iniziamo a raccontarla non nascondendo la sua complessità. Ed è in questa complessità che va inserito il discorso Ogm. Non nella riduzione all’inutile e sbagliata domanda “siete favorevoli o contrari agli Ogm?” ma, anzi, combattendo questa ipersemplificazione della questione, rifiutando di ridurre la risposta a un secco “sì” o “no”, facendo emergere un racconto che sia in grado di dare conto di come, quando, dove e perché gli Ogm possono rappresentare un’alternativa migliore a tutto il resto, senza attribuirgli proprietà che non hanno – come la cancellazione della fame nel mondo, grande mantra del passato -, presentandoli non come una chiave universale, ma come un’attrezzo in più che a determinate condizioni – caratteristiche del terreno, fauna e microfauna, clima, dimensione della produzione ecc ecc – è in grado di aiutarci a far bene e meglio una delle attività umane più importanti per la nostra sopravvivenza da quando siamo diventati animali stanziali.

E i primi a cui rivolgersi dovrebbero essere gli agricoltori, ovvero i soggetti che ogni giorno combattono per sopravvivere e far sopravvivere i loro campi, possibilmente nella maniera più produttiva possibile, lavorando la terra, seminando, curando le piante, sperimentando nuovi approcci e varietà e sperando in un raccolto migliore dell’anno passato. Andrebbe insegnato anche a loro a vedersi e raccontarsi in un modo diverso, meno bucolico, più di persone che si spaccano le mani e spendono soldi per produrre quella roba che poi finisce nei nostri piatti, con le caratteristiche di simil perfezione che oggi noi consumatori chiediamo. Perché se oggi dominano le ‘campagne amiche’, è perché domina l’idea di un’agricoltura spicciola, familiare, da mercatino rionale. Bella, romantica ma che non è quella che fa girare il mondo dell’agroalimentare. Se davvero vogliamo seriamente riaprire le porte del dibattito sugli Ogm con l’obiettivo di farli finalmente entrare, i primi da prendere in consegna con una comunicazione mirata, con la formazione e l’informazione sono gli agricoltori stessi. Sono loro che devono tastare con mano che, in fondo, gli Ogm non rappresentano il male, non sono una sconfitta, una minaccia, ma una possibile soluzione ad alcuni problemi e come tale da prendere in considerazione in maniera laica, soppesando la loro utilità nello stesso modo in cui si soppesano altre colture migliorate per altre vie più “tradizionali”. Sono loro che devono arrivare a dire “vogliamo la possibilità di usare i frutti di questa tecnologia a nostro vantaggio e a vantaggio di tutti”. Se questo passaggio non viene fatto con gli agricoltori per primi, se non sono convinti loro per primi, nessuna politica rivedrà mai le proprie posizioni, perché mancherà la spinta verso l’auspicato cambiamento e questo la sappiamo perché oggi subiamo gli effetti della costante spinta contraria.

In poche parole la proposta è questa: prendiamoci del tempo e ripartiamo (quasi) da zero con la comunicazione sugli Ogm e sull’agricoltura.

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Forse siamo stati un po’ stronzi

shoes-1638873_640Quando è stata grande la nostra impronta sul pianeta Terra negli ultimi vent’anni? Troppo, quasi il 10% dei territori selvaggi.

Dal 1993 al 2013 abbiamo “calpestato” un decimo delle “aree incontaminate” – quelle che, banalizzando, l’animale uomo ha lasciato in pace -, abbattendole o modificandole per adattarle alle nostre temporanee esigenze, dalla deforestazione per la trasformazione dei territori in terreni agricoli, all’avvio di attività estrattive di idrocarburi per produrre l’energia che ci serve per fare le cose che quotidianamente facciamo o di cui usufruiamo.

È un problema gigantesco: da un lato perché quelle aree costituiscono i polmoni del nostro pianeta e il freno principale ai probabili disastri prodotti dal riscaldamento globale (sempre roba nostra, ovviamente); dall’altro perché in quegli ecosistemi si trova un’alta percentuale di biodiversità, quella cosa che ci sta tanto a cuore quando parliamo di agricoltura, ma che tendiamo a sottovalutare quando guardiamo il quadro grande e che stiamo costantemente mettendo a rischio (non pensate al panda, pensate proprio a una sterminata schiera di esseri viventi a cui modifichiamo irrimediabilmente e velocemente o cancelliamo l’habitat naturale).

Ma è un problema gigantesco anche per altri motivi: siamo in tanti sul pianeta, forse troppi, e tutti organizzati in modo molto diverso, con sensibilità ai problemi ambientali molto differenziate, esigenze di crescita sociale diverse, dove spesso la conquista di un maggiore livello di benessere ha come tornaconto l’erosione del patrimonio naturale del pianeta. E qui, forse risiede il problema dei problemi: mediare le aspirazioni di crescita di grandi popolazioni umane con l’esigenza – anzi, l’urgenza – di salvare vaste ma sempre più ridotte porzione di natura incontaminata per il bene di tutti. Noi occidentali siamo stati – e siamo tutt’ora, magari in maniera indiretta – pionieri nello sfruttamento indiscriminato dei territori selvaggi e ora che vorremmo essere pionieri dell’inversione di rotta facciamo un’immane fatica a convincere gli altri, vuoi per le loro aspirazioni, vuoi perché continuiamo ad essere estremamente ambigui nelle politiche di protezione e preservazione che adottiamo.

Rimane il fatto che in soli vent’anni ci siamo mangiati una fetta di torta troppo grande e siamo ancora a rischio indigestione.

Parafrasando il Veltroni di Corrado Guzzanti, forse siamo stati un po’ stronzi.

Ovviamente ho banalizzato alla grande tutti i concetti e le informazioni, per avere un quadro vi rimando alle fonti primarie (in inglese):

Il report uscito sulla rivista scientifica Current Biology: “Catastrophic Declines in Wilderness Areas Undermine Global Environment Targets”.

L’articolo di Elizabeth Pennisi su Science: “We’ve destroyed one-tenth of Earth’s wilderness in just 2 decades”

Noi e il terremoto. Sempre le stesse cose

cracks-1287495_640L’ennesimo terremoto distruttivo in Italia, l’ennesima sequenza sismica in un’area in cui la probabilità che si verifichi è altissima, i morti, i feriti, le accuse immancabili, la disperazione e sempre le stesse parole come corollario: manca la prevenzione, in Italia non si costruisce bene, ci si muove solo a danno fatto, il Giappone…

È tutto vero.

Ed è frustrante che ogni pochi anni ci ritroviamo tutti a dire le stesse cose, pur piangendo luoghi e persone diversi. È frustrante dover sempre leggere, ascoltare e ripetere sempre le stesse verità, che sembrano essere immutabili, parte del nostro DNA.

Ed è proprio qui, forse, il problema principale, il nostro DNA culturale: se l’ex presidente dell’Ingv Enzo Boschi ammonisce dopo l’ennesima tragedia che in Italia si costruisce bene solo dopo i sismi gravi – e ha ragione da vendere – quello che dobbiamo metterci in testa noi, tutti noi, è che prima di costruire bene dobbiamo fare un passo preliminare. Diventare veramente coscienti del fatto che viviamo sopra la terra e che quando ha voglia di ballare – e può farlo in maniera davvero sgraziata – non siamo invitati ma costretti a danzare con lei. Per questo dobbiamo imparare come si fa a non farci pestare i piedi e cadere con il culo per terra, ascoltando e mettendo in pratica gli insegnamenti di chi sa cosa fare e come farlo.

Significa imparare a convivere con il rischio, a non rimandarlo, a non guardare troppo al di là delle proprie responsabilità personali. Perché quando la terra trema, danziamo tutti e tutti siamo responsabili delle sue conseguenze. Significa considerarci – noi, uno per uno – responsabili di quel che potrà accadere e agire di conseguenza (adeguare le nostre case senza aspettare, proporre un nuovo mercato in questo senso, educare i nostri figli e insegnare loro regole di comportamento che dobbiamo imparare a padroneggiare noi per primi) . E così responsabilizzare anche la politica e le istituzioni, chiedendo o pretendendo che la prevenzione – l’educazione al rischio prima ancora della sua riduzione reale – faccia parte dell’agenda politica di chiunque decidiamo di mandare nella stanza dei bottoni.

Solo allora cambieranno le parole che oggi conosciamo a memoria, solo allora il valzer delle responsabilità sarà davvero un ballo per pochi. Solo allora avremo meno lacrime a solcare la polvere sui nostri visi e più sospiri di sollievo quando tutto sarà passato.

Ma la scienza è democratica

Red Ronnie. Credits: Niccolò Caranti/WikimediaCommons/CC BY SA 3.0
Red Ronnie. Credits: Niccolò Caranti/WikimediaCommons/CC BY SA 3.0

Visto il titolo impegnativo di questo post mi servono alcune premesse.

La prima è che non voglio fare un trattato di filosofia della scienza, solo qualche riflessione. La seconda è che tale riflessione nasce dagli ultimi ‘eventi salienti’ nella comunicazione della scienza italiana ma è qualcosa che covavo da un po’ di tempo senza aver mai messo insieme alcunché e anche il procedere di questo post probabilmente sarà un po’ irregolare, ma provo a fare del mio meglio.

La scienza NON È democratica. Partiamo da qui. Noi scientisti-razionalisti o quel che diavolo siamo noi che alla scienza siamo interessati anche dal punto di vista dei suoi effetti più lunghi nel campo d’azione siamo soliti ripeterlo come un mantra. Quando sentiamo che le opinioni meritano tutte uguale rispetto abbozziamo, quando sentiamo che una vale l’altra ci incazziamo. “La scienza non è democratica”, appunto. I suoi risultati, le sue scoperte, sono sempre in discussione, ma questo non autorizza perfetti ignoranti della materia a ritenersi in grado di spiegarli al resto del mondo proponendo le loro balzane teorie, o a negare le evidenze scientifiche sulla base dell’esperienza acquisita su Wikipedia, su Google o dopo aver visto un video su YouTube. Per questo, non essendoci democrazia, ma una voce ‘autoritaria’, quasi ‘dittatoriale’ della scienza, i media non possono applicare a quei temi gli stessi schemi che applicano con la politica: la par condicio non ha senso, e spesso è perfino deleteria perché livella competenze completamente opposte: cialtroni e luminari contano in ugual modo. No, la scienza non è democratica.

L’antefatto recente. Dicevo nelle premesse che la riflessione nasce dagli ultimi ‘eventi salienti’. Il casus belli è la trasmissione Virus in cui si parlava di vaccini e dei loro effetti. Il conduttore – Nicola Porro – ha invitato tra come ospiti Red Ronnie, Eleonora Brigliadori e Roberto Burioni. L’unico esperto di vaccini è quest’ultimo, che un grande immunologo italiano. Gli altri due s’intendono di altre materie, ma mediaticamente sono molto esposti per le loro posizioni – a-scientifiche – su tante cose: dall’alimentazione alle medicine fino, appunto, ai vaccini, che considerano dannosi e pericolosi. Bene, la maggior parte dello spazio è stato concesso a loro e alle teorie – terribili, pericolose – che portano avanti. Burioni si è dovuto accontentare di qualche minuto. Putiferio. La scienza non è democratica, Red Ronnie e la Brigliadori valgono zero in materia, Burioni vale tutto il banco ma Virus lo ha fatto saltare. Così non si fa, non c’è democrazia che tenga nelle materie scientifiche. Insomma, la comunità di scientisti-razionalisti si è incazzata parecchio, così non si può andare avanti.

La scienza È democratica. E io sono d’accordo con loro. I media italiani devono iniziare a riflettere in maniera molto seria sui modi in cui comunicano la scienza, soprattutto quando trattano argomenti che impattano sulla salute pubblica, come i vaccini, ma vale per tante altre cose. Far passare il messaggio che siano pericolosi e che è bene farne a meno, è pericoloso, non è un buon servizio per i propri utenti, per la popolazione e neppure per se stessi. Però non sono d’accordo nell’uso che facciamo noi scientisti-razionalisti del mantra “la scienza non è democratica” per spiegare al mondo la nostra posizione. E non sono d’accordo perché ritengo che la scienza sia l’esatto opposto di quello che stiamo raccontando per argomentare la nostra sacrosanta incazzatura.

La scienza è democratica, lo è almeno nel senso moderno del termine, e ha anche meccanismi forse migliori di quelli applicati in politica, anche se sono necessarie delle trasposizioni non di poco conto dato che applichiamo un concetto politico a un processo che non lo è.

Ma pensiamoci un attimo (in linea teorica). Ognuno di noi :

a) può proporre una teoria scientifica su quello che gli pare (e questo è il maggior fattore che qualifica come democratica la scienza)
b) può candidarsi a governare o amministrare qualcosa e acquisire il potere politico

In entrambi casi ci sono regole e limiti da rispettare.

Il successo della teoria dipenderà dalla sua capacità di conquistare abbastanza forza, ovvero consenso, all’interno della comunità di riferimento (quella scientifica): e non è detto che una teoria corretta ci riesca subito, anzi, è possibile che permanga a lungo come minoritaria e venga addirittura ostracizzata in favore di quella che ‘consola’ meglio le convinzioni attualmente imperanti; il successo della candidatura politica dipenderà dalla capacità di trovare consenso nella comunità degli elettori: e non è detto che vinca il candidato migliore, quanto quello che più si avvicina al sentimento generale degli elettori.

Idealmente – ma non così spesso nella pratica – sia l’una che l’altra verranno selezionate dalla comunità di riferimento in base alla loro qualità e andranno avanti finché qualcosa non cambia:

a) cambia il paradigma scientifico: arriva un altro soggetto (che può essere chiunque) che avanza una teoria diversa capace di rispondere meglio ai dubbi ancora presenti e/o a prevedere meglio le cose, e acquisisce consenso via via maggioritario;
b) cambiano le istanze politiche e/o un altro candidato (che può essere chiunque) che assicura benefici superiori e acquisisce il consenso maggioritario dell’elettorato.

Ovviamente le cose sono molto più complicate di così, ma è giusto per dare l’idea a grandi linee. Il processo scientifico è un processo con un elevato grado – almeno teorico – di democrazia, per questo non mi sento più di appoggiare il mantra “la scienza non è democratica”.

Al massimo è disinteressata. Sempre in linea astratta, la comunità scientifica mette da parte i propri pregiudizi davanti a prove contrarie e abbraccia senza troppi isterismi la nuova teoria. Se vogliamo applicare categorie politiche tipicamente italiane, la scienza è trasformista, cambia posizione a seconda di dove fanno soffiare il vento le prove. Solo che questo è un trasformismo positivo.

Il rapporto scienza-media. Il problema è qui e qui rimane, e – almeno per me – non è questione di democrazia o meno, né di prestarsi al giochino “chiedereste al vostro macellaio di operarvi al cuore?” per spiegare che non tutte le opinioni hanno pari dignità nel campo che stiamo trattando. Il problema è il ‘circo mediatico’ e la sua incapacità – perché  fa punti di share, perché fa vendere copie, perché chi se ne occupa ha una conoscenza superficiale  – di selezionare gli interlocutori adatti, a favore del sensazionalismo, della rissa, della polemica a tutti i costi.

La ‘democrazia’ delle opinioni è un falso problema, una giustificazione usata da chi fa un pessimo servizio al suo pubblico, un tranello retorico per noi che ci caschiamo: è il tappeto sotto cui si nasconde l’assenza di professionalità e di volontà di rendere un servizio al pubblico, di informare veramente, in nome, se me lo si passa, di un “fai punti di share or perish“. Perché se davvero esistesse una questione di “scienza non democratica”, sarebbe impossibile anche rappresentare compiutamente il dissenso interno alla comunità scientifica e dare conto delle controversie (sia quelle puramente scientifiche che quelle più grandi che toccano l’economia e la società) o dei conflitti e bilanciamenti etici necessari per la ricerca, che invece sarebbero momenti auspicabili nel panorama mediatico. Perché, al contrario di quel che recita il mantra, sono la dimostrazione che la scienza è democratica e, a mio avviso, sono aspetti troppo spesso sottaciuti anche nella comunicazione fatta bene e che forse aiuterebbero a raggiungere un grado di comprensione maggiore dei meccanismi che stanno alla base della scienza e, dunque, del processo scientifico stesso.

E che la ‘scienza non democratica’ sia un falso problema continuo a sostenerlo anche per un auspicabile futuro in cui la scienza e suoi problemi siano correttamente presentati al pubblico: anche in questo caso sarebbe sbagliato nascondere sotto il tappeto, fare come se non esistessero, le opinioni e le posizioni contrastanti, ancorché cialtronesche, ma che hanno comunque già un certo seguito e provocano determinati effetti. Sarà comunque giusto dargli voce, coscienti che dare voce a qualcuno non significa affatto condividerne le tesi, bilanciando opportunamente il loro peso e facendo il lavoro proprio dell’informazione: raccontare come stanno le cose, selezionare le fonti e le informazioni, far capire perché alcune valgono molto di più delle altre, approfondire e suggerire letture degli eventi, guidando lettori e spettatori nella formazione della propria conoscenza.

Ma la logica della par condicio in tv realizzata invitando esperti e personaggi noti che non ne hanno un’idea – ma hanno una teoria – non è appannaggio della scienza. C’è sempre in tutte le nostre trasmissioni, anche in altre materie dall’alto tasso di tecnicismo come, ad esempio, l’economia. In generale c’è ovunque ci siano effetti che trascendono la materia in sé e toccano gli interessi di tutti (o di tanti) e in cui si generano effetti che sono difficili da contenere nei soli argomenti d’origine.

E allora il problema mi pare questo: il mondo dell’informazione ha perso la sua funzione di selezione delle informazioni e delle sue fonti, trasformandosi in un raccoglitore di ciò che si può trovare sparpagliato qua e là. E tranne rare eccezioni sta continuando a perdere terreno. Un effetto “colonna destra” dei quotidiani online, quella con le sciocchezze raccogli click, potenziato e che si auto-alimenta in un circolo vizioso. Raccogliere cianfrusaglie in quantità a discapito della qualità. Abbandonare il proprio ruolo e la propria funziona per far fronte all’esigenza di acchiappare share, vendere copie, o conquistare click da presentare agli inserzionisti pubblicitari. Un meccanismo che, certamente, ha effetti perversi e gravi quando si parla di argomenti scientifici di un certo rilievo pubblico e sociale (come i vaccini) ma che non è così distante dallo stesso meccanismo che fa scrivere ai nostri quotidiani che qualcuno ha gridato “Allah Akbar” da qualche parte in cui forse c’è stata un’esplosione, finché non si scopre a distanza di ore che nessuno ha gridato alcunché o che era un pazzo disagiato senza contatti con terroristi di alcun genere. Ma intanto abbiamo letto, ci siamo fatti un’idea, ci siamo fatti venire la paura e molti di noi non leggeranno più gli sviluppi della ‘notizia’, finita in fondo nelle home page dopo aver svolto il suo compito non di informare ma di attirare l’attenzione.

In definitiva: non è tanto un problema di rappresentazione mediatica della scienza, quanto di capacità e volontà del giornalismo contemporaneo (quello italiano almeno, dato che parliamo di questo) di continuare a svolgere la propria funzione, sollevandosi dalla marea di informazioni (vere e false) e opinioni più meno plausibili che oggi si trovano ovunque e ritrovando la propria autorità nel selezionarle e rappresentarle al pubblico.

Una postilla. L’ultimo caso nasce dalla trasmissione Virus, criticata (più che giustamente) perché ha invitato due perfetti ignoranti a parlare di vaccini. Quell’invito nasce, con tutta evidenza, più che dalla loro reale esperienza e conoscenza, dalla loro forza mediatica. Sono volti più o meno noti (anche se un po’ d’antan) che sostengono posizioni senza senso, ma con un loro seguito. Questo giustifica il loro invito? No. Però anche Burioni è stato invitato a Virus con lo stesso perverso meccanismo: è un luminare, un super-esperto, uno che ha le cose giuste da dire (magari da ragionare se il suo ‘come’ è davvero efficace, ma è un altro discorso) ma è stato invitato in tv con lo stesso meccanismo di Red Ronnie e Brigliadori: le sue competenze c’entrano poco (purtroppo), il fattore X è che oggi è un fenomeno mediatico. Le sue invettive su Facebook contro le “mamme informate” lo hanno reso un personaggio mediatico che in tv diventa una delle due campane. Che sia un immunologo di fama mondiale è un accidente, non il motivo per cui è andato in tv. 

Perché dobbiamo imparare a convivere con l’incertezza

upset-534103_1280Imparare a convivere con il rischio. È una specie di mantra che molti scienziati e comunicatori hanno usato dopo gli eventi sismici del 20 e 29 maggio 2012 in Emilia Romagna. Un messaggio importante, corretto e necessario per una regione e una popolazione che quel rischio lo aveva fino ad allora sottovalutato, quando non proprio ignorato.

Un messaggio (che vale anche oltre i confini emiliano-romagnoli), però, per certi aspetti vuoto e forse anche inefficace, che in alcune declinazione appare legato a una sorta di concetto punitivo: se non state attenti la vostra casa vi crolla in testa, come l’altra volta.

In molte occasioni è stato spiegato il concetto di rischio, con l’immancabile formuletta R=PxVxE (il rischio è il prodotto tra la pericolosità, la vulnerabilità e il valore dei beni esposti).

Intendiamoci, sono informazioni fondamentali che hanno bisogno di essere conosciute, spiegate, ripetute e ‘inculcate’ per arrivare a una migliore gestione del rischio.

Però in tutto questo c’è un sottinteso che viene troppo spesso tralasciato: molte delle nostre decisioni davanti agli eventi catastrofici (ma non solo, succede anche in campo medico ad esempio) sono, e saranno sempre più, frutto di scelte che nascono nello spazio dell’incertezza. Se vogliamo riprendere in mano la formuletta che descrive il rischio, il nostro spazio decisionale risiede nella P, ovvero in ciò che la Protezione Civile definisce la “probabilità che un fenomeno di determinata intensità si verifichi in un certo intervallo di tempo e in una data area”.

Probabilità e incertezza sono parole chiave con le quali dobbiamo imparare a convivere, ancora prima che con il concetto rischio e in maniera propedeutica a quest’ultimo. Siamo in una sorta di no man’s land, una terra di nessuno in cui tutti – dallo Stato ai cittadini, passando per i poteri politici e quelli economici – sono chiamati a giocare la propria partita compiendo delle scelte e assumendosi differenti gradi di responsabilità in merito ad esse.

Il problema è che, seppure costantemente assumiamo decisioni sulla base di un calcolo probabilistico (se esco di casa mi cadrà un mattone in testa? Probabilmente no, uscirò. Se vado di notte in un quartiere molto malfamato qualcuno mi deruberà? Probabilmente sì, non ci andrò), quando si tratta di previsioni affidate alle competenze altrui, dal meteo ai terremoti, tendiamo a pretendere risposte certe, o quasi.

Un ruolo chiave in questo contesto spetta agli operatori della comunicazione (dagli uffici stampa delle istituzioni scientifiche che fanno le previsioni, ai giornalisti, alla comunicazione di protezione civile) che “trasportano” le previsioni da chi le fa verso i pubblici interessati.

Spetta a loro introdurre una diversa routine nel raccontare il rischio e nel fare informazione sulla base di previsioni, che spezzi il legame tra l’aspettativa di risposte semplici richieste dai pubblici di riferimento – la dicotomia sì/no, vero/falso – e il desiderio di fornire un’informazione che si avvicini il più possibile a quella aspettativa, espellendo o limando fino a renderli invisibili gli elementi probabilistici e di incertezza.

È il momento di cambiare il modo in cui si ‘coprono’ certe tematiche. L’incertezza che caratterizza le previsioni della scienza è legata alla complessità dei fattori di cui tenere conto e questa è una parte della storia che deve iniziare ad entrare con impeto nel racconto giornalistico e, più in generale, nella comunicazione sia della scienza in senso ampio che più specificamente del rischio.

Vanno resi espliciti e chiari i motivi che rendono la previsione più o meno accurata, che alzano o abbassano il grado di incertezza, magari evitando di pensare di cavarsela mettendo qualche numero, incomprensibile ai più, sul “grado di confidenza”, trasformando (e qui sta il bello, no?) il linguaggio settoriale in un linguaggio in grado di raggiungere la maggior parte delle persone o, comunque, appropriato al pubblico-target a cui ci si rivolge.

Ovviamente non basta cambiare modo di raccontare, non basta passare dal “si verificherà/non si verificherà” a “probabilmente si verificherà/non si verificherà”: servirà spiegare cosa significhi, caso per caso, quella probabilità e da quali elementi dipende il grado di incertezza, trattando queste informazioni come rilevanti, senza darle per scontate o, al contrario, senza considerarle secondarie. Quando parliamo di rischio la quantità e la qualità delle informazioni non possono non essere ampie (e consistenti, per ridurre al minimo la possibilità di ingenerare confusione): nel caso inverso il rischio aggiunto è quello di fornire elementi insufficienti per poter effettuare correttamente valutazioni e prendere decisioni consapevoli, con l’effetto secondario – ma rilevantissimo – di trasferire la responsabilità o porzioni di essa in capo ai soggetti sbagliati (il caso de L’Aquila docet).

Non è una rivoluzione: si tratta di dare un’informazione corretta per permettere processi decisionali consapevoli, abituando i propri pubblici al fatto che diversi gradi incertezza saranno tutto quello che potranno ottenere per compiere le proprie valutazioni, prendere le proprie decisioni (come singoli e come comunità) e giudicare quelle altrui.

Il modo migliore per convivere con il rischio è convivere con i concetti di probabilità e incertezza, assumendoli come costanti dei nostri processi di informazione prima, di decisione poi.

Non è un percorso semplice né risolutivo ma potrebbe essere un inizio per affrontare in maniera migliore un problema assai complesso e destinato ad espandersi.

Letture interessanti:

Forecast communication through the newspaper Part 1: Framing the forecaster

Forecast communication through the newspaper Part 2: perceptions of uncertainty

Fisica quantistica, magia e coach, coach ovunque

Egg eye by Adnrey/DeviantArt
Egg eye by Adnrey/DeviantArt

“Magari voi non ci credete, ma io ne sono convinto, ci mandano dei messaggi ipnotici tramite la televisione o i giornali che ci distraggono e ci fanno pensare sempre a brutte cose, allora io mi fermo e respiro. Chiudo gli occhi e sento il mio respiro, è molto importante”.

Mi sono fermato anche io a respirare, ho chiuso anche gli occhi. Ed è stato molto importante perché ero sia sconvolto che arrabbiato, stavo per esplodere in urla belluine, ma ho evitato.

IUSS 1391. Non è il nome di un asteroide, o di un nuovo sistema solare o di una galassia. È la sede dell’istituto di studi superiori dell’Università Ferrara. Ero lì per seguire un seminario per il dottorato di ricerca. Tema: risolvere i conflitti nei gruppi di ricerca. Il nostro ‘docente’ – di cui non farò il nome sia perché mi è parsa una persona per bene sia perché non è lui il problema – è un ex avvocato, oggi imprenditore in non so quale settore. Ma, soprattutto, è un coach. Un allenatore di cervelli, di quelli che sanno quali esercizi farti fare affinché il tuo cervello sia tonico e pronto a vedere il mondo in una chiave migliore e, così, essere pronto a risolvere le situazioni di conflittualità e i problemi della vita in genere.

Per sua stessa ammissione, le poche cose che ci ha ‘insegnato’ non funzionano sempre, ma dovrebbero aiutare. Una è questa: se siamo davanti a una situazione conflittuale e/o pensiamo sempre a qualcosa di brutto o a qualcuno che ci sta davvero sulle palle, chiudiamo gli occhi, facciamo un bel respiro e focalizziamo il nostro pensiero su un bel ricordo, magari una bella vacanza. Letteralmente, spostiamo lo sguardo dall’immagine che ci turba a una che ci rende più felici e… puff, il nostro cervello si modifica, inizia a funzionare in un altro modo, migliore e più a propenso a sistemare tutto.

Quando dico che il cervello “si modifica” intendo proprio questo perché questo è il messaggio che ci è stato dato dal nostro coach. Lo insegnano, credo, nei corsi di PNL, che non è una sigla sindacale ma l’acronimo di Programmazione neuro linguistica.

Un’altra cosa da fare per risolvere i conflitti interpersonali è quella di osservare il nostro interlocutore e vedere se ci imita. Se per esempio noi ci proponiamo con un atteggiamento “aperto” (braccia larghe e palmi in su), magari lui si apre di più con noi e ha più voglia di condividere e assumerà le nostre stesse posizioni (o il contrario, se abbiamo le braccia incrociate, dunque siamo chiusi, magari lui si chiude come noi con tutto quel che ne consegue). Perché, in base alla storia dei neuroni specchio, siamo portati ad imitare chi ci sta attorno, se ci imitiamo siamo “allineati”, come gli astri.

Io ne sono stato parte della dimostrazione. Mentre il coach parlava, una ragazza di fianco a me, un ragazzo dietro di me ed io ci tenevamo la testa poggiando il mento sulla mano. “State fermi, fantastico! Venite a vedere, venite tutti e guardate loro tre… ecco, vedete? Tendiamo ad imitare gli altri”. Come no, stavo solo giocando col mio pelo matto (chiamare barba la mia peluria facciale è un po’ troppo), non credo che la ragazza accanto a me facesse altrettanto. Ma vabbé.

Il nostro coach, che insegna anche in una Master – “e che ha sempre punteggi altissimi nei questionari di valutazione che diamo agli studenti” – ha anche altre teorie interessanti. Tipo che la legge dell’omeopatia, quella che simile cura simile, è vera e si applica anche nella vita reale, vai a capire come e quando.

Ma la chicca è che per un paio di mesi ha seguito niente di meno che un corso di fisica quantistica e… “sapete la storia della fisica quantistica e la coscienza?” Forse no, ci sfugge, almeno a me sfugge parecchio. Mi sfugge un po’ meno quella de “il nostro corpo è circondato da un’energia” e, “sapete, l’interazione tra campi elettro-magnetici…”. Se vi sforzate, per via dell’entanglement quantistico (e chi non mastica fisica quantistica ormai?), sono quasi sicuro che potrete farmi muovere il mignolo del piede sinistro (minolo, mellino, quinto dito, come vi pare) mentre mi gratto nello Spazio di Hilbert.

Miseria ladra, ma dove sono capitato?

No, non ha parlato di scie chimiche, almeno finché sono rimasto ad ascoltare, attonito, prima di dire a me stesso che no, l’esercizio per vedere quanta fiducia riponiamo negli altri non avevo proprio voglia di farlo. Pazienza per i crediti formativi.

Sono uscito, dopo due ore di queste cose – per carità, ce n’erano anche molte interessanti, più comuni e di buonsenso, ma non ci voleva un coach –, ho tolto la catena alla bici e sono tornato a lavorare in redazione, un po’ sconvolto.

Poi, la mattina dopo, sono ancora in redazione (tranquilli, sono anche andato a cenare e dormire nel frattempo), apro la posta, c’è una mail dell’InformaGiovani di Ferrara. Pubblicizza un incontro su come cercare lavoro. E come fai a cercare lavoro senza allenarti con un coach? Non è facile, infatti ci aiuta una “Piscologa del Lavoro iscritta all’Albo” (meno male) che “si è specializzata come Coach presso un’affiliata italiana della NLP Society di Richard Bandler e successivamente ha conseguito anche la qualifica di Counselor ad Approccio Breve Strategico presso la Scuola del Prof. Giorgio Nardone“.

Un assedio. Ormai vedo coach ovunque, li sogno la notte e vivo nella paura. La paura che mi trasmette sapere che l’Università forma degli studenti con la pseudoscienza della programmazione neuro-linguisitica e il Comune affida, di nuovo, alla stessa pseudoscienza la fiaccola della speranza nella ricerca del sacro Graal del lavoro.

Piero Angela (nonno Piero), in un’intervista a Linkiesta dice:

C’è la tendenza pericolosa verso il “pensiero magico” […] Si dà ascolto a chi promette di risolvere problemi con la bacchetta magica, quando non è così. E si assimilano teorie pseudoscientifiche perché sono più semplici, ma del tutto infondate.

Cazzo se ha ragione.

Sabato vado a vedere Silvan a teatro, ma la sua è un altro tipo di magia.

Su oblio, mozzarelle scadute e occhiali nuovi

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10. DIRITTO ALL’OBLIO
Ogni persona ha diritto di ottenere la cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei dati che, per il loro contenuto o per il tempo trascorso dal momento della loro raccolta, non abbiano più rilevanza.
Il diritto all’oblio non può limitare la libertà di ricerca e il diritto dell’opinione pubblica a essere informata, che costituiscono condizioni necessarie per il funzionamento di una società democratica. Tale diritto può essere esercitato dalle persone note o alle quali sono affidate funzioni pubbliche solo se i dati che le riguardano non hanno alcun rilievo in relazione all’attività svolta o alle funzioni pubbliche esercitate.
Se la richiesta di cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei dati è stata accolta, chiunque ha diritto di conoscere tali casi e di impugnare la decisione davanti all’autorità giudiziaria per garantire l’interesse pubblico all’informazione.

Quello che avete appena letto è l’articolo 10 della bozza di una “Dichiarazione dei diritti in Internet” per l’Italia. Una sorta di Carta o, addirittura, di Costituzione della Repubblica Italiana su Internet. L’articolo ‘codifica’ il cosiddetto “diritto all’oblio” per il web, una forma di garanzia per la privacy e per la propria reputazione esercitabile online.

Il diritto all’oblio è la possibilità di cancellare, anche a distanza di anni, dagli archivi online, il materiale che può risultare sconveniente e dannoso per soggetti che sono stati protagonisti in passato di fatti di cronaca (fonte: Wikipedia). 

Ci tornerò un’altra volta prossimamente, ma al momento rilevo una questione che mi mette molto a disagio nel riconoscere l’effettiva validità di un diritto simile, soprattutto se codificato come sulla Carta che punta tutto sul concetto di rilevanza dei dati e, dunque, dell’informazione.

Quando un dato o un informazione è rilevante? Il criterio scelto in Italia è uguale a quello scelto in Europa: il tempo. Se un’informazione è vecchia è più probabile che sia irrilevante e dunque i diretti interessati hanno il diritto (ma è davvero tale?) a chiedere che sparisca dagli archivi online e venga resa, di fatto, irraggiungibile ai più.

Luciano Floridi, filosofo, ordinario di Filosofia e Etica dell’Informazione dell’Università di Oxford e unico italiano chiamato da Google nell’Advisory Council sul diritto all’oblio è stato molto chiaro su questo punto durante una lectio magistralis all’Università di Ferrara. Quando gli ho chiesto come si muoveranno ‘loro di Google’ sul tema mi ha risposto (vado a memoria) che il diritto all’oblio non è un diritto, ma una semplice richiesta di de-linkare l’informazione (ovvero renderla irraggiungibile) e che il criterio della rilevanza cronologica non ha senso: “Giudicare la rilevanza come richiede la Corte europea con il suo criterio cronologico non ha senso – dice Floridi -. L’informazione non è una mozzarella che scade invecchiando”.

Sono molto vicino a questa interpretazione: basare la rilevanza di un’informazione stabilendo se è abbastanza vecchia è come metterci sopra una data di scadenza: dopo due mesi è ancora utilizzabile? Dopo un anno? E dopo dici? Se Mister X, da perfetto signor nessuno viene pizzicato a rubare le caramelle a tutti i bambini che incontra, dopo 10 anni ha il diritto di vedere quell’informazione resa irraggiungibile (e dunque inutilizzabile) su internet? E se dopo 12 anni dovesse diventare Presidente della Repubblica (o semplicemente un assessore comunale) quell’informazione vecchia sarebbe davvero da considerare scaduta come una mozzarella?

Pensare di proteggere la propria privacy e la propria reputazione su una definizione inesistente e molto discutibile della rilevanza di un’informazione si porta dietro molti problemi.

Problema temporale. È quello che ho scritto sopra: l’informazione non è una mozzarella che scade e diventa immangiabile con il tempo. Uno storico – da ora in poi e in un mondo sempre più digitalizzato – dovrebbe fare i conti solo con dati estremamente contemporanei? Non credo.

Problema spaziale. Se un’informazione è giudicata irrilevante in Italia e ne si ottiene la cancellazione dagli archivi, chi ci garantisce che quell’informazione non sia invece rilevante in un altro punto del mondo?

Un problema in sé. Decidere quando un’informazione sia rilevante tout court è impossibile: la rilevanza dipende sempre da tanti fattori, mutevoli nel tempo, oltre che dal contesto in cui la si guarda. È un concetto relativo, non assoluto e quindi impossibile da definire in base a un criterio esclusivamente temporale.

È vero che l’articolo 10 della ‘nostra’ Carta prevede qualche scappatoia nel caso di personaggi pubblici (ma, di nuovo: un’informazione potrebbe essere stata resa irraggiungibile in una fase precedente all’arrivo della notorietà dei soggetti in questione) ed è vero che prevede anche un diritto ad impugnare la decisione positiva in merito alla richiesta di cancellazione, ma l’impugnazione, ancora una volta, non si capisce bene su quali criteri dovrebbe poggiare dato che quello principale usato per riconoscere il (presunto) diritto è vago e inapplicabile razionalmente.

Un problema grande. Il diritto di ottenere il de-link (l’obilio) non comporta il diritto alla cancellazione dei dati che vengono resi irreperibili ai più ma rimangono reperibilissimi per chi ha potenti mezzi di scansione della rete, prime fra tutte le grandi aziende che oggi ci fanno tanta paura per la loro forza nel raccogliere dati su di noi. Il diritto all’oblio rischia di offrire loro un altro privilegio sul diritto alla privacy, sulle nostre informazioni e sul loro trattamento più o meno chiaro.

Oblio e informazione. La Carta recita:

Il diritto all’oblio non può limitare la libertà di ricerca e il diritto dell’opinione pubblica a essere informata, che costituiscono condizioni necessarie per il funzionamento di una società democratica.

Si ripropone il solito scontro esistente nel mondo ‘reale’ (anche se la distinzione con quella virtuale ormai è, secondo me, inesistente, come dice Floridi la nostra vita è onlife), tra diritto all’informazione e diritto alla privacy e alla reputazione. Ma se, da un lato, un’informazione, per quanto errata e al momento irrilevante (se Tizio sposa Caia e non hanno nessuna notorietà, rendere pubbliche le foto del loro matrimonio, oltre a non avere senso, costituisce una informazione irrilevante e viola il loro diritto alla riservatezza, un po’ meno se Tizio e Caia sono due noti personaggi pubblici) rimane sempre reperibile sui supporti fisici (libri, quotidiani o riviste cartacee), esercitare il diritto all’oblio online comporterebbe che quell’informazione, momentaneamente irrilevante, venisse cancellata, de-linkata e resa, di fatto, irraggiungibile anche quando, in futuro, dovesse divenire rilevante. Esempio (banalizzato). Se Mister Y si sposa con un Mister Z, la loro unione omosessuale è un’informazione irrilevante. Entrambi chiedono il de-link di tale dato e lo ottengono. Dopo 10 anni, un sacco di tempo online, Mister Y diventa paladino delle lotte omofobe. In questo caso, il precedente matrimonio diventerebbe rilevante, dunque l’informazione diventerebbe rilevante ma irraggiungibile (su Internet) con tutto quel che ne consegue in merito al diritto di essere informati (e informati tempestivamente).
Facciamo finta che questa informazione venga di nuovo riportata in auge da un giornalista online che, imbeccato bene, sia andato a spulciare i registri civili delle unioni. L’informazione ricavata (vecchia e, dunque, teoricamente irrilevante) sarebbe così al contempo rilevante oggi, presentata come nuova. Vivrebbe in uno stato di dualità: raggiungibile e irraggiungibile, linkata e de-linkata anche se parliamo della stessa informazione, solo considerata in momenti diversi, su presupposti diversi. Ieri irrilevante, oggi molto rilevante. Ha senso, dunque, renderla irreperibile facendo una proiezione totalemente sconclusionata sulla sua rilevanza futura? Secondo me no.

Cambiare gli occhiali. Il fatto che grandi esperti (tra cui Stefano Rodotà) codifichino un diritto in maniera non chiara e, di fatto, inapplicabile o applicabile ma con conseguenze pericolose è, a mio avviso, sintomatico di come la materia Internet sia lasciata nelle mani di chi non la ha compresa e non la comprende fino in fondo. Se è vero che si tratta solo di una tecnologia, di uno strumento, è anche vero che vive, in parte, di regole proprie che vanno conosciute e valutate a fondo prima di metterci mano, evitando magari di forzare interpretazione che (forse) andavano bene fino a 20 anni fa ma che oggi mostrano la necessità di adeguarsi a qualcosa di nuovo (ma ormai neppure tanto) e dalla forza dirompente.

Per regolare Internet e per costruire una carta di diritti e doveri servirebbe prima osservarla con un altro paio di occhiali che montano lenti nuove, in grado, come i futuri Google Glass (o quello che il mercato tirerà fuori) di farci vedere il mondo che ci circonda (la nostra vita onlife per riprendere ancora Floridi) non solo meglio ma anche di più.