Appunti per cambiare il nostro modo di raccontare gli Ogm

 

Negli ultimi giorni è stato pubblicato uno studio dell’Università di Pisa che ha “assolto” le coltivazioni di mais Ogm per quanto riguarda i loro (molto, molto, molto) presunti rischi sanitari, evidenziando che anzi, comportando una riduzione delle pericolose micotossine, risulta anche più sicuro. Si tratta di una metanalisi condotta sulle migliori ricerche effettuate negli ultimi 21 anni, ovvero da quando il mais Ogm è entrato in commercio e ha iniziato ad esser coltivato e venduto.

Ne hanno scritto in tanti, non mi dilungo oltre. Nel frattempo si è riaperto il dibattito pubblico, con i soliti due schieramenti: chi insiste che sia ora che anche l’Italia apra le porte (quelle dei campi soprattutto) agli Ogm e chi, di contro, ribadisce che mai e poi mai l’agricoltura italiana produrrà la farina del Diavolo. È un dibattito sterile, il solito da 20 anni o più, la cui conclusione è già arrivata: ha vinto il divieto.

Riaprilo sulle stesse basi di prima – bianchi contro neri, favorevoli contro contrari, scientisti contro antiscientisti, biotech contro bio e basta – è una inutile perdita di tempo. Non farà cambiare idea a nessuno: chi da 20 anni è convinto che gli Ogm siano il male rimarrà convinto di ciò; chi da 20 anni cerca di dire in tutti i modi che sono vantaggiosi, più sicuri, benefici per l’ambiente e perfino salvifici continuerà a farlo ed entrambi gli schieramenti continueranno a rinfacciarsi i reciproci fallimenti (“ah, guarda quanto mais pieno di micotossine dovete buttare, tutt’altra cosa se solo fosse stato ogm!” o “ah guarda, si sono sviluppate le resistenze, non rende più del mio mais bio”).

A meno che non piaccia così tanto la rissa o il confronto urlato (ma c’è sempre uno Sgarbi o un Cacciari in tv per divertirsi), chi davvero ha intenzione di continuare a perorare la causa a favore degli Ogm è bene, forse, che faccia un passo indietro e inizi a raccontarli in un altro modo. Non alimentando lo scontro tra tifoserie opposte brandendo la mazza della scienza contro i bifolchi ignoranti. Non insistendo nel voler convertire i convertiti, ma agendo a beneficio di quelli che non ne hanno un’idea, che vorrebbero sapere, ché probabilmente sono tanti anche se seguono il vento e che rischiano di rimanere incastrati in una delle due narrative, accettando l’una o l’altra in maniera passiva, acritica, perché la raccontano persone o enti o istituzioni che sembrano affidabili o, semplicemente, più presenti sul piano comunicativo (ogni riferimento a Coldiretti non è puramente casuale). In nessun caso sarebbe un risultato a cui puntare: da una parte, ovvio, vi sarebbe il dissenso; dall’altra la totale incomprensione in una materia, l’agricoltura, che per lo più è raccontata come un mondo da fiaba a cui si aggiungerebbe solamente un altro magico personaggio.

Dato che l’agricoltura non è affatto una fiaba ma sotto molteplici aspetti è una sfida continua, un mondo sempre in bilico, soggetto a una quantità innumerevole di variabili, alcune di esse difficilmente controllabili, iniziamo a raccontarla non nascondendo la sua complessità. Ed è in questa complessità che va inserito il discorso Ogm. Non nella riduzione all’inutile e sbagliata domanda “siete favorevoli o contrari agli Ogm?” ma, anzi, combattendo questa ipersemplificazione della questione, rifiutando di ridurre la risposta a un secco “sì” o “no”, facendo emergere un racconto che sia in grado di dare conto di come, quando, dove e perché gli Ogm possono rappresentare un’alternativa migliore a tutto il resto, senza attribuirgli proprietà che non hanno – come la cancellazione della fame nel mondo, grande mantra del passato -, presentandoli non come una chiave universale, ma come un’attrezzo in più che a determinate condizioni – caratteristiche del terreno, fauna e microfauna, clima, dimensione della produzione ecc ecc – è in grado di aiutarci a far bene e meglio una delle attività umane più importanti per la nostra sopravvivenza da quando siamo diventati animali stanziali.

E i primi a cui rivolgersi dovrebbero essere gli agricoltori, ovvero i soggetti che ogni giorno combattono per sopravvivere e far sopravvivere i loro campi, possibilmente nella maniera più produttiva possibile, lavorando la terra, seminando, curando le piante, sperimentando nuovi approcci e varietà e sperando in un raccolto migliore dell’anno passato. Andrebbe insegnato anche a loro a vedersi e raccontarsi in un modo diverso, meno bucolico, più di persone che si spaccano le mani e spendono soldi per produrre quella roba che poi finisce nei nostri piatti, con le caratteristiche di simil perfezione che oggi noi consumatori chiediamo. Perché se oggi dominano le ‘campagne amiche’, è perché domina l’idea di un’agricoltura spicciola, familiare, da mercatino rionale. Bella, romantica ma che non è quella che fa girare il mondo dell’agroalimentare. Se davvero vogliamo seriamente riaprire le porte del dibattito sugli Ogm con l’obiettivo di farli finalmente entrare, i primi da prendere in consegna con una comunicazione mirata, con la formazione e l’informazione sono gli agricoltori stessi. Sono loro che devono tastare con mano che, in fondo, gli Ogm non rappresentano il male, non sono una sconfitta, una minaccia, ma una possibile soluzione ad alcuni problemi e come tale da prendere in considerazione in maniera laica, soppesando la loro utilità nello stesso modo in cui si soppesano altre colture migliorate per altre vie più “tradizionali”. Sono loro che devono arrivare a dire “vogliamo la possibilità di usare i frutti di questa tecnologia a nostro vantaggio e a vantaggio di tutti”. Se questo passaggio non viene fatto con gli agricoltori per primi, se non sono convinti loro per primi, nessuna politica rivedrà mai le proprie posizioni, perché mancherà la spinta verso l’auspicato cambiamento e questo la sappiamo perché oggi subiamo gli effetti della costante spinta contraria.

In poche parole la proposta è questa: prendiamoci del tempo e ripartiamo (quasi) da zero con la comunicazione sugli Ogm e sull’agricoltura.

Forse siamo stati un po’ stronzi

shoes-1638873_640Quando è stata grande la nostra impronta sul pianeta Terra negli ultimi vent’anni? Troppo, quasi il 10% dei territori selvaggi.

Dal 1993 al 2013 abbiamo “calpestato” un decimo delle “aree incontaminate” – quelle che, banalizzando, l’animale uomo ha lasciato in pace -, abbattendole o modificandole per adattarle alle nostre temporanee esigenze, dalla deforestazione per la trasformazione dei territori in terreni agricoli, all’avvio di attività estrattive di idrocarburi per produrre l’energia che ci serve per fare le cose che quotidianamente facciamo o di cui usufruiamo.

È un problema gigantesco: da un lato perché quelle aree costituiscono i polmoni del nostro pianeta e il freno principale ai probabili disastri prodotti dal riscaldamento globale (sempre roba nostra, ovviamente); dall’altro perché in quegli ecosistemi si trova un’alta percentuale di biodiversità, quella cosa che ci sta tanto a cuore quando parliamo di agricoltura, ma che tendiamo a sottovalutare quando guardiamo il quadro grande e che stiamo costantemente mettendo a rischio (non pensate al panda, pensate proprio a una sterminata schiera di esseri viventi a cui modifichiamo irrimediabilmente e velocemente o cancelliamo l’habitat naturale).

Ma è un problema gigantesco anche per altri motivi: siamo in tanti sul pianeta, forse troppi, e tutti organizzati in modo molto diverso, con sensibilità ai problemi ambientali molto differenziate, esigenze di crescita sociale diverse, dove spesso la conquista di un maggiore livello di benessere ha come tornaconto l’erosione del patrimonio naturale del pianeta. E qui, forse risiede il problema dei problemi: mediare le aspirazioni di crescita di grandi popolazioni umane con l’esigenza – anzi, l’urgenza – di salvare vaste ma sempre più ridotte porzione di natura incontaminata per il bene di tutti. Noi occidentali siamo stati – e siamo tutt’ora, magari in maniera indiretta – pionieri nello sfruttamento indiscriminato dei territori selvaggi e ora che vorremmo essere pionieri dell’inversione di rotta facciamo un’immane fatica a convincere gli altri, vuoi per le loro aspirazioni, vuoi perché continuiamo ad essere estremamente ambigui nelle politiche di protezione e preservazione che adottiamo.

Rimane il fatto che in soli vent’anni ci siamo mangiati una fetta di torta troppo grande e siamo ancora a rischio indigestione.

Parafrasando il Veltroni di Corrado Guzzanti, forse siamo stati un po’ stronzi.

Ovviamente ho banalizzato alla grande tutti i concetti e le informazioni, per avere un quadro vi rimando alle fonti primarie (in inglese):

Il report uscito sulla rivista scientifica Current Biology: “Catastrophic Declines in Wilderness Areas Undermine Global Environment Targets”.

L’articolo di Elizabeth Pennisi su Science: “We’ve destroyed one-tenth of Earth’s wilderness in just 2 decades”

Noi e il terremoto. Sempre le stesse cose

cracks-1287495_640L’ennesimo terremoto distruttivo in Italia, l’ennesima sequenza sismica in un’area in cui la probabilità che si verifichi è altissima, i morti, i feriti, le accuse immancabili, la disperazione e sempre le stesse parole come corollario: manca la prevenzione, in Italia non si costruisce bene, ci si muove solo a danno fatto, il Giappone…

È tutto vero.

Ed è frustrante che ogni pochi anni ci ritroviamo tutti a dire le stesse cose, pur piangendo luoghi e persone diversi. È frustrante dover sempre leggere, ascoltare e ripetere sempre le stesse verità, che sembrano essere immutabili, parte del nostro DNA.

Ed è proprio qui, forse, il problema principale, il nostro DNA culturale: se l’ex presidente dell’Ingv Enzo Boschi ammonisce dopo l’ennesima tragedia che in Italia si costruisce bene solo dopo i sismi gravi – e ha ragione da vendere – quello che dobbiamo metterci in testa noi, tutti noi, è che prima di costruire bene dobbiamo fare un passo preliminare. Diventare veramente coscienti del fatto che viviamo sopra la terra e che quando ha voglia di ballare – e può farlo in maniera davvero sgraziata – non siamo invitati ma costretti a danzare con lei. Per questo dobbiamo imparare come si fa a non farci pestare i piedi e cadere con il culo per terra, ascoltando e mettendo in pratica gli insegnamenti di chi sa cosa fare e come farlo.

Significa imparare a convivere con il rischio, a non rimandarlo, a non guardare troppo al di là delle proprie responsabilità personali. Perché quando la terra trema, danziamo tutti e tutti siamo responsabili delle sue conseguenze. Significa considerarci – noi, uno per uno – responsabili di quel che potrà accadere e agire di conseguenza (adeguare le nostre case senza aspettare, proporre un nuovo mercato in questo senso, educare i nostri figli e insegnare loro regole di comportamento che dobbiamo imparare a padroneggiare noi per primi) . E così responsabilizzare anche la politica e le istituzioni, chiedendo o pretendendo che la prevenzione – l’educazione al rischio prima ancora della sua riduzione reale – faccia parte dell’agenda politica di chiunque decidiamo di mandare nella stanza dei bottoni.

Solo allora cambieranno le parole che oggi conosciamo a memoria, solo allora il valzer delle responsabilità sarà davvero un ballo per pochi. Solo allora avremo meno lacrime a solcare la polvere sui nostri visi e più sospiri di sollievo quando tutto sarà passato.