Noi e il terremoto. Sempre le stesse cose

cracks-1287495_640L’ennesimo terremoto distruttivo in Italia, l’ennesima sequenza sismica in un’area in cui la probabilità che si verifichi è altissima, i morti, i feriti, le accuse immancabili, la disperazione e sempre le stesse parole come corollario: manca la prevenzione, in Italia non si costruisce bene, ci si muove solo a danno fatto, il Giappone…

È tutto vero.

Ed è frustrante che ogni pochi anni ci ritroviamo tutti a dire le stesse cose, pur piangendo luoghi e persone diversi. È frustrante dover sempre leggere, ascoltare e ripetere sempre le stesse verità, che sembrano essere immutabili, parte del nostro DNA.

Ed è proprio qui, forse, il problema principale, il nostro DNA culturale: se l’ex presidente dell’Ingv Enzo Boschi ammonisce dopo l’ennesima tragedia che in Italia si costruisce bene solo dopo i sismi gravi – e ha ragione da vendere – quello che dobbiamo metterci in testa noi, tutti noi, è che prima di costruire bene dobbiamo fare un passo preliminare. Diventare veramente coscienti del fatto che viviamo sopra la terra e che quando ha voglia di ballare – e può farlo in maniera davvero sgraziata – non siamo invitati ma costretti a danzare con lei. Per questo dobbiamo imparare come si fa a non farci pestare i piedi e cadere con il culo per terra, ascoltando e mettendo in pratica gli insegnamenti di chi sa cosa fare e come farlo.

Significa imparare a convivere con il rischio, a non rimandarlo, a non guardare troppo al di là delle proprie responsabilità personali. Perché quando la terra trema, danziamo tutti e tutti siamo responsabili delle sue conseguenze. Significa considerarci – noi, uno per uno – responsabili di quel che potrà accadere e agire di conseguenza (adeguare le nostre case senza aspettare, proporre un nuovo mercato in questo senso, educare i nostri figli e insegnare loro regole di comportamento che dobbiamo imparare a padroneggiare noi per primi) . E così responsabilizzare anche la politica e le istituzioni, chiedendo o pretendendo che la prevenzione – l’educazione al rischio prima ancora della sua riduzione reale – faccia parte dell’agenda politica di chiunque decidiamo di mandare nella stanza dei bottoni.

Solo allora cambieranno le parole che oggi conosciamo a memoria, solo allora il valzer delle responsabilità sarà davvero un ballo per pochi. Solo allora avremo meno lacrime a solcare la polvere sui nostri visi e più sospiri di sollievo quando tutto sarà passato.

Ma la scienza è democratica

Red Ronnie. Credits: Niccolò Caranti/WikimediaCommons/CC BY SA 3.0
Red Ronnie. Credits: Niccolò Caranti/WikimediaCommons/CC BY SA 3.0

Visto il titolo impegnativo di questo post mi servono alcune premesse.

La prima è che non voglio fare un trattato di filosofia della scienza, solo qualche riflessione. La seconda è che tale riflessione nasce dagli ultimi ‘eventi salienti’ nella comunicazione della scienza italiana ma è qualcosa che covavo da un po’ di tempo senza aver mai messo insieme alcunché e anche il procedere di questo post probabilmente sarà un po’ irregolare, ma provo a fare del mio meglio.

La scienza NON È democratica. Partiamo da qui. Noi scientisti-razionalisti o quel che diavolo siamo noi che alla scienza siamo interessati anche dal punto di vista dei suoi effetti più lunghi nel campo d’azione siamo soliti ripeterlo come un mantra. Quando sentiamo che le opinioni meritano tutte uguale rispetto abbozziamo, quando sentiamo che una vale l’altra ci incazziamo. “La scienza non è democratica”, appunto. I suoi risultati, le sue scoperte, sono sempre in discussione, ma questo non autorizza perfetti ignoranti della materia a ritenersi in grado di spiegarli al resto del mondo proponendo le loro balzane teorie, o a negare le evidenze scientifiche sulla base dell’esperienza acquisita su Wikipedia, su Google o dopo aver visto un video su YouTube. Per questo, non essendoci democrazia, ma una voce ‘autoritaria’, quasi ‘dittatoriale’ della scienza, i media non possono applicare a quei temi gli stessi schemi che applicano con la politica: la par condicio non ha senso, e spesso è perfino deleteria perché livella competenze completamente opposte: cialtroni e luminari contano in ugual modo. No, la scienza non è democratica.

L’antefatto recente. Dicevo nelle premesse che la riflessione nasce dagli ultimi ‘eventi salienti’. Il casus belli è la trasmissione Virus in cui si parlava di vaccini e dei loro effetti. Il conduttore – Nicola Porro – ha invitato tra come ospiti Red Ronnie, Eleonora Brigliadori e Roberto Burioni. L’unico esperto di vaccini è quest’ultimo, che un grande immunologo italiano. Gli altri due s’intendono di altre materie, ma mediaticamente sono molto esposti per le loro posizioni – a-scientifiche – su tante cose: dall’alimentazione alle medicine fino, appunto, ai vaccini, che considerano dannosi e pericolosi. Bene, la maggior parte dello spazio è stato concesso a loro e alle teorie – terribili, pericolose – che portano avanti. Burioni si è dovuto accontentare di qualche minuto. Putiferio. La scienza non è democratica, Red Ronnie e la Brigliadori valgono zero in materia, Burioni vale tutto il banco ma Virus lo ha fatto saltare. Così non si fa, non c’è democrazia che tenga nelle materie scientifiche. Insomma, la comunità di scientisti-razionalisti si è incazzata parecchio, così non si può andare avanti.

La scienza È democratica. E io sono d’accordo con loro. I media italiani devono iniziare a riflettere in maniera molto seria sui modi in cui comunicano la scienza, soprattutto quando trattano argomenti che impattano sulla salute pubblica, come i vaccini, ma vale per tante altre cose. Far passare il messaggio che siano pericolosi e che è bene farne a meno, è pericoloso, non è un buon servizio per i propri utenti, per la popolazione e neppure per se stessi. Però non sono d’accordo nell’uso che facciamo noi scientisti-razionalisti del mantra “la scienza non è democratica” per spiegare al mondo la nostra posizione. E non sono d’accordo perché ritengo che la scienza sia l’esatto opposto di quello che stiamo raccontando per argomentare la nostra sacrosanta incazzatura.

La scienza è democratica, lo è almeno nel senso moderno del termine, e ha anche meccanismi forse migliori di quelli applicati in politica, anche se sono necessarie delle trasposizioni non di poco conto dato che applichiamo un concetto politico a un processo che non lo è.

Ma pensiamoci un attimo (in linea teorica). Ognuno di noi :

a) può proporre una teoria scientifica su quello che gli pare (e questo è il maggior fattore che qualifica come democratica la scienza)
b) può candidarsi a governare o amministrare qualcosa e acquisire il potere politico

In entrambi casi ci sono regole e limiti da rispettare.

Il successo della teoria dipenderà dalla sua capacità di conquistare abbastanza forza, ovvero consenso, all’interno della comunità di riferimento (quella scientifica): e non è detto che una teoria corretta ci riesca subito, anzi, è possibile che permanga a lungo come minoritaria e venga addirittura ostracizzata in favore di quella che ‘consola’ meglio le convinzioni attualmente imperanti; il successo della candidatura politica dipenderà dalla capacità di trovare consenso nella comunità degli elettori: e non è detto che vinca il candidato migliore, quanto quello che più si avvicina al sentimento generale degli elettori.

Idealmente – ma non così spesso nella pratica – sia l’una che l’altra verranno selezionate dalla comunità di riferimento in base alla loro qualità e andranno avanti finché qualcosa non cambia:

a) cambia il paradigma scientifico: arriva un altro soggetto (che può essere chiunque) che avanza una teoria diversa capace di rispondere meglio ai dubbi ancora presenti e/o a prevedere meglio le cose, e acquisisce consenso via via maggioritario;
b) cambiano le istanze politiche e/o un altro candidato (che può essere chiunque) che assicura benefici superiori e acquisisce il consenso maggioritario dell’elettorato.

Ovviamente le cose sono molto più complicate di così, ma è giusto per dare l’idea a grandi linee. Il processo scientifico è un processo con un elevato grado – almeno teorico – di democrazia, per questo non mi sento più di appoggiare il mantra “la scienza non è democratica”.

Al massimo è disinteressata. Sempre in linea astratta, la comunità scientifica mette da parte i propri pregiudizi davanti a prove contrarie e abbraccia senza troppi isterismi la nuova teoria. Se vogliamo applicare categorie politiche tipicamente italiane, la scienza è trasformista, cambia posizione a seconda di dove fanno soffiare il vento le prove. Solo che questo è un trasformismo positivo.

Il rapporto scienza-media. Il problema è qui e qui rimane, e – almeno per me – non è questione di democrazia o meno, né di prestarsi al giochino “chiedereste al vostro macellaio di operarvi al cuore?” per spiegare che non tutte le opinioni hanno pari dignità nel campo che stiamo trattando. Il problema è il ‘circo mediatico’ e la sua incapacità – perché  fa punti di share, perché fa vendere copie, perché chi se ne occupa ha una conoscenza superficiale  – di selezionare gli interlocutori adatti, a favore del sensazionalismo, della rissa, della polemica a tutti i costi.

La ‘democrazia’ delle opinioni è un falso problema, una giustificazione usata da chi fa un pessimo servizio al suo pubblico, un tranello retorico per noi che ci caschiamo: è il tappeto sotto cui si nasconde l’assenza di professionalità e di volontà di rendere un servizio al pubblico, di informare veramente, in nome, se me lo si passa, di un “fai punti di share or perish“. Perché se davvero esistesse una questione di “scienza non democratica”, sarebbe impossibile anche rappresentare compiutamente il dissenso interno alla comunità scientifica e dare conto delle controversie (sia quelle puramente scientifiche che quelle più grandi che toccano l’economia e la società) o dei conflitti e bilanciamenti etici necessari per la ricerca, che invece sarebbero momenti auspicabili nel panorama mediatico. Perché, al contrario di quel che recita il mantra, sono la dimostrazione che la scienza è democratica e, a mio avviso, sono aspetti troppo spesso sottaciuti anche nella comunicazione fatta bene e che forse aiuterebbero a raggiungere un grado di comprensione maggiore dei meccanismi che stanno alla base della scienza e, dunque, del processo scientifico stesso.

E che la ‘scienza non democratica’ sia un falso problema continuo a sostenerlo anche per un auspicabile futuro in cui la scienza e suoi problemi siano correttamente presentati al pubblico: anche in questo caso sarebbe sbagliato nascondere sotto il tappeto, fare come se non esistessero, le opinioni e le posizioni contrastanti, ancorché cialtronesche, ma che hanno comunque già un certo seguito e provocano determinati effetti. Sarà comunque giusto dargli voce, coscienti che dare voce a qualcuno non significa affatto condividerne le tesi, bilanciando opportunamente il loro peso e facendo il lavoro proprio dell’informazione: raccontare come stanno le cose, selezionare le fonti e le informazioni, far capire perché alcune valgono molto di più delle altre, approfondire e suggerire letture degli eventi, guidando lettori e spettatori nella formazione della propria conoscenza.

Ma la logica della par condicio in tv realizzata invitando esperti e personaggi noti che non ne hanno un’idea – ma hanno una teoria – non è appannaggio della scienza. C’è sempre in tutte le nostre trasmissioni, anche in altre materie dall’alto tasso di tecnicismo come, ad esempio, l’economia. In generale c’è ovunque ci siano effetti che trascendono la materia in sé e toccano gli interessi di tutti (o di tanti) e in cui si generano effetti che sono difficili da contenere nei soli argomenti d’origine.

E allora il problema mi pare questo: il mondo dell’informazione ha perso la sua funzione di selezione delle informazioni e delle sue fonti, trasformandosi in un raccoglitore di ciò che si può trovare sparpagliato qua e là. E tranne rare eccezioni sta continuando a perdere terreno. Un effetto “colonna destra” dei quotidiani online, quella con le sciocchezze raccogli click, potenziato e che si auto-alimenta in un circolo vizioso. Raccogliere cianfrusaglie in quantità a discapito della qualità. Abbandonare il proprio ruolo e la propria funziona per far fronte all’esigenza di acchiappare share, vendere copie, o conquistare click da presentare agli inserzionisti pubblicitari. Un meccanismo che, certamente, ha effetti perversi e gravi quando si parla di argomenti scientifici di un certo rilievo pubblico e sociale (come i vaccini) ma che non è così distante dallo stesso meccanismo che fa scrivere ai nostri quotidiani che qualcuno ha gridato “Allah Akbar” da qualche parte in cui forse c’è stata un’esplosione, finché non si scopre a distanza di ore che nessuno ha gridato alcunché o che era un pazzo disagiato senza contatti con terroristi di alcun genere. Ma intanto abbiamo letto, ci siamo fatti un’idea, ci siamo fatti venire la paura e molti di noi non leggeranno più gli sviluppi della ‘notizia’, finita in fondo nelle home page dopo aver svolto il suo compito non di informare ma di attirare l’attenzione.

In definitiva: non è tanto un problema di rappresentazione mediatica della scienza, quanto di capacità e volontà del giornalismo contemporaneo (quello italiano almeno, dato che parliamo di questo) di continuare a svolgere la propria funzione, sollevandosi dalla marea di informazioni (vere e false) e opinioni più meno plausibili che oggi si trovano ovunque e ritrovando la propria autorità nel selezionarle e rappresentarle al pubblico.

Una postilla. L’ultimo caso nasce dalla trasmissione Virus, criticata (più che giustamente) perché ha invitato due perfetti ignoranti a parlare di vaccini. Quell’invito nasce, con tutta evidenza, più che dalla loro reale esperienza e conoscenza, dalla loro forza mediatica. Sono volti più o meno noti (anche se un po’ d’antan) che sostengono posizioni senza senso, ma con un loro seguito. Questo giustifica il loro invito? No. Però anche Burioni è stato invitato a Virus con lo stesso perverso meccanismo: è un luminare, un super-esperto, uno che ha le cose giuste da dire (magari da ragionare se il suo ‘come’ è davvero efficace, ma è un altro discorso) ma è stato invitato in tv con lo stesso meccanismo di Red Ronnie e Brigliadori: le sue competenze c’entrano poco (purtroppo), il fattore X è che oggi è un fenomeno mediatico. Le sue invettive su Facebook contro le “mamme informate” lo hanno reso un personaggio mediatico che in tv diventa una delle due campane. Che sia un immunologo di fama mondiale è un accidente, non il motivo per cui è andato in tv. 

Perché dobbiamo imparare a convivere con l’incertezza

upset-534103_1280Imparare a convivere con il rischio. È una specie di mantra che molti scienziati e comunicatori hanno usato dopo gli eventi sismici del 20 e 29 maggio 2012 in Emilia Romagna. Un messaggio importante, corretto e necessario per una regione e una popolazione che quel rischio lo aveva fino ad allora sottovalutato, quando non proprio ignorato.

Un messaggio (che vale anche oltre i confini emiliano-romagnoli), però, per certi aspetti vuoto e forse anche inefficace, che in alcune declinazione appare legato a una sorta di concetto punitivo: se non state attenti la vostra casa vi crolla in testa, come l’altra volta.

In molte occasioni è stato spiegato il concetto di rischio, con l’immancabile formuletta R=PxVxE (il rischio è il prodotto tra la pericolosità, la vulnerabilità e il valore dei beni esposti).

Intendiamoci, sono informazioni fondamentali che hanno bisogno di essere conosciute, spiegate, ripetute e ‘inculcate’ per arrivare a una migliore gestione del rischio.

Però in tutto questo c’è un sottinteso che viene troppo spesso tralasciato: molte delle nostre decisioni davanti agli eventi catastrofici (ma non solo, succede anche in campo medico ad esempio) sono, e saranno sempre più, frutto di scelte che nascono nello spazio dell’incertezza. Se vogliamo riprendere in mano la formuletta che descrive il rischio, il nostro spazio decisionale risiede nella P, ovvero in ciò che la Protezione Civile definisce la “probabilità che un fenomeno di determinata intensità si verifichi in un certo intervallo di tempo e in una data area”.

Probabilità e incertezza sono parole chiave con le quali dobbiamo imparare a convivere, ancora prima che con il concetto rischio e in maniera propedeutica a quest’ultimo. Siamo in una sorta di no man’s land, una terra di nessuno in cui tutti – dallo Stato ai cittadini, passando per i poteri politici e quelli economici – sono chiamati a giocare la propria partita compiendo delle scelte e assumendosi differenti gradi di responsabilità in merito ad esse.

Il problema è che, seppure costantemente assumiamo decisioni sulla base di un calcolo probabilistico (se esco di casa mi cadrà un mattone in testa? Probabilmente no, uscirò. Se vado di notte in un quartiere molto malfamato qualcuno mi deruberà? Probabilmente sì, non ci andrò), quando si tratta di previsioni affidate alle competenze altrui, dal meteo ai terremoti, tendiamo a pretendere risposte certe, o quasi.

Un ruolo chiave in questo contesto spetta agli operatori della comunicazione (dagli uffici stampa delle istituzioni scientifiche che fanno le previsioni, ai giornalisti, alla comunicazione di protezione civile) che “trasportano” le previsioni da chi le fa verso i pubblici interessati.

Spetta a loro introdurre una diversa routine nel raccontare il rischio e nel fare informazione sulla base di previsioni, che spezzi il legame tra l’aspettativa di risposte semplici richieste dai pubblici di riferimento – la dicotomia sì/no, vero/falso – e il desiderio di fornire un’informazione che si avvicini il più possibile a quella aspettativa, espellendo o limando fino a renderli invisibili gli elementi probabilistici e di incertezza.

È il momento di cambiare il modo in cui si ‘coprono’ certe tematiche. L’incertezza che caratterizza le previsioni della scienza è legata alla complessità dei fattori di cui tenere conto e questa è una parte della storia che deve iniziare ad entrare con impeto nel racconto giornalistico e, più in generale, nella comunicazione sia della scienza in senso ampio che più specificamente del rischio.

Vanno resi espliciti e chiari i motivi che rendono la previsione più o meno accurata, che alzano o abbassano il grado di incertezza, magari evitando di pensare di cavarsela mettendo qualche numero, incomprensibile ai più, sul “grado di confidenza”, trasformando (e qui sta il bello, no?) il linguaggio settoriale in un linguaggio in grado di raggiungere la maggior parte delle persone o, comunque, appropriato al pubblico-target a cui ci si rivolge.

Ovviamente non basta cambiare modo di raccontare, non basta passare dal “si verificherà/non si verificherà” a “probabilmente si verificherà/non si verificherà”: servirà spiegare cosa significhi, caso per caso, quella probabilità e da quali elementi dipende il grado di incertezza, trattando queste informazioni come rilevanti, senza darle per scontate o, al contrario, senza considerarle secondarie. Quando parliamo di rischio la quantità e la qualità delle informazioni non possono non essere ampie (e consistenti, per ridurre al minimo la possibilità di ingenerare confusione): nel caso inverso il rischio aggiunto è quello di fornire elementi insufficienti per poter effettuare correttamente valutazioni e prendere decisioni consapevoli, con l’effetto secondario – ma rilevantissimo – di trasferire la responsabilità o porzioni di essa in capo ai soggetti sbagliati (il caso de L’Aquila docet).

Non è una rivoluzione: si tratta di dare un’informazione corretta per permettere processi decisionali consapevoli, abituando i propri pubblici al fatto che diversi gradi incertezza saranno tutto quello che potranno ottenere per compiere le proprie valutazioni, prendere le proprie decisioni (come singoli e come comunità) e giudicare quelle altrui.

Il modo migliore per convivere con il rischio è convivere con i concetti di probabilità e incertezza, assumendoli come costanti dei nostri processi di informazione prima, di decisione poi.

Non è un percorso semplice né risolutivo ma potrebbe essere un inizio per affrontare in maniera migliore un problema assai complesso e destinato ad espandersi.

Letture interessanti:

Forecast communication through the newspaper Part 1: Framing the forecaster

Forecast communication through the newspaper Part 2: perceptions of uncertainty