Basta NIMBY

Windfarms not welcome here - geograph.org.uk Author: Nick Smith This file is licensed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic license
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Author: Nick Smith
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Basta con la sindrome NIMBY (not in my back yard – non nel mio giardino), quella che quando lo Stato o un impresa propone un’opera fa dire alle popolazioni “bravi, utilissima, ma fatela a casa di qualcun altro”. Basta davvero. Sì, basta.

Basta però con questa solita solfa, che le cose in Italia non si fanno per colpa di pochi ottusi. Perché se è vero che la sindrome NIMBY esiste, è anche vero che in Italia si fa di tutto per non curarla, preferendo fare constatazioni tipo: “colpa dei no-global”, “colpa degli interessi piccoli”, “colpa degli ambientalisti”, “colpa della scarsa informazione”, “colpa della scarsa cultura scientifica”, “colpa dei comunisti”.

Sto sfogliando un libricino interessante. Si chiama “Contro la Modernità – Le radici della cultura antiscientifica in Italia” (Rubettino, 12 euro) scritto da Elio Cadelo e Luciano Pellicani. Nel paragrafo dedicato alle grandi opere si fa proprio questo ragionamento: le grandi opere di cui l’Italia ha immenso bisogno sono bloccate dai localismi – espressione della NIMBY – e il sottinteso è che questi localismi blocchino tutto perché mancano di capacità visive (non conoscono i progetti, colpa dello Stato) e di ragionamento (scarsa cultura scientifica, colpa loro e dello sciagurato duo Croce-Gentile). Se ribaltiamo questo ragionamento e lo vediamo dal lato propositivo, possiamo dire che basterebbero due cose: 1) uno Stato che sa spiegare le cose ai cittadini; 2) cittadini che sappiano ragionare grazie a una buona cultura scientifica.

Va bene, è vero. Ma è davvero tutto qui? In fondo sarebbe semplice. Basterebbe spiegare le cose a livello di comprensibilità ‘cretino’ che tutti i cittadini ‘cretini’ accetterebbero. D’altronde per la scienza è così: basta spiegarla bene, a livello di comprensibilità ‘cretino’ per far imparare ai cretini che è una cosa bellissima piena di meraviglie.

O no?

I grandi movimenti per la divulgazione scientifica non si sono forse scontrati con gli effetti non proprio positivi di questo modello di comunicazione top-down (ciao SISSA)? Non si sono forse accorti che non basta spiegare bene la meraviglia della scienza per farla penetrare nel pubblico ignorante? Non hanno forse cambiato (con varie sfumature) orientamento, passando dal modello PUS (eh, Public Understandig of Science) al PEST (eh 2, Public Engagement with Science and Technology) al PCST (Public Comunication of Science and Technology)? Non ci si è forse accorti che non è sufficiente, in una società complessa, la sola spiegazione della grande avventura scientifica ma che serve anche coinvolgere le persone (quelle che oggi compongono diversi pubblici consapevoli e non un solo pubblico di cretini)?

E perché dovrebbe essere diverso quando si parla di grandi opere, il cui impatti in termini di rischi/benefici è più immediato rispetto alla cultura scientifica in sé considerata? Perché bisogna continuare ad illudersi che popolazioni più acculturate – alle quali è stato insegnato come pensare bene – siano per forza soggetti più malleabili di fronte ad opere che, per loro natura, sono complesse e coinvolgono una moltitudine di interessi (non solo locali)?

Se è vero che la distorsione del fenomeno NIMBY non sarà mai del tutto eliminabile, ritengo che sia vero anche il fatto che spiegare tutto ciò che non va attraverso la NIMBY sia una posizione di comodo, tipica di una cultura che si ritiene superiore (e che per tanti aspetti lo è), piuttosto cieca di fronte ai tanti problemi generati dai molteplici interessi in gioco e alle peculiarità non solo territoriali ma anche sociali. Una cultura che non ha la minima intenzione di sentirsi coinvolta in un processo di responsabilità che non sia quella di impartire lezioni e decisioni dall’alto, che pretende l’approvazione delle sue proposte senza invece cercare il coinvolgimento degli altri interessati (di una loro parte maggiortaria, ovviamente) nelle decisioni da prendere e, ancora prima, nei percorsi da progettare.

Non è un caso se qui le grandi opere si progettano, si finanziano, si presentano, si iniziano e poi si arenano tutte in innumerevoli bolle di conflittualità.

Forse, per le prossime volte, sarà il caso di ripartire daccapo. Di partire dall’analisi onesta delle situazioni complesse, con azioni diverse per casi diversi, arrivando al tanto agognato engagement, alle decisioni condivise tra molti e non prese dai pochi che stanno in alto. Non una cosa semplice, ma probabilmente migliore e con più possibilità di riuscita.

Forse è arrivato il momento di lasciare alla NIMBY lo spazio che le è proprio: il giardinetto di casa.

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Train to nowhere

Premessa: 1) non mi dilungo su dettagli tecnici; 2) non mi dilungo sui dettagli di tutta la storia; 3) è sabato; 4) oggi vi metto anche la musica.

Dopo il sisma che nel 2012 ha colpito l’Emilia la Regione Emilia Romagna ha deciso di formare una commissione di esperti per cercare di dare alcune risposte sulla sua origine. Una roba nata, diciamolo, per fornire ai cittadini più dubbiosi, più incerti, risposte autorevoli e il più possibile imparziali su alcune questioni che si facevano largo nell’opinione pubblica, una su tutte: siamo stati noi con le nostre attività nel sottosuolo a provocare le due scosse del 20 e 29 maggio? (Meglio: siete stati voi e i vostri amichetti petrolieri con i vostri fottuti piani di sfruttamento della Natura a causare tutto?).

All’inizio molti attivisti e alcuni politici dell’area ‘anti’ (che chiamerò No Triv per comodità da qui in poi) misero in discussione l’imparzialità della commissione: quelli lì hanno avuto contatti a più livelli coi petrolieri, vedrete che uscirà fuori solo la solita ‘sola’, non ce le beviamo.
Poi, una volta reso noto in maniera rocambolesca il rapporto ICHESE (conservato nei cassetti della Regione per un po’ di mesi, con gli assessori regionali che sfacciatamente facevano finta di nulla negli incontri con i No Triv, prima che Science scoperchiasse tutto), tutti a ricredersi: gli scienziati avevano trovato una pistola che forse era fumante nel 2012 nel giacimento di Cavone e chiedeva di fare il ‘guanto di paraffina’ per vedere se quella mano aveva premuto il grilletto. Il famoso “non si può escludere” ecc. ecc.

Il modo in cui sono andate le cose – oltre a far fare una clamorosa figuraccia alla Regione – ha ribaltato anche i piani dei No Triv: “Ah, gli scienziati buoni hanno trovato il colpevole e voi politicanti cattivi ce lo volevate nascondere per poter continuare a rendere la nostra terra una groviera”. I dubbi si sono letteralmente trasformati in certezze: le estrazioni a Cavone hanno determinato la catena di eventi sismici (terminologia non corretta? Portate pazienza…premesse 1, 2 e 3) che ha scombussolato l’Emilia e la Regione (insieme al Mise) stavano tentando di nasconderlo (probabile invece che non sapessero come comportarsi con i propri scettici cittadini di fronte a questioni legate alla probabilità, uno dei grandi e temibili mostri che si frappongono nel rapporto tra scienza e società).

Dopo ICHESE sono successe varie cose: la Regione ha bloccato i nuovi permessi per precauzione (ma ha lasciato stare le attività già in essere, vai a capire il senso logico), una nuova commissione si è formata per fare quel benedetto ‘guanto di paraffina’ al Cavone e, infine, gli esami della polizia scientifica hanno scagionato il principale imputato: Cavone è innocente.
Il test della scientifica è stato ‘validato’, ma solo nei metodi usati, dall’INGV. Questo perché la ‘scientifica’ aveva usato prove un po’ più vecchie rispetto al verificarsi del fatto, prodotte dalla difesa dell’imputato (le avevano trovate gli investigatori dell’Agip prima del sisma) e dunque serviva un ente super partes per confermare che erano utilizzabili.

Il senso di tutta l’operazione è ancora disperso da qualche parte. Tipo: se c’erano già studi considerati dirimenti prima del rapporto ICHESE, perché quest’ultimo non ha fugato subito ogni dubbio utilizzandoli? (non sto accusando, sto proprio chiedendo). Perché nessuno ha chiesto a nessuno come mai dopo la prima scossa (quella del 20) non è stata pre-allertata la popolazione che – magari, forse, non lo sappiamo ma è probabile, non si può escludere – ci sarebbe stata un’altra scossa a breve? Perché nessuno ha chiesto a nessuno lumi sulla terza scossa?

E, ancora e più importante, cosa abbiamo guadagnato tutti quanti da questa storia? Qualcuno dirà – legittimamente – che ne sappiamo di più. Io (che conto quanto una moneta da 500 lire), e su questo convengo con l’ex presidente dell’INGV Enzo Boschi (sempre molto critico in tema) penso che, alla fine, siamo davanti a una vicenda ridicola. Che non ci sta portando da nessuna parte: i No Triv sono diventati No No No No No e ancora No (avete capito? No!) Triv, la Regione annuncia che tutto è ok e che presto si ritorna a bomba. Nel frattempo nessuno si interroga più su una cosa importante: dato che i morti non li fanno i terremoti ma gli edifici non adeguati alle sollecitazioni sismiche, di chi è la vera colpa di tutto quanto è successo? E fino a che punta arriva? E cosa stiamo facendo, nel frattempo che cerchiamo un pistolero che non è mai esistito, per far sì che non accada più o, quantomeno, per mitigare di molto il rischio (stante il fatto che la pericolosità rimane sempre quella)?

Sotto molti aspetti non è cambiato un tubo.

Anzi sì, il modo in cui è stata architettata la storia (a partire dal fatto che la Regione abbia chiesto a un gruppo di esperti se un progetto mai realizzato abbia potuto concretamente dare vita al terremoto: stoccaggio gas a Rivara: un po’ come se chiedeste a un pool di esperti se pensando intensamente e in maniera birichina a Jessica Alba la si possa far rimanere incinta), la mancanza di trasparenza della politica istituzionale, una comunicazione stupida, la caccia al capro espiatorio per far star buoni i rompi balle, hanno prodotto solo peggioramenti: chi pensava prima a cause antropiche, oggi ne è ancora più convinto, chi pensava a cause naturali oggi è convinto come ieri, chi pensava che la scienza e gli scienziati fossero in qualche modo in una posizione di imparzialità si è accorto, casomai ce ne fosse stato ancora bisogno, che a un certo punto tutto viene fagocitato dalle logiche politiche (e economiche), anche quando non si dovrebbe, anche quando l’intento dichiarato era un altro: insomma, dal rapporto ICHESE in giù, la scienza ha perso credibilità agli occhi di molti, la politica idem, le istituzioni idem con patate. Alcune cose – forse quelle più importanti – sembrano cambiate in peggio.

Train to nowhere.

Sì, sono stato superficiale (premesse 1, 2 e 3). Dunque vi rimando a chi è più bravo, tipo Silvia Bencivelli su Strade

Due bufale “scientifiche”?

Nel complesso, dieci anni di rilevazioni di Osservatorio Scienza Tecnologia e Società ci dicono che il vero problema non è l’assenza di una cultura scientifica – numerosi dati […] sfatano ampiamente questo stereotipo. Il nodo critico, in questi dieci anni, resta la fragilità di una cultura della scienza e della tecnologia nella società: di una cultura che sappia discutere e valutare i diversi sviluppi e le diverse implicazioni della scienza e della tecnologia evitando le opposto scorciatoie della chiusura pregiudiziale e dell’aspettativa miracolistica.

La citazione proviene dall’Annuario Scienza Tecnologia e Società 2014 curato da Observa Science and Society pubblicato per i tipi de Il Mulino. E non è l’unica che sfata alcune generalizzazioni stereotipate (bufale?) presenti negli ‘ambienti scientifici’ (inteso in senso ampio, dai ricercatori a chi si occupa di comunicazione e divulgazione della scienza): un altro mito sfatato nell’annuario è quello – ricorrente anche nell’opinione di alcuni giovani comunicatori odierni – che vorrebbe gli scienziati visti sotto una cattiva luce da parte del pubblico (composto da chi, non si sa: altra generalizzazione). Testualmente:

In questi anni, l’Osservatorio Scienza Tecnologia e Società ha registrato rilevante fiducia e significative aspettative da parte degli italiani nei confronti del ruolo degli scienziati allorché emergono questioni di rilevanza pubblica legate alla scienza. Più di un cittadino su due – un dato in crescita sin dal 2009 – vede nei ricercatori l’interlocutore privilegiato su questi temi, mentre molto più ridotta è la quota di chi si affida principalmente al parere di associazioni ambientaliste, giornalisti, esponenti religiosi, politici e imprenditori. Pur rimanendo sempre molto alto per tutte le categorie di intervistati, l’atteggiamento positivo nei confronti degli scienziati è meno diffuso tra i più anziani e i meno istruiti, è più diffuso tra coloro che esprimono un alto grado di apertura al nuovo, mentre non aumenta al crescere di alfabetismo scientifico o del grado di esposizione alla scienza nei media

Sono conclusioni che chi si occupa di comunicazione, soprattutto tra i più giovani (me compreso) dovrebbe tenere bene a mente perché spesso offuscato da quel che vede attorno, specialmente nei social media, dove le varie ‘bolle’ (ma anche l’impatto mediatico di alcune manifestazioni ‘contro’) fanno apparire una realtà – quella della scienza e degli scienziati vittime della diffusa ignoranza del popolo – che, probabilmente, è molto più ridotta e marginale di quel che sembra. Ovvero, buona parte delle persone è spesso in grado di capire la scienza (che non significa comprenderne le sue implicazioni più articolate come esperti) e i suoi sviluppi sulla società e fanno affidamento agli scienziati quando si tratta di ‘sbrogliare’ le matasse più complicate. E il fatto che la fiducia negli scienziati non cresca in maniera rilevante col crescere dell’alfabetizzazione scientifica o del grado di esposizione alla scienza nei media è un dato più che rilevante per chi si occupa di comunicazione e dei processi di decision making. Significa, innanzitutto, che stiamo dando per scontata un’ignoranza di base che nella realtà – pur essendo presente e rilevante – gioca un ruolo più piccolo, portandoci a trattare i diversi pubblici come se fossero dei bambini da prendere per mano facendo resistere (anche in maniera inconsapevole) ancora un modello comunicativo rivelatosi da tempo fallimentare (non che debba sparire, in alcuni casi rimane necessario), quello del deficit, ovvero quello delle spiegazioni che arrivano dall’alto a un popolo i cui cervelli hanno bisogno di essere riempiti dalla verità per poter poi prendere decisioni assennate e razionali.

Quello che mi preoccupa è che, quando leggo alcuni interventi di alcuni bravi e giovani comunicatori della scienza (divulgatori, giornalisti o aspiranti tali), leggo sempre più, nonostante tutto, l’adesione a una visione dei pubblici come impregnati di un’ignoranza scientifica (privi o con pochissima cultura della scienza), più impegnati nell’ ‘impartire’ la scienza che nel cercare gli anelli di congiunzione tra essa e la società e rafforzare quelli già esistenti. Magari è solo una mia impressione, magari la ‘mia bolla’ distorce la mia visuale, ma non vorrei che nel frattempo, impegnati a (quasi) denigrare un popolo di stupidi incapaci di scegliere razionalmente e cercare al contempo di indicare la via giusta, non stessimo tutti – o, almeno, in parecchi – sbagliando strada a nostra volta, auto-impedendoci di cogliere quelle potenzialità in grado di dare davvero un peso maggiore alla “cultura della scienza e della tecnologia nella società”. 

O forse è solo Ferragosto e i miei sono i pensieri liberi di vagare in un cervello in vacanza 😀

Ogm, disfunzioni e frame

OGM_-_ADN

“Parte del problema è che si tratta di un dibattito con una sola voce. Il governo non sta facendo un buon lavoro nel fornire informazioni e dati affidabili che contraddicano le campagne di disinformazione sugli OGM. I politici e chi decide le linee politiche sono diffidenti dal partecipare al dibattito”.*

Negli ultimi giorni si è riaccesa la polemica nelle pagine di alcuni giornali sulla coltivazione di OGM anche in Italia, in particolare si segnala la (non) discussione tra lo storico della scienza Gilberto Corbellini da una parte, il biologo Marcello Buiatti e l’imprenditore Oscar Farinetti (Eataly) dall’altra su L’Unità (un’analisi riassuntiva – e anche di più – dell’ottimo Giordano Masini la trovate su Strade).

La frase citata in apertura riassume, credo, molto bene il livello e lo stato del dibattito italiano sugli OGM: un dibattito in cui, alla fine, c’è una sola parte in grado di farsi sentire e ascoltare, fiancheggiata da una politica il cui interesse è non scontentare chi, al momento, sembra trainare un bacino di voti maggiore, compresa la sinistra (dal Pd ai vari partiti che si rifanno ancora alla tradizione del Pci) che ha abbandonato la sua storica spinta innovatrice in questo settore a favore di un conservatorismo proibizionista difficile da spiegare razionalmente.

Volendo trovare un’altra descrizione per lo stato delle cose potremo dire che il dibattito attuale è destinato a non andare da nessuna parte perché disfunzionale. È un dibattito che non ha lo scopo di trovare un punto d’incontro, ma che rappresenta solo ed esclusivamente due posizioni completamente opposte, strutturate su retoriche molto diverse (anche se nel tempo si sono entrambe modificate) e inconciliabili dove una parte – quella contraria agli OGM, soprattutto se si tratta di grandi organizzazioni – tende ad usare argomenti, informazioni e dati fittizi, inesistenti, sbagliati con lo scopo più o meno esplicito di evitare totalmente e in qualsiasi contesto l’uso della tecnologia in parola. Un’altra citazione potrebbe essere più esplicita:

“Molti degli oppositori alle coltivazioni OGM non sono interessati all’opera di coinvolgimento o comprensione. Vogliono eliminare del tutto la tecnologia. Questo è il motivo per cui vengono approvate leggi molto restrittive prima che venga data un’opportunità alla tecnologia o prima che vi siano sufficienti prove in un senso o nell’altro. È anche la ragione per la quale alcuni oppositori distruggono i campi sperimentali: non vogliono vedere alcuna prova che potrebbe condurre all’adozione della tecnologia. Si sono messi in testa che la biotecnologia dovrebbe essere eliminata. La situazione è più simile a una guerra che a un dibattito”. **

E allora? Che fare? Una parte non piccola della colpa è da attribuire anche alla retorica salvifica della aziende produttrici di OGM (e non solo): quella del fine della fame nel mondo e di produzioni sempre abbondanti. La realtà si è dimostrata diversa, ma questo non significa che gli OGM, che ormai sono frutti di una tecnologia tutto sommato vecchia, non possano ancora rappresentare uno strumento più che utile nella nostra cassetta degli attrezzi, da utilizzare quando gli altri attrezzi non portano beneficio ma, al contrario, risultano inutili e addirittura si rompono, si consumano e diventano inservibili.

Una delle soluzioni potrebbe essere quella, da applicare con molta cura, pazienza, studio e professionalità, di cambiare il frame del discorso. Significa cercare di modificare i filtri (concettuali) attraverso i quali i pubblici (plurale perché diversi: i politici, gli agricoltori, i consumatori, i ricercatori, i curiosi ecc ecc) fanno passare il significato delle cose ovvero i (pre)concetti tramite i quali attribuiscono un senso alle informazioni che hanno. È un discorso abbastanza lontano da quello “classico” e molto in voga fra gli uomini di scienza che vorrebbe le persone sempre più “pro-scienza” quante più informazioni “corrette” ricevono. Anni di ricerca sociologica hanno dimostrato che non è così che funziona (non significa che dare informazioni corrette sia una pratica priva di effetti, semplicemente non è in grado di produrre gli effetti sperati su larga scala). Serve dunque un’opera di decostruzione per poi ricostruire i frame in modo che cambi anche il modo di dare senso alle informazioni, partendo spesso dai propri frame (quelli, ad esempio, che vedono il pubblico come ignorante da istruire con le giuste informazioni o che non considerano importanti e fondamentali anche le implicazioni sociali e politiche nel dibattito scientifico) in modo da poterne capire limiti e potenzialità nei diversi contesti.

Quello che a mio parere servirebbe è, da una parte, abbandonare il solito scontro muro contro muro (come quello messo in piedi su L’Unità) laddove – per ora quasi ovunque – serve solo a rimarcare posizioni ma non produce frutti e, dall’altra, studiare e sperimentare nuovi strumenti comunicativi in modo da trasformare il dibattito sugli OGM (e altri discorsi “caldi”) da disfunzionale a funzionale, ponendosi come obiettivo non quello di far cambiare idea a chi ha già troppe convinzioni (e che di solito vuole far morire il dibattito) ma di parlare a chi è curioso, “laico”, pronto ad ascoltare perché interessato, avendo a nostra volta l’accortezza di saper fare altrettanto, cioè ascoltare i dubbi e i suggerimenti che arrivano da chi abbiamo di fronte, da chi è portatore di una conoscenza che, seppure non approfondita dal punto di vista scientifico, per certi aspetti potrebbe risultare determinante per costruire e irrobustire i nostri frame e per costruire – a un livello diverso e successivo – percorsi decisionali che siano davvero condivisi e liberi il più possibile dai condizionamenti ideologici e dunque elettorali.

In definitiva, (ri)dare un senso e una funzione al dibattito sugli OGM e altri temi scientifici in cui il discorso pubblico è paludato è, oggi più che mai, gravoso compito dei comunicatori della scienza e, almeno come palestra d’esercizio e/o sede di sperimentazione (anche per quanto riguarda la decostruzione dei propri frame), anche per chi si occupa della loro formazione.

*Si parla in realtà di Africa e non di Italia! La citazione, tradotta liberamente da me, è presa dalla ricerca “On Trial: Agricultural Biotechnology in Africa” (Pdf) elaborata dal think tank Chatham House.

**Altra traduzione di un commento di Calestous Juma, esperto di sviluppo internazionale dell’Harvard Kennedy School, anch’esso relativo alla situazione africana, tratta da un articolo di SciDev.net sulla ricerca di cui sopra.

Stamina, scienza e patria potestà

Nutro grande ammirazione e rispetto per Elena Cattaneo (che ho pure costretto in un’imbarazzante abbraccio quando è venuta a Ferrara per il Festival di Altroconsumo) e Gilberto Corbellini (i cui libri consiglio sempre), condivido la loro battaglia per accrescere il ruolo della cultura scientifica nella società italiana e condivido la loro passione.

Ma… sono rimasto molto colpito, e in maniera purtroppo negativa, da una frase da loro scritta in un recente editoriale apparso sul domenicale de Il Sole 24 Ore del 9 giugno in merito alla tristissima vicenda Stamina:

 Per quanto riguarda i piccoli malati, è chiaro che i genitori che chiedono per loro il trattamento non solo non ne hanno diritto – come ha esplicitamente detto anche la Corte europea dei diritti dell’uomo – ma non stanno agendo nel miglior interesse del minore. In questi casi, dei giudici che applicassero davvero la legge, dovrebbero piuttosto tutelare i bambini dalle sofferenze e possibili danni causati da un’affettività irrazionale. Cioè si dovrebbe considerare di sottrarre a quei genitori la patria potestà e assicurare a quei bambini i trattamenti per cui esistono prove e che non sono pericolosi. Nella vicenda Stamina è saltata completamente la dinamica di controllo equilibrato tra i poteri dello Stato.

Capisco benissimo l’idea di fondo per una simile richiesta, capisco benissimo l’intenzione ‘superiore’ di tutelare i bambini che sono le vittime finali e passive di una colossale truffa. Ma la richiesta di togliere la patria potestà a quei genitori – che, sia chiaro, stanno oggettivamente sbagliando – è quanto di più ingiusto e sbagliato scrivere, soprattutto se si ha un ruolo così importante a livello culturale come lo hanno Cattaneo e Corbellini.

Quei genitori stanno agendo – ripeto, sbagliando – all’interno di uno spazio creato da rinomati ospedali, a partire da un centro di eccellenza come il Burlo Garofalo di Trieste finendo agli Spedali Civili di Brescia. Non siamo davanti al caso di un santone che agisce a casa sua, siamo davanti a un santone lasciato libero di penetrare all’interno delle strutture percepite come strutture della ‘medicina ufficiale’. L’orribile lavoro svolto da alcuni giudici – e giustamente denunciato da Cattaneo e Corbellini – contribuisce inoltre ad aggiungere valore a quella pratica da moderni santoni rappresentata dal (non) metodo Stamina. Insomma, c’è una parte delle istituzioni pubbliche che quel metodo insensato e pericoloso lo ha in qualche modo e a qualche livello riconosciuto. E vogliamo parlare dei medici che solo a giochi fatti si sono rimangiati il proprio assenso? Quanto avranno pesato, e quanto pesano ancora, le loro opinioni e i loro consigli ai genitori?

Questo non può non essere preso in considerazione quando ci si rivolge a quei genitori disperati che credono al metodo Stamina: ci credono perché lo hanno conosciuto all’interno di un ambito ‘istituzionale’ e perché, a detta loro, ha dato qualche risultato (che siano effettivi o meno è altro discorso). Una sequenza che non possiamo dimenticare.

Insomma (di nuovo), il vero pasticcio non lo hanno compiuto Le Iene con i loro orribili servizi, lo hanno compiuto strutture pubbliche che sono la vera e principale fonte del bubbone Stamina, la vera causa della sua enormità, la vera vergogna di tutta la vicenda.

Che dovevano fare di più i genitori di quei bambini se non fidarsi dei medici come sempre più spesso viene (giustamente) chiesto loro? Quanto è umano, oggi che la verità è venuta a galla, additare quei genitori come indegni di prendersi cura dei propri figli dopo che il quadro istituzionale ‘ufficiale’ (perdonate questo termine, è solo per capirci) gli ha prima dato accesso all’ultima, disperata, strada per vedere un po’ di luce nel futuro dei propri figli e poi ha cercato (di nuovo, giustamente) di sbarrargliela perché ancora più pericolosa?

La richiesta pubblica di Cattaneo e Corbellini suona così priva non solo di empatia ma anche ingiustamente accusatoria verso chi, in maniera inconsapevole, è vittima della vicenda Stamina: anche se oggi sappiamo che stanno sbagliando e non di poco nella loro perseveranza, non sono dei disgraziati incapaci fin dall’origine di giudizio razionale, sono persone rimaste impigliate in una rete che lo Stato e una parte della medicina hanno contribuito a gettare nell’acqua in cui nuotavano. Chieder loro di essere reattivi sempre e comunque e di disimpigliarsi dopo che i loro ragionamenti da genitore sono stati colpevolmente avvelenati da un’illusione i cui effetti non sono ancora svaniti (dato che esistono ancora giudici che ne impongono l’impiego), rendendoli addirittura responsabili di tale situazione, è quanto di più sbagliato possiamo fare.

La scienza e il pensiero scientifico-razionale devono difenderle queste persone, combattendo strenuamente e duramente contro chi ha mosso e continua a muovere i fili di questa storia (da Vannoni all’ultimo giudice che impone le infusioni), non accusarle e non privarle di quanto di più caro hanno, i propri figli. Non sono macchine cui impartire un nuovo set di istruzioni per far cambiare il loro comportamento, sono esseri umani dentro una tragedia. Per favore, non contribuiamo a renderla peggiore.

Nella tana del lupo (considerazioni sparse)

Premessa: sono solo considerazioni sparse.

Premessa 2: se decidi di entrare nella tana del lupo devi essere cosciente di almeno due cose: 1. il lupo è il padrone di casa e la conosce meglio di te; 2. devi essere pronto a mordere più forte e più a fondo del tuo avversario.

Sono stato a una conferenza pubblica organizzata dall’associazione Animal Defenders a Ferrara, tenuta da Massimo Tettamanti (il lupo), big boss di iCare, associazione che si propone di debellare la sperimentazione animale dalla faccia della Terra (detta così, gli auguro di avere successo al più presto. Detta con cognizione di causa, preferirei si occupasse d’altro nella sua vita).

Non lo avevo mai sentito parlare ma adesso so una cosa: sa cosa fare e sa come farlo. Il suo obiettivo dichiarato è raccogliere fondi per la sua associazione e lo fa con una retorica ben calibrata sul suo pubblico e sulla situazione. Per esempio combatte in maniera dialetticamente efficace una tipica obiezione usata contro gli “antivivisezionisti”: il problema non è – dice il lupo – se sia giusto sacrificare un topo per salvare un bambino, ma se sia giusto sacrificare una cavia umana sana ma povera e che si sottopone ai test per soldi, a favore di pochi benestanti che posso trarre vantaggio da un determinato farmaco (non è una citazione testuale, ma l’esempio che ha fatto è questo), facendo capire che è tutto un giochino organizzato dalle grosse aziende farmaceutiche (ecco individuato il nemico condiviso dalla platea).

Ovviamente il substrato è che i test sugli animali siano completamente inutili, le ragioni sono le “solite”: reazioni specie-specifiche come addirittura Silvio Garattini – altro grande nemico – avrebbe riconosciuto in uno studio del 1985 e che poi si sarebbe dimenticato chissà perché. Non solo, Tettamanti fa degli esempi “che potete controllare quando tornate a casa” citando alcuni bugiardini. Uno di questi è quello del Serevent, commercializzato dalla Glaxo. Secondo Tettamanti sarebbe la dimostrazione che i test sugli animali non servono a nulla: anche se hanno effetti avversi sugli animali in gravidanza, questi vengono classificati come specie-specifici e la sperimentazione – dice il lupo – continua comunque sulle cavie umane sane e poi il farmaco finisce in commercio, ergo, la sperimentazione sugli animali non ha senso scientifico. Dato che sono tornato a casa ho controllato il bugiardino e questo è quello che si legge:

Gli studi sull’animale non indicano effetti dannosi, diretti o indiretti relativamente alla tossicità riproduttiva, con l’eccezione di evidenze di alcuni effetti dannosi sul feto a dosi molto elevate (vedere paragrafo 5.3).

Come misura precauzionale è preferibile evitare l’uso di salmeterolo durante la gravidanza.

I dati a disposizione di farmacodinamica e di tossicologia nell’animale hanno mostrato escrezione di salmeterolo nel latte. Non può essere escluso un rischio per il bambino che viene allattato al seno.

La decisione se interrompere l’allattamento al seno o interrompere/sospendere la terapia con salmeterolo deve essere presa tenendo in considerazione il beneficio dell’allattamento al seno per il bambino e il beneficio della terapia con salmeterolo per la donna.

Studi sul propellente HFA-134a non hanno rivelato alcun effetto sulla performance riproduttiva e sulla lattazione di adulti e sulle due successive generazioni di ratti e sullo sviluppo fetale di ratti o conigli.

[paragrafo 5.3] Dati preclinici di sicurezza

Negli studi di tossicità sulla funzione riproduttiva negli animali sono stati osservati nel feto, a dosaggi molto elevati, alcuni degli effetti tipici della classe dei beta2-agonisti.

Negli studi di mutagenesi condotti in vitro (procarioti ed eucarioti) ed in vivo (ratto) il salmeterolo non ha dato luogo a genotossicità.

Studi a lungo termine hanno determinato l’insorgenza di leiomiomi nel mesovario di ratti e nell’utero di topi, correlati alla classe dei beta2-agonisti.

La letteratura scientifica e gli studi di farmacologia condotti forniscono chiara evidenza che questi effetti sono specie-specifici e non presentano alcuna rilevanza nell’impiego clinico.

In pratica il lupo ha letto solo l’ultima parte: è evidente che quegli effetti e solo quelli richiamati nel bugiardino sono specie-specifici e lo sono non a priori, ma perché si sono rivelati tali. Non significa che gli altri effetti lo siano. Basta intendersi sull’italiano. Ma il pubblico ha capito quel che doveva capire.

Tettamanti colora le sue posizioni di scientificità utilizzando, ancora una volta, un arma retorica: uso solo dati della controparte per dimostrarvi che io ho ragione e loro torto. Non ne cita uno, li butta lì e poi… li controllate quando tornate a casa.

Il nostro lupo è promotore di metodi sostitutivi, sa bene che quelli in vitro e in silico non funzionano in tal senso e così propone “metodi di rilevanza umana” come biobanche, coculture, bioreattori, simulatori metabolici, addirittura dei prototipi basilari di cervello (che secondo il lupo sarebbero migliori di quello di un animale a questo punto), tutti basati su tessuti umani e tarati sull’uomo.  Nessuno di questi – ma lo controlliamo a casa come al solito – è in grado di simulare in maniera più decente di un animale un organismo completo (tipo per capire se soffre) che è un particolare non di poco conto quando si vogliono conoscere le reazioni a una certa sostanza, o no? E i famosi effetti teratogeni? C’è un simulatore di organismi completi e gravidi? Ma che importa? Il concetto è: abbiamo delle cose sviluppate a partire dall’uomo per l’uomo e funzionano meglio degli animali e la platea adesso lo sa.

Tettamanti sostiene che sperimentare sugli animali sia una roba che ci portiamo dietro dall’800 e che fa rimanere indietrissimo la ricerca biomedica rispetto a qualsiasi altra cosa. Non solo, per lui è solo un problema legale: serve per mettere al riparo le aziende farmaceutiche ed è per questo che non viene cambiata. Si dimentica di dire che se dovesse cadere il vincolo legale dei test sugli animali le aziende farmaceutiche sarebbero sempre protette in ogni caso in cui venisse seguita alla lettera la nuova legge che, ipoteticamente, sostituirebbe i test in vivo sugli animali con i suoi “metodi di rilevanza umana”. Da uno che si vanta di essere un criminologo forense (oltre che vincitore di ben 6 borse del Cnr) mi sarei aspettato argomenti migliori da questo lato. Quello che pone è un non problema di fatto, ma dal lato retorico ha fatto presa sul pubblico: obiettivo centrato.

Ancora, il lupo gioca abilmente sulla assenza di interlocutori della controparte al tavolo del dibattito: se non ci sono un motivo ci sarà fa capire, colpendo nel segno. Dato il contesto civile in cui si è svolto tutto in questa occasione forse qualcuno dell’Università di Ferrara (che sta costruendo un nuovo stabulario al quale gli Animal Defenders si oppongono) avrebbe potuto accettare il confronto, preparandosi adeguatamente. Qualcuno ha provato a porvi rimedio, si tratta di Riccardo e Gianluca. Li ho ammirati molto per il coraggio e sostanzialmente ho condiviso (quasi) tutto quello che hanno detto cercando di pungere Tettamanti e coglierlo in fallo. Ma, il lupo giocava a casa sua e se accetti di sfidarlo a casa sua nel suo gioco devi usare le sue regole, che sono di retorica non di sostanza. Insomma, se si vuole affrontare Tettamanti, non basta dire le cose come stanno – pur in maniera onesta come hanno fatto Riccardo e Gianluca, ammettendo davanti a un pubblico ostile, i limiti della sperimentazione animale – bisogna giocare con altre armi che si devono conoscere come le conosce Tettamanti. Ovvero usare argomenti che abbiano presa sul pubblico che si ha davanti e, qui è la parte più spinosa perché la controparte ne può fare a meno, rimanere al contempo in un ambito di correttezza scientifica (questo significa saper mordere più forte e più in profondità, e non è facile).

Tettamanti afferma che il Cicap, a differenza di Skeptic, non si muoverà per verificare la scientificità della sperimentazione animale, perché fra i suoi garanti scientifici c’è Silvio Garattini.

A quanto ha affermato, la sua associazione destina circa 28-30 mila euro raccolti con le donazioni al suo programma Ricerare per metodi di sperimentazione senza animali che vengono destinati, per ora, alle attività didattiche dell’università, avendo salvato in questo modo 17 mila animali (con relativi costi per la riabilitazione).

Tettamanti esplicitamente vuole impedire il finanziamento alle ricerche di Telethon, perché usano (anche) animali. Provo non poco ribrezzo per posizioni simili.

Ha affermato: “È vero che sparo un sacco di minchiate, è perché cito solo dati della controparte”. Applausi, ma vorrei far notare che, dato che – a detta sua – cita quelli che dimostrerebbero la fallacia della sperimentazione animale…traetene voi le conclusioni logiche.